Santi e Beati 
della
Famiglia francescana



Gennaio

01 Gennaio            Beato Giovanni da Montecorvino                              

Ricorrenza:            1 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1246
Anno della Morte: 1328
Il Beato Giovanni da Montecorvino (Montecorvino Rovella, 1246; † Pechino, 1328) è stato un arcivescovo e missionario italiano, frate minore francescano e fondatore della missione cattolica in Cina.

È acclamato come santo dai cattolici e dai non cristiani della Cina, nonostante il suo processo di canonizzazione non sia stato ancora concluso.
Biografia:

Membro dell'Ordine Francescano, che in quel tempo si occupava principalmente della conversione degli infedeli, venne incaricato dalla Santa Sede di predicare il messaggio Cristiano specialmente alle legioni barbariche e nelle terre ad oriente.

Si dedicò totalmente alle missioni in Oriente, prima di tutto in Persia. Nel 1286 Argun, il Khan di quel regno, inviò una richiesta al Papa attraverso un vescovo Nestoriano, Bar Sauma, chiedendo l’invio di missionari cattolici presso la Corte del grande Imperatore cinese, Kúblaí Khan (1260-94), che era simpatizzante del messaggio Cristiano.

In quello stesso periodo, Giovanni da Montecorvino si recò a Roma con notizie simili, e il Papa Niccolò IV gli affidò l'importante compito di impiantare delle missioni nell'Estremo Oriente, dove ancora era presente Marco Polo.

Iniziò il suo viaggio nel 1289, avendo con se delle lettere per il Khan Argun, il grande Imperatore Kublai Khan, il Principe dei Tartari Kaidu, il Re dell'Armenia ed il Patriarca dei Giacobiti. Suoi compagni furono il Domenicano Nicola da Pistoia ed il mercante Pietro di Lucalongo. Dalla Persia si recò via mare in India (1291) dove predicò per 13 mesi e battezzò circa 100 persone. Il suo compagno Nicola da Pistoia morì li. Viaggiando via mare da Meliapur, raggiunse la Cina nel 1294 solo per scoprire che Kúblaí Khan era appena morto e che Timurleng (1294 – 1307) gli era succeduto al trono. Sebbene quest'ultimo non volle abbracciare la Cristianità, non pose comunque alcun ostacolo sulla via dello zelante missionario che anzi, a dispetto dell'opposizione dei Nestoriani che già si trovavano lì, entrò presto nelle grazie di Timurleng.

Nel 1299 costruì la prima chiesa di Pechino e nel 1305 ne costruì un'altra con annesse officine e case per 200 persone proprio davanti al palazzo imperiale. In quegli stessi anni riscattò da famiglie non cristiane circa 150 ragazzini dai 7 agli 11 anni, insegnò loro il greco ed il latino, scrisse appositi salmi ed inni e li educò al servizio liturgico della messa ed al canto. Nello stesso periodo imparò in profondità il linguaggio dei nativi allo scopo di iniziare a pregare in maniera pienamente comprensibile per loro e tradusse in Cinese il Nuovo Testamento ed i Salmi. Tra le 6000 persone convertite da Giovanni da Montecorvino vi fu un re Nestoriano, George, un vassallo del Gran Khan menzionato da Marco Polo.

Il Beato Giovanni lavorò in totale solitudine per ben 11 anni (non potendo quindi neanche confessarsi) finché nel 1304un legato tedesco, Arnoldo di Colonia, fu inviato ad aiutarlo.

Nel 1307 Clemente V, pienamente soddisfatto del successo del missionario, inviò altri sette Frati Francescani con l'incarico di consacrarlo Arcivescovo di Pechino e Sommo Vescovo di tutta la Cina; a loro volta, essi, avrebbero dovuto divenire suoi vicari. Di questi sette frati, però, solamente 3 giunsero a destinazione: Gerardo, Pellegrino e Andrea da Perugia. Essi lo consacrarono Arcivescovo nel 1308 e gli succedettero nella Sede Episcopale di Zaiton.

Nel 1312 altri tre Frati Francescani furono inviati da Roma come Vescovi Suffraganei.

Il Beato Giovanni da Montecorvino morì nel 1328 e da allora (nonostante il suo processo di canonizzazione non sia stato ancora concluso) è acclamato come Santo dai Cristiani e dai non cristiani della Cina.

01 Gennaio            Beato  Mariano Biondi Terziario francescano         

Ricorrenza:            1 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1410
Anno della Morte: 1495
Lugo ca. 1410 – La Verna (AR) 1495
Sul Sacro Monte della Verna,in Toscana, il beato Mariano da Lugo, Laico e Confessore, assai chiaro per lo spirito di orazione e per la sua vita angelica.
Biografia:


Beato Mariano da Lugo de' Biondi detti volgarmente i Mariani, vestì in Lugo l'abito de'Terziari dell'Ordine, come attestato da Iacopo Centali, notaio di Lugo, nel quale si legge il suo nome con il titolo di Terziario.
Visse in Lugo finché visse sua moglie: rimasto vedovo inspirato da Dio si portò a La Verna, dove il Serafico Padre San Francesco aveva ricevute le stimmate: qui alla veduta di quel Santuario, e di fronte all'esemplarità dei Religiosi Francascani, che l'abitano, cotanto s'innamorò di servire il Signore e al Santo Padre sotto i rigori dei tre voti solenni, che deposto l'abito de'Terziari vestì quello della prima regola in qualità di Laico: fatta la professione tutto si dette allo Spirito.
Da mattina fino a mezzogiorno serviva le Messe, e con tanta devozione, che rapiva il cuore degli astanti. Nell'orazione, e specialmente quella mentale vi perseverava immobile, e fuor di sè stesso per otto ore continue, e talora in piedi, e senza appoggio alcuno: fu più volte visitato da Gesù Cristo, dal Serafico Padre San Francesco, e da Santa Maria Maddalena, della quale era particolarmente devoto. 
Contro il Demonio che mai desistette nel perseguitarlo, fu di tanto valore, che derideva i suoi attentati.
Nelle virtù eroiche, e specialmente nell'umiltà ancora egli, come il suo concittadino Bonavita, era il vivo ritratto delle medesime.
Quindi, avendo servito il Signore per cinquant'anni, e forse più, sotto il martirio delle penitenze, carico di merito e tra le melodie degli Angeli, passò alla gloria il primo giorno di gennaio 1495. Il suo cadavere fu sepolto nella chiesa de La Verna, dove aveva servito Iddio, e il Serafico Padre. 
Fu uomo di statura grande, asciutto, di bell'aspetto, e di molta venerazione. Dei suoi miracoli ne fanno menzione gli scrittori dell'Ordine francescano, ma più di questi Silvano Rossi camaldolese, che diffusamente ne ha lasciato scritta la vita.

04 Gennaio            Santa Angela da Foligno                

Ricorrenza:            4 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1248
Anno della Morte: 4 Gennaio 1309

Dopo essersi recata ad Assisi ed aver avuto esperienze mistiche avviò un'intensa attività apostolica per aiutare il prossimo e soprattutto i suoi concittadini affetti da lebbra. Una volta morti marito e figli diede tutti i suoi averi ai poveri ed entrò nel Terz'Ordine Francescano: da quel momento visse in modo cristocentrico, ovvero tramite l'amore giunge all'identica mistica con Cristo. Per i suoi scritti assai profondi è stata chiamata "maestra di teologia". Il 3 aprile 1701 furono concessi Messa ed Ufficio propri in onore della Beata. Infine il 9 ottobre 2013 Papa Francesco, accogliendo la relazione del Prefeto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha iscritto Angela da Foligno nel catalogo dei Santi, estendendone il Culto liturgico alla Chiesa Universale.
Biografia:

Nacque a Cori (Latina) da Natale Placidi e Angela Cardilli; al battesimo, impartitogli lo stesso giorno, fu chiamato Francesco Antonio. Fin dai più teneri anni si distinse per la sua pietà. Francesco Antonio restò orfano di entrambi i genitori a soli 14 anni.

A 22 anni (7 febbraio 1677 entrò nell'Ordine dei Frati Minori presso la Chiesa della Santissima Trinità di Orvieto, assumendo il nome di fra' Tommaso. Dal 1678 al 1683, nello Studio generale di santa Maria del Paradiso in Viterbo, fu allievo del celebre Lorenzo Cozza da San Lorenzo.

Compiuti gli studi teologici, fu ordinato sacerdote nel 1683 ed il 19 luglio del medesimo anno ricevette la patente di predicatore, firmata dal ministro generale Pier Marino Sormano. Fu immediatamente nominato vice-maestro dei novizinel convento della Santissima Trinità d'Orvieto, tanto i superiori riconobbero da subito le sue doti. Ma in questo convento Tommaso non rimase a lungo.

Avendo sentito parlare dei Ritiri che cominciavano a fiorire nell'Ordine e dell'intenzione dei superiori della Provincia Romana di instaurarne uno nel convento di Civitella (oggi Bellegra), chiese di essere trasferito a questo convento. La sua richiesta fu accolta il 25 aprile 1684.

Si deve al suo zelo e alla sua prudenza e carità, se diversi religiosi, anche di altre provincie dell'Ordine, entrarono nel Ritiro per praticarvi il rigoroso genere di vita che vi era stato introdotto. Grazie al suo esempio e alle norme che a lui si richiamavano, il Ritiro divenne veramente una scuola di santità, come dimostrano, oltre a Tommaso stesso, il suo discepolo san Teofilo da Corte e i beati Mariano da Roccacasale e Diego Oddi.

Due anni dopo, il 27 maggio 1686, a soli trentuno anni d'età, venne nominato guardiano: una prova della stima che i superiori riponevano nei suoi confronti, ma anche un peso difficile da portare. Francesco Antonio da Parma, che visse per più di un anno a Bellegra, disse che furono molte le cose che padre Tommaso superò, fino al rimuovere le corruttele dei secolari ivi introdotte, giochi e altri abusi, e molto più nel mantenervi l'osservanza rigorosa già incominciata. Furono momenti veramente difficili, soprattutto all'inizio, tanto che Tommaso fu tentato di abbandonare il Ritiro; tuttavia, con la tenacia tipica dei santi, riuscì a superare le difficoltà ed in breve divenne un punto di riferimento per tutto il Sublacense, dove esercitò un intenso e continuo apostolato.

Nel 1703, i superiori istituirono un secondo Ritiro presso il convento di Palombara e vi destinarono Tommaso quale guardiano; anche qui, come a Bellegra, i problemi da affrontare non furono semplici. Per troppo tempo si erano protratte consuetudini inadeguate ad una vita di ritiro: la clausura non veniva osservata e l'orto e il bosco del convento erano divenuti una specie di parco pubblico, uno spazio ricreativo per uomini e donne del luogo.

Tommaso pose fine a tali abusi, ma per farlo fu costretto a decisioni forti che lo resero impopolare. Da ultimo, fece cavare gli alberi di olivo del convento perché gli apparivano una proprietà ed un lusso non lecito per dei religiosi che, incuranti del domani, dovevano confidare unicamente nella Provvidenza. Gli abitanti del paese reagirono compatti, minacciando di affamare i frati.

Tuttavia, come a Bellegra, anche a Palombara, dopo le prime burrasche, tornò il sereno; la mitezza e la bontà di Tommaso ebbero ragione dei timori e delle diffidenze iniziali, la gente seppe intendere l'aria nuova che si respirava nel convento. Quando lasciò la Sabina per far ritorno a Bellegra, Tommaso era ormai divenuto un padre per tutti: per i frati del convento, per i sacerdoti e per la gente del paese; i mugugni iniziali si erano trasformati in testimonianze di affetto, e grande fu il loro dispiacere nel vederlo partire.

Tornato a Bellegra tra il 1708 e il 1709, Tommaso vi trascorse il resto della vita: un ventennio durante il quale la sua fama crebbe sempre più in tutto il Lazio meridionale. La sua parola riusciva particolarmente efficace nel riformare i pubblici costumi e nel riportare la pace fra persone discordi.

Il suo nome rimane legato però, in modo del tutto singolare, alla grande opera dei Ritiri di san Francesco in Civitella (ora Bellegra) e di San Francesco in Palombara Sabina. Le Costituzioni del Ritiro, che si conservano ancora autografe nell'archivio di Bellegra, gli costarono venti anni di studio, di preghiera e di sacrifici; ebbero però l'onore di essere approvate dal nominato Padre Cozza, allora ministro provinciale, 1'11 gennaio 1706; e poi di essere estese con qualche leggera modifica a tutti i Ritiri dell'ordine francescano nel Capitolo Generale di Murcia del 1756. Suo discepolo più illustre in questo campo fu senza dubbio san Teofilo da Corte († 1754), che fondò i Ritiri di Fucecchio in Toscana e di Zùani in Corsica.

Fra' Tommaso morì all'età di 74 anni nel ritiro di Bellegra che oggi conserva le sue reliquie.

04 Gennaio            Beata Cristiana Menabuoi da Santa Croce

Ricorrenza:            4 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1237 - 1240
Anno della Morte: 4 Gennaio 1310

Battezzata con il nome di Oringa nacque a Santa Croce sull'Arno tra il 1237 e il 1240 in una famiglia di umili condizioni. Fin dall'infanzia cominciò a manifestare interesse verso la vita religiosa e la preghiera, che curava con particolare dedizione mentre era sola per badare alle pecore. Preferì dedicarsi al Signore e non volle sposarsi nonostante le pressioni dei familiari. Trasferita a Lucca si procurava vitto e vesti servendo come domestica. Nel 1265 intraprese un pellegrinaggio al santuario di San Michele al Gargano e a Roma aveva fatto voto di visitare i corpi dei martiri fino alla morte. Fu in questo periodo che venne chiamata con il nome di Cristiana. Ad Assisi il Signore le mostrò in visione la fondazione di una casa religiosa nel suo paese natio. Ottenuta una costruzione dal Comune, il 24 dicembre 1279 vi si rinchiuse con alcune compagne, dando inizio al monastero di Santa Maria Novella, posto dalla fondatrice sotto la regola di sant'Agostino e canonicamente riconosciuto nel 1296. Colpita da grave infermità, Cristiana morì il 4 gennaio 1310. 
Biografia:

La beata Cristiana Menabuoi, sebbene vissuta in un contesto storico-sociale lontano nel tempo, quando la santità si manifestava in particolare con i pellegrinaggi e con l’esperienza monacale, può anche oggi essere d’esempio, per quanti, volendo vivere con coerenza il proprio credo, vanno controcorrente. Oringa fu una donna coraggiosa, seguì la “via stretta” del Vangelo senza paura, nelle varie forme di vita che via via poté mettere in pratica. 
In un’umile famiglia di S. Croce sull’Arno, poco lontano da Pisa, all’epoca però diocesi di Lucca, Oringa nacque nel 1240. Presto orfana di madre, il padre Sabatino nutrì per lei un particolare affetto. Fin dalla tenera età la giovane volle mantenere candida la sua anima. Mettendo in pratica i precetti evangelici della carità, nel piccolo borgo natio ebbe modo di apprendere, grazie ad alcuni sacerdoti, i fondamenti della fede e la sostanza della Sacre Scritture. Verso i dieci anni cadde gravemente ammalata e fu costretta a stare lungamente a letto. Il suo paese era guelfo, fedele al papa e alla Chiesa, sentimenti che la giovane fece propri senza la contaminazione politica che, ai tempi, era causa di lotte cruente. Molto popolare era il movimento francescano il cui influsso Oringa unì alla devozione verso l’Arcangelo Michele. Non ricevette alcuna istruzione, come era normale ai tempi e fu posta dai fratelli a guardia del bestiame al pascolo. Trascorreva lunghe giornate immersa nella natura, ciò le permetteva una contemplazione singolare del Creato. Le cronache raccontano però del pessimo rapporto con i fratelli che erano alquanto rozzi. Proprio tali ingerenze la indussero, intorno ai vent’anni, a fuggire da casa per evitare un matrimonio imposto dalle esigenze economiche delle famiglie del paese. Oringa prese una decisione coraggiosa, rinunciò a tutto per seguire la via di Cristo. 
I primi ad ospitare la giovane furono, ad Altopascio, i frati ospitalieri - detti del Tau - dediti alla cura dei malati e all’accoglienza dei pellegrini. Tale esperienza consolidò la sua volontà di consacrarsi a Dio. Si diresse quindi a Lucca, dove giunse intorno al 1258. Per cinque anni visse nella città del “Santo Volto”, davanti al quale ebbe modo di pregare molte volte. Almeno fino al 1266 lavorò come domestica presso il Cavalier Cortevecchia, un nobile dalla vita esemplare. Erano tempi in cui le lotte tra guelfi e ghibellini sterminavano intere famiglie; è di quegl’anni la battaglia di Montaperti. Si organizzavano preghiere pubbliche cui certo Oringa non mancava di partecipare. Le giungeva l’eco delle violenze cui venivano sottoposte pure le sue terre natie. 
Oringa visse da laica una profonda spiritualità, contrastata però da violenti lotte contro il maligno. A difenderla fu il suo avvocato, l’Arcangelo Michele, e ciò la spinse a intraprendere un pellegrinaggio, con alcune compagne, sul Monte Gargano, per pregare nel venerato santuario. Avvolta dal silenzio di quel luogo santo, Oringa si raccolse in speciale contemplazione. Volle poi visitare il centro della cristianità, Roma, ma vi si trattenne per circa dieci anni. Un frate minore, Rinaldo, le procurò un lavoro al servizio di una nobile, chiamata Margherita, che era vedova. Oringa pregò nelle basiliche romane, sulle tombe dei martiri ed anche nell’Urbe rispose all’anelito di aiutare il prossimo sofferente. Con la pia nobildonna volle pregare alla Porziuncola di Assisi: qui il Signore le mostrò una casa e le ispirò la fondazione di un monastero nella sua S. Croce sull’Arno. Visitò ancora Castelfiorentino dove era ancora vivo il ricordo della beata Verdiana, morta nel 1242, una donna che dopo alcuni pellegrinaggi - Santiago e Roma - era vissuta da reclusa in una cella accanto ad un oratorio. Oringa veniva comunemente chiamata Cristiana per la sua condotta devota. 
Nel 1277 Oringa tornò nel suo borgo natio dove, insieme ad un gruppo di donne, diede vita ad una comunità secondo la regola delle terziarie francescane. Gli inizi non furono facili: si stabilì una collaborazione con l’autorità civica e con il vescovo, con il quale però i rapporti ebbero fasi alterne. Il 31 ottobre 1279 il Consiglio comunale concesse una casa in contrada San Nicola. Nel mese di dicembre ci fu la delibera e il perfezionamento della donazione. Ebbe il permesso di tenere con sé fino a dodici compagne. Costruirono quindi un oratorio per “la lode divina e fare atti di penitenza”: l’esemplarità di vita della comunità fece avere a Cristiana e alla consorelle una “lettera di fraternità” da parte del Maestro Generale degli Umiliati (1293), nel 1295 invece il Generale degli Agostiniani volle estendere alle religiose i “beni spirituali” dell’Ordine; nel 1296 il cardinale legato di Firenze confermò il potere alla comunità di eleggere la badessa; il 10 marzo 1298 un’altra lettera di fraternità fu data dal priore generale dei Servi di Maria. Il monastero fu dedicato a S. Maria Novella e a S. Michele, rispetto alla prima impostazione francescana, abbracciò poi la regola agostiniana, probabilmente per l’influenza di alcune personalità religiose del territorio. La data di appartenenza all’Ordine Agostiniano si può definire grazie ad una lettera del vescovo Paganello dei Porcari (gennaio 1294) che concesse alla comunità di Madre Cristiana “alcuni privilegi”, così come era abitualmente fatto con gli ordini “ufficiali”. Un Sostegno determinante venne anche dai vescovi, nonostante ciò le monache vissero sempre poveramente, tanto da essere costrette alla questua. Nel 1303 il vescovo lucchese Enrico del Carretto, francescano, esortò i fedeli a concedere elemosine affinchè potessero procedere i lavori di ampliamento del monastero, ricordando in particolare che in esso si solennizzava la festa della Immacolata Concezione della Vergine Maria. Tale consuetudine era già in atto nel 1290, come prova un decreto del vescovo Paganello. La beata Cristiana fece proprio e trasmise lo spirito di Sant’Agostino: “… abbiamo il comandamento di vivere uno core et anima in Dio”.
Cristiana dettò le Costituzioni del monastero, da cui si deduce lo stile di vita della comunità: “humiltà di core et corpo”, raccomandava di ”essere studiose” e di comportandosi “maturamente et pacificamente”; le cose spirituali erano da “preponre alle temporali”. Alcuni aneddoti tramandatici sono significativi: durante una carestia Cristiana aprì il monastero per i soccorsi, a ricordo di uno dei suoi miracoli ancor’oggi, in occasione della festa, si distribuiscono i cosiddetti “panellini”. Un giorno uscì dalla clausura e si presentò al Consiglio degli anziani del Comune scongiurando di usare, nella delicata situazione politica che viveva il suo borgo, le sole armi della diplomazia. Non la ascoltarono e le conseguenze portarono ad una dolorosa sconfitta. 
Raggiunta la soglia dei settant’anni, dopo tre anni di infermità, la beata Cristiana fu colpita da una paralisi completa del lato destro del corpo, afflitta da dolori acuti, ma confortata dalla preghiera. Alcuni testimoniarono che, avvicinandosi il suo trapasso, una luce brillò maggiormente sul suo volto. Circondata dalle consorelle, in un vicendevole scambio di tenerezza e affetto, Madre Cristiana morì il 4 gennaio 1310. Il corpo rimase esposto per diciotto giorni, perché ininterrotto fu il flusso dei devoti che vollero prestarle un ultimo saluto.
A metà del secolo XIV un anonimo scrisse la prima biografia: Castore Duranti (1300-1377) affermò d’aver raccolto le testimonianze di quanti la conobbero, in particolare delle consorelle. Possediamo inoltre importanti lettere che la beata scrisse a due vescovi di Lucca, ad alcuni benefattori e persino ad alcuni cardinali.
Già dal primo anniversario della morte le furono tributati onori e culto, confermati dalle autorità comunali. Molti ottennero grazie per sua intercessione e in una bolla del 26 ottobre 1386 il vescovo di Lucca, fra’ Giovanni Saluzzi, chiamò Cristiana con l’appellativo “beata”. Nel gonfalone quattrocentesco del municipio di S. Croce è raffigurato il volto della santa concittadina. 
Il corpo si mantenne incorrotto, ma il 20 agosto 1515 un terribile incendio lo danneggiò come avvenne a buona parte del monastero. Furono raccolte le ossa e poste in una statua. La conferma ufficiale del culto avvenne il 15 giugno 1776. San Giovanni Bosco, nel 1857, propose le vicende della beata Cristiana ai suoi giovani. Una statua in marmo della beata fu collocata presso la facciata del duomo di Orvieto, un'altra nel chiostro di  S. Croce a Firenze. Il monastero voluto e fondato dalla beata Cristiana è oggi uno dei più antichi d’Italia, sopravvissuto ad alterne vicende, vive e trasmette il carisma della sua fondatrice. 

05 Gennaio            Beato Pietro  Bonilli   Terziario francescano

Ricorrenza:            5 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   15 Marzo 1841
Anno della Morte: 5 Gennaio 1935

Nacque a San Lorenzo di Trevi (Perugia) il 15 Marzo 1841. Dopo l'ordinazione sacerdotale nel 1863, fu parroco di Cannaiola di Trevi per 34 anni. In questa cittadina fondò il 13 Maggio 1888 la Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto. Un istituto dedicato all'assistenza di poveri, orfani, sordomuti, ciechi e persone abbandonate. Nel 1898 diventò canonico della Cattedrale di Spoleto. Passò gli ultimi anni della sua vita in solitudine in una piccola camera. Morì a Spoleto nel 1935. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 24 Aprile 1988. Bonilli ebbe come padre spirituale ed ispiratore don Ludovico Pieri, un santo sacerdote di Trevi (che fu padre spirituale ed ispiratore anche del beato Placido Riccardi). La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo di Cannaiola di Trevi, oggi si chiama anche Santuario del Beato Pietro Bonilli. All'interno di questo edificio, nella cappella a fianco del campanile, riposano le spoglie mortali di Pietro Bonilli, traslate il 24 aprile 1998 dal suo Santuario di Spoleto, reso inagibile dagli eventi sismici del settembre 1997.
Biografia:

Nacque a San Lorenzo di Trevi (PG) il 15 Marzo 1841. Fu ordinato sacerdote nel 1863. Fu parroco di Cannaiola di Trevi per 34 anni. In questa cittadina fondò il 13 Maggio 1888 la Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto. L’amore ardente per la Sacra Famiglia spinse il Beato Bonelli a soccorrere i poveri, gli orfani, i sordomuti, i ciechi e le persone abbandonate, per le quali pensò e volle l’istituto. Nel 1898 diventò canonico della Cattedrale di Spoleto. Diventato vescovo, Pietro Bonilli passò gli ultimi anni della sua vita in solitudine in una piccola camera. Morì a Spoleto nel 1935. Fu proclamato Beato da Giovanni Paolo II° il 24 Aprile 1988. Il Beato Bonilli ebbe come padre spirituale ed ispiratore Don Ludovico Pieri, un santo sacerdote di Trevi (che fu padre spirituale ed ispiratore anche del beato Placido Riccardi). Così Giovanni Paolo II° ricordò Pietro Bonilli nell’omelia che pronunciò il giorno della sua beatificazione. "Io sono il buon pastore... Ed ho altre pecore che non sono di questo ovile" (Gv. 10.14.16). Questa tensione del pastore per raggiungere tutte le pecore e farle partecipi della sua cura, del dono della sua vita, si può dire anche la caratteristica apostolica di don Pietro Bonilli. Egli capì che occorreva anzitutto rendersi presente nel gregge, fino anche a dare la vita per seguirlo e nutrirlo in qualsiasi situazione, anche in quella rischiosa di condividere momenti di pericolo, recandosi in luoghi malsani e nelle regioni più umili e disprezzate. Egli rimase per 35 anni in una parrocchia situata nel territorio più depresso della sua diocesi di Spoleto, dove la condizione religiosa e morale era singolarmente povera ed avvilente (...). Imitatore generoso di Cristo Buon Pastore, don Bonilli riversò la sua carità su quanti necessitavano di aiuto; fatto esperto fin dalla fanciullezza delle sofferenze e miserie, delle umiliazioni e istanze della gente della campagna, egli si impegnò a "nutrire" il suo popolo, a condurlo in pascoli più ubertosi (cfr. Sal. 22, 2). Egli che "conosceva il suo gregge", volle trovare per esso il cibo adatto. Iniziò con un'intensa opera di catechesi e di istruzione religiosa, per la cui promozione si servì, come precursore, dell'informazione e della stampa (...). Soprattutto egli vide nella famiglia il fondamento della rinascita della società e della vita ecclesiale. "Essere famiglia, dare famiglia, costruire famiglia" fu il suo motto e il suo programma. La famiglia, ogni famiglia, avrebbe dovuto rivivere la sua vocazione e la sua missione sull'esempio di quella di Nazareth. L'amore generoso, ablativo, sacrificato del Cristo, di Maria, di Giuseppe fu il modello che Egli volle proporre all'amore nella famiglia e alla missione della famiglia. La famiglia è infatti il luogo in cui ogni uomo è chiamato ad ascoltare l'invito alla molteplici opere di carità e ad aprirsi generosamente al servizio sociale, specialmente dei poveri, dei piccoli, degli ultimi. La famiglia è scuola di amore, dove i figli crescendo imparano a vivere secondo il vangelo, cogliendo dai genitori l'immagine del volto amoroso di Dio, Padre e Pastore di ogni uomo. Il modello di Nazareth rimane il fulcro della missione che ormai da cento anni le Suore della Sacra Famiglia, da lui fondate, svolgono con ammirabile zelo e sensibilità pastorale". La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo di Cannaiola di Trevi (nella quale operò il Beato), oggi si chiama anche Santuario del Beato Pietro Bonilli. All’interno di questo edificio religioso, sul lato sinistro, nella cappella a fianco del campanile, riposano le spoglie mortali di Pietro Bonilli, traslate il 24 aprile 1998 dal suo Santuario di Spoleto, reso inagibile dagli eventi sismici iniziati nel settembre 1997.

06 Gennaio            San Carlo da Sezze

Ricorrenza:            6 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   19 ottobre 1613
Anno della Morte: 6 Gennaio 1670

San Carlo da Sezze, al secolo Giancarlo Marchionne (Sezze, 19 ottobre 1613; † Roma, 6 gennaio 1670), è stato un religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori Riformati.

Nel 1959 è stato dichiarato santo da papa Giovanni XXIII.
Biografia:

Figlio di Ruggero e Antonia Maccioni, dopo una istruzione di base sicuramente elementare, a causa di un non meglio specificato incidente con il maestro Giancarlo si rifiutò di proseguire gli studi e dai genitori venne avviato al lavoro dei campi.

Pronunciato il voto di castità, nel 1636 chiese ed ottenne di entrare nella provincia romana dei Frati minori riformati (dal 1897 confluiti nella famiglia francescana dei Frati minori, grazie all'unione operata da papa Leone XIII); nel 1637 emise la professione religiosa con il nome di fra Carlo da Sezze.

Fu in numerosi conventi del Lazio come cuoco, portinaio, questuante e sacrestano. Ma, nonostante gli scarsi studi, aveva doni di scienza straordinari e ciò gli permise di realizzare una vasta produzione di opere di letteratura ascetica. Fu consigliere dei papi Alessandro VII e Clemente IX.

Nell'ottobre 1648, ascoltando la Messa nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case in Roma, al momento dell'elevazione, ricevette dall'Ostia divina una ferita di amore al petto.

Il culto

Morì il 6 gennaio 1670 nel convento di San Francesco a Ripa.

Dopo la morte comparve sul petto di Carlo un singolare stigma, che fu riconosciuto di origine soprannaturale da un'apposita commissione medica e fu addotto come uno dei due miracoli richiesti per la beatificazione. I processi per la definizione canonica della sua santità iniziarono presto ma subirono una battuta d'arresto a causa della condanna di sua sorella, monaca clarissa a Sezze, emessa dalla congregazione del Sant'Uffizio.

Per questo la sua beatificazione venne proclamata solo nel 1882 da Leone XIII, mentre per la canonizzazione si dovette attendere il 12 aprile 1959, ad opera di papa Giovanni XXIII. San Carlo da Sezze è l'unico santo canonizzato ad avere ricevuto, in vita, durante l'adorazione dell'Eucaristia, una ferita al cuore causatagli da un raggio proveniente dall'ostia consacrata.

Insieme a san Lidano d'Antena (1026-1118) è patrono della città di Sezze e della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno.

07 Gennaio            Beato Matteo Guimerà di Agrigento

Ricorrenza:            7 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1376
Anno della Morte: 7 Gennaio 1450

Beato Matteo de Gallo o Guimerà (Agrigento, 1376 ca.; † Palermo, 7 gennaio 1450) è stato un religioso e vescovoitaliano.
Biografia:

Nacque ad Agrigento. Entrò nell'Ordine serafico nel 1391-92 nel convento di San Francesco d'Assisi di Agrigento dove emise la professione religiosi nel 1394. Fu poi inviato a Bologna per gli studi teologici, li coronò a Barcellona dove probabilmente conseguì il titolo di Magister e fu ordinato Sacerdote nel 1400.

Negli anni 1405-1416, come maestro dei novizi o magister professionis, visse nel convento di sant'Antonio in Padova, per poi tornare in Spagna fino alla fine dei 1417.

Tornò in Italia nel 1418 per incontrare san Bernardino da Siena forse a Mantova durante il Capitolo Generale e il nostro aderì all'Osservanza, propugnata dal grande senese.

Nel 1425 Papa Martino V concesse a padre Matteo il permesso di fondare dei conventi dell'Osservanza. Tra questi citiamo quello di Santa Maria di Gesù di Messina e di Palermo quello di san Nicolò di Agrigento, di san Vito, di Cammarata, di Caltagirone, di Siracusa. Così anche in Spagna fondò due conventi a Barcellona. Nel suo ordine fu vicario provinciale nel 1425-27 e poi nel 1428-30. Nel 1432 fu nominato Commissario Generale della provincia di Sicilia, carica durata fino al 1440.

Fu nominato vescovo di Agrigento da Papa Eugenio IV il 17 settembre 1442, venne consacrato il 30 giugno 1443 nella chiesa madre di Sciacca dal vescovo ausiliare Nicola dell'arcivescovo di Palermo.

Per la sua generosità verso i poveri venne accusato presso la Santa Sede di dilapidare i beni della Chiesa, infatti secondo varie testimonianze egli rinunciò a tutti i proventi ecclesiastici in favore dei poveri, riservandosi soltanto lo stretto necessario per se e per quelli che lo coadiuvavano. Oltre a questo venne accusato di godere di una donna carnalmente. Nel processo svoltosi alla corte pontificia si dimostrò l'innocenza del vescovo Matteo e il Papa lo assolse da ogni accusa e gli confermò la sua fiducia restituendogli la sede episcopale.

Ma le maldicenze continuarono, nessuno è profeta in patria, tanto che dopo essersi consigliato con Bernadino da Siena, nel 1445 rinunciò al vescovado.

Morì in Palermo il 7 gennaio 1450.

08 Gennaio            Beata Eurosia Fabris Barban

Ricorrenza:            8 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   27 settembre 1866
Anno della Morte: 8 gennaio 1932

Eurosia Fabris, nata a Quinto Vicentino, Vicenza, 27 settembre 1866 ma trasferitasi nell’infanzia a Marola, trascorse l’infanzia e l’adolescenza aiutando nelle mansioni di casa e formandosi alla fede tramite la frequentazione della sua parrocchia, presso la quale divenne catechista. Il 5 maggio 1886 sposò Carlo Barban, per poter fare da madre alle sue due bambine. Dal loro matrimonio, felice e fecondo, nacquero nove figli, di cui due morirono in tenera età e tre divennero sacerdoti. Mamma Rosa, come venne soprannominata, aderì al Terz’Ordine Francescano, vivendone lo spirito di povertà e di letizia. Donna di grande fede e carità, aiutò i bisognosi, assistette i malati e irradiò la luce del Vangelo in famiglia e nella parrocchia di Marola. Morì, circondata dai figli e dai nipoti, l’8 gennaio 1932. È stata beatificata nella cattedrale di Vicenza il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa parrocchiale della Presentazione del Signore a Marola, che nel 2014 è diventata il Santuario Diocesano intitolato alla Beata Mamma Rosa.
Biografia:

Una santità “feriale”, una carità spicciola, la delicatezza dei piccoli gesti e della bontà più squisita hanno portato un’altra mamma alla gloria degli altari. La beatificazione, programmata in aprile (e poi rinviata per la morte del Papa), è stata la prima in Italia a svolgersi nella diocesi di origine e senza la presenza del papa, secondo le nuove procedure introdotte sotto Benedetto XVI. 
Nella cattedrale di Vicenza, dunque, in una cornice di millecinquecento rose bianche, il 6 novembre 2005 il Cardinale Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi ha proclamato beata Eurosia Fabris Barban, una mamma di numerosa famiglia, tra figli propri ed adottati, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento. 

Nasce il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino e quattro anni dopo, insieme alla famiglia, si trasferisce a Marola, frazione di Torri di Quartesolo, dove si snoderà tutta la sua vita di giovane impegnata, moglie e mamma e dove oggi riposano le sue reliquie. 
Rosina, come tutti la chiamano in casa, cresce in un clima familiare fortemente cristiano ed impegnato e, cosa rara a quei tempi, riesce ad imparare a leggere, scrivere e far di conto, pur avendo frequentato solo le prime due classi elementari.
Catechista in parrocchia, sarta e maestra di cucito in casa, a 19 anni la sua vita è sconvolta dalla morte di una giovane mamma, sua vicina di casa, che lascia orfane due bimbe di pochi mesi. Rosina entra in quella casa come domestica e, diremmo oggi, soprattutto baby sitter, dato che le sue attenzioni e il suo amore si riversano subito sulle due orfanelle.
Sei mesi dopo il vedovo, Carlo Barban, un giovane di 23 anni, la chiede in sposa e lei accetta, dopo essersi consigliata in famiglia e con il confessore, per amore di quelle bimbe. Se questa motivazione potrebbe anche non essere la base per un vero “matrimonio d’amore”, il gesto di Rosina viene interpretato da tutti come uno squisito gesto di carità, perché lei è ben cosciente della situazione economica disastrata della famiglia del marito, dove c’è anche un suocero anziano e malato da accudire e un cognato ancora minorenne cui badare.
Da quel momento la vita di Rosina è ogni giorno intessuta da piccoli e grandi gesti di carità.  Mette al mondo sette figli, ma altrettanti ne accudisce, tra quelli nati dal primo matrimonio del marito e altri orfani che accoglie in casa. 
Per trovare il pane necessario a tutte quelle bocche fa la sarta dal mattino alla sera, eppure nessuno bussa alla sua porta senza ricevere qualcosa, magari anche solo uova, latte e minestra che si toglie di bocca. Allatta i bimbi delle altre senza accettare compenso, si presta per l’assistenza dei malati, ospita pellegrini e poveri di passaggio, educa la famiglia ad una soda vita cristiana ed è contenta delle tante vocazioni sacerdotali e religiose che sbocciano in casa sua.
Carlo Barban muore nel 1930, Rosina lo segue neppure due anni dopo, l’8 gennaio 1932. La Chiesa l’ha proclama beata per dare a tutte le mamme un modello ed una protettrice in più, perché si è santificatasi semplicemente tra orto, stalla e cucina. Davvero una santità alla portata di tutti.

09 Gennaio            Beata Giulia Della Rena da Certaldo

Ricorrenza:            9 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1320
Anno della Morte: 1350

Nacque a Certaldo, intorno al 1320. A Firenze, dove era passata al servizio della famiglia Tinolfi, si fece agostiniana secolare. Ritornata a Certaldo si ritirò in solitudine conducendo una vita molto austera e particolarmente dedita alla preghiera. Morì verso l’anno 1370.Il culto ab immemorabili venne confermato da Pio VII nel 1819.
Biografia:

Nacque in Toscana, presso Certaldo, intorno al 1320, da una famiglia di nobile origine, ma decaduta. Rimasta orfana in giovane età, entrò al servizio dei Tinolfi nella vicina Firenze dove, venuta a contatto con gli Agostiniani e la loro spiritualità, vestì, non ancora ventenne, l’abito delle agostiniane secolari. Sentendosi portata ad una scelta di vita più radicale ed austera, nel pieno fiore della sua esistenza, decise di abbandonare la città e di rifugiarsi in un luogo solitario. Tornò quindi a Certaldo prendendo alloggio in una stanzetta presso la chiesa agostiniana dei Ss. Michele e Giacomo. Previamente furono aperte due piccole finestre, una corrispondente alla chiesa per assistere alle sacre funzioni, l’altra verso l'esterno per ricevere l’alimento che la pietà popolare le avrebbe fatto pervenire. Fece collocare su una parete un crocefisso, e poi, con solennità, all'esterno un muratore murò l’ingresso.
Non lascerà più il suo piccolo “romitorio”. Come le recluse, vivrà segregata dal mondo per un periodo di circa trent'anni, percorrendo fino in fondo la lunga via dell'ascesi e della mistica. Penitenza e preghiera saranno le sue occupazioni quotidiane. A tenerla in vita pensavano i contadini di Certaldo e dei dintorni. Racconta la tradizione popolare che anche i fanciulli corressero in suo aiuto numerosi, portandole qualche cosa da mangiare e che Giulia, grata e sorridente, li contraccambiasse con dei fiori freschi in qualsiasi stagione dell'anno. Nulla di più si sa di lei, se non che era molto venerata dai suoi concittadini per la vita di pietà vissuta sotto i loro occhi.
Morì intorno all’anno 1370. Il suo culto si sviluppò subito dopo il suo trapasso, poiché già al 1372 risale la dedicazione di un altare nella stessa chiesa presso la quale aveva vissuto e dove era stato tumulato il suo corpo. Fin dal 1506, il comune certaldese contribuiva per la festa in onore della beata, alla cui protezione fu attribuita più volte la liberazione dai contagi e dalla peste.
I suoi resti mortali si venerano a Certaldo nella chiesa dei Ss. Michele e Giacomo che un tempo era degli agostiniani.
Il suo culto ab immemorabili fu confermato da Pio VII nel 1819.

11 Gennaio            San Tommaso Placidi da Cori

Ricorrenza:            11 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   4 Giugno 1655
Anno della Morte: 11Gennaio 1729

San Tommaso Placidi da Cori, al secolo Francesco Antonio (Cori, 4 giugno 1655; † Bellegra, 11 gennaio 1729), è stato un presbitero italiano, appartenente all'Ordine dei Frati Minori, venerato come santo dalla Chiesa Cattolica.
Biografia:

Già in vita conosciuta come Magistra Theologorum (Maestra dei Teologi), Angela da Foligno (1248-1309) il 9 ottobre scorso ha ricevuto da Papa Francesco la canonizzazione per equipollenza (possesso antico del culto; costante e comune attestazione di storici degni di fede sulle virtù o sul martirio; ininterrotta fama di prodigi).
Innocenzo XII la beatificò nel 1693 e San Pio X ne sanzionò la tradizione fissando la sua festa al 4 febbraio. Mistica contemporanea di Dante e di Jacopone da Todi, Angela nacque a Foligno in una ricca famiglia e visse fra i benesseri e i piaceri del mondo. Si sa con certezza che si sposò, ebbe dei figli e la madre soddisfaceva tutti i suoi capricci. Ma cominciò, come lei stessa racconterà al Direttore Spirituale, il Conventuale Minore A. (la tradizione decifra la A. con fra’Arnaldo) a «conoscere il peccato», come è riportato nel Memoriale steso dallo stesso francescano. Andò a confessarsi, ma «la vergogna le impedì di fare una confessione completa e per questo rimase nel tormento».
Pregò San Francesco che le apparve in sogno, rassicurandola che avrebbe conosciuto la misericordia di Dio. E la pace arrivò nel 1285, attraverso una confessione totale: aveva 37 anni. Iniziò così una vita di austera penitenza: povertà dalle cose, povertà dagli affetti, povertà da se stessa. A motivo della drastica conversione dovette affrontare ostilità ed ingiurie da parte della famiglia. Ma lei perseverò anche quando morirono madre, marito, figli.
Angela si presenta come una delle più brillanti incarnazioni dell’ideale francescano della fine del Duecento. In un primo tempo, in preda a strani fenomeni, fu giudicata sospetta dai frati minori; ma intorno al 1290 la accettarono fra i penitenti del Terz’ordine. Il teologo Ubertino da Casale (citato nella Divina Commedia) fu conquistato dal suo ideale spirituale e con lui fu strettamente coinvolta nelle controversie che laceravano l’Ordine francescano, diventando una dei responsabili del movimento rigorista.
Il Memoriale fu sottoposto ad esperti, fra cui il Cardinale Giacomo Colonna, che lo approvò intorno al 1297. Questa autobiografia spirituale mostra i trenta passi che l’anima compie raggiungendo l’intima comunione con Dio, attraverso la meditazione dei misteri di Cristo, l’Eucaristia, le tentazioni e le penitenze. Esso rappresenta la prima sezione del Liber. La seconda parte, nota come Instructiones, contiene documenti religiosi di vario tipo, curati da diversi e ignoti redattori, dove si trovano anche le lettere che Angela scriveva ai suoi figli spirituali.
Nel 1291, come la mistica narrò al suo confessore, lungo il cammino che la conduceva ad Assisi, fu alla presenza della Trinità: «Ho visto una cosa piena, una maestà immensa, che non so dire, ma mi sembrava che era ogni bene. (…) dopo la sua partenza, cominciai a strillare ad alta voce (…) Amore non conosciuto perché? (…) perché mi lasci?». La mistica di Foligno insegna che non c’è vera vita spirituale senza l’umiltà e senza la preghiera. Questa può essere corporale (vocale), mentale (quando si pensa a Dio) e soprannaturale (contemplazione): «In queste tre scuole uno conosce sé e Dio; e per il fatto che conosce, ama; e perché ama, desidera avere ciò che ama. E questo è il segno del vero amore: che chi ama non trasforma parte di sé, ma tutto sé nell’Amato».
Nel corso dei secoli, fra i tanti che aderirono alla sua spiritualità, ricordiamo Santa Teresa d’Avila e la Beata Elisabetta della Trinità. Angela comprese che la profonda comunione con Dio non è un’utopia, ma una possibilità, impedita solo dal peccato: di qui la necessità della mortificazione e del sacrificio; per raggiungere l’unione profonda con il Signore sono indispensabili l’Eucaristia e la meditazione della Passione e Morte di Cristo, ai piedi della Croce, insieme a Maria Santissima.

12 Gennaio            San Bernardo da Corleone

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   6 Febbraio 1605
Anno della Morte: 12 Gennaio 1667

San Bernardo da Corleone, al secolo Filippo Latini (Corleone, 6 febbraio 1605; † Palermo, 12 gennaio 1667) è stato un religioso italiano, appartenente all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
Biografia:

Nacque il 6 febbraio 1605 a Corleone, in Sicilia, battezzato con il nome di Filippo, quinto figlio di Leonardo, un calzolaio e conciatore di pelli, e di Domenica. La sua casa era, a detta di popolo,  "casa di santi" , poiché il padre era misericordioso coi poveri fino a portarseli a casa, lavarli, rivestirli e rifocillarli con squisita carità. Molto virtuosi erano anche i fratelli e le sorelle. Su questo terreno così fertile il giovane Filippo imparò presto ad esercitare la carità e ad essere devoto del Crocifisso e di Maria Vergine, alla quale ogni sabato rendeva l'omaggio della lam­pada votiva.

La vita della Sicilia del tempo, sotto la domi­nazione spagnola, era piena di fermenti politici e religiosi. Così, alla religiosità del calzolaio Filippo corrispondeva la sua vita caritativa. Sono molti coloro che hanno testimoniato di aver visto il giovane che andava cercando l'elemosina per la città in tempo d'inverno per carcerati senza vergognarsene. Filippo, poi, trattava bene i suoi dipendenti, dal momento che gestiva una bottega di calzolaio. Fu anche un bravo e temibile spadaccino, non solo di Corleone, ma di tutto il circondario; i suoi primi biografi affermano che arrivò ad essere considerato la prima spada di Sicilia.

Alcuni testimoni precisarono ai processi che nessun difetto si era notato se non la focosità che aveva nel mettere mano alla spada quando era provocato. Questa focosità provocò ansie e timori non indifferenti ai genitori. I testimoni furono comunque tutti concordi nel deporre che se Filippo metteva mano alla spada era per difendere il prossimo da qualche vessazione: in ogni caso, non provocò mai nessuno, ma sempre fu provocato.

L'episodio del duello con Vito Canino del 1624 fu certamente decisivo nella giovinezza di Filippo, anche se è stato colorato con particolari romanzeschi. Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ebbe una vasta risonanza popolare, Filippo aveva avuto delle scaramucce con un non meglio identificato Vinuiacitu, che se l'era cavata con due dita ferite. Vito Canino, il commissario venuto da Palermo a Corleone per carpire il primato della scherma a Filippo, in realtà era un sicario mandato da Vinuiacitu allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dell'umiliazione subita. Nel duello Filippo mutilò per sempre il braccio del Canino, rendendolo inabile. Anche se aveva agito per legittima difesa, Filippo provò dolore e dispiacere vivissimo per aver ferito il Canino, e sebbene fosse considerato la prima spada della Sicilia, chiese perdono al ferito e, anche quando divenne cappuccino, lo aiutò economicamente, tramite i benefattori, e moralmente, fino al punto che i due divennero amici carissimi.

L'episodio influì molto sulle future decisioni di Filippo che decise di abbracciare la vita religiosa e chiese di poter entrare nel­l'Ordine cappuccino, dove fu ammesso dopo non poche perplessità da parte dei superiori, che ben conoscevano il suo passato burrascoso. Il 13 dicembre 1631, vestì nel noviziato di Caltanissetta il saio dei cappuccini, i frati più inseriti nelle classi popolari, e volle chiamarsi frate Bernardo da Cor­leone. Terminato il noviziato, emise la professione religiosa e s'incamminò speditamente sulla via della perfezione cristiana. I confratelli che vivevano con lui notavano l'ansia religiosa di un uomo sempre impegnato nel condurre una vita profondamente cristiana e protesa verso la perfezione. Era la coerenza a spingerlo a comportarsi da vero cristiano e buon frate. Senza atteggiarsi a maestro, fra Bernardo voleva coinvolgere tutti nel cammino verso la salvezza attraverso l'amore di Dio e la penitenza.

Nella preghiera emergeva l'immagine più bella e autentica di fra Bernardo da Corleone. Chi lo vedeva, riteneva che conversasse con Dio, indirizzando a Lui pensieri ed affetti; e nello stesso tempo appariva miseri­cordioso con tutti e pacifico. La sua vita fu del tutto semplice, passò attraverso i diversi conventi della provincia, a Bisacquino, Bivona, Castelvetrano, Burgio, Partitico, Agrigento, Chiusa, Caltabellotta, Polizzi, e forse a Salemi e Monreale, ma è difficile ricavarne un quadro cronologicamente esatto. Si sa che trascorse gli ultimi quindici anni di vita a Palermo.

Il suo ufficio come fratello fu quello di cuciniere o di aiutante cuciniere. Ma egli sapeva aggiungervi la cura degli ammalati e una quantità di lavori supple­mentari per essere utile a tutti. Si racconta un episodio tanto bello quanto divertente di questa sua gene­rosità. Trovandosi con i frati di Bivona durante un'epidemia, si prodigò nel curarli in ogni necessità, perché l'unico rimasto sano in comunità era lui. Ma poi venne colto anch'egli dal male: allora, prese da una chiesa una statuetta di san Francesco e se l'infilò in una manica dicendo:

« Adesso tu rimani lì dentro finché non mi fai guarire, perché possa aiutare i confratelli »

La sua opera d'infermiere si estese anche agli animali, in un tempo in cui la morte di un mulo o di un bovino poteva significare rovina per una famiglia. Si fece a suo modo esortatore e predicatore con certi suoi brevi sermoni in rima ancora ricordati, come:

« Momentaneo è il patire 
sempre eterno è il partire »

Si fermava volentieri di notte in chiesa perché diceva che non era bene lasciare il Santissimo Sacramento solo ed egli restava presso il tabernacolo finché fossero venuti altri frati. Trovava tempo per aiutare il sacrestano, per restare più vicino possibile al tabernacolo. Contro il costume del tempo egli usava fare la comunione quotidiana. Tanto che i superiori negli ultimi anni di vita, prostrato per le continue penitenze, gli affidarono il compito di stare solo a servizio dell'altare.

Secondo la migliore tradizione dei fratelli laici dell'Ordine, fra Bernardo non esitava a definirsi l'asino dei frati e a chi gli consigliava d'imparare a leggere, rispondeva:

« Le piaghe di Cristo Nostro Signore, queste dobbiamo studiare »

La solidarietà con i suoi confratelli si apriva fino ad assumere una dimen­sione sociale. A Palermo, in circostanze di calamità naturali, come terremoti e uragani, si fece mediatore davanti al tabernacolo, lottando come Mose:

«  Piano, Signore, piano! Usateci misericordia! Signore, la voglio questa grazia, la voglio! »

Due mesi prima della morte fra Bernardo sempre più frequentemente ripeteva: "paradiso, paradiso; presto ci vedremo in paradiso", e lo diceva con allegria straordinaria. Sul letto di morte, ricevuta l'estrema unzione, con gioia ripeté: "Andiamo, andiamo", e spirò nel convento dei Cappuccini a Palermo. Erano le ore 14 di mercoledì, 12 gennaio 1667.

Un suo intimo confratello, fra Antonino da Partanna, lo vide in spirito tutto luminoso che ripeteva con ineffabile gioia:

« Paradiso! Paradiso! Paradiso! Be­nedette le discipline! Benedette le veglie! Benedette le penitenze! Benedette le rinnegazioni della volontà! Benedetti gli atti di ubbidienza! Benedetti i digiuni! Benedetto l'esercizio di tutte le perfezioni religiose! »

La sua fama di santità era talmente grande che spinse subito i superiori e le autorità ecclesiastiche ad avviare il processo per la beatificazione.

Culto

La sua tomba si trova nella Chiesa dei cappuccini, piazza Cappuccini, 1 a Palermo.

14 Gennaio            Beato Odorico da Pordenone

Ricorrenza:            14 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1285
Anno della Morte: 14 Gennaio 1331

Beato Odorico da Pordenone (Villanova di Pordenone, 1285; † Udine, 14 gennaio 1331) è stato un religioso, presbitero e missionario italiano dell'Ordine dei Frati Minori.
Biografia:

Nacque a Villanova di Pordenone, nella seconda metà del XIII secolo, giovanissimo si fece francescano a Udine. Fu uno dei rari viaggiatori occidentali in Estremo Oriente nel Medio Evo. Il racconto del suo viaggio, dettato a frate Guglielmo da Solagna, è ritenuto autentico e affidabile. Per contro, quello scritto in antico francese, nella seconda metà del XIV secolofu arricchito da John Mandeville con scene e racconti immaginari.

Entrato giovane in convento, dopo una esperienza di vita eremitica, fu ordinato sacerdote a 25 anni. Dopo alcuni anni da predicatore in vari conventi d'Italia, nel 1314 fu inviato dal suo Ordine in Oriente. Partì per mare da Venezia da dove raggiunse Costantinopoli, da qui ancora per mare raggiunse Trebisonda. Visse in terra armena per un certo periodo presso un convento della sua comunità a Erzurum, per approfondire la conoscenza delle lingue orientali. Scese poi nei territori dell'attuale Iraq da prima a Tabriz e poi a Sultaniya, anche qui soggiornò presso un convento del suo ordine. Scese poi a sud toccando varie città persiane tra cui Kashan, Yazd, Persepoli e Shiraz per raggiungere il Golfo Persico. A Ormuz si imbarcò per l'India, dove sbarcò dopo un viaggio di una ventina di giorni a Thana, città nei pressi dell'attuale Bombay.

In questa città quattro suoi confratelli: fra Tommaso da Tolentino, Giacomo da Padova, Demetrio Georgiano e Pietro da Siena.[1] vennero martirizzati alcuni anni prima. I corpi dei martiri furono portati dal padre domenicano Jordanus Catalani a Supera, cittadina ad una quarantina di chilometri a nord di Bombay dove vennero sepolti. Odorico ne dissotterrò i corpi e prese con se le spoglie nel lungo viaggio verso la Cina. Riprese il viaggio per mare scendendo le coste occidentali dell'India, raggiunse probabilmente l'isola di Ceylon, risalì la costa orientale indiana per portarsi sulla tomba di san Tommaso apostolo a Maylapur nei pressi di Madras.

Lasciate le coste indiane su una giunca, raggiunse l'isola di Sumatra, toccò vari porti meridionali di questa isola e poi raggiunse l'isola di Giava e probabilmente del Borneo. Qui le descrizioni del viaggiatore si fanno confuse, in quanto i nomi citati non sono più riconoscibili oggi. Secondo alcuni toccò varie isole dell'arcipelago filippino e forse anche alcune isole meridionale del Giappone.[2]

Giunse in fine nel porto di Chin-Kalan l'attuale Canton nella Cina meridionale. Qui fu grande lo spavento di Odorico nell'apprendere che i doganieri avrebbero ispezionato la nave in cera di merce proibita all'importazione. Tra queste merci proibite vi erano le ossa dei martiri.[3] Ma gli ispettori non trovarono le ossa dei martiri francescani e Odorico le poté portare fino al porto di Xiamen (Amoy) dove furono in fine traslate in uno dei due conventi dell'Ordine esistenti in città.

Interessante notare come i figli di san Francesco, morto appena cento anni prima, già avevano raggiunto gli estremi confini del mondo allora conosciuto. Questa espansione, come spiegò Odorico, fu in parte favorita dallo sterminato Impero Mongolo, instauratosi in quegli anni in Asia. I Mongoli, non avendo una religione propria, furono influenzati dalle religioni dei popoli che incontrarono. Divennero mussulmani in Persia, buddisti in India e seguaci di Confucio in Cina e furono anche affascinati dalla predicazione dei missionari cristiani che raggiunsero le loro contrade.[4]

Proseguì il viaggio verso nord, toccò Fuzhou e attraverso i monte giunse a Zhejiang e Hangzhou, allora conosciuta come la città più grande del mondo. Proseguì poi per Nanchino e attraversato il fiume Azzurro si imbarcò sul Gran Canale per raggiungere la capitale dell'impero allora chiamata Kambalik l'attuale Pechino.

Qui visse per tre anni presso la missione del suo confratello e arcivescovo Giovanni da Montecorvino allora già molto anziano.

Riprese il cammino verso casa attraverso l'Asia Centrale, ma qui il racconto di fra Odorico si fa meno preciso e i riferimenti geografici sono confusi. Probabilmente attraversò il Tibet, giunse nel nord della Persia e poi di nuovo in Armenia fino al porto di Trebisonda dove si imbarcò per Venezia giungendovi alla fine degli anni venti.

Nel maggio del 1330, su richiesta del suo superiore Guidotto, Odorico, ospite del monastero presso la Basilica di Sant'Antonio, dettò il resoconto del suo viaggio al frate Guglielmo di Solagna.

Da lì Odorico, per adempiere il compito affidatogli dall'arcivescovo Giovanni da Montecorvino di informare il Papa su quanto visto in Estremo Oriente, riprese il cammino per raggiungere la curia papale ad Avignone; l'itinerario prescelto prevedeva un viaggio via terra fino a Pisa, poi via mare fino a Marsiglia e quindi ad Avignone.

Giunto a Pisa, però, si ammalò. Fece allora ritorno nella sua patria natale il Friuli, presso il convento che lo vide novizio a Udine, dove morì il 14 gennaio del 1335.

Culto

Il culto al beato Odorico fu riconosciuto il 2 luglio 1755 da Benedetto XIV, che due anni più tardi concesse all'Ordine dei Frati Minori la facoltà di celebrarne la festa, facoltà poi estesa alle diocesi di Udine e di Concordia-Pordenone.

Nel XX secolo dopo la pubblicazione dell'edizione critica nel 1929 della relazione del viaggio missio­nario di Odorico, si ridestò l'interesse per la ripresa della Causa di canonizzazione del beato. Nel 1982 si svolse un Convegno di studio sulla vita e l'opera del beato Odorico e nel 1994 il Ministro provinciale di Padova, padre Agostino Gardin, avanzava esplicita richiesta per la ripresa della Causa.

Il 15 aprile 1994 il postulatore padre Ambrogio Sanna ha presentato il supplex libellus all'Arcivescovo di Udine, che ha proceduto all'istituzione di una commissione di storici per la raccolta della documentazione che consenta di provare non solo la continuità del culto, ma soprattutto l'eroicità delle virtùesercitate dal beato Odorico.

Il 9 gennaio 2002 vi fu l'apertura solenne del processo di canonizzazione del grande missionario friulano in Oriente.

15 Gennaio            Beato Giacomo l'Elemosiniere Terziario

Ricorrenza:            15 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1270
Anno della Morte: 15 gennaio 1304

Avvocato, proveniente da una famiglia abbiente, restaurò, a Città di Pieve in Umbria, una chiesa e un ospedale entrambi abbandonati, ove in modo esemplare si prese cura dei poveri e degli infermi.

Martirologio Romano: A Città della Pieve in Umbria, beato Giacomo, detto l’Elemosiniere, giurisperito che si fece avvocato dei poveri e degli oppressi. .
Biografia:

Giacomo, figlio di Antonio da Villa e di Mostiola, è nato a Città della Pieve in Umbria nel 1270. Educato sin da piccolo alla fede cristiana, certamente l’esempio di carità dei suoi genitori ha temprato il suo carattere ad una carità profonda e sincera verso i più poveri. Timorato di Dio volentieri e spesso partecipa alla preghiera e alla liturgia nella vicina Chiesa dei Servi di Maria.
Con serietà e grande attitudine si impegna nello studio; secondo alcuni indizi sembra abbia frequentato nella città di Siena le discipline di lettere e di diritto, riuscendo in ambedue in breve tempo e ottimo profitto.
Già da giovane si occupa dei poveri e degli ammalati dimostrando una carità eroica, e, come avvocato, non risparmia alcuna fatica nel difendere i diritti degli orfani, delle vedove, dei bisognosi e dei perseguitati. Coerente con la sua fede non ha paura di alcun ostacolo nella difesa della verità e della giustizia. 
Devoto della Madonna, conquistato dal carisma dei sette laici fiorentini che si posero al servizio della Vergine, si sente chiamato alla comune vocazione, decide così di farsi Terziario dei Servi di Maria. Senz’altro avrà incontrato qualcuno di essi ancora vivente e San Filippo Benizi, e da questi in persona avrà sentito parlare di questa chiamata della Benedetta, che tra tutti gli uomini ne ha scelti alcuni perché si ponessero al suo particolare servizio.
Conquistato dal Comandamento nuovo di Gesù, fondamento del carisma servitano, egli dedica tutta la sua esistenza ad amare Dio e il prossimo, e particolarmente colpito da quel versetto dove Gesù dice: << Se qualcuno non rinunzia a tutto quello che possiede, non può essere mio discepolo >>, ritenendolo rivolto a lui egli lascia ogni cosa per il regno dei cieli.
A sue spese restaura la chiesa e l’ospizio fuori della porta della città e li accoglie i più diseredati, servendoli con straordinaria carità: da loro da mangiare, ne medica le piaghe, offre loro ogni servizio più umile. Mai rifiutandosi di aprire il suo cuore e la sua casa ad ogni povertà, è semrep pronto a dare amore ed elemosine, così da essere chiamato da tutti l’elemosiniere.
Il vescovo di Chiusi, potente signore del luogo, pretende di usurpare i beni dell’ospizio. Questo avrebbe danneggiato i poveri la ospitati, e Giacomo, come sempre coerente difensore della giustizia e dei poveri, ricorse contro l’usurpatore appellandosi ai giudici della curia romana ed ebbe nella sua difesa esito felice. A questo punto l’usurpatore, con il pretesto di un incontro di pacificazione, lo invita a Chiusi e mentre Giacomo ritorna vrso il suo ospizio, lo fa uccidere da due sicari. È il 15 gennaio 1304, quando muore martire innocente di carità e giustzia, nella difesa dei poveri e degli oppressi.
La Chiesa approva il culto del Beato Giacomo Elemosiniere nel 1806 e Papa Pio IX concede all’Ordine dei Servi di celebrare la Messa e l’Ufficio proprio. Il suo corpo si conserva a Città di Pieve nella Chiesa a lui dedicata.

16 Gennaio            Santi Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto 
Protomartiri dell’Ordine dei Frati Minori                                            

Ricorrenza:            16 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 16 gennaio 1220

Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni. Giunti nella Spagna, sprezzanti del pericolo, cominciarono a predicare la fede di Cristo nelle Moschee. Condotti dinanzi al Sultano e imprigionati, e poi trasferiti nel Marocco con l’ordine di non predicare più il nome di Cristo, continuarono con estremo coraggio ad annunciare il Vangelo. Per questo furono crudelmente torturati e, infine, decapitati il 16 gennaio 1220 per ordine del principe dei Mori. All’annuncio del glorioso martirio, san Francesco esclamò: “Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati Minori”. Furono canonizzati dal papa francescano Sisto IV nel 1481.

Martirologio Romano: Presso la città di Marrakesch in Mauritania nell’odierno Marocco, passione dei santi martiri Berardo, Ottone, Pietro, sacerdoti, Accorsio e Adiuto, religiosi, dell’Ordine dei Minori: mandati da san Francesco ad annunciare il Vangelo di Cristo ai musulmani, catturati a Siviglia e condotti a Marrakesch, per ordine del capo dei Mori furono trafitti con la spada. 


Biografia:

La Chiesa universale venera il diacono Santo Stefano quale primo martire della cristianità, ma anche le Chiese locali, nonché le congregazioni religiose, hanno da sempre prestato da sempre particolare venerazione ai loro protomartiri. In data odierna è l’Ordine dei Frati Minori a festeggiare quei confratelli che per primi hanno versato il loro sangue a perenne testimonianza della loro fede cristiana: Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, questi i loro nomi, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni. 
Sei anni dopo la sua conversione, fondato l’Ordine dei Frati Minori, San Francesco si sentì acceso dal desiderio di martirio e decise di recarsi in Siria per predicare la fede e la penitenza agli infedeli. La nave su cui viaggiava finì però a causa del vento sulle rive della Dalmazia ed egli fu costretto a ritornare ad Assisi. Il desiderio di ottenere la corona del martirio continuò comunque a pervadere il cuore di Francesco e pensò allora di mettersi in viaggio verso il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Miramolino, capo dei musulmani, ed ai suoi sudditi. Giuntò in Spagna, fu però costretto nuovamente a fare ritorno alla Porziuncola da un’improvvisa malattia.
Nonostante i due insuccessi subiti, organizzò l’Ordine in province e provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni europee. Nella Pentecoste del 1219 diede inoltre licenza al sacerdote Otone, al suddiacono Berardo ed ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di recarsi a predicare il Vangelo ai saraceni marocchini, mentre egli optò per aggregarsi ai crociati diretti in Palestina, al fine di visitare i luoghi santi e convertire gli infedeli indigeni.Ricevuta la benedizione del fondatore, i sei missionari raggiunsero a piedi la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, capo della spedizione, si ammalò, ma ciò non impedì agli altri cinque confratelli di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. A Coimbra, in Portogallo, la regina Orraca, moglie di Alfonso II, li ricevette in udienza. Si riposarono alcuni giorni nel convento di Alemquer, beneficiando dell’aiuto dell’infanta Sancha, sorella del re, che fornì loro degli abiti civili per facilitare la loro opera di apostolato tra i mussulmani. Così abbigliati, si imbarcarono alla volta della sontuosa città di Siviglia, a quel tempo capitale dei re mori. Non propriamente prudenti, si precipitarono frettolosamente alla principale moschea ed ivi si misero a predicare il Vangelo contro l’islamismo. Furono naturalmente presi per folli e malmenati, ma essi non si scomposero e, recatisi al palazzo del re, chiesero di potergli parlare. Miramolino li ascoltò di malavoglia e, non appena udì qualificare Maometto quale falso profeta, andò su tutte le furie ed ordinò di rinchiuderli in un’oscura prigione. Suo figlio gli fece notare che farli decapitare subito sarebbe stata una sentenza troppo rigirosa, quanto sommaria, ed era dunque preferibile osservare perlomeno qualche formalità. Dopo alcuni giorni il sovrano li fece chiamare davanti al suo tribunale e, avendo saputo che desideravano trasferirsi in Africa, anziché rimandarli in Italia li accontentò imbarcandoli su un vascello pronto a salpare per il Marocco.Compagno di viaggio dei cinque missionari fu l’infante portoghese Don Pietro Fernando, fratello del re, assai desideroso di ammirare la corte di Miramolino. Sin dal loro arrivo nel paese africano, Berardo, conoscitore la lingua locale, prese subito a predicare la fede cristiana dinnanzi al re ed a criticare Maometto ed il Corano, libro sacro dei musulmani. Miramolino li fece allora cacciare dalla città, ordinando inoltre che fossero rimandati nelle terre cristiane. Ma i frati, non appena furono liberati, rientrarono prontamente in città e ripresero a predicare sulla pubblica piazza. Il re infuriato li fece allora gettare in una fossa per farveli perire di fame e di stenti, ma essi, dopo tre settimane di digiuno, ne furono estratti in migliori condizioni rispetto a quando vi erano stati rinchiusi. Lo stesso Miramolino ne restò alquanto meravigliato. Ciò nonostante dispose per una seconda volta che fossero fatti ripartire per la Spagna, ma nuovamente essi riuscirono a fuggire e tornarono a predicare, finché l’infante di Portogallo non li bloccò nella sua residenza sotto sorveglianza, temendo che il loro eccessivo zelo potesse pregiudicare anche i cristiani componenti il suo seguito.
Un giorno Miramolino, per sedare alcuni ribelli, fu costretto a marciare con il suo esercito, richiedendo anche l’aiuto del principe portoghese. Quest’ultimo vi erano però anche i cinque francescani ed un giorno, in cui venne a mancare l’acqua all’esercito, Berardo prese una vanga e scavò una fossa, facendone scaturire un’abbondante sorgente di acqua fresca con innegabile grande meraviglia da parte dei mori. Continuando però a predicare malgrado la proibizione del re, furono nuovamente fatti arrestare, sottoposti a flagellazione e gettati in prigione. Furono poi allora consegnati alla plebe, perché facesse vendicasse le ingiurie da loro proferite contro Maometto: furono così flagellati ai crocicchi delle strade e trascinati sopra pezzi di vetro e cocci di vasi rotti. Sulle loro piaghe vennero versati sale e aceto misti ad olio bollente, ma essi sopportarono tutti questi dolori con tale fortezza d’animo tanto da sembrare impassibili. Miramolino non poté che rimanere ammirato per tanta pazienza e rassegnazione e cercò dunque di convincerli ad abbracciare l’Islam promettendo loro ricchezze, onori e piaceri. I cinque frati però respinsero anche le cinque giovani loro offerte in mogli e perseverarono imperterriti nell’esaltare la religione cristiana.
A tal punto il Miramolino non resistette più a cotante avversioni e, preso dalla collera, impugnò la sua scimitarra e decapitò i cinque intrepidi confessori della fede: era il 16 gennaio 1220, presso Marrakech. In tale istante le loro anime, mentre spiccavano il volo per il cielo, apparvero all’infanta Sancha, la loro benefattrice, che in quel momento era raccolta in preghiera nella sua stanza.
I corpi e le teste dei martiri furono subito fuori del recinto del palazzo reale. Il popolo se ne impadronì, tra urla e oltraggi di ogni genere li trascinò per le vie della città ed infine li espose sopra un letamaio, in preda ai cani ed agli uccelli. Un provvidenziale temporale mise però in fuga gli animali e permise così ai cristiani di recuperare i resti dei frati e trasportarli nella residenza dell’infante. Questi fece costruire due casse d’argento di differente grandezza. Nella più piccola vi depose le teste, mentre nella più grande i corpi martiri. Tornando in Portogallo, portò infine con sé le preziose reliquie, che destinò alla chiesa di Santa Croce di Coimbra, ove sono ancora oggi sono oggetto di venerazione. Tale esperienza fece maturare in Sant’Antonio da Lisbona (da noi conosciuto come Antonio di Padova) l’idea di passare dall’Ordine dei Canonici Regolari ai Frati Minori. Appresa la notizia del martirio dei cinque suoi figli, San Francesco esclamò: “Ora posso dire che ho veramente cinque Frati Minori”. Furono canonizzati dal pontefice francescano Sisto IV nel 1481 ed il Martyrologium Romanum li commemora al 16 gennaio, anniversario del loro glorioso martirio.

16 Gennaio            Beato Giuseppe Antonio Tovini Terziario Francecano 

Ricorrenza:            16 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   14 marzo 1841
Anno della Morte: 16 gennaio 1897

"Le nostre Indie sono le nostre scuole". Voleva diventare missionario il beato bresciano Giuseppe Tovini. E nei suoi 55 anni di vita (nacque a Cividate Camuno nel 1841 e morì a Brescia nel 1897) fu un apostolo nei campi più diversi del sociale: la scuola, appunto, e poi l'avvocatura, il giornalismo, le banche, la politica, le ferrovie, le società operaie, l'università. Dopo gli studi, lavorò presso l'avvocato bresciano Corbolani. Ne sposò la figlia Emilia, con cui ebbe 10 bambini. Innumerevoli le cariche che ricoprì e le istituzioni cui diede vita: sindaco, consigliere provinciale e comunale, presidente del Comitato diocesano dell'Opera dei congressi; fondatore di casse rurali, della Banca San Paolo di Brescia, del Banco Ambrosiano di Milano, del quotidiano «Il Cittadino di Brescia» e della rivista «Scuola italiana moderna», di varie altre opere pedagogiche e dell'«Unione Leone XIII», che sfocerà nella Fuci. Attività che traevano linfa da un'intensa vita spirituale di stile francescano (era terziario). (Avvenire)

Martirologio Romano: A Brescia, beato Giuseppe Antonio Tovini, che, maestro, aprì molte scuole cristiane e fece costruire opere pubbliche, dando sempre, in ogni sua attività, testimonianza di preghiera e di virtù. 
Biografia:

La scelta laicale e matrimoniale

Giuseppe Antonio Tovini nasce a Cividate Camuno, in Valle Camonica, il 14 marzo 1841. Studia a Lovere, in provincia di Bergamo, e a Verona, dove frequenta le ultime due classi del liceo presso il Collegio Mazza, e si laurea in giurisprudenza all’università di Pavia il 15 agosto 1865. Ancora a Lovere, nello stesso anno, comincia l’attività professionale e assume l’incarico di vicedirettore e professore del Collegio Municipale, dove era stato studente. Due anni dopo si trasferisce a Brescia presso lo studio dell’avvocato Giordano Corbolani, suo futuro suocero. Qui si svolgerà definitivamente la sua attività professionale di avvocato e qui maturerà la sua vocazione al matrimonio con Emilia Corbolani, contrastata, negli anni della giovinezza, da una lunga e penosa fase d’incertezza fra lo stato religioso e quello matrimoniale. Nel gennaio del 1875, il giorno dell’Epifania, sposerà finalmente Emilia, di dodici anni più giovane di lui, con la quale costituirà una famiglia esemplare allietata dalla nascita di dieci figli. Le lettere alla fidanzata e alla moglie, durante le numerose assenze da casa per motivi professionali e di apostolato, costituiscono una testimonianza di come Tovini avesse scelto il matrimonio come strumento di santificazione.

La militanza cattolica e la vita politica

Proveniente da una famiglia di condizioni economiche modeste, Tovini sarà costretto a lavorare fino al termine della vita per mantenere la sua famiglia senza potersi dedicare interamente all’attività apostolica. Tuttavia, ciò non gli impedirà di diventare uno dei principali dirigenti locali e nazionali dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, della quale sarà presidente diocesano e vicepresidente a livello nazionale, e di essere il primo consigliere comunale cattolico eletto nel Comune di Brescia oltre che per lunghi anni membro del consiglio provinciale della stessa città.

La sua vita politico-amministrativa era cominciata nel 1871 con la nomina a sindaco di Cividate, il suo paese d’origine, incarico che terrà per tre anni, ed era continuata con l’elezione a consigliere provinciale del mandamento di Pisogne, in provincia di Brescia, nel 1879. Ma il centro della sua battaglia politica si svolge a Brescia contro la dominazione laicista che guidava i consigli comunale e provinciale della città dall’unificazione d’Italia, sotto il controllo di Giuseppe Zanardelli (1826-1903), esponente di grande rilievo nazionale della sinistra liberale, acceso anticattolico, ministro guardasigilli e presidente del Consiglio, oltre che "padrone" assoluto della politica bresciana.

Erano gli anni successivi all’unificazione del paese, compiutasi nel 1870 con la conquista di Roma. Erano anni difficili soprattutto per i cattolici, che vedevano la patria guidata politicamente da un gruppo liberale ostile alla Chiesa e il Papa prigioniero in Vaticano, che non potevano partecipare alle elezioni politiche per il divieto della Santa Sede, ma che cominciavano a organizzarsi per cercare di guidare i Comuni attraverso la partecipazione alle elezioni amministrative. Vissuto nel periodo a cavallo di queste trasformazioni, Tovini incarna il caso di coscienza dei cattolici italiani. Certamente non nostalgico del periodo in cui la sua terra faceva parte dell’impero asburgico in conseguenza del giurisdizionalismo che aveva contraddistinto la politica ecclesiastica austriaca almeno fino al Concordato del 1855 e che l’aveva resa invisa a molti cattolici, non aveva potuto peraltro non notare il carattere apertamente liberale e anticattolico svelato dalla Rivoluzione italiana dopo il 1848. Così, nel 1880, promuove con altri cattolici bresciani l’Associazione Elettorale Cattolica e due anni dopo viene eletto primo e unico consigliere al Comune di Brescia, e nel 1895, due anni prima della morte, si compirà il trionfo politico con la definitiva sconfitta degli zanardelliani e la conquista della maggioranza del Comune e della Provincia da parte dei cattolici alleati ai liberali moderati. La vittoria lascerà un segno duraturo nella storia politica di Brescia, con il consiglio provinciale guidato da questa alleanza per un trentennio e con un periodo, dal 1913 al 1920, in cui su sessanta consiglieri uno soltanto fra i continuatori della politica di Zanardelli riuscirà a essere eletto.

Ma le vittorie politiche, conquistate dopo un lungo periodo d’incubazione, erano il frutto di un grande lavoro nel corpo sociale, di cui Tovini è stato uno dei principali attori.

Il campo pedagogico e scolastico è quello nel quale Tovini spende le sue migliori energie, tanto che nel 1888 il Comitato Permanente dell’Opera dei Congressi apre a Brescia la Terza Sezione, appunto dedicata all’istruzione e all’educazione, e ne affida la direzione a Tovini. Nello stesso anno, il Governo fa chiudere il Collegio dedicato al nobile bresciano venerabile Alessandro Luzzago (1551-1602), che Tovini aveva fondato nel 1882; ed egli intraprende la battaglia per la sua riapertura, finalmente ottenuta nel 1894 sotto il nome del poeta neoclassico bresciano Cesare Arici (1782-1836). Frattanto, nel 1888, aveva fondato l’Opera per la Conservazione della Fede nelle Scuole in Italia e nel 1891 la dotava di un periodico, Fede e Scuola. Nel 1893 fonda una Lega d’Insegnanti Cattolici e il 5 aprile dello stesso anno Scuola Italiana Moderna, primo periodico a livello nazionale di carattere pedagogico e didattico, tuttora pubblicato.

Ma l’azione di Tovini non si manifesta soltanto nella vita politico-amministrativa e nella scuola. Fra le iniziative più importanti e ricche di conseguenze nella storia italiana vi sono, nel settore economico-finanziario, la fondazione della Banca di Valle Camonica, nel 1872, della Banca San Paolo di Brescia, nel 1888, e del Banco Ambrosiano, nel 1896; in quest’ultima iniziativa, quasi al termine della sua esistenza terrena, Tovini impegnerà tutte le sue forze — secondo quanto riportato da un suo biografo, il padre oratoriano Antonio Cistellini — per difendere la scelta che la banca avesse anzitutto finalità apostoliche a sostegno delle opere del movimento cattolico e della scuola in particolare, contro chi la voleva banca d’affari caratterizzata anzitutto dal momento economico. Preoccupato della possibilità che la Chiesa perda il contatto con le masse operaie in crescita con lo sviluppo dell’industrializzazione, Tovini promuove la fondazione di Società Operaie Cattoliche a Lovere e a Brescia, esportandole successivamente anche nella valli circostanti, e di tali società sarà presidente per qualche tempo, mentre nel 1885 propone la fondazione dell’Unione Diocesana delle Società Agricole e delle Casse Rurali.

Cattolico intransigente

Giuseppe Tovini appartiene a quella componente del movimento cattolico italiano che viene definita intransigente, nel senso di indisponibile a scendere a patti con il Governo nato dall’occupazione violenta di Roma da parte dell’esercito del Regno d’Italia, il 20 settembre 1870. Soprattutto negli ultimi anni della vita si avvicina alle posizioni del presidente dell’Opera dei Congressi Giambattista Paganuzzi (1841-1923), rigidamente astensioniste e accusate da Giuseppe Toniolo (1845-1918) e da Stanislao Medolago Albani (1851-1921) di esasperato accentramento e d’insensibilità verso la questione sociale. Ciò tuttavia non impedisce a Tovini di continuare a collaborare a Brescia anche con chi, nel movimento cattolico locale, aveva sensibilità politica diversa, come Giorgio Montini (1860-1943), ma soprattutto di dare a tutti quanti lo frequentano l’impressione di una vita cristiana vissuta ai limiti dell’eroismo, soprattutto negli ultimi dieci anni, quando verranno a maturazione molte opere precedentemente iniziate e dovrà farvi fronte nonostante il progredire della malattia polmonare che lo stroncherà, a soli cinquantacinque anni, il 16 gennaio 1897.

"[...] con Giuseppe Tovini salirà sull’altare la santità dell’azione", si legge su L’Osservatore Romano del 26-27 maggio 1947, un’azione impregnata della vita interiore classica dei cattolici dell’Ottocento — meditazione, devozione mariana, adorazione eucaristica — attraverso la quale Tovini è stato condotto dalla grazia di Dio a meritare di diventare un modello per tutti i cristiani. Infatti, la causa di beatificazione introdotta l’8 maggio 1948 con il processo ordinario diocesano, continuata con il decreto d’introduzione della Causa presso la Congregazione delle Cause dei Santi da Papa Paolo VI (1963-1978) il 14 aprile 1977 e con la proclamazione dell’eroicità delle virtù da parte di Papa Giovanni Paolo II il 6 aprile 1995, si è conclusa domenica 20 settembre 1998 quando lo stesso Sommo Pontefice lo ha proclamato beato nella "sua" Brescia. Nell’omelia pronunciata in occasione della Messa per la beatificazione del servo di Dio celebrata nello Stadio Rigamonti di Brescia, Papa Giovanni Paolo II così lo descrive: "Fervente, leale, attivo nella vita sociale e politica, Giuseppe Tovini proclamò con la sua vita il messaggio cristiano, fedele sempre alle indicazioni del Magistero della Chiesa. Sua costante preoccupazione fu la difesa della fede, convinto che — come ebbe ad affermare in un congresso — "i nostri figli senza la fede non saranno mai ricchi, con la fede non saranno mai poveri". Visse in un momento delicato della storia italiana e della stessa Chiesa ed ebbe chiaro che non era possibile rispondere in pieno alla chiamata di Dio senza una dedizione generosa e disinteressata alle problematiche sociali.

"Ebbe uno sguardo profetico, rispondendo con audacia apostolica alle esigenze dei tempi che, alla luce delle nuove forme di discriminazione, richiedevano dai credenti una più incisiva opera di animazione delle realtà temporali".

Un santo laico, sposato, padre di dieci figli, impegnato nella vita politica e amministrativa, combattente per la libertà di educazione, fondatore di banche e di società operaie, offerto agli uomini di oggi così bisognosi di modelli da imitare e non soltanto da ammirare. La sua straordinaria capacità d’intuire e di costruire opere, di agire contemplando nel mistero divino la finalità ultima della sua azione, di rispettare e di farsi rispettare dai nemici della Chiesa e suoi senza mai cessare di combattere la buona battaglia con meravigliosa tenacia, rimane nella storia del movimento cattolico e della nazione italiana a indicare la possibilità d’incontrare la comunione con il Verbo Incarnato anche nella fatica dell’azione politica e sociale. Il sacerdote bresciano don Livio Rota illustra felicemente il segreto della sua santità: "La vena che alimentò la sua vita religiosa fu il primato del soprannaturale, la preminenza dell’interiorità: con felice e sintetica intuizione è stato scritto di lui che la fede fu la forma del suo carattere e l’essenza della sua personalità. Il movente della sua frenetica attività è individuabile nel suo essere uomo di Dio, un’anima orante: la preghiera non fu certo in lui l’acquiescenza ad un banale e pigro provvidenzialismo, bensì lo stimolo ad un esame accurato dei problemi e delle esigenze del momento e ad un’azione ancora più intensa e puntuale. La passione apostolica infusa nell’affrontare le gravi questioni sociali del suo tempo scaturisce da questo punto focale indiscutibile: una vita di fede che diventa eloquente poi nelle pratiche religiose del suo tempo e nelle realizzazioni concrete a tutti note".

19 Gennaio            Beato Marcello Spinola y Maestre

Ricorrenza:            19 Gennaio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   14 gennaio 1835
Anno della Morte: 19 gennaio 1906

Beato Marcello Spínola y Maestre (Marcelo) (Isola di San Fernando, 14 gennaio 1835; † Siviglia, 19 gennaio 1906) è stato un cardinale, arcivescovo e fondatore spagnolo. Nel 1885 fondò la congregazione delle Ancelle del Divin Cuore.
Biografia:

Nacque a San Fernando (Cadice), Spagna, il 14 gennaio 1835, da Johann Spinola y Osorno, capita­no dell'esercito, e Antonia Maestre. Fu battezzato il giorno seguente con i nomi di Marcello, Raffaele, Giuseppe Maria Addolorata, Ilario e ricevette dai genitori, che godevano anche di una posizione sociale agiata, un'educa­zione profondamente cristiana. Trascorse i primi anni nell'ambito della fami­glia ove imparò anche a leggere e a scrivere. A otto anni iniziò i due corsi allora detti di « latino ». Dopo di studi di baccel­lierato nel collegio San Tomaso di Cadice terminati nel 1846, il padre fu trasferito a Motril e Marcello continuò in questa città i suoi studi, trasferen­dosi per l'ultimo corso a Granada ove, 1'8 marzo 1848, sostenne gli esami con ottimo risultato. L'8 giugno dello stesso anno ricevette il grado di Bac­celliere in filosofia nell'università di Granada. Per accedere all'università, a Marcello mancava soltanto l'anno integrativo. Lo frequentò a Valenza. Intraprese gli studi giuridici, che iniziò nel 1849 all'uni­versità di Valenza e continuò dal 1852 al 1856 all'università di Siviglia ove, 14 giugno 1856, divenne dottore in giurisprudenza.

A Siviglia esercitò l'avvocatura, vivendo ancora in famiglia, difendendo spesso le cause dei poveri e conducendo una vita edificante: si distingueva principalmente per la devozio­ne al Santissimo Sacramento dell'altare e per l'elevata caritàverso i poveri, nel giugno 1858, suo padre fu nuovamente trasferito, destinato al porto di Sanlucar de Barrameda, in quell'estate Marcello maturò il desiderio di divenire sacerdote, dopo essersi consultato con varie persone, prese questa decisione, che la famiglia accolse con serenità.

IL 29 maggio 1863 Marcello vestì l'abito talare, studiò teologia privata­mente e sostenne l'esame a Cadice. Il 20 febbraio1864 ricevette i quattro or­dini minori e il successivo 21 marzo venne ordinato presbitero a Siviglia. Quella stessa mattina, mentre egli veniva ordinato sacerdote, a Cuba moriva suo fratello Raffaele capitano di marina.

Ministero sacerdotale

Don Marcello iniziò il ministero sacerdotale nella città di Sanlucar de Barrameda, nella primavera del 1865 fu nominato cappellano della chiesa della Mercede a Sa­nlucar. La fama del suo apostolato si diffuse presto a lui venivano persone di tutti i ceti, gente del popolo ma anche principi. Testimoni oculari hanno riferito che egli non si arrestava di fronte a nessun ostacolo quando doveva acquistare medicine da distribuire ai malati. Più volte fu vi­sto girare per le strade, entrare nei negozi a chiedere l'elemosina.

Constatando i frutti del ministero di Marcello, il 17 marzo 1871, l'arcivescovo di Siviglia, il cardinale Luis de la Lastra y Cuesta, lo nominò parroco della chiesa di San Lorenzo a Siviglia. In questo periodo, oltre a dedicarsi totalmente ai suoi parrocchiani, il suo zelo lo portò ad appoggiare due istituzioni che poterono sussistere grazie al suo aiuto: l'Istituto delle Sorelle della Croce, fondato nella sua parrocchia da santa Angela della Croce Guerrero, per il quale Marcello pagò l'affitto della prima casa, e l'istituto delle Riparatrici, arrivate dall'estero. Divenne inoltre consigliere della confraternitadel Gran Poder, organizzò con impegno il catechismo domenicale e costituì un collegio nel quale istruire le bambine. Nel maggio 1879 fu nominato dal nuovo arcivescovo di Siviglia, monsignor Joaquín Lluch y Garriga, canonico della cattedrale e giudice pro-sino­dale.

Ministero episcopale e cardinalato

Per il suo zelo e le sue qualità ministeriali, 16 dicembre 1880 fu nominato vescovo titolare di Milo ed ausiliaredell'arcivescovo di Siviglia. La consacrazione eb­be luogo il 6 febbraio 1881 e subito dopo, con decreto del 15 febbraio1881, fu nominato visitatore dell'arcivescovado di Siviglia. La visita iniziò il 2 maggio successivo. La sua relazione finale, chiara e precisa, suscitò forti controversie e Spinola dovette sopportare ironie e insolenze. Così, alla morte del arcivescovo, Marcello venne a trovarsi in una situazione assai difficile, ma il 19 agosto 1884, per ordine regio, fu nominato vescovo di Coria, dio­cesi della provincia di Caceres, di cui prese possesso il 14 febbraio 1885. Anche in questa diocesi il suo apostolato fu fecondo. Visitò tutta la diocesi, coltivò il dialogo con i sacerdoti e visitando settimanalmente i poveri e i malati. Fu il primo vescovo a visitare la zona più depressa della Spagna, La Hurdes, situata nella sua diocesi. Il 25 febbraio 1885, fondò la Congregazione delle Ancelle Concezioniste del Divin Cuore di Gesù, che ebbe subito una rapida crescita fin dai suoi primi anni di vita. Per la sua eccelsa carità, il 16 febbraio 1886 venne decorato dalla Reggente di Spagna, Maria Cristina, del­la « Grande Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica ».

Successivamente da Coria fu trasferito alla diocesi di Malaga ove fece l'ingresso il 16 settembre 1886, lavorando con lo stesso ardore pastorale con cui aveva iniziato a Coria. La mattina dell'8 novembre 1895 un telegramma gli annunciò la promozione alla sede metropolitana di Siviglia ove entrò il 13 febbraio 1896. Anche qui l'attività pastorale del Beato fu instancabile. Predicava con la maggior frequenza possibile. Incoraggiò la catechesi e dispose che nelle parrocchie e nelle scuole, soprattutto quelle comunali, venisse spie­gato il catechismo dai parroci oppure da altri sacerdoti. Stimolò l'apostolato tra gli operai, cooperando all'insediamento, a Siviglia, delle dame catechiste, per la formazione cattolica degli operai, e prestando loro grande protezione. Allo stesso tempo non dimenticò i doveri del vescovo in relazione alla visita pastorale che svolse almeno due volte.

Monsignor Marcello Spinola y Maestre era inoltre convinto che il miglior mo­do di rispondere alle urgenti necessità sociali e spirituali del momento stori­co era quello di realizzare opere o istituzioni durature. Fondo il giornale El Correo del Andalucia il 1° febbraio 1899, al quale diede la conse­gna di informare secondo la verità, e elevò il seminario a « Universi­tà Pontificia », queste opere rivelano la sua preoccupazione per la formazione culturale e per la santificazione del clero.

Come senatore, a Madrid difese i diritti della Chiesa contro l'invadenza statale e a favore della libertà di insegnamento, riuscendo a convincere la classe politica del tempo, che dovettero concludere, come fece lo stesso primo mi­nistro:

« Io con quest'uomo andrei dovunque »

Intuendo quale ruolo decisivo avrebbe rivestito la donna nel futuro non solo della famiglia ma della società stessa, aveva fondato le Ancelle Concezioniste del Divin Cuore di Gesù. Il 2 febbraio 1902, le loro costituzioni furono approvate. Le Ancelle hanno questa finalità: annunciare l'amore di Gesù Cristo, specialmente ai giovani, per superare l'ignoranza. Oggi la Con­gregazione e diffusa in tutta la Spagna, in America Latina, in Italia, in Giap­pone e nelle Filippine. Migliaia di studentesse sono state formate nelle sue scuole.

Creato cardinale l'11 dicembre 1905, ricevette la berretta rossa dalle mani del Re di Spagna, Alfonso XIII. Ma Marcello Spinola y Maestre era ormai alla fine della sua vita operosa e non poté recarsi a Roma per l'investitura da parte del Papa, perché il 19 gennaio 1906 morì santamente a Siviglia, dove fu sepolto nella cappella dell'Addolorata nella Cattedrale.

20 Gennaio            Santa Eustochia Calafato

Ricorrenza:            20 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   25 Marzo 1434
Anno della Morte: 20 Gennaio 1485

Santa Eustochia Calafato (Annunziata, 25 marzo 1434; † Monastero di Montevergine,  20 gennaio 1485) è stata una badessa, religiosa e fondatrice italiana. 
Nel 1464 fondò il monastero di Montevergine che alla morte di madre Eustochia contava 50 suore.
Biografia:

Nacque in un piccolo villaggio nei pressi di Messina il Giovedì Santo, quarta di sei figli del mercante di origini catanesi Bernardo e di Macalda Romano Colonna.

Da piccola trascorse i primi anni della fanciullezza sotto le amorevoli cure della madre terziaria francescana, fervente cristiana ed entusiasta ammiratrice del francescanesimo nella sua peculiare riforma dell'osservanza che si andava proprio allora affermando nell'ordine[1]. Smeraldo fu incoraggiata dalla madre a una intensa vita religiosa verso le quali la fanciulla si sentiva irresistibilmente attratta.

Il padre e i fratelli, però, avevano altri progetti, per la giovinetta tanto che il 13 dicembre 1444 fu stipulato il fidanzamento tra la figlia e il molto più attempato Nicolò Perrone, anch'egli mercante. Il fidanzato, tuttavia, si spense nel 1446 alla vigilia delle nozze. Dopo la quaresima del 1448 il padre promise la figlia a un giovane, il quale morì ancor prima di vederla.

A questo punto Smeraldo riuscì a vincere le resistenze della famiglia, tanto che il padre promise di far costruire un convento al suo ritorno da un viaggio in Sardegna, che intraprese alla fine dell'anno; ma Bernardo morì appena arrivato a destinazione ed ella dovette ancora superare la riluttanza dei fratelli, ma finalmente negli ultimi mesi del 1449 riuscì a entrare nel monastero delle clarisse di Basicò prendendo il velo con il nome di Eustochia.

In quel cenobbio condusse una vita tutta consacrata alle preghiere e alla penitenza, ma non trovò un ambiente adatto al suo spirito e alla sua mentalità. Nel convento, infatti, la disciplina era molto tenue, tanto che suor Eustochia in data 20 ottobre 1457 inoltrò una supplica al Papa con la quale chiedeva il permesso di fondare un nuovo monastero. Ottenne il consenso con due bolle di Papa Callisto III, la prima del 1457 e la seconda datata 15 aprile 1458.

Nel 1460 si trasferì nell'ex ospedale dell'Accomandata, che era stato precedentemente acquistato, grazie agli aiuti finanziari materni, insieme con suor Iacopa Pollicino e suor Lisa Rizzo, che avevano abbandonato il convento di santa Maria di Basicò, la sorella Mita e la nipote Paola.

Madre Eustochia, però, dovette affrontare l'ostilità della badessa di Basicò Flos Milloso e dell'intero clero, tanto, che fu necessaria una bolla di Papa Pio II del 1461 per costringere i frati minori osservanti a prendersi la cura spirituale delle suore del convento.

Madre Eustochia riuscì a trovare un manoscritto della regola di santa Chiara alla quale si uniformò per la direzione della comunità. Aumentato notevolmente il numero delle suore, l'Accomandata si rivelò ben presto insufficiente e verso la metà del 1464 madre Eustochia con dodici consorelle si trasferì nel nuovo monastero di Montevergine, che era stato ricavato dall'adattamento di una casa donata da Bartolomeo Ansalone e di altre abitazioni acquistate dai Papaleone.

Finite le peregrinazioni la nuova comunità religiosa crebbe rapidamente di numero. Nonostante le ricorrenti malattie alternò con suor Jacopa Pollicino ogni tre anni la carica di Abbadessa. Il primo capitolo si tenne nel 1464. Per fortificare le monache nella loro fede e nella loro completa dedizione all'amore divino, compose un libro sulla Passione di Gesù, purtroppo perduto. Serbava notizia delle grazie ricevute in una sua agenda; leggeva ripetutamente, tanto da ricordarle a memoria, le Laudi di Iacopone da Todi che cantava insieme ad inni religiosi dedicati alla Madonna e a Cristo. Tra i suoi libri aveva il Monte de la orazione, un trattato ascetico giunto a noi sia in toscano che in siciliano. Non tralasciò gli studi di teologia cui era stata avviata fin da ragazza.

A partire del 1468 le sue condizioni di salute si aggravarono impedendole di fondare un nuovo monastero a Reggio Calabria per il quale aveva già avuto l'assenso papale. Nonostante i gravi problemi di salute sopravvisse alla peste del 1482. Madre Eustochia Calafato morì il 20 gennaio 1485, lasciando una fervente e stimata comunità religiosa di circa 50 religiose.

Culto

Al momento della sepoltura, scrive suor Jacopa, abbadessa in quegli anni:

« et stava così bella e vermiglia et palpabile come dormisse e non fusse morta e tucta odorifera. »

L'arcivescovo di Messina, Francesco Alvarez, scriveva nel 1690 alla Sacra Congregazione dei Riti:

« Il suo corpo, da me diligentemente veduto e osservato, è integro, intatto e incorrotto ed è tale che si può mettere in piedi, poggiando sulle piante di essi. Il naso è bellissimo, la bocca socchiusa, i denti bianchi e forti, gli occhi non sembra affatto che siano corrotti, perché sono alquanto prominenti e duri, anzi nell'occhio sinistro si vede quasi la pupilla trasparente. Inalterate le unghie delle mani e dei piedi. Il capo conserva dei capelli e, quello che reca maggiore meraviglia, si è che due dita della mano destra sono distese in atto di benedire, mentre le altre sono contratte verso la palma della mano [2]. Le braccia si piegano sia sollevandole che abbassandole. Tutto il corpo è ricoperto dalla pelle, ma la carne sotto di essa si rivela al tatto dissecata. »

Questa incorruzione del corpo perdura fin oggi. Il corpo della santa si venera nella chiesa a lei dedicata del monastero di Montevergine a Messina.

Il 14 settembre 1782 Papa Pio VI ne confermò il culto e, l'11 giugno 1988, Giovanni Paolo II a Messina con la lettera apostolica Omnis anima[3] la dichiarò santa

21 Gennaio            Beato Giuseppe Nascimbeni   Terziario francescano

Ricorrenza:            21 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   22 marzo 1851
Anno della Morte: 21 gennaio 1922

Beato Giuseppe Nascimbeni (Torri del Benaco, 22 marzo 1851; † Castelletto di Brenzone, 21 gennaio 1922) è stato un presbitero e fondatore italiano della congregazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia. Nel 1988 è stato proclamato beato da papa Giovanni Paolo II.
Biografia:

L'infanzia e gli studi

Giuseppe Nascimbeni nacque a Torri del Benaco sulla sponda veronese del Lago di Garda, il 22 marzo 1851, figlio unico di Antonio e di Amedea Sartori. Terminati gli studi elementari, con l'aiuto della madre, entra al collegio Mazza di Verona, ma con scarsi risultati, tanto che non viene ammesso all'anno successivo. Deciso a riprovare, nel novembre del 1863 riprende i libri e completa gli studi a pieni voti. Entrò in seminario titubante, ma ogni giorno di più la sua scelta si rivelerà matura e pienamente consapevole.

La vita sacerdotale

La vestizione clericale è l'8 dicembre 1869 a Torri, il diaconato nel 1874 e il 9 agosto dello stesso anno è ordinato sacerdote da Luigi di Canossa. Il 22 agosto 1874 ottiene il diploma di maestro, "professione" che eserciterà nella sua prima parrocchia, S. Pietro di Lavagno, assieme agli usuali compiti del sacerdote. Ad un passo dall'essere "eletto parroco a furor di popolo", don Giuseppe decise di farsi trasferire per non soppiantare il suo parroco; così fu assegnato a Castelletto di Brenzone, con don Donato Brighenti, ormai anziano e bisognoso di aiuto.

A Castelletto

Don Giuseppe conosceva bene la realtà di Castelletto, perché era un po' la realtà che aveva vissuto da ragazzo a Torri, dal quale dista solo pochi chilometri. Quasi completamente isolato in termini di trasporti (ad eccezione dei battelli e di una vecchia mulattiera), Castelletto versa in una condizione di povertà non solo economica che il Nascimbeni riuscirà a lenire con il suo amore per il paese, con la sua operosità e con la sua preghiera. Oltre alle attività parrocchiali, quelle dell'oratorio e quelle scolastiche (che ha avuto fino al 25 gennaio 1885, quand'è diventato parroco del paese dopo la morte del predecessore, don Brighenti), don Giuseppe pregava che potessero esserci delle suore che lo aiutassero in paese.

La fondazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia

Dopo molti "No", su consiglio di mons. Bacilieri, fondò le Piccole Suore della Sacra Famiglia, che il 6 novembre 1892 arrivarono a Castelletto ed iniziarono l'opera che ancor oggi portano avanti in Italia e non solo: America Latina, Albania, Africa, con attività che vanno dall'insegnamento nelle scuole all'accoglienza di orfani, dagli ospedali ai ricoveri per anziani. Il 19 novembre 1905 c'è la posa della prima pietra della nuova chiesa: la vecchia, ormai in rovina, fu demolita perché d'intralcio alla nuova strada statale Gardesana Orientale, che avrebbe portato i collegamenti tra tutti i paesini del lago. La fondazione delle Piccole Suore, assieme a Madre Maria Domenica Mantovani, arriva lontano: oltre alla grande affluenza di giovani nel neonato istituto, i cui patroni sono la Sacra famiglia, San Carlo Borromeo, San Filippo Neri, San Giovanni Maria Vianney e San Francesco d'Assisi e il cui motto è Pregare, Lavorare e Patire, il Padre (così veniva chiamato don Giuseppe) manda le sue suore anche negli ospedali militari durante la Grande Guerra; Castelletto, infatti nelle vicinanze della linea di fronte.


La malattia e la morte

Alla vigilia del 1917, don Giuseppe è colpito da apoplessia e paralisi. Nel novembre del 1917, dopo essersi lentamente ripreso, celebra il 25° della fondazione. Nel 1921, convalescente dall'epidemia di influenza spagnola e da attacco di diabete, ebbe un nuovo collasso che aggravò notevolmente la sua situazione. Nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 1922 muorì. Viene proclamato beato da Giovanni Paolo II nell'aprile del 1988 a Verona.

22 Gennaio            San Vincenzo  Pallotti   Terziario francescano

Ricorrenza:            22 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   21 aprile 1795
Anno della Morte: 22 gennaio 1850

Roma, 21 aprile 1795 - Roma, 22 gennaio 1850
A Roma, san Vincenzo Pallotti, sacerdote: fondatore della Società dell’Apostolato Cattolico, con gli scritti e con le opere sollecitò la vocazione di tutti i battezzati in Cristo a lavorare con generosità per la Chiesa. 
Biografia:

Ottima preparazione, confessore al Seminario Romano e al Collegio Urbano di Propaganda Fide, attivo in molte opere di carità. Ma perché fondare una “società per l’apostolato cattolico”, come se per questo non ci fossero già le strutture della Chiesa? E, per di più con laici, uomini e donne? Vincenzo Pallotti, romano, nato nel 1795 e prete dal 1818, va incontro a diffidenze e ostacoli nel mondo ecclesiastico perché come pochi altri (don Nicola Mazza a Verona, per esempio) capisce ciò che il tempo esige dai cattolici.
Dopo il tornado della Rivoluzione francese e di Napoleone, vescovi, preti, religiosi, studiosi, si spendono generosamente in difesa della fede. E lui vede e apprezza. Ma dice che non basta, non basta più: il problema vero non è proteggere il recinto dei credenti. No, ora bisogna conquistare altri credenti ancora, dappertutto, abbattendo i recinti. E aggiunge: questo è compito di tutti, perché ogni singolo cristiano ha il dovere di custodire la fede e di diffonderla dove non c’è ancora o non c’è più. Questo è un programma di attacco. Vincenzo rispetta il mandato apostolico peculiare del Papa, dei vescovi, del clero; ma parla poi di “apostolato cattolico” come dovere e competenza di ogni credente, perché "a ciascuno ha comandato Iddio di procurare la salute eterna del suo prossimo". Su questa base sorge nel 1835 l’Opera dell’Apostolato Cattolico, associazione di laici che avrà come “parte interna e motrice” una comunità di sacerdoti, seguita dalla congregazione delle suore dell’Apostolato Cattolico (chiamati comunemente Pallottini e Pallottine). Scopo: far conoscere Cristo con la parola, l’insegnamento, le opere di carità spirituale e materiale.
Gregorio XVI approva l’Opera e a Roma tutti hanno grande stima per don Vincenzo. Ma la sua società d’apostolato, dopo un buon inizio, passa da un ostacolo all’altro, e vede sempre rinviata l’approvazione delle sue regole (fino al 1904). Vincenzo muore con la fama di sant’uomo che ha fatto uno sbaglio. Quello sbaglio che però andrà avanti, trovando i Pallottini sempre vivi e operosi alla fine del XX secolo. Quello sbaglio che ha portato aria nuova nella Chiesa, ma che rallenterà la causa della sua canonizzazione, sempre con malintesi e miopie intorno all’iniziativa. Ci vorrà papa Pio XI a spazzare riserve e diffidenza, proclamando Vincenzo "operaio vero delle missioni", "provvido e prezioso antesignano e collaboratore dell’Azione Cattolica". Giovanni XXIII lo proclamerà santo nel 1963. Due anni dopo, il decreto Apostolicam actuositatem del Vaticano II dirà solennemente: "I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo". Le parole di Vincenzo Pallotti risuoneranno così, dopo 130 anni, nella Chiesa universale con la voce di Paolo VI e dei vescovi di tutto il mondo.

22 Gennaio            Beata Giovanna da S. Maria, Terziaria francescana 

Ricorrenza:            22 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   + 1360
Anno della Morte: ===


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Biografia:


22 Gennaio            Beato Ladislao Batthyány Strattmann, Terziario francescana

Ricorrenza:            22 Gennaio
Nazionalità:         Ungheria
Anno di Nascita:   28 ottobre 1870
Anno della Morte: 22 gennaio 1931

László (Ladislao) Batthyány-Strattmann nacque a Dunakiliti, in Ungheria, il 28 ottobre 1870, in una famiglia nobile. Ancora studente di medicina all'università di Vienna, sposò la contessa Maria Teresa Coreth, da cui ebbe tredici figli. Nel 1902 fondò un piccolo ospedale privato a Köpcsény (oggi Kittsee, in Austria), che qualche anno dopo trasferì a Körmend. Un luogo aperto anche ai più poveri, che ben presto cominciarono ad arrivare da tutto il Paese. Il dottor Batthyány-Strattmann li curava gratuitamente e si occupava anche di ravvivare la loro fede. La morte del primogenito Ödön, ventunenne, per un’appendicite, fu da lui vissuta in spirito di affidamento a Dio. Con lo stesso intento affrontò il tumore alla vescica che lo portò a morire il 22 gennaio 1931, in sanatorio, a Vienna. È stato beatificato da san Giovanni Paolo II il 23 marzo 2003. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa parrocchiale di Güssing.

Martirologio Romano: A Vienna in Austria, beato Ladislao Batthyány-Strattmann: padre di famiglia, testimoniando il Vangelo tanto in famiglia quanto nella società civile con la santità della vita e delle opere, visse davvero cristianamente il suo titolo e la sua dignità di medico e con grande carità si adoperò nell’assistenza dei malati, per i quali fondò degli ospedali, in cui, messa da parte ogni vanità, accoglieva soltanto poveri e indigenti. 
Biografia:

Dicono che László Batthyány-Strattmann sia un medico molto speciale. Aggiornatissimo, all’avanguardia, valente, ma speciale. Innanzitutto perché cura gratis i poveri (ma questo anche altri, pochi per la verità, lo fanno), poi soprattutto perché oltre a curare i corpi si interessa anche dell’anima, e questo fa davvero eccezione.
Quanti medici avete voi incontrato che, invece di farsi pagare in moneta sonante (o in assegno), vi chiede come compenso di recitare un Padre Nostro insieme? O da quale medico, al momento delle dimissioni dall’ospedale, avete mai ricevuto, insieme alla ricetta o alla cartella clinica, un opuscolo religioso per risvegliare la vostra fede? 
Questo medico “speciale” nasce nel 1870 a Dunakiliti, in Ungheria, sesto figlio di una famiglia appartenente all’antica nobiltà ungherese, ma poco dopo si trasferisce con tutta la famiglia in Austria per il pericolo permanente che l’acqua alta del Danubio rappresenta. 
La vocazione del medico gli nasce in cuore da un evento luttuoso che lo segna dolorosamente: la morte della mamma, non ancora quarantenne, quando lui ha appena dodici anni. Davanti alla bara aperta di mamma promette a se stesso di studiare per diventare medico: «Guarirò i malati e curerò i poveri gratis», sussurra: che non siano parole al vento o emozioni passeggere lo dimostreranno gli anni a venire. 
Papà però non è d’accordo, e invece di fargli studiare medicina lo manda alla facoltà di agraria, dato che gli sta progettando un futuro di amministratore dell’ingente patrimonio familiare. Non sappiamo come, certo è che la vince il ragazzino, che studia, si impegna, fatica e alla fine si laurea a trent’anni. Naturalmente in medicina. 
Due anni prima si è sposato con una ragazza di nobile casato, la contessa Maria Teresa Coreth e questo sarà un matrimonio felice, arricchito da tredici figli. Ora deve mettere in pratica solo la seconda parte della sua promessa, cioè curare i poveri gratuitamente, e riesce anche in questo.
Comincia ad aprire un ospedale privato con venticinque posti letto, nel quale chi può paga la sua parte mentre gli altri (e sono la maggioranza) vengono ammessi gratuitamente. Il dottore si specializza in chirurgia, poi ancora in oftalmologia: le cure che riesce a garantire ai suoi pazienti sono sempre più all’avanguardia. Sfonda soprattutto come oculista, diventando un noto specialista sia in patria che all’estero. 
Intanto, nel 1920, si trasferisce con tutta la famiglia nel castello a Körmend, in Ungheria. Ha già le idee chiare: una parte del castello sarà trasformata in ospedale specializzato in oculistica. La voce che in quel castello si curarono gratuitamente i poveri si sparge in un baleno e frotte di malati chiedono il suo aiuto, al punto che le ferrovie ungheresi devono organizzare corse speciali con treni-ospedale, appositamente attrezzati per loro.
Oltre che ottimo medico, professionalmente parlando, i malati hanno imparato a conoscere anche il suo fare gentile e comunicativo e questo aumenta la loro confidenza verso di lui. Come già detto, si fa pagare dai poveri con un Padre Nostro, mentre a tutti regala un libretto, di cui lui stesso è autore, dal significativo titolo «Apri gli occhi e vedi», come a dire che la vista del corpo non è tutto e che ciascuno deve riaccendere la luce della propria fede.
E lui dà l’esempio: prima di qualsiasi operazione invita il malato a chiedere insieme a lui la benedizione del Signore, che gli deve guidare la mano. Ad avvenuta guarigione, poi, convince i suoi malati che la guarigione non è merito suo, ma esclusivamente di Dio. Oltre a non farsi pagare, poi, ha preso l’abitudine di congedare i malati più bisognosi con una bella somma di denaro per aiutarli a riprendere il lavoro.
Non stupisce dunque il fatto che in Ungheria lo si consideri un santo, anche perché come tale si comporta pure tra le pareti di casa. La giornata di tutta la famiglia inizia con la Messa e termina con il Rosario, i figli sono seguiti ciascuno con una raccomandazione giornaliera quotidiana, a nessuno manca il necessario, ma il superfluo nessuno sa cosa sia anche se potrebbero permetterselo. 
Un uomo così è preparato a tutto: anche a chiudere gli occhi al proprio figlio ventunenne e ringraziare il Signore che glielo ha concesso; anche affrontare la sua terribile malattia, un tumore alla vescica, con quattordici mesi di sanatorio a Vienna, dove impara ad «accogliere anche i tempi difficili con gratitudine».
Muore a 60 anni, il 22 gennaio 1931 L’Arcivescovo di Vienna, il cardinal Friedrich Gustav Piffl, vuole celebrare il funerale anche se malato perché, dice, «raramente ho la possibilità di seppellire un santo». 
Anche la Chiesa oggi lo riconosce ufficialmente come tale, perché san Giovanni Paolo II, il 23 marzo 2003 ha beatificato a Roma László Batthyány-Strattmann, il medico dei poveri.

23 Gennaio            San Girolamo Jaegen, Terziario francescano

Ricorrenza:            23 Gennaio
Nazionalità:         ==
Anno di Nascita:   1841
Anno della Morte: 1919

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Biografia:

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24 Gennaio            Beata Paola Gambara Costa, Terziaria francesca

Ricorrenza:            24 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   3 marzo 1473
Anno della Morte: 24 gennaio 1515

Verolanuova, Brescia, 3 marzo 1473 - Binasco, Milano, 24 gennaio 1515

Data in sposa appena dodicenne al signore di Bene Vagienna, nel Cuneese, madre un anno dopo, la beata Paola Gambara Costa continuò a vivere le virtù cristiane in un ambiente dissoluto. Il marito per questo la angheriò e tra le crudeltà che le fece subire ci fu anche la convivenza con la sua amante. Paola era nata nel 1463 in una nobile famiglia di Verola Alghise (oggi Verolanuova), nel Bresciano, dove era ammirata per la devozione e la bellezza. Dopo le principesche nozze (gli sposi furono ricevuti a Torino dal Duca di Savoia), iniziò il calvario, durante il quale ebbe un atteggiamento caritatevole verso chi la maltrattava (a Verolanuova c'è il detto «è stata provata come la beata Paola»). Fu sotto la direzione spirituale del beato Angelo di Chivasso e divenne terziaria francescana, spendendosi per i poveri. Morì nel 1515 e il suo culto è stato confermato nel 1845. Nelle immagini: la tela che ricorda il «miracolo delle rose»; si narra che, mentre dava pane ai poveri, il marito la scoprì, ma il cibo si trasformò in fiori.

Biografia:

Paola Gambara nacque a Verola Alghisi, oggi Verolanuova, nel Bresciano, il 3 marzo 1473: fu la primogenita di Pietro Gambara, uomo di grande nobiltà, molto ricco e cristianamente virtuoso, e di Taddea Caterina Martinengo, anch’essa nobile pia. Dopo di lei nacquero altri sei figli: Marietta, che divenne monaca, Ippolita che fu madre di quattordici figli, Laura, vedova, che si dedicò alla redenzione delle giovani di malaffare, Federico, Lodovico e Maddalena. Fin da piccola, Paola si mostrò dedita alla preghiera e alla carità: il suo primo confessore fu Padre Andrea da Quinzano del convento di Sant’Apollonio a Brescia. Nel 1484 il conte Bongiovanni Costa, signore di Bene, scudiero del Beato Amedeo IX, cavaliere di S. Michele dal 1453 e ambasciatore del Duca di Savoia presso la Serenissima Repubblica di Venezia, ospite di casa Gambara, fu colpito dalla purezza e dalle virtù della giovane e la chiese in moglie per il nipote Ludovico Antonio: il desiderio di Paola però era di entrare in convento. I suoi genitori presero tempo e il Conte Costa inviò a parlare con la ragazza il Beato Angelo Carletti da Chivasso: egli la persuase che come moglie e madre sarebbe comunque stata fedele e devota a Dio, grazie alla Fede. Le citò il Duca di Savoia Amedeo IX come esempio di moderazione cristiana in mezzo ai fasti e Paola acconsentì alle nozze. Nell’autunno del 1485 si celebrarono le nozze nel castello di Pralboino. Gli sposi, nella primavera del 1486, con un ricco corteo attraversarono Milano, Alessandria, Asti e Torino dove resero omaggio alla Corte Ducale dei Savoia. Giunsero infine nella città di Bene, città di origine romana col nome di Augusta Bagiennorum, sottoposta alla Signoria del Vescovo d’Asti dal 901 al 1387, occupata dal Duca Amedeo di Savoia, principe del ramo Acaja, divenuta nel  1413 feudo dei Costa di Chieri. 
Paola iniziò la sua vita come Signora di Bene: il marito era di poche parole con lei, ma si mostrava rispettoso, Paola era intenzionata ad essere una buona moglie e a voler bene a quell’uomo che amava la caccia e i banchetti con gli amici. A lei invece i banchetti pesavano e soprattutto i balli, ma era già così ai tempi in cui nel palazzo di Pralboino doveva presenziare a tali ritrovi con i genitori. La contessa scrisse a Padre Angelo Carletti una lettera in cui gli sottoponeva i propositi per le sue giornate:
"Sul far dell’aurora, mi alzerò da letto, mi porterò alla Cappella di casa ove farò le mie orazioni: indi pregherò il Signore e la Beata Vergine per me peccatrice, il mio caro marito e quanti sono della sua e mia casa. Poi dirò a ginocchia piegate il Rosario per le anime dei defunti di tutte e due le famiglie, per amici e conoscenti. Se fossi malata, lo reciterò a letto. Finito il rosario, attenderò alla casa e alle cose del mio Signor Consorte; andrò poi ad ascoltare la Santa Messa dai Frati alla Rocchetta. Ritornata a casa, seguirò gli affari della medesima. Dopo pranzo reciterò l’Officio della Madonna e leggerò il libro mandatomi da lei, Padre Angelo. Seguiranno le mie faccende domestiche e il fare, come potrò, l’elemosina ai poveri. A sera, prima di cena, farò un’altra lezione spirituale e dopo cena, prima di coricarmi, ripeterò il Rosario. Ubbidirò a mio marito, lo compatirò nei suoi difetti e avrò cura che questi non vengano risaputi da nessuno; mi confesserò di quindici in quindici giorni, farò quanto posso per salvare l’anima mia". 
Il suo confessore divenne Padre Crescenzio Morra da Bene.
Erano tempi durissimi per le popolazioni del Piemonte: si susseguivano calamità naturali, carestie, malattie e la miseria era ovunque. Così era a Bene, Trinità e Carrù, nelle terre dei Costa in quegli anni dolorosi quando i poveri  vivevano in misere abitazioni e giunsero a farsi il pane con i gusci di noce. 
La gente si avvicinava alle mura del castello che racchiudeva i granai nelle cantine e le ricchezze dei signori. I  servi gettavano dai bastioni gli avanzi dei sostanziosi pasti e tutti correvano per mettere qualcosa sotto i denti. La morte era una compagna quasi quotidiana di grandi e piccoli; soprattutto i bambini, i più deboli cadevano sotto la sua spietata falce.  Il Conte Costa non gradiva la vicinanza del popolo sofferente, invece Paola soffriva con i poveri e li aiutava, poiché era abituata alla generosità senza riserve praticata nella casa natia dei Gambara a Brescia. 
Paola Gambara fu chiamata in quegli anni a fare da madrina all’Infante ducale Violante di Savoia, figlia del Duca Carlo I e di Bianca di Monferrato.
Nel 1488 giunse la gioia più grande: nacque il figlio tanto desiderato da Paola e da Ludovico Antonio. Fu chiamato Gianfrancesco, in onore del Santo di Assisi cui la contessa era devota e Giovanni in quanto nome di famiglia. In quell’occasione Paola ottenne che il Conte facesse distribuire alla popolazione grandi quantità di cibo.
Nel 1491 la Contessa chiese di aderire al terz’ordine francescano: con l’aiuto del Padre Angelo Carletti ebbe l’approvazione del marito. Sotto gli abiti signorili, ma molto semplici, indossava la tonaca col cordone. Nel 1492 compose una lite tra i cittadini di Bene ed il marito per diritti di acque. 
Gli anni successivi furono però molto amari per la Contessa: l’animo inquieto del Conte trovò il modo di infliggerle gravi umiliazioni. 
Lodovico si invaghì della giovane figlia del Podestà di Carrù e nel 1494 la condusse ad abitare nel Castello di Bene, non curandosi dei sentimenti della moglie: Paola fu rinchiusa, privata della sua libertà. Si cercò di impedirle di fare la carità alla povera gente di Bene: ma nonostante le angherie, i magazzini si aprivano davanti alla serva di Dio e le provviste si moltiplicavano nonostante le donazioni. 
Nel 1495 il figlio Gianfrancesco dovette lasciarla per recarsi a Chieri a studiare le lettere tra i suoi ascendenti paterni: per Paola il distacco da lui fu durissimo; da lì a poco venne a mancare anche Padre Angelo Carletti presso il convento di Sant’Antonio a Cuneo. La Contessa si recò ai funerali e lì cadde malata rimanendo lontana da casa per diversi giorni. Negli anni successivi iniziò ad avere attacchi di emicrania molto forti; visse un momento di serenità quando nel 1500, accompagnata dal marito, potè tornare alla casa natia per rivedere la sua famiglia d’origine. Al suo ritorno a Bene tornò ad aiutare di nascosto la popolazione tormentata dalla fame e dalla carestia. Nel 1504 improvvisamente l’amante del Conte fu colta da strani dolori al ventre: nessuno riusciva ad avvicinarla. Paola andò da lei, la perdonò, la rincuorò e le rimase accanto fino alla morte. Questo comportamento fece sì che nascessero dei sospetti sulla morte della ragazza, ma la Contessa sopportò anche questo oltraggio. Da quel momento iniziarono a verificarsi fatti miracolosi. 
Quando tornò al castello il figlio Gianfrancesco, sedicenne, dopo aver servito alla Corte dei Duchi di Savoia come paggio, il padre si affrettò ad indire un banchetto per festeggiarlo: ad un certo punto mancò il vino, poiché la Contessa ne aveva dato ai poveri convalescenti e ai vecchi. Ludovico si adirò e accusò la moglie di sperperare i suoi averi, ma, ad un cenno di Paola, le botti risultarono nuovamente piene.
Qualche tempo dopo, mentre la Contessa scendeva le scale del Castello con il grembiule colmo di pane da dare ai poveri, fu affrontata da marito che le chiese che cosa portava con sé. Paola, dopo aver mormorato una preghiera, mostrò il pane che si era trasformato in fragranti rose, nonostante fosse pieno inverno. Il Costa, da quel momento, le diede licenza di fare la carità ai poveri.
Nel 1506 Ludovico Antonio divenne gravemente malato e la moglie lo assistette con ogni cura; ottenuta la guarigione, insieme si recarono alla Chiesa degli Angeli di Cuneo per ringraziare il Beato Angelo della sua intercessione: offrirono al convento un calice e due ampolle d’argento oltre ad un generoso lascito in segno di riconoscenza. Il Conte Costa si convertì e divenne un marito presente e fedele.
Nel 1508 Paola Gambara operò la ristrutturazione del Convento della Rocchetta; intanto continuò con le sue opere di carità e di dedizione totale ai poveri. Il 14 gennaio 1515 fu assalita da una febbre improvvisa e violentissima accompagnata da fortissimi dolori al capo: spirò con serenità, dopo essersi confessata ed aver ricevuto l’Eucaristia, il 24 gennaio 1515 e per la gente di Bene fu subito santa: venne sepolta nella chiesa fuori le mura della Rocchetta che tanto aveva amato. 
Nel 1536, durante le guerre tra Francesco I e Carlo V, essendo andata semidistrutta la Chiesa, il corpo di Paola venne trasferito al Castello. Successivamente fu edificata in città l’attuale Chiesa di San Francesco dove i Conti Costa provvidero a costruire una cappella dove collocarono in una preziosa urna la salma, incorrotta e flessibile, della Signora di Bene. 
La devozione crebbe sempre più tra la popolazione e molte guarigioni miracolose si verificarono: il 14 agosto 1845 Papa Gregorio XVI proclamò Beata la Contessa Paola Gambara Costa. 
Nella diocesi di Brescia la sua memoria si celebra il 23 gennaio.

25 Gennaio            Beato Emmanuele Domingo y Sol, Terziario francescano 

Ricorrenza:            25 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   3 marzo 1473
Anno della Morte: 24 gennaio 1515

Verolanuova, Brescia, 3 marzo 1473 - Binasco, Milano, 24 gennaio 1515

Data in sposa appena dodicenne al signore di Bene Vagienna, nel Cuneese, madre un anno dopo, la beata Paola Gambara Costa continuò a vivere le virtù cristiane in un ambiente dissoluto. Il marito per questo la angheriò e tra le crudeltà che le fece subire ci fu anche la convivenza con la sua amante. Paola era nata nel 1463 in una nobile famiglia di Verola Alghise (oggi Verolanuova), nel Bresciano, dove era ammirata per la devozione e la bellezza. Dopo le principesche nozze (gli sposi furono ricevuti a Torino dal Duca di Savoia), iniziò il calvario, durante il quale ebbe un atteggiamento caritatevole verso chi la maltrattava (a Verolanuova c'è il detto «è stata provata come la beata Paola»). Fu sotto la direzione spirituale del beato Angelo di Chivasso e divenne terziaria francescana, spendendosi per i poveri. Morì nel 1515 e il suo culto è stato confermato nel 1845. Nelle immagini: la tela che ricorda il «miracolo delle rose»; si narra che, mentre dava pane ai poveri, il marito la scoprì, ma il cibo si trasformò in fiori.

Biografia:

Paola Gambara nacque a Verola Alghisi, oggi Verolanuova, nel Bresciano, il 3 marzo 1473: fu la primogenita di Pietro Gambara, uomo di grande nobiltà, molto ricco e cristianamente virtuoso, e di Taddea Caterina Martinengo, anch’essa nobile pia. Dopo di lei nacquero altri sei figli: Marietta, che divenne monaca, Ippolita che fu madre di quattordici figli, Laura, vedova, che si dedicò alla redenzione delle giovani di malaffare, Federico, Lodovico e Maddalena. Fin da piccola, Paola si mostrò dedita alla preghiera e alla carità: il suo primo confessore fu Padre Andrea da Quinzano del convento di Sant’Apollonio a Brescia. Nel 1484 il conte Bongiovanni Costa, signore di Bene, scudiero del Beato Amedeo IX, cavaliere di S. Michele dal 1453 e ambasciatore del Duca di Savoia presso la Serenissima Repubblica di Venezia, ospite di casa Gambara, fu colpito dalla purezza e dalle virtù della giovane e la chiese in moglie per il nipote Ludovico Antonio: il desiderio di Paola però era di entrare in convento. I suoi genitori presero tempo e il Conte Costa inviò a parlare con la ragazza il Beato Angelo Carletti da Chivasso: egli la persuase che come moglie e madre sarebbe comunque stata fedele e devota a Dio, grazie alla Fede. Le citò il Duca di Savoia Amedeo IX come esempio di moderazione cristiana in mezzo ai fasti e Paola acconsentì alle nozze. Nell’autunno del 1485 si celebrarono le nozze nel castello di Pralboino. Gli sposi, nella primavera del 1486, con un ricco corteo attraversarono Milano, Alessandria, Asti e Torino dove resero omaggio alla Corte Ducale dei Savoia. Giunsero infine nella città di Bene, città di origine romana col nome di Augusta Bagiennorum, sottoposta alla Signoria del Vescovo d’Asti dal 901 al 1387, occupata dal Duca Amedeo di Savoia, principe del ramo Acaja, divenuta nel  1413 feudo dei Costa di Chieri. 
Paola iniziò la sua vita come Signora di Bene: il marito era di poche parole con lei, ma si mostrava rispettoso, Paola era intenzionata ad essere una buona moglie e a voler bene a quell’uomo che amava la caccia e i banchetti con gli amici. A lei invece i banchetti pesavano e soprattutto i balli, ma era già così ai tempi in cui nel palazzo di Pralboino doveva presenziare a tali ritrovi con i genitori. La contessa scrisse a Padre Angelo Carletti una lettera in cui gli sottoponeva i propositi per le sue giornate:
"Sul far dell’aurora, mi alzerò da letto, mi porterò alla Cappella di casa ove farò le mie orazioni: indi pregherò il Signore e la Beata Vergine per me peccatrice, il mio caro marito e quanti sono della sua e mia casa. Poi dirò a ginocchia piegate il Rosario per le anime dei defunti di tutte e due le famiglie, per amici e conoscenti. Se fossi malata, lo reciterò a letto. Finito il rosario, attenderò alla casa e alle cose del mio Signor Consorte; andrò poi ad ascoltare la Santa Messa dai Frati alla Rocchetta. Ritornata a casa, seguirò gli affari della medesima. Dopo pranzo reciterò l’Officio della Madonna e leggerò il libro mandatomi da lei, Padre Angelo. Seguiranno le mie faccende domestiche e il fare, come potrò, l’elemosina ai poveri. A sera, prima di cena, farò un’altra lezione spirituale e dopo cena, prima di coricarmi, ripeterò il Rosario. Ubbidirò a mio marito, lo compatirò nei suoi difetti e avrò cura che questi non vengano risaputi da nessuno; mi confesserò di quindici in quindici giorni, farò quanto posso per salvare l’anima mia". 
Il suo confessore divenne Padre Crescenzio Morra da Bene.
Erano tempi durissimi per le popolazioni del Piemonte: si susseguivano calamità naturali, carestie, malattie e la miseria era ovunque. Così era a Bene, Trinità e Carrù, nelle terre dei Costa in quegli anni dolorosi quando i poveri  vivevano in misere abitazioni e giunsero a farsi il pane con i gusci di noce. 
La gente si avvicinava alle mura del castello che racchiudeva i granai nelle cantine e le ricchezze dei signori. I  servi gettavano dai bastioni gli avanzi dei sostanziosi pasti e tutti correvano per mettere qualcosa sotto i denti. La morte era una compagna quasi quotidiana di grandi e piccoli; soprattutto i bambini, i più deboli cadevano sotto la sua spietata falce.  Il Conte Costa non gradiva la vicinanza del popolo sofferente, invece Paola soffriva con i poveri e li aiutava, poiché era abituata alla generosità senza riserve praticata nella casa natia dei Gambara a Brescia. 
Paola Gambara fu chiamata in quegli anni a fare da madrina all’Infante ducale Violante di Savoia, figlia del Duca Carlo I e di Bianca di Monferrato.
Nel 1488 giunse la gioia più grande: nacque il figlio tanto desiderato da Paola e da Ludovico Antonio. Fu chiamato Gianfrancesco, in onore del Santo di Assisi cui la contessa era devota e Giovanni in quanto nome di famiglia. In quell’occasione Paola ottenne che il Conte facesse distribuire alla popolazione grandi quantità di cibo.
Nel 1491 la Contessa chiese di aderire al terz’ordine francescano: con l’aiuto del Padre Angelo Carletti ebbe l’approvazione del marito. Sotto gli abiti signorili, ma molto semplici, indossava la tonaca col cordone. Nel 1492 compose una lite tra i cittadini di Bene ed il marito per diritti di acque. 
Gli anni successivi furono però molto amari per la Contessa: l’animo inquieto del Conte trovò il modo di infliggerle gravi umiliazioni. 
Lodovico si invaghì della giovane figlia del Podestà di Carrù e nel 1494 la condusse ad abitare nel Castello di Bene, non curandosi dei sentimenti della moglie: Paola fu rinchiusa, privata della sua libertà. Si cercò di impedirle di fare la carità alla povera gente di Bene: ma nonostante le angherie, i magazzini si aprivano davanti alla serva di Dio e le provviste si moltiplicavano nonostante le donazioni. 
Nel 1495 il figlio Gianfrancesco dovette lasciarla per recarsi a Chieri a studiare le lettere tra i suoi ascendenti paterni: per Paola il distacco da lui fu durissimo; da lì a poco venne a mancare anche Padre Angelo Carletti presso il convento di Sant’Antonio a Cuneo. La Contessa si recò ai funerali e lì cadde malata rimanendo lontana da casa per diversi giorni. Negli anni successivi iniziò ad avere attacchi di emicrania molto forti; visse un momento di serenità quando nel 1500, accompagnata dal marito, potè tornare alla casa natia per rivedere la sua famiglia d’origine. Al suo ritorno a Bene tornò ad aiutare di nascosto la popolazione tormentata dalla fame e dalla carestia. Nel 1504 improvvisamente l’amante del Conte fu colta da strani dolori al ventre: nessuno riusciva ad avvicinarla. Paola andò da lei, la perdonò, la rincuorò e le rimase accanto fino alla morte. Questo comportamento fece sì che nascessero dei sospetti sulla morte della ragazza, ma la Contessa sopportò anche questo oltraggio. Da quel momento iniziarono a verificarsi fatti miracolosi. 
Quando tornò al castello il figlio Gianfrancesco, sedicenne, dopo aver servito alla Corte dei Duchi di Savoia come paggio, il padre si affrettò ad indire un banchetto per festeggiarlo: ad un certo punto mancò il vino, poiché la Contessa ne aveva dato ai poveri convalescenti e ai vecchi. Ludovico si adirò e accusò la moglie di sperperare i suoi averi, ma, ad un cenno di Paola, le botti risultarono nuovamente piene.
Qualche tempo dopo, mentre la Contessa scendeva le scale del Castello con il grembiule colmo di pane da dare ai poveri, fu affrontata da marito che le chiese che cosa portava con sé. Paola, dopo aver mormorato una preghiera, mostrò il pane che si era trasformato in fragranti rose, nonostante fosse pieno inverno. Il Costa, da quel momento, le diede licenza di fare la carità ai poveri.
Nel 1506 Ludovico Antonio divenne gravemente malato e la moglie lo assistette con ogni cura; ottenuta la guarigione, insieme si recarono alla Chiesa degli Angeli di Cuneo per ringraziare il Beato Angelo della sua intercessione: offrirono al convento un calice e due ampolle d’argento oltre ad un generoso lascito in segno di riconoscenza. Il Conte Costa si convertì e divenne un marito presente e fedele.
Nel 1508 Paola Gambara operò la ristrutturazione del Convento della Rocchetta; intanto continuò con le sue opere di carità e di dedizione totale ai poveri. Il 14 gennaio 1515 fu assalita da una febbre improvvisa e violentissima accompagnata da fortissimi dolori al capo: spirò con serenità, dopo essersi confessata ed aver ricevuto l’Eucaristia, il 24 gennaio 1515 e per la gente di Bene fu subito santa: venne sepolta nella chiesa fuori le mura della Rocchetta che tanto aveva amato. 
Nel 1536, durante le guerre tra Francesco I e Carlo V, essendo andata semidistrutta la Chiesa, il corpo di Paola venne trasferito al Castello. Successivamente fu edificata in città l’attuale Chiesa di San Francesco dove i Conti Costa provvidero a costruire una cappella dove collocarono in una preziosa urna la salma, incorrotta e flessibile, della Signora di Bene. 
La devozione crebbe sempre più tra la popolazione e molte guarigioni miracolose si verificarono: il 14 agosto 1845 Papa Gregorio XVI proclamò Beata la Contessa Paola Gambara Costa. 
Nella diocesi di Brescia la sua memoria si celebra il 23 gennaio.

27 Gennaio            Santa Angela Merici, Terziari francescana 

Ricorrenza:            27 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   21 marzo 1474
Anno della Morte: 27 gennaio 1540

Desenzano sul Garda (Brescia), 21 marzo 1474 – Brescia, 27 gennaio 1540

Angela Merici fondò nel 1535 la Compagnia di Sant'Orsola, congregazione le cui suore sono ovunque note come Orsoline. Le sua idea di aprire scuole per le ragazze era rivoluzionaria per un'epoca in cui l'educazione era privilegio quasi solo maschile. Nata nel 1474 a Desenzano del Garda (Brescia) in una povera famiglia contadina, entrò giovanissima tra le Terziarie francescane. Rimasta orfana di entrambi i genitori a 15 anni, partì per la Terra Santa. Qui avvenne un fatto insolito. Giunta per vedere i luoghi di Gesù, rimase colpita da cecità temporanea. Dentro di sé, però, vide una luce e una scala che saliva in cielo, dove la attendevano schiere di fanciulle. Capì allora la sua missione. Tornata in patria, diede vita alla nuova congregazione, le cui prime aderenti vestivano come le altre ragazze di campagna. La regola venne stampata dopo la morte, avvenuta a Brescia il 27 gennaio del 1540. E' santa dal 1807.

Biografia:

Sant’Angela Merici visse in quel sofferto e nel contempo magnifico periodo storico, conosciuto come “Rinascimento”; periodo che va dalla fine del XIV a tutto il XVI secolo, e che fu l’inizio della civiltà moderna.
E se da un lato vi erano agitazioni e guerre, come quelle dell’imperatore Carlo V (1500-1568), che squassavano l’Europa e che portarono al tristemente famoso ‘Sacco di Roma’ del 6-17 maggio 1527, ad opera dei Lanzichenecchi, soldataglia agli ordini di Carlo V; dall’altro vi era tutto un fiorire di arte, con i più grandi artisti delle varie specialità, come Michelangelo, Raffaello Sanzio, Masaccio, Donatello, Brunelleschi, ecc. 
Ma in quel felice periodo, in cui si manifestava l’umanesimo con la necessità della scoperta del mondo e dell’uomo, in seno alla cristianità ci fu un desiderio di riforma interiore e di rinascita, con il sorgere di numerose congregazioni religiose. 
Come i Gesuiti nel 1534 ad opera di s. Ignazio di Loyola; i Fatebenefratelli fondati nel 1540 da s. Giovanni di Dio; i Somaschi nel 1528 fondati da s. Girolamo Emiliani; i Filippini o Preti dell’Oratorio di s. Filippo Neri (1515-1595), ecc. e sfociando, dopo lo sconquasso creato dalla Riforma Protestante di Martin Lutero († 1545), nel grande e basilare Concilio Ecumenico di Trento (1545-1563). 
In questo quadro di grande movimento educativo e spirituale, per lo più rivolto però alla formazione della parte maschile della società del tempo, s’inserì l’opera di Angela Merici, che si prefiggeva un impegno particolare per la formazione sistematica delle ragazze; nel campo morale, integrando l’educazione ricevuta nelle famiglie, nel campo spirituale, alimentando quella già ricevuta nei monasteri, ma specialmente in campo intellettuale. 

Origini, adolescenza

Angela Merici nacque il 21 marzo 1474 a Desenzano sul Garda (Brescia), allora territorio della Repubblica di Venezia, suo padre Giovanni Merici e la madre, appartenente alla distinta famiglia dei Biancosi di Salò, ricavavano il necessario per il sostentamento della famiglia, che comprendeva oltre Angela, una sorella più grande e sembra uno o più fratelli, dall’allevamento del bestiame e dalla coltivazione di qualche terreno. 
Il padre Giovanni, “cittadino bresciano”, alquanto istruito, amava leggere alla moglie ed ai figli i primi libri di devozione stampati a Venezia; probabilmente la “Legenda aurea”, celebre raccolta di vite di santi e martiri, scritta dal domenicano Jacopo da Varazze (1220-1298). 
E fu in quelle serate, trascorse ad ascoltare la detta lettura, che Angela conobbe e cominciò ad amare due sante martiri, che divennero i suoi punti di riferimento, santa Caterina d’Alessandria e sant’Orsola con le compagne. 
Verso i 15 anni, dopo aver perso prematuramente la sorella, le morirono entrambi i genitori, pertanto Angela si trasferì nella vicina Salò, accolta nella casa di uno zio materno, uomo di un certo prestigio. 
Gli anni trascorsi a Salò furono preziosi per Angela, perse quell’aria di contadinella ritrosa incantata dalla visione del lago di Garda, ma frequentando le giovani della città, acquistò la naturalezza nell’agire, che le consentirà in futuro di stare alla pari con le dame della borghesia e della nobiltà. 
Disapprovava la rilassatezza dei costumi esistente anche a Salò e fu forse in questo periodo che divenne Terziaria Francescana, per avere una vita più austera e penitenziale, secondo i suoi desideri. 
A 20 anni, dopo una permanenza di circa cinque anni a Salò, le morì lo zio e quindi ritornò a Desenzano sul Garda, alla cascina delle “Grezze”, impegnata nelle faccende domestiche, dedicandosi alle opere di misericordia spirituali e corporali secondo le necessità e circostanze e vivendo la sua spiritualità evangelica. 

La giovinezza – Le visioni della “scala celeste” 

Nella cascina partecipò anche ai lavori dei campi, e fu in questa occupazione solitaria, che Angela ebbe la consolazione di una visione celestiale. 
Il primo a raccontarla, fu padre Francesco Landini in una sua lettera del 1566; era il primo pomeriggio di un caldo giorno d’estate, ed Angela, che come al solito durante l’intervallo che si faceva in attesa di una calura più sopportabile, si ritirava in disparte a pregare; si sentì improvvisamente rapita in Dio e vide il cielo aprirsi con una processione di angeli e vergini a coppie alternate, gli angeli suonavano, le vergini cantavano; nella sfilata vide la sorella defunta, che le preannunciava che sarebbe stata la fondatrice di una Compagnia di vergini. 
L’iconografia della santa, ha rappresentato la visione come una scala fra terra e cielo, simile a quella di Giacobbe, con la processione delle vergini e degli angeli che la percorreva. 
Nel 1516 i superiori francescani da cui Angela dipendeva come Terziaria, le proposero di trasferirsi a Brescia, per assistere la vedova Caterina Patendola, rimasta anche senza figli. Angela Merici obbedì docilmente, certa che il Signore in qualche modo le avrebbe indicato la sua futura strada. 
Intanto la tradizione popolare indica, che una seconda visione avvenne in località Brudazzo, sulle colline fra Desenzano e Padenghe, e anche qui vi fu una lunga teoria di angeli e vergini, fra le quali Angela riconobbe una sua amica da poco morta in giovane età. La voce misteriosa questa volta precisava che la Compagnia sarebbe dovuta sorgere a Brescia, ordinandole di farlo “prima di morire”; infatti Angela Merici indugerà fino ai sessant’anni prima di fondare la Compagnia, impresa di cui avvertiva tutte le difficoltà. 
Nella casa ospitale di Caterina Patendola, in cui portò la sua parola calda, vibrante, confortevole, riuscì a placare l’immenso dolore della vedova che aveva perso anche i due figli; qui conobbe anche Girolamo, nipote dei Patendola, che sarà il futuro fondatore dell’Ospedale degli Incurabili di Brescia, inoltre Giacomo Chizzola e Agostino Gallo, anch’essi impegnati nell’organizzazione dello stesso ospedale. 
Angela instaurò con loro un’amicizia che durerà tutta la vita; diventando l’animatrice spirituale di un laicato impegnato in opere e iniziative di carità, a cui lei apporterà il contributo della sensibilità femminile. 


I primi gruppi femminili - I suoi viaggi e pellegrinaggi 

Suor Angela, come si faceva chiamare indossando l’abito del Terz’Ordine francescano, dopo qualche mese lasciò la casa dei Patendola e man mano fu ospitata in altre case private di Brescia, fra cui quella di Antonio Romano in via S. Agata. 
Si guadagnava da vivere con il proprio lavoro di cucito e di filatura e con i servizi domestici; lavori umili tali da non essere stati annotati da testimoni diretti, perché usuali per le donne di modesta condizione del tempo. 
A Brescia poteva frequentare più assiduamente le chiese, accostarsi di più ai Sacramenti, coltivare il numero sempre crescente di amicizie femminili; intorno a lei ormai si radunavano gentildonne e popolane, attratte dalla sua saggezza e disposte a collaborare alle opere di bene, specie a favore della gioventù femminile. 
È di questo periodo, la parentesi dei suoi viaggi e dei pellegrinaggi fatti a piedi o con i mezzi precari del tempo, l’iconografia più diffusa la ritrae infatti con l’abito e il bastone da pellegrina. 
Il primo fu quello compiuto a Mantova nel 1522, per venerare la tomba della beata Osanna Andreasi da lei molto ammirata; poi salì una prima volta al Sacro Monte di Varallo; nel 1524 in compagnia del signor Romano che l’ospitava e di un cugino, raggiunse Venezia e qui s’imbarcò per la Terra Santa, meta indispensabile per quanti, desiderosi d’intraprendere una strada di perfezione e carità, volevano attingere forza ed emozioni, alle sorgenti del Cristianesimo. 
Ma in quell’occasione si verificò un fatto straordinario, Angela Merici mentre la nave si approssimava alla meta, fu colpita da una malattia agli occhi che le fece perdere improvvisamente la vista. 
Poté vedere il Paese di Gesù solo con gli occhi dell’anima, infatti riacquisterà la vista soltanto nel viaggio di ritorno, davanti ad un crocifisso a Creta; Angela prese questa malattia che l’aveva impedita di vedere i Luoghi Santi, per i quali aveva intrapreso il lungo e disagevole viaggio, come un segno della Provvidenza che conduce le anime per vie imperscrutabili.
Sbarcata a Venezia preceduta dalla sua fama, si voleva trattenerla per il bene degli ospedali e orfanotrofi della Serenissima, ma lei intenzionata più che mai a realizzare a Brescia il comando celeste ricevuto nelle visioni, quasi se ne scappò per ritornare nella città d’origine. 
Anche nel 1525, quando si recò a Roma per il Giubileo e fu ricevuta da papa Clemente VII che voleva trattenerla a Roma, suor Angela dovette ritornarsene in tutta fretta per evitare l’ordine del pontefice. 
Nel 1529 si trasferì momentaneamente a Cremona, ospite della famiglia Gallo, che l’aveva invitata per sfuggire all’eventuale assedio delle truppe di Carlo V, che due anni prima avevano devastato Roma; nel 1533, ritornata a Brescia, trovò ospitalità in una casetta di proprietà dei Canonici Lateranensi, presso la Chiesa di Sant’Afra; nello stesso 1533 compì un secondo pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo, concludendo la serie dei suoi viaggi. 

La fondazione della ‘Compagnia’
Dopo tante riflessioni, ormai era giunto per lei il tempo di operare, già nel 1532 Angela di Salò, come si firmava, chiedeva alla Santa Sede di essere esonerata dalla sepoltura in una chiesa francescana come tutte le Terziarie, optando per quella di Sant’Afra martire. 
Non era un rinnegare l’appartenenza al Terz’Ordine francescano, tanto che ne porterà l’abito fino alla morte e con esso verrà sepolta, ma volle prendere per sé e soprattutto per le sue figlie spirituali che l’affiancavano, una certa distanza, in prospettiva di una futura vita consacrata organizzata autonomamente, che sentiva ormai di costituire per il gruppo. 
Angela aveva colto nei suoi tanti incontri, un’esigenza particolare delle giovani, che aspiravano ad una totale consacrazione, ma fuori dello schema del tradizionale chiostro, e il Terz’Ordine Francescano, non contemplava l’impegno della verginità a vita, né poteva tutelarle dalle pressioni dei parenti che volevano maritarle, né dei padroni presso i quali molte di loro lavoravano. 
Occorreva allora una “Compagnia”, nome in uso a quel tempo, indicante qualsiasi associazione religiosa di laici o laiche e anche di sacerdoti, che senza entrare in un Ordine religioso, si univano tra loro, impegnandosi a vivere integralmente il Vangelo e a servire il prossimo in particolari opere di carità. 
Così nello stesso anno 1533, Angela Merici a quasi 60 anni, costituì la “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”; si dicevano “dimesse” perché non vestivano l’antico e nobile abito delle monache; e “di Sant’Orsola”, perché, non avendo esse la protezione delle mura di un convento, dovevano vivere nel mondo e restare fedeli a Cristo, proprio come la giovane principessa della Britannia, uccisa dai pagani insieme alle numerose compagne e il cui culto era molto vivo anche a Brescia. 
Così Angela e le prime dodici collaboratrici, Simona, Laura, Peregrina, Barbara, Chiara, ecc. presero a riunirsi nell’oratorio fatto restaurare e messo a disposizione da Elisabetta Prato, nella sua casa vicino al Duomo di Brescia. 
Angela dal canto suo continuò a condurre una vita di penitenza, dormiva per terra su una stuoia, che di giorno conservava arrotolata in un angolo, usando un pezzo di legno per guanciale; si nutriva di legumi e frutta, mangiava il pane due volte la settimana, mai la carne, beveva un po’ di vino solo a Natale e Pasqua. 
La sua fama di santità cresceva enormemente e a lei per consigli e spiegazioni sul Vecchio e Nuovo Testamento, si rivolgevano sacerdoti, religiosi, predicatori e teologi. 
Il 25 novembre 1535, festa di un’altra santa da lei amata fin dall’infanzia, s. Caterina d’Alessandria, le prime 28 giovani, furono ammesse nella “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”, la cui Regola scritta da Angela Merici, fu approvata dal vicario generale del vescovo di Verona l’8 agosto 1536. 
Successivamente nel 1544 papa Paolo III ne approvava la Regola, elevando la Compagnia a Istituto di diritto pontificio, permettendola così di uscire dai confini diocesani. 
Nel 1537, la Compagnia aveva eletto, prima superiora a vita, maestra e tesoriera, la fondatrice Angela Merici, la quale oltre la Regola, aveva dettato al fedele Gabriele Cozzano, cancelliere della Compagnia, altre due brevi opere, i “Ricordi” per le ‘colonnelle’ cioè per le superiore di quartiere e il “Testamento” per le nobili matrone, dette anche ‘governatrici’, che avevano la funzione di amministrare e proteggere l’Istituto. 

La sua morte – L’eredità spirituale 

Nel 1539 Angela fu colpita da una malattia, che fra alti e bassi la condusse alla morte il 27 gennaio 1540; per trenta giorni, i canonici di Sant’Afra e quelli del Duomo, si contesero l’onore di seppellire nella propria chiesa, l’ex contadinella di Desenzano; la spuntarono quelli di sant’Afra e oggi la chiesa, dove riposano le sue spoglie, si chiama Santuario di Sant’Angela, meta di continui pellegrinaggi provenienti specialmente dal mondo orsolinico; la chiesa, distrutta in gran parte dai bombardamenti del 1945, è stata ricostruita nel 1953. 
Nel testamento spirituale, Angela tratteggiò le linee essenziali del suo metodo educativo, basato tutto nel rapporto di sincero amore tra educatore ed educando e sul pieno rispetto delle libertà altrui. 
Così lasciò scritto alle sue Orsoline: “Vi supplico di voler ricordare e tenere scolpite nella mente e nel cuore, tutte le vostre figliole ad una ad una; e non solo i loro nomi, ma ancora la condizione e indole e stato e ogni cosa loro. Il che non vi sarà difficile, se le abbracciate con viva carità… Impegnatevi a tirarle su con amore e con mano soave e dolce, è non imperiosamente e con asprezza, ma in tutto vogliate essere piacevoli. 
Soprattutto guardatevi dal voler ottenere alcuna cosa per forza; perché Dio ha dato a ognuno il libero arbitrio e non vuole costringere nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia…”.

Sugli altari

Nel 1568 furono raccolte le deposizioni di quattro testimoni che avevano conosciuto Angela, ma dovettero trascorrere altri due secoli, prima che un’orsolina claustrale di Roma, si facesse postulatrice della causa di beatificazione, ottenendo il decreto di conferma del culto come Beata, il 30 aprile 1768, da parte di papa Clemente XIII. 
Il 24 maggio 1807, Angela Merici fu proclamata Santa da papa Pio VII e papa Pio IX nel 1861, ne estese il culto a tutta la Chiesa universale. 
Una statua scolpita nel 1866 dallo scultore Pietro Galli, la ricorda nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. Nella liturgia ebbe varie date di celebrazione, prima il 31 maggio, poi dal 1955 il 10 giugno e infine il 27 gennaio, giorno della sua morte. 


La Congregazione delle Orsoline

La “Compagnia delle dimesse di sant’Orsola”, prima congregazione secolare femminile sorta nella Chiesa, con la sua Regola fu l’origine di varie congregazioni religiose. 
Già in vita, Angela vedendo aumentare attorno a sé una famiglia così numerosa e avendo un desiderio grande di servire Cristo in ogni bisognoso, fondò ben 24 rami di Orsoline, dette poi anche ‘Angeline’, che dopo la sua morte furono raggruppate in tre soli settori: le “Orsoline secolari” che vivono nelle famiglie proprie e si dedicano ad ogni opera di misericordia nelle parrocchie in cui vivono; le “Orsoline collegiali” che conducono vita comune e si dedicano all’istruzione della gioventù, gestendo appunto dei collegi; le “Orsoline claustrali” che sono di vita contemplativa. 
Tra le Congregazioni sorte sull’esempio della Compagnia di Sant’Orsola, ma con abiti e costumi diversi, ne ricordiamo alcune: Orsoline di San Carlo, sorte a Milano nel 1566; Orsoline di Sant’Orsola, più rami fondati in Francia tra il 1612 e 1632; Orsoline di Maria Immacolata, fondate a Piacenza nel 1649; Orsoline di Gesù o Figlie dell’Incarnazione, fondate in Vandea nel 1802; Orsoline Gerosolimitane di Maria Immacolata, sorte a Bergamo nel 1818; Orsoline Figlie di Maria Immacolata, sorte presso Acqui nel 1854; Orsoline del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante fondate nel 1920; Orsoline del Sacro Cuore fondate a Parma nel 1575; Orsoline dell’Unione Romana sorte nel 1878; e tante altre anche di più recente fondazione.

28 Gennaio            Beato Stupa da Siena, Terziario francescano

Ricorrenza:            28 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   + 1415
Anno della Morte: ==


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Biografia:

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30 Gennaio            Santa Giacinta Marescotti

Ricorrenza:            30 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   6 Marzo 1585
Anno della Morte: 30 Gennaio 1640

Santa Giacinta Marescotti, al secolo Clarice (Vignanello, 6 marzo 1585; † Viterbo, 30 gennaio 1640) è stata una religiosa italiana appartenente al Terzo Ordine francescano. È stata proclamata santa da papa Pio VII nel 1807.
Biografia:

Figlia del Conte Marcantonio Marescotti e di donna Ottavia Orsini (il cui padre aveva realizzato il Parco dei Mostri di Bomarzo), studiò, assieme alle sue due sorelle Ginevra e Ortensia, al Convento di San Bernardino a Viterbo. Al termine degli studi Ginevra rimase in convento e prese il nome di Suor Immacolata.

Clarice e Ortensia furono introdotte nelle migliori case. Clarice era molto attratta dal giovane Paolo Capizucchi ma egli chiese la mano della sorella minore Ortensia.

Clarice ne rimase sconvolta e dopo qualche settimana la famiglia la costrinse a raggiungere la sorella Suor Immacolata a San Bernardino. Lì prese i voti adottando il nome di Suor Giacinta.

Fu una conversione soltanto esteriore: in convento suor Giacinta tenne atteggiamenti contrari alla disciplina della devozione.

Anziché vivere in una cella, si fece arredare un intero appartamento nello stile delle sue stanze a Vignanello, ed era servita da due giovani novizie.

Condusse vita mondana e licenziosa fino al 1615, quando, in seguito ad una malattia e ad alcuni lutti famigliari, entrò in una crisi spirituale. Si ritrovò sola e gridò forte:

« O Dio ti supplico, dai un senso alla mia vita, dammi la speranza, dammi la salvezza! »

Era profondamente sincera e Dio la ascoltò.

Il giorno dopo venne a trovarla il Padre confessore e la notte seguente Suor Giacinta trascorse l'intera notte pregando, e provò una serenità ultraterrena. Si convertì e si diede ad esercizi di penitenza e di perfezione cristiana.

Per suor Giacinta cominciano ventiquattro anni straordinari e durissimi vissuti in totale povertà e di continue penitenze, con asprezze oggi poco comprensibili, ma che rivelano energie nuove e sorprendenti. Dalle due camerette raffinate lei passa a una cella derelitta per vivere di privazioni e da lì compie un'opera singolare di "riconquista". Personaggi lontani dalla fede vi tornano per opera sua, e si fanno suoi collaboratori nell'aiuto ad ammalati e poveri.

Un aiuto che Giacinta la penitente vuole sistematico, regolare, per opera di persone fortemente motivate. Questa mistica organizzò vari istituti assistenziali come quello detto dei "Sacconi", dal sacco che i confratelli indossano nel loro servizio, che aiuta poveri, malati e detenuti, opera che fu attiva fino al XX secolo e come quello degli Oblati di Maria, chiamati a servire le persone anziane.

Dedicò il resto della sua vita ad aiutare il prossimo. Dall'interno della clausura, muoveva le fila di una fitta rete di aiuti ai poveri di Viterbo, e aiutata dal cittadino Francesco Pacini fece nascere una confraternita laicale, detta dei Sacconi, col fine di portare elemosine e soccorsi ai poveri. Morì nella sua umile cella il 30 gennaio 1640.

Culto

Il corpo è esposto nella chiesa oggi a lei dedicata del Monastero di San Bernardino, a Viterbo.

31 Gennaio            Beata Ludovica Albertoni

Ricorrenza:            31 Gennaio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1474
Anno della Morte: 31 Gennaio 1533

Beata Ludovica Albertoni (Roma, 1474; † Roma, 31 gennaio 1533) è stata una religiosa e mistica italiana.
Biografia:

Esponente di un'illustre famiglia romana, figlia di Stefano e Lucrezia Tebaldi, patrizi romani, rimase presto orfana del padre.

A venti anni, contro i suoi desideri, fu data in sposa al nobile Giacomo della Cetera, che comunque amò devotamente e dal quale ebbe tre figlie.

Nel 1506 a 32 anni, rimase vedova, entrò nel Terz'Ordine Francescano, vivendo una vita tutta dedicata alla preghiera, meditazione, penitenza e opere di misericordia, come quelle di dare una dote per maritare le ragazze povere e la visita ai poveri ammalati nei loro miseri tuguri. Con la sua generosità diede fondo a tutti i suoi beni, fra la contrarietà dei parenti per tanta liberalità. Il Signore le diede il dono dell'estasi.

È morta a Roma il 31 gennaio 1533.

Culto

Il 17 gennaio 1674, in occasione della traslazione della sua salma nel sepolcro marmoreo della Chiesa di San Francesco a Ripa, venne effettuata la prima ricognizione delle sue reliquie.

Febbraio

01 Febbraio           Santa Verdiana Terziaria francescana  

Ricorrenza:            1 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1182
Anno della Morte: 1° febbraio 1242

Castelfiorentino, 1182 - Castelfiorentino, 1° febbraio 1242

Verdiana nacque a Castelfiorentino da nobile famiglia, per quanto decaduta, nel 1182 ed è coetanea di san Francesco d'Assisi che, secondo la tradizione, le fece visita nel 1221 ammettendola al Terz'ordine francescano. Dopo un pellegrinaggio a Compostela, tornata a Castelfiorentino i suoi concittadini le fecero erigere una piccola cella nella quale Verdiana trascorse 34 anni. Da una piccola finestra assisteva alla Messa dell'attiguo oratorio di Sant'Antonio e parlava con i visitatori. Si racconta che nel giorno della sua scomparsa, il 1° febbraio 1242, la morte venne annunciata dall'improvviso e simultaneo suono delle campane del paese che erano azionate da nessuno.
Biografia:

S. Verdiana (o Veridiana e Viridiana) è personaggio ben diverso da quello immortalato da Luis Bunuel in uno dei suoi film più caratteristici. La santa nacque a Castelfiorentino nel 1182, ed è perciò coetanea di S. Francesco d'Assisi, che secondo la tradizione le fece visita nel 1221, ammettendola al Terz'ordine Francescano. Benchè decaduta, la nobile famiglia degli Attavanti da cui ella nacque a Castelfiorentino godeva ancora di un certo prestigio. Un ricco parente la volle perciò accanto come amministratrice. Dedita però fin dall'infanzia all'orazione e all'astinenza, ella non poteva concepire questo suo incarico che come un'accresciuta possibilità di esercitare la carità.
Qualche volta la Provvidenza dovette intervenire con dei prodigi. Si racconta che un giorno suo zio aveva accumulato e rivenduto una certa quantità di derrate, il cui prezzo era salito alle stelle a causa di una grave carestia. Ma quando il compratore si presentò a ritirare il materiale acquistato, il magazzino risultò vuoto, perché nel frattempo Verdiana aveva donato tutto ai poveri. L'irritata reazione dello zio ebbe come unica risposta l'invito ad attendere ventiquattr'ore: effettivamente il giorno dopo Dio premiava la carità e la confidenza della fanciulla facendo ritrovare intatto il raccolto così generosamente donato.
Verdiana si recò poi in pellegrinaggio a Compostella, presso la tomba di S. Giacomo, che insieme a Roma era la grande meta dei pellegrini, specie dopo la perdita definitiva della Terrasanta. Ritornata a Castelfiorentino e sentendo vivo desiderio di solitudine e di penitenza, i suoi paesani, per trattenerla vicino, le edificarono in riva all'Elsa, attigua all'oratorio di S. Antonio, una celletta nella quale S. Verdiana rimase reclusa per 34 anni. Da una finestrella assisteva alla Messa, parlava con i visitatori e riceveva lo scarso cibo di cui si nutriva. Attraverso questo spiraglio, secondo una tradizione raccolta pure dai pittori, penetrarono negli ultimi anni della sua vita due serpenti, che tormentarono la santa, la quale, ad accrescimento delle sue mortificazioni, mai ne rivelò la presenza.
Si racconta che la sua pia morte, avvenuta il 1° febbraio 1242, venne annunciata dal suono improvviso e simultaneo delle campane di Castelfiorentino non mosse da mano umana. Il culto di S. Verdiana, rappresentata con gli abiti della congregazione Vallombrosana, venne approvato da Clemente VII nel 1533 ed è tuttora popolare in Toscana.

01 Febbraio           Beato Giovannello da Cortona

Ricorrenza:            1 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1297
Anno della Morte: ==

A Cortona, il beato Giovannello da Cortona, Confessore del Terz'Ordine, illustre per miracoli (1227).
Biografia:

Il Vandingo (Wadding) nei suoi Annali Francescani, Tomo 5 anno 1927, Num. 29 rammenta con lode il beato Giovannello addetto al Terz'Ordine francescano, che fioriva in Cortona in quell'anno 1297. Tace il mentovato scrittore le azioni di questo Servo del Signore, come l'anno della di lui morte, e soltanto racconta, che dopo il passaggio della di lui Gloria eterna, fu rivelato a S. Margherita da Cortona che la di lui Anima goveva de' Beni incomprensibili del Paradiso. L'Arturo nel suo Martirologio ne fa menzione sotto questo giorno con dire Cortonae B. Ioannelli Terziarii Confessoris (1).

Lo Jacobilli in  Vite dei Santi e dei beati dell'Umbria etc.  narrando di S. Margherita da Cortona scrive: 

"A suo esempio presero il terz'habito francescano li beati Pietro Antonio, Evangelista, e Giovannello da Cortona; con il caritativo sussidio de' Cortonesi, la B. Margarita edificò in quella Patria, nella detta casa, dove ultimamente abitava, l'Hospidale di S. Maria della Misericordia, & ella in beneficio de' poveri, e dell'infermi impiegò se stessa, i suoi lavori, e con il mendicar per le porte della Città; che dopo alcuni anni lasciò quelle dure imprese per ordine divino, e si diede maggiormente alla ritiratezza, & alla contemplazione". Niente esclude che in quest'Opere di Carità intraprese da S. Margherita, essa sia stata sorretta dall'aiuto dei beati Pietro Antonio, Giovannello, Gilia e Adriana, e di tanti altri terziari francescani di cui non conosciamo il nome.

01 Febbraio           Beati Conòr O’ Devan  e Patrizio O’Lougham 

Ricorrenza:            1 Febbraio
Nazionalità:         Irlanda
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: ==

condannati per la fede cattolica, sotto il re Giacomo I (1612).
Biografia:

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02 Febbraio           Beato Andrea Carlo Ferrari Terziario francescano

Ricorrenza:            2 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 agosto 1850
Anno della Morte: 2 febbraio 1921

Prato Piano, Parma, 13 agosto 1850 - Milano, 2 febbraio 1921

Cardinale arcivescovo di Milano dal 1894 alla morte avvenuta nel 1921, Andrea Ferrari era originario della diocesi di Parma. In precedenza vescovo di Guastalla e di Como, all’arrivo nella diocesi ambrosiana prese anche il nome di Carlo in onore del Borromeo.
Il governo del nuovo arcivescovo è molto dinamico e in sintonia con il pontificato di Leone XIII.Visita più volte l’estesa diocesi, sulla scia della Rerum Novarum si interessa ai problemi sociali, promuove la partecipazione dei cattolici alle elezioni amministrative con propri esponenti. In occasione delle agitazioni represse da Bava Beccaris è vicino al popolo al punto da essere considerato un sovversivo. L’elezione di Pio X che favorì le correnti e gli organi di stampa dell’antimodernismo segnò una svolta nel suo episcopato. Dapprima vennero attaccati esponenti del clero e del laicato ambrosiano favorevoli al liberalismo. Poi la polemica prese di mira lo stesso arcivescovo. Il cardinale giustamente difende la sua diocesi ma non riesce a dissipare la cortina di incomprensione con il pontefice. Il dissenso in realtà nasce anche da un diverso atteggiamento verso il mondo e da un progetto pastorale alternativo. Negli ultimi anni di vita l’arcivescovo riprende a governare la diocesi con rinnovato vigore.
Esorta i fedeli a sostenere i soldati impegnati nella prima guerra mondiale, sostiene la fondazione della Compagnia di san Paolo e dell’Università Cattolica. Ha scritto di lui l’arcivescovo Martini: «Il cardinal Ferrari fu un 'grande costruttore'. Iniziative sopra iniziative, viaggi sopra viaggi, programmi sopra programmi». Egli mirava all’immediato, ma anche a una pastorale a lungo termine.
Biografia:

Nato a Lalatta, frazione del comune di Prato Piano (Parma) nell'agosto 1850, Andrea Ferrari percorse la normale "carriera" ecclesiastica del tempo. Accolto presso il seminario di Parma, nel '73 venne ordinato sacerdote; l'anno dopo venne nominato parroco, successivamente vicerettore al seminario di Parma e professore di fisica e matematica; in seguito divenne rettore dello stesso istituto. Nel 1890 venne eletto vescovo di Guastalla, e fu trasferito poi a Como; successivamente Leone XIII lo nominò cardinale destinandolo, nel 1894, alla diocesi di Milano dove Andrea Ferrari rimase fino alla morte (1921).
Fu un pastore molto attivo; ma talvolta la sua opera e i suoi scritti suscitarono contrasti e richiami. Nel 1911 dovette affrontare prima una visita canonica e poi anche la sospensione della parola perché, in alcuni ambienti più conservatori, era ritenuto vicino alle idee moderniste. Tale posizione in seguito venne chiarita: il santo vescovo era infatti attento alla parola del papa e rispettoso della Chiesa. Ebbe a scrivere: "Nessun altro magistero al mondo può essere paragonato a quello del Romano Pontefice, a cui fu promessa la speciale assistenza dello Spirito Santo, che è Spirito di Verità. Si dice: Ma il papa è un uomo! Ma una cosa io veggo e sento, ed è la mano di Dio che a mostrare la sua potenza elegge le cose ignobili e spregevoli e che dalle pietre istesse può suscitare figliuoli di Abramo".
Svolse, nella sua diocesi, una intensissima vita pastorale visitando tutti gli ambienti, gruppi e associazioni, classi e strati sociali.
La sua era una presenza instancabile, con la parola, con le lettere pastorali, con le direttive. "Portiamo agli Esercizi con noi tutto il nostro buon volere, grande generosità di cuore, ferma risoluzione di mantenere assoluto e rigoroso silenzio senza del quale gli Esercizi sarebbero un perditempo e un controsenso. Però nessuno creda che per mantenere raccoglimento e silenzio occorra recarsi qua o là a fare gli Esercizi da solo. Anzi, il più delle volte (come lo mostra l'esperienza) è allora che più facilmente manca il valido sussidio alla parola viva assai più efficace di quella che leggiamo sui libri".
Sapeva cogliere e valorizzare nei suoi sacerdoti gli aspetti umani, ma era anche inflessibile, perché dava un giusto valore alla disciplina. Inoltre teneva molto alla loro preparazione culturale.
Di lui si conservano moltissimi documenti scritti; si calcola che abbia tenuto circa 20 mila discorsi. Dotato di forte intelligenza, affrontava i problemi con immediatezza ma con calma e con serenità.
Un posto di rilievo nella sua spiritualità lo ebbero l'Eucaristia e la Vergine Maria.
Fu tra i primi vescovi che si interessarono ai problemi sociali nella scia della enciclica Rerum Novarum di Leone XIII; istituì, nel seminario, una cattedra di economia sociale affidandola al professor Giuseppe Toniolo, reputato uno dei più preparati studiosi. Narra un suo biografo: "Proprio per venire incontro ai nuovi problemi creati dall'industria, aveva istituito i "Cappellani del lavoro". Venuto dal popolo, seppe alzare ripetutamente e fieramente la voce di pastore vigile contro i latifondisti e i padroni delle officine a difesa dei diritti dei lavoratori e del rispetto dovuto alla persona umana. I padroni (diceva con accenti che, dopo molti secoli, echeggiavano ancora le parole di sant'Ambrogio) non abbiano gli operai in conto di schiavi, ma li riguardino come fratelli, rispettando pur in loro l'immagine del Salvatore Divino. Retribuiscano l'operaio con giusta mercede".
Non si limitava soltanto a esprimere idee, ma, nella sua diocesi, per affrontare i momenti difficili in cui l'ltalia cercava un suo assestamento economico, diede il suo patrocinio e aiutò la fondazione di leghe operaie, agricole, industriali, società di mutuo soccorso, casse rurali. Ebbe molto a cuore anche la stampa: avviò la fondazione di un giornale, "L'Unione", che in seguito divenne un diffuso quotidiano con il nome "L'Italia".
Durante la campagna antimodernista, avviata con dura intransigenza dai periodici "La Riscossa" di Vicenza e "La Liguria" di Genova, subì una forte contestazione: anche in queste difficili circostanze difese chiaramente, nella sua diocesi, la posizione del suo clero e dei fedeli.
In quel periodo, dato che Pio X era "blindato" da una segreteria che non permetteva contatti e tanto meno dialogo, si chiuse in silenzio e in preghiera. "Tra lui e il papa san Pio X era venuta a formarsi una cortina fumogena di malintesi, di dubbi, di sospetti, che altri, all'insaputa dei due santi, in nome di una miope intransigenza e con disinvoltura poco scrupolosa, avevano reso più densa e più cupa. Così avvenne che il santo cardinale ebbe molto da soffrire non solo per la Chiesa, ma dalla Chiesa e precisamente dal papa san Pio X. Al papa pareva non solo che l'arcivescovo di Milano fosse troppo tiepido nella lotta contro il modernismo e troppo remissivo verso i modernisti, ma che talvolta rasentasse la slealtà. Il peggio si è che i sentimenti del papa trapelavano e di bocca in bocca giungevano a Milano, e taluni del clero e del laicato, per dimostrarsi amanti del papa, ritiravano il cuore e la stima dal loro arcivescovo".
In seguito il nuovo papa, Benedetto XV, ebbe parole di attenzione e di forte ammirazione per questo cardinale che nella realtà del lavoro quotidiano sapeva esprimersi con il carisma di una fede indiscussa e di una grande spiritualità.
Andrea Ferrari volle lavorare fino allo stremo delle forze: la malattia cominciò con i sintomi di una raucedine.
Morì il 2 febbraio del 1921. Uno degli ultimi atti ufficiali, già sul letto di morte, fu l'approvazione degli statuti dell'Università Cattolica di Milano. Questo vescovo e cardinale è annoverato tra i grandi santi del nostro secolo: spiriti di Dio che conobbero la sofferenza, le difficoltà ma che, abbracciati a Cristo, contribuirono a esprimere concretamente la ricerca della perfezione umana e cristiana.
E' stato beatificato il 10 maggio 1987. Il martirologio romano lo celebra il 2 febbraio, mentre la Chiesa Ambrosiana e la diocesi di Como lo celebrano il 1° febbraio.

04 Febbraio           San Giuseppe da Leonessa

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   8 Gennaio 1556
Anno della Morte: 4 Febbraio 1612

San Giuseppe da Leonessa Desideri, al secolo Eufranio (Leonessa, 8 gennaio 1556; † Amatrice, 4 febbraio 1612) è stato un presbitero, religioso e predicatore italiano
Biografia:

Nacque a Leonessa, Rieti, l'8 gennaio 1556 da Giovanni Desideri e Serafina Paolini. Fu battezzato col nome di Eufranio. Rimasto orfano a 12 anni fu avviato da uno zio agli studi umanistici a Viterbo e poi a Spoleto, dove maturò la sua vocazione religiosa e si ritirò nel conventino delle "Carcerelle" di Assisi, retto dal novello ordine francescano dei cappuccini. Concluso l'anno di noviziato vi emise la sua professione religiosa l'8 gennaio 1573, prendendo il nome di Giuseppe. Contro il suo temperamento forte e volitivo a nulla valsero i tentativi dei parenti per riportarlo a casa. Avviato agli studi manifestò una viva attenzione per la cultura, in funzione di un apostolato serio e illuminato. Amò la dottrina di san Bonaventura, seguendo l'indirizzo cappuccino allora prevalente che vedeva in essa una armoniosa sintesi tra spiritualità contemplativa e apostolato. Si preparò a questo compito con un serio studio della teologia, della Sacra Scrittura e della morale, attento alle esigenze dell'appena concluso Concilio di Trento. Fu ordinato sacerdote ad Amelia il 24 settembre 1580 e continuò la sua preparazione nel convento di Lugnano in Teverina.

Pur sentendosi fortemente attratto dalla vita contemplativa, superò il dilemma azione-contemplazione come san Francesco. A tale proposito così si espresse:

«Colui che ama la vita di contemplazione, ha un grave dovere di uscire nel mondo a predicare, soprattutto quando le idee del mondo sono molto confuse e sulla terra abbonda l'iniquità. Sarebbe iniquo tenere, contro la carità, ciò che solo per carità è stato istituito e donato. »

Ricevette la patente di predicazione dal vicario generale dell'Ordine il 21 maggio del 1581, e padre Giuseppe si dedicò immediatamente ad evangelizzare le povere popolazioni dei villaggi di campagna disseminati sui monti dell'Umbria, Lazio e Abruzzo.

Nel 1587 fu inviato missionario a Costantinopoli per assistere spiritualmente gli schiavi cristiani e gli appestati. Il suo zelo riuscì ad attrarre al cattolicesimo anche un vescovo greco. Parlò anche con lo stesso sultano Murad III per intercedere a favore dei suoi assistiti; ma qui, in odio alla fede, venne catturato e condannato al tormento del gancio. Della sua liberazione poco si sa, del resto il frate cappuccino non raccontò molto della sua esperienza a Costantinopoli. Nel 1589, a 33 anni, ritornò in Italia dove riprese la sua prediletta predicazione itinerante, attraverso l'Abruzzo e l'Umbria, per monti e valli. I compagni che lo seguivano erano messi a dura prova e difficilmente resistevano a quelle continue marce forzate, anche nelle più avverse condizioni climatiche e con assoluta insufficienza di cibo. Giuseppe predicava più volte al giorno e in diversi villaggi e insegnava catechismo ai poveri contadini e ai bambini.

La sua carità si estendeva anche alle carceri, dove assisteva i condannati a morte e cercava sempre, anche a rischio della vita, di portare pace tra famiglie rivali e di eliminare ingiustizie, oppressioni e discordie. Col Crocifisso in mano, impugnato come una spada, non esitava a entrare nella mischia per convincere alla pace e al perdono. Padre Giuseppe attingeva questo ardore dal Tabernacolo, davanti al quale passava molte ore in orazione, e dal Crocifisso che portava di continuo sul petto. Amava piantare grosse e pesanti croci sulle cime dei monti, trasportandole a spalle processionalmente. Così parlava della croce:

« O croce santissima, trasformaci tutti in te. Le radici profondino nei piedi, i rami nelle braccia, la sommità nel capo. Ed acciocché noi siam tutti croce, inchioda i piedi che stiano fermi in Te, lega le mani che altro non operino che Te, aprici il lato e feriscici il petto e toccaci il cuore dell'amore tuo. Fa che noi abbiamo sete di Te, come in Te ebbe sete Cristo di noi. »

Dopo una brevissima permanenza a Leonessa, sfinito dalle fatiche, logorato dalla penitenza e tormentato da un male inguaribile, trascorse gli ultimi giorni nel convento di Amatrice dove a 56 anni incontrò la morte il 4 febbraio 1612, giorno di sabato.


Culto

Le sue spoglie riposano e sono venerate nel santuario a lui dedicato a Leonessa.

Il processo informativo iniziato a Spoleto fu interrotto nel 1615 e ripreso nel 1628. Altri processi informativi vennero promossi ad Ascoli e a Rieti. Il processo apostolico ebbe luogo a Leonessa tra il 1629 e il 1633 e poi ancora tra il 1639 e il 1641. La ricognizione di tutti i processi apostolici avvenne nel 1670. Vennero esaminati anche i numerosi manoscritti, piccoli codici di sottilissima scrittura, quasi tutti attinenti alla predicazione. Fu beatificato da papa Clemente XII il 22 giugno del 1737 e canonizzato il 29 giugno del 1746 da papa Benedetto XIV.

In previsione del VI centenario della morte, il 2 dicembre del 2011 si è conclusa la ricognizione canonica del corpo del santo di Leonessa, iniziata il 21 settembre2011. Il vescovo emerito di Perugia e Città della Pieve, mons. Giuseppe Chiaretti, ha tratto alcuni caratteri salienti della personalità del Santo dalla ricognizione delle spoglie del Santo.[2]

04 Febbraio           Santa Giovanna di Valois   T.O.R. 

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   23 aprile 1464
Anno della Morte: 4 febbraio 1505

Nogent-le-Roi, 23 aprile 1464 – Bourges, 4 febbraio 1505

Giovanna di Valois, o di Francia, fu prima Regina di Francia e poi monaca e fondatrice di un Ordine religioso; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica. Era figlia di Luigi XI e di Carlotta di Savoia e sposò nel 1476 il cugino Luigi d'Orléans (il futuro Luigi XII). Dopo l'annullamento del suo matrimonio (1498), ottenne il titolo di duchessa di Berry. Nel 1502 fondò a Bourges l'ordine delle monache Annunziate. Sin dal 1514 papa Leone X consentì alle monache dell'ordine da lei fondato di celebrarne la memoria; papa Benedetto XIV l'ha proclamata beata il 21 aprile del 1742 ed è stata canonizzata il 28 maggio del 1950 da papa Pio XII.
Biografia:

Figlia del re di Francia Luigi XI e di Carlotta di Savoia, nacque il 23 aprile 1464 a Nogent-le-Roy, con gran delusione del padre che desiderava un maschio; il 19 maggio dello stesso anno, a ventisei giorni di età, fu dal padre fidanzata a suo cugino Luigi di Orléans, di due anni.
Deforme e claudicante, a cinque anni è relegata a Linières (Berry) dove il suo maggior piacere è di conversare con la "benedetta Vergine". A sei anni, invitata dal re a scegliersi un confessore, si mette a pregare e ode una voce: "Per le piaghe di mio Figlio tu avrai la madre". Scelse il francescano Giovanni de la Fontaine. A sette anni si sente investita di una missione mariana: "Prima di morire fonderai una Religione in mio onore. E così facendo mi darai gran piacere e mi renderai un servizio".
Malgrado le resistenze di Maria di Clèves, madre del duca d'Orléans, Luigi XI impone il matrimonio (il contratto è firmato da lui il 21 agosto 1476 e da Maria di Clèves il 28), celebrato a Montrichard l'8 settembre 1476.
Sebbene fosse tenuta sempre in disparte dal marito, salvo qualche giorno a Linières e durante i tre anni di prigionia, dopo la "guerra folle" la Bretagna, a Lusignan e soprattutto a Bourges, Giovanna fece tuttavia la sua entrata solenne ad Orléans dopo la liberazione del marito nel 1491, ma fu nuovamente abbandonata quando Luigi seguì Carlo VIII in Italia (1494-95).
Il 7 aprile 1498 Carlo VIII morí e Luigi d'Orléans divenne re con il nome di Luigi XII.
Ben presto egli desiderò liberarsi del legame che gli pesava da ventidue anni, per poter sposare la vedova di Carlo VIII. Assente dalla consacrazione di Reims (27 maggio 1498), Giovanna vide aprirsi, nell'agosto dello stesso anno, il processo canonico di nullità del suo matrimonio. Il 10 agosto 1498 ella risponde alla citazione ricevuta e pronuncia nella chiesa di Saint-Gatien di Tours la sua solenne protesta. Vi è tra la sua testimonianza e quella del re una contraddizione: secondo quanto ella dichiara il matrimomo è stato consumato, mentre suo marito afferma il contrario. Giovanna allora gli chiede il juramentum veritatis e Luigi XII non esita a prestarlo: Giovanna si inchina e il 17 dicembre di quell'anno l'annullamento è pronunciato.
Giovanna confiderà piú tardi al suo confessore: "In guel momento nostro Signore mi fece la grazia che quando udii la notizia, mi mise nel cuore il convincimento che Dio aveva permesso ciò affinché io potessi fare del bene, come avevo tanto desiderato. Ho considerato che ero rimasta con il re mio marito per ventidue anni, durante i quali non avevo potuto fare gran che di bene, né alcuna di quelle cose che avevo desiderio di fare; ora però potrò prendermi la rivincita e varrà h pena di vivere virtuosamente visto che sono sotttatta alla soggezione di un uomo".
Divenuta, il 26 dicembre 1498, duchessa di Berry, il 15 marzo dell'anno successivo Giovanna fa il suo solenne ingresso a Bourges dove inizia una vita di mortificazioni corporali e di generosità senza limiti, amministrando il suo ducato con saggezza e facendo regnare la giustizia. La peste scoppiata nel 1499 e 1500 le permise di dare la misura della sua carità.
Si diede premura per il salario degli operai e rafforzò la dote del collegio S. Maria. Non tardò, però, a compiere la missione di cui si sapeva investita; assicuratasi della collaborazione del p. Gilberto Nicolas (il cui nome nel 1517 sarà mutato da Leone X in quello di Gabriele Maria e che diverrà appunto il b. Gabriele Maria), ella intraprese la fondazione di un Ordine mariano. Si può dedurre che Giovanna la volle realizzare senza ritardo dal fatto che, pur essendole occorso certamente del tempo per informare della sua decisione il buon sacerdote, per sopportare il suo rifiuto, per caderne malata, per convincere il religioso finalmente commosso, per elaborare un programma pratico, tuttavia il 21 maggio 1500 troviamo già il p. Gabriele a Tours in cerca di novizie. Ne raccolse infatti undici, dai nove ai quattordici anni, primizie dell'Annunziata, che la buona duchessa adottò, visitandole ogni sera e associandole alle sue devozioni.
Desiderosa di elaborare una Regola, Giovanna udí di nuovo la sua voce interiore: "Fa scrivere tutto ciò che nel Vangelo è scritto che io ho fatto in questo mondo, fanne una regola trovando il modo di farla approvare dalla Sede apostolica. E sappi che, per tutti coloro che la vorranno osservare, ciò significherà essere nella grazia di Gesú mio figlio e mia e sarà la via sicura per adempire ai desideri di mio figlio e miei". Docile a questa ispirazione il p. Gabriele prende dal Vangelo i dieci capitoli che parlano della Vergine e articola su di essi la Regola che è approvata dalia duchessa e che il p. Morin porta a Roma per l'approvazione. Alessandro VI avrebbe approvato la nuova Regola, ma i cardinali, adducendo il decreto del IV concilio del Laterano che proibiva la fondazione di nuovi Ordini, vi si opposero: era un rifiuto.
Rientrando in Francia il p. Morin ne perde il testo e di ciò Giovanna rimane "profondamente turbata", ma il p. Gabriele si rimette all'opera e porta lui stesso a Roma il nuovo testo della Regola dell'Ordine delle "Dieci Virtú o Piaceri della Vergine Maria". Da principio a Roma si ha la stessa reazione, ma poi, in seguito ad un sogno significativo, il principale oppositore rinuncia alle sue obiezioni e nel febbraio 1501 la Regola è approvata.
Nell'agosto 1502 Giovanna decide di costruire un convento: si presentano nuove vocazioni, alcuni miracoli facilitano la costruzione ed il 20 ottobre 1502 cinque giovinette prendono l'abito dalle mani stesse della buona duchessa assistita dal p. Gabriele e dal p. Girardo. Poco a poco la comunità giunge a comprendere ventuno religiose e Caterina Gauvinelle di Amboise, diviene la prima "madre an cella". Quanto a Giovanna, pur emettendo la professione il 26 maggio 1504, a titolo privato, resta nel mondo fedele al suo sovrano. Il 3 dicembre 1503, con lettere patenti firmate a Lione, Luigi XII aveva approvato la fondazione della "sua carissima e amatissima cugina Giovanna di Francia, duchessa di Berry" prendendo il convento sotto la sua "protezione e salvaguardia speciale". Il 9 novembre 1504 cinque religiose emettono la professione.
L'intenzione della fondatrice di affidare le sue opere ai Frati Minori dell'Osservanza: il 21 novembre successivo le religiose entrano in clausura.
Il 22 gennaio 1505, colpita da un grave malessere, Giovanna fa murare la porta di comunicazione col convento; dal 2 febbraio non può piú comunicarsi e muore la sera del 4.
Sulla sua tomba fioriscono i miracoli; sempre fedele, il padre Gabriele Maria lavora alla diffusione dell'Ordine. Prima delia Rivoluzione francese, l'Annunziata contava quarantacinque case in Francia e nei Paesi Bassi, delle quali rimangono oggi i monasteri di Villeneuve-sur-Lot e di Thiais.
Introdotta da Urbano VIII il 13 maggio 1632 la causa di Giovanna di Valois portò, il 21 aprile 1742, alla beatificazione da parte di Benedetto XIV ed il 28 maggio 1950, giorno di Pentecoste, alla canonizzazione da parte di Pio XII.
L'Ordine dell'Annunziata, essenzialmente mariano, ha come finalità propria "di piacere a Cristo, imitare la Madre sua e da lei apprendere, in tutte le virtú, a vedere il piacere di Dio"; proprio per questo fu desiderio della santa consacrare l'Annunziata ai "Dieci Piaceri della Beata Vergine Maria" e cioè la castità, la prudenza, l'umiltà, la povertà, l'obbedienza, la pazienza, la fede, la devozione, la carità, la pietà.
I monasteri sopravvissuti pubblicano Caritas, Messaggio Mariano di Pace, un bollettino familiare dell'Ordine della Pace fondato da Giovanna e dal b. Gabriele Maria e da loro collegato all'Annunziata.

04 Febbraio           Beata Pasqualina da Foligno Terziaria francescana

Ricorrenza:            4 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1313

Pasqualina è il nome con cui è stata designata a lungo "la compagna" di Angela da Foligno, delle cui mirabili visioni è stata testimone preziosa: 
Biografia:

la terziaria Pasqualina, morta nel 1313. 
E' stato precisato che il vero nome di Pasqualina è Masazuola

06 Febbraio           SS. Pietro Battista, Paolo Miki SJ. e compagni martiri

Ricorrenza:            6 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: +1597

Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.
(5 febbraio: A Nagasaki in Giappone, passione dei santi Paolo Miki e venticinque compagni, martiri, la cui memoria si celebra domani). 


Biografia:

Pietro Battista nacque in Spagna nel 1542. Entrato nell'Ordine francescano ed ordinato sacerdote, venne inviato a predicare il Vangelo nell'Estremo Oriente e per molti anni lavorò nelle isole Filippine.

Nel 1593 fu mandato con altri cinque confratelli in Giappone: ivi fecero opera di evangelizzazione e costruirono chiese e ospedali.

Paolo Miki nato a Kioto, in Giappone, nel 1556 entrò giovinetto nella Compagnia di Gesù (diffusasi dopo la predicazione di San Francesco Saverio). Giapponese di lingua e di cultura fu avvantaggiato nella conoscenza della religione buddista e potè quindi sostenere fruttuose discussioni con gli infedeli ed ottenere numerose conversioni.

Improvvisamente, nel 1596, lo Shogun Taicosama decretò l’arresto di tutti i missionari. Paolo venne catturato con altri compagni e condotto in carcere. Subirono tutti raffinate ed umilianti torture, come il taglio dell’orecchio sinistro e l’esposizione allo scherno della popolazione. Infine il 5 febbraio 1597 vennero prima crocifissi e poi trafitti, da due lance incrociate e trapassanti il cuore, su una collina presso Nagasaki.

Questi eroi della fede sono i protomartiri del Giappone e furono canonizzati da Pio IX nel 1862.

06 Febbraio           Beato Antimo da Urbino Terziario francescano

Ricorrenza:            6 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1480


In Saltara, nel territorio di Pesaro, nelle Marche, il beato Antimo, confessore terziario eremita, chiaro per le opere di pentenza e per i meravigliosi prodigi operati (1438).

Francescano, fratello germano del b. Giovanni, menò vita eremitica e morì a Saltara, nel territorio di Pesaro, nel 1438. E' festeggiato il 6 febbraio. Alcuni gli attribuiscono il nome di Antonio.
Biografia:

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06 Febbraio           Beata Francesca o Franceschina da Gubbio Terziaria francescana

Ricorrenza:            6 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1360

In Gubbio, nell’Umbria, la beata Francesca, o Franceschina, da Gubbio, Vergine Terziaria, la cui sua santità fu comprovata da miracoli (1360).

Biografia:

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07 Febbraio           San Giovanni da Triora 

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   15 Marzo 1760
Anno della Morte: 7 Febbraio 1816

San Giovanni da Triora, al secolo Francesco Maria Lantrua (Molini di Triora, 15 marzo1760;† Macao, 7 Febbraio1816) è stato un presbitero, missionario e martire italiano. Svolse la sua attività principalmente in Cina, dove morì martirizzato nella città di Changsha nello Hunan: dopo essere stato torturato venne legato a una croce e strangolato.
Biografia:

Figlio di Antonio Maria Lantrua e Maria Pasqua Ferraironi di famiglia benestante. Frequentò le scuole dei Barnabiti a Porto Maurizio dove nacque la sua vocazione. Con fatica ottenne il permesso di recarsi a Roma dove ad accoglierlo trova un altro ligure, Luigi da porto Maurizio, provinciale dei francescani. Il 9 marzo 1777 indossò il saio e iniziò l'anno di prova con il nome di frate Giovanni. Fu ordinato sacerdote nel 1784 e divenne insegnante di Teologia a Tivoli e Tarquinia. Successivamente gli vienne assegnata la responsabilità di Guardiano dei conventi di Tarquinia, Velletri e Montecelio.

La missione in Cina

Nel 1799 partì missionario per la Cina, dopo 8 mesi di viaggio arrivò a Macao e dopo un periodo di formazione nel quale fece propria la cultura cinese, imparò il cinese e portare abiti locali, incominciò la sua opera di evangelizzazione nella provincia dello Hunan; l'attività fu portata avanti con relativa tranquillità fino al 1815, quando venne denunciato al Mandarino perché la sua attività è considerata sovversiva. Il 26 luglio 1815, dopo aver celebrato la sua ultima Messa, vienne arrestato assieme ad altri fedeli cinesi, torturato per fargli rinnegare la propria fede e tenuto in carcere.

Il 7 febbraio 1816 venne condotto al patibolo, prima di essere giustiziato si segno e si inchinò profondamente, al modo dei cattolici cinesi, per cinque volte, a significare il ringraziamento alla Santissima Trinità per la creazione, la redenzione, la vocazione alla fede, la grazia dei sacramenti e per le grazie ricevute.

Venne legato ad una croce e ucciso per strangolamento. Il corpo fu da prima trasportato e sepolto nella Cattedrale di san Paolo a Macao e successivamente traslato a Roma nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli, dove si trova tuttora.

07 Febbraio           Sant'Egidio Maria di San Giuseppe

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   16 Novembre 1729
Anno della Morte: 7 Febbraio 1812

Sant'Egidio Maria di San Giuseppe, al secolo Francesco Antonio Domenico Pasquale Pontillo, conosciuto anche come Sant'Egidio Maria da Taranto (Taranto, 16 novembre 1729; † Napoli, 7 febbraio 1812), è stato un religiosoitaliano, appartenuto ai Frati Minori Scalzi..
Biografia:

Di umili origini, nacque in una piccola casa del borgo antico di Taranto e dimostrò fin dalla tenera età una fede straordinaria che viveva in ogni istante della sua giornata.

Si iscrisse giovanissimo alla reale arciconfraternita di Maria Santissima del Rosario presso la chiesa di San Domenico Maggiore, perse il padre a 18 anni. Faceva l'umile mestiere del cordaio prima col padre poi dopo la scomparsa del genitore lavorò nella bottega del cognato della madre che si risposò in seguito con un barbiere di Grottaglie con il quale il giovane Francesco visse fino alla sua partenza da Taranto.

Il 27 febbraio 1754 all'età di 24 anni, fu accolto tra i Frati Minori Alcantarini della provincia di Lecce. Iniziò la vita francescana nel convento di Galatone, cambiando il suo nome in Frate Egidio della Madre di Dio. Alla fine dell'anno di prova, il 28 febbraio 1755, fece la sua professione solenne emettendo i tre voti cardini della povertà, obbedienza e castità, modificando il nome in Frate Egidio Maria di San Giuseppe.

Dopo un certo periodo a Galatone, fu trasferito nella Comunità di Squinzano; nel 1759 fra Egidio verrà destinato dai superiori al Convento di San Pasquale a Chiaia in Napoli, che renderà illustre e conosciuto, con la santità della sua vita.

All’inizio ebbe l’incarico di cuoco, poi quello del lanificio conventuale e infine l’ufficio di portinaio, che secondo le regole degli Alcantarini, veniva affidato al migliore dei fratelli laici, perché dal comportamento del portinaio, spesso ne derivava la stima ed il buon nome dei frati.

L’accoglienza, la pazienza, la carità che aveva verso i poveri, che nella grande città erano numerosi e affluivano giornalmente alla porta del convento, fecero sì che il suo nome e le sue virtù, venissero esaltate dagli stessi poveri che le diffusero per tutta Napoli, in fine gli fu affidarono l’incarico di questuante che tenne per 50 anni.

Già sofferente di una grave forma di sciatica, frate Egidio venne colpito da un'asma soffocante e poi da una idropisia di petto, morì il 7 febbraio 1812 fra il cordoglio dell'intera città di Napoli.


Culto

Papa Pio IX il 24 febbraio 1868 lo dichiarò venerabile, mentre Papa Leone XIII lo dichiarò beato il 5 febbraio 1888.

Il 2 giugno 1996, Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro a Roma lo canonizzò, attribuendo come miracolo la guarigione da coriocarcinoma uterino della signora Angela Mignogna, nel 1937.

07 Febbraio           Santa Colette da Corbie  Terziaria francescana 

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   13 gennaio 1381
Anno della Morte: 6 marzo 1447


Corbie (Francia) 13 gennaio 1381 - Gand (Belgio) 6 marzo 1447


Coletta Boylet fu un vero dono del cielo: prima di tutto per i suoi genitori e poi l'intera famiglia delle clarisse. Quando nacque a Corbie in Francia nel 1381 suo padre e sua madre erano convinti che sarebbero rimasti senza figli e decisero così di chiamarla con il nome del santo alla cui intercessione veniva attribuita la sua nascita: san Nicola. Nicoletta – poi Coletta – manifestò da subito il desiderio di vivere da religiosa. A 25 anni comprese che la sua strada era tra le clarisse, ordine che amava e che sentiva la necessità di riformare. Nel 1406, a Nizza, Benedetto XIII le impose il velo e le diede l'autorizzazione a compiere la sua opera riformatrice, che coinvolse 16 monasteri prima della morte, avvenuta nel 1447 a Gand in Belgio.


Martirologio Romano

A Gand nelle Fiandre, nell’odierno Belgio, santa Coletta Boylet, vergine, che, dopo tre anni di vita molto austera rinchiusa in una piccola casa posta accanto alla chiesa, divenuta professa sotto la regola di san Francesco, ricondusse molti monasteri di Clarisse al primitivo modello di vita, ristabilendovi in special modo lo spirito di povertà e di penitenza.

Martirologio Francescano

In Gand, nel Belgio, Santa Coletta da Corbie, Vergine, la quale da prima professò il Terz'Ordine, ma poi mossa da impulso dello Spirito Santo abbracciò l'Ordine di Santa Chiara, che nei moltissimi monasteri da sè riformati o edificati richiamò al fervore primitivo e all'antica osservanza. Adorna di virtù e chiara per miracoli quasi innumerabili dal Sommo Pontefice Pio VII fu ascritta ascritta nell'albo dei Santi (1447).

canonizzazione e culto

Molti re e prinicipi fecero petizioni presso la Santa Sede perchè venisse canonizzata; solo per citarne alcuni ricordiamo Carlo il Calvo nel 1478 ed Enrico VIII nel 1513. Per diversi motivi, tra cui le divisioni interne all’ordine francescano, la Riforma e la Rivoluzione francese, la sua canonizzazione arrivò solo nel 1807 da parte di Pio VII. Le sue reliquie sono state spesso traslate per garantirne la sicurezza e poi poste definitivamente a Poligny.
Il suo breviario è ancora conservato a Besançon, ma è a Ghent che viene maggiormente venerata.
Biografia:

Colette Boylet (o Boillet) nacque a Corbie il 13 gennaio 1381 da una coppia di anziani genitori; secondo una tarda tradizione agiografica, essi disperavano ormai di poter avere figli e la piccola sarebbe nata per la soracolosa intercessione di san Nicola, donde il suo nome di Nicolette, il cui vezzeggiativo è Colette. 
Ancora bimba, mostrava già una grande pietà e devozione e, pochi anni dopo, recitava quotidianamente I'ufficio sette volte il giorno, secondo quanto prescritto dalla regola benedettina. Probabilmente I'essere suo padre carpentiere presso la grande abbazia piccarda contribuì a farla crescere in un'atmosfera di grande pietà. 
A 9 anni avrebbe avuto la sua prima visione, in cui le sarebbe stato rivelato cosa fosse il genuino spirito francescano e come si sarebbe dovuto provvedere alla riforma dell'Ordine. 



I primi anni

Coletta è venerata come riformatrice delle clarisse, ed è stata una figura particolarmente importante dei francescani, tant’è che un ramo del’ordine, le colettine, ha preso il nome da lei. Suo padre, Roberto Boylet e sua rmoglie Margherita era molto devoto. Ebbero solo una figlia quando Margherita era ormai piuttosto anziana. Chiamarono la bambina Nicoletta in onore di S. Nicola, grazie all’intercessione del quale essi pensavano di aver potuto avere la figlia. Coletta, come veniva chiamata da tutti, ricevette un’istruzione basilare, dopodiché visse quasi in solitudine, impegnandosi in preghiere, lavori manuali e catechismo.
Nel 1399, quando Coletta compì diciassette anni , i suoi genitori erano entrambi morti ed ella era stata affidata all’abate di Corbie. Era ormai libera di scegliere, previo il consenso dell’abate anche se in realtà non sapeva bene cosa fare, se non amare e servire Dio con tutto il suo cuore e la sua forza. Si consultò con un frate celestino, che le consigliò di fare voto di castità dandole qualche insegnamento sulla preghiera. Egli era convinto che il desiderio della ragazza di servire Dio in modo totale fosse il segno di una vocazione religiosa. Nicoletta in un primo memento si unì a un gruppo di beghine che prestavano servizio nell’ospedale locale, poi a una comunità di clarisse urbaniste (che seguivano la regola di Santa Chiara rivista da papa Urbano IV) di Moncel, e infine a quella delle benedettine di Corbie. In nessuno di quegli oridni trovò l’austerità e la ristrettezza di vita che desiderava.

Colette terziaria francescana

Fece ritorno a Corbie dove passò un altro periodo di incertezza e indecisione. Non molto dopo però, il francescano padre Pinet passò per caso per Corbie e Coletta si recò da lui in cerca di consiglio. Dopo lunghe preghiere e aver molto ponderato il problema, egli le suggerì di unirsi al Terz’ordine francescano e di vivere come reclusa. Coletta non ebbe titubanze di sorta e fu lo stesso abate di Corbie a presiedere la cerimonia in cui essa, all’età di ventidue anni, si impegnò a intraprendere quella vita. L’abate condusse personalmente Nicoletta nel posto adiacente alla chiesa che le era stata assegnato e che egli stesso provvide a murare. Coletta rimase chiusa in quella stanzetta dal 1402 al 1406; c’era una finestrina che dava sulla chiesa e una parte del suo alloggio serviva da parlatorio, cosicché poteva comunicare con i suoi visitatori parlando attraverso una grata.
I visitatori si fecero però troppo numerosi e i più non accettavano di dover andare via quando il tempo loro assegnato scadeva, così le visite vennero interrotte per un periodo di tre anni. Due cari amici provvedevano a tutte le sue necessità; Coletta invece si occupava dei lini della chiesa, cuciva i vestiti dei poveri, pregava e faceva penitenza. Come per tanti altri eremiti, anche le sue giornate erano alterne; alcune ricche di grazia e altre di assalti diabolici, come essa li definiva. Per Coletta, che dopo tanta fatica era giunta a legarsi con voto di clausura alla vita eremitica, nulla sarebbe potuto sembrare più inconcepibile che una chiamata a interrompere quella vita. Ogni minimo pensiero rivolto a un tipo di vocazione differente le sembrava una tentazione del diavolo che la voleva spingere ad abbandonare la sua vera vocazione. 
Gli ultimi mesi che la giovane trascorse nella sua cella furono pieni di sofferenza, visto che cercava di combattere contro le domande che si poneva su se stessa, l’incertezza della loro origine e la consapevolezza della propria incompetenza. La grande “lotta” iniziò una notte che essa ebbe una visione di San Francesco che, prostrato ai piedi di Cristo, pregava che gli venisse concessa Nicoletta per la riforma delle suore e dei frati francescani; la Vergine Maria aggiunse le sue preghiere a quelle di San Francesco. La prima reazione dell’eremita fu di rigetto e anche a mente fredda non riusciva ad accettare quell’idea; solo dopo molto tempo accettò incondizionatamente quella che percepì essere la volontà di Dio; le venne anche detto che per il lavoro che l’aspettava avrebbe avuto un aiuto e una guida.

Fondatrice

Enrico de Baume era un francescano di stretta osservanza e che soffriva particolarmente vedendo la situazione dell’ordine e della Chiesa in  genere. Venne giudato da una serie di episodi straordinari a far visita a Coletta, con la quale si accordò per collaborare nell’intento di riformare i francescani. Nicoletta, grazie all’aiuto di Enrico, partì alla volta di Nizza, dove voleva incontrare l’antipapa il catalano Pietro de Luna (Benedetto XIII), ritenuto dai francesi papa legittimo. Egli la accolse con grande gentilezza e celebrò la funzione in cui la ragazza pronunciò i voti secondo la regola di Santa Chiara. 
Benedetto XIII rimase talmente colpito da Nicoletta che la volle superiora di tutti i conventi che essa avrebbe fondato o riformato e ampliò il suo incarico ai frati e all’ordine terziario; Enrico venne nominato suo assistente. 
La riforma, che consisteva nel ritorno alla prima regola di Santa Chiara compendiata da delle nuove costituzioni (approvate nel 1434), riuscì con fatica a imporsi nei conventi di clarisse già esistenti.
Il monastero di Besançon accettò sì la riforma, ma era composto solo da due suore, una delle quali decise di passare coi bernardini. Gli altri conventi in cui venne introdotta la riforma di Coletta furono in realtà tutte nuove fondazioni, che però, sotto la sua direzione, crebbero e fiorirono con incredibile rapidità. Un monastero che è molto legato a Coletta è quello, tuttora esistene, di Le Puy-en-Velay. Dodici conventi maschili accolsero la sua riforma, ma più tardi vennero riassorbiti dai rami principali della famiglia francescana.
La storia delle fondazioni sembra avere come filo conduttore una serie di miracoli. La duchessa di Bournbon scrisse: “Non vedo l’ora di vedere quella meravigliosa Coletta che fa resuscitare i morti“. Ella riuscì realmente a vedere la clarissa, e tutta la sua famiglia fu influenzata in modo particolare da quell’incontro.  Quella donna di umili origini aveva un effetto speciale sulla gente dell’alta società.
Coletta aveva sì abbandonato il suo eremo, ma sembrava avere portato con sè la profondità inviolabile di silenzi interiori in cui rimaneva in contatto perenne con Cristo e fu quel dono a sostenerla durante la sua opera riformatrice. Vi furono periodi in cui l’attività dovette cedere il passo all’azione imperiosa della grazia; infatti Coletta rimaneva spesso in estasi per diverse ore dopo aver fatto la comunione o durante la settimana santa, quando meditava sulla passione.
Una volta ebbe una visione di Cristo che soffriva e moriva in croce e non c’era venerdì di Quaresima che non digiunasse e non pregasse ininterrottamente dalle sei del mattino alle sei di sera; un’altra volta ebbe una visione di migliaia e migliaia di uomini e donne che decadevano dalla grazia, come fiocchi in una tormenta di neve. Da quel giorno in poi cominciò a pregare con grande fervore per la conversione dei peccatori e per le anime del purgatorio.
Certe volte era molto depressa, ma sapeva essere anche molto felice. Nel 1446, nel giorno dedicato ai SS. Pietro e Paolo, venne a conoscenza di qualcosa al riguardo delle devastazioni che la Riforma Protestante avrebbe portato con sé, specialmente alle case religiose, mentre nel giorno di Corpus Christi venne rassicurata sul fatto che la sua riforma avrebbe superato la tempesta. Sempre in quell’anno ebbe l’esperienza mistica del matrimonio spirituale.


Ultimi bagliori

Attorno al 1446, dopo quarant’anni di attività, Coletta cominciò ad ammalarsi; gli ultimi sei mesi di vita che le rimasero li trascorse lontano dalla vita attiva. Dal luglio del 1447 non riuscì più ad alzarsi dal letto e dopo qualche mese morì nel convento di Ghent e il suo corpo fu poi trasportato a Poligny nel Giura.
Durante la morte di S. Coletta si sentì nei monasteri riformati e da lei particolarmente amati un canto meraviglioso degli angeli, durante il quale uno di loro diffuse il messaggio: ”la venerabile suora Coletta è tornata dal Signore.” Una suora, avente anch’essa particolari virtù e carismi, vide, al momento della morte della S. Coletta, una grande schiera celeste, nel cui centro l’anima della defunta venne portata con meravigliose melodie alla beatitudine di Dio.

Riformatrice

Quella di Colette fu riforma nel senso più antico ed etimologico del termine: non si trattava, infatti, per lei, di innovare qualcosa, ma di ritornare allo spirito del francescanesimo primitivo, riflesso nella Regola di S. Chiara di Assisi. Da qui I'importanza attribuita non solo all’austerità personale, ma anche alla povertà vissuta dell'istituzione. Ma, al contrario di Chiara d'Assisi, Colette, a lungo a contatto con i benedettini diede molta importanza alla preghiera liturgica.
Per quanto possa apparire contraddittorio, la riformatrice Colette non volle che i suoi monasteri fossero posti sotto la guida spirituale degli Osservanti, che pure, in quegli stessi anni, perseguivano un programma di riforma del movimento francescano maschile, scelta che incontrò a lungo I'opposizione della gerarchia dell'Ordine. Un tentativo del celebre osservante Giovanni di Capestrano di convincerla a porsi sotto la guida del suo movimento rimase infruttuoso e Colette volle che le sue monache restassero sotto la cura dei Conventuali. 

Colette redasse anche delle Costituzioni delle comunità di clarisse colettine, “sentiments”, che vennero approvate dal ministro generale dell'Ordine, e allora delegato papale, nel 1434, e definitivamente ratificate da papa Pio II nel 1458. Le Costituzioni di S. Coletta furono poi assunte anche dalle Cappuccine nel 1538. 

07 Febbraio           Beato Pio IX (Giovanni  Maria  Mastai Ferretti) Terziario francescano

Ricorrenza:            7 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 maggio 1792
Anno della Morte: 7 febbraio 1878

Senigallia, Ancona, 13 maggio 1792 - Roma, 7 febbraio 1878
Papa dal 21/06/1846 al 07/02/1878

Troppo spesso la letture del pontificato di Pio IX, durato per ben 32 anni tra il 1846 e il 1878, risentono di condizionamenti politici e di visioni parziali. In realtà oggi questo Pontefice è riconosciuto come beato dalla Chiesa soprattutto per il tenace servizio alla verità. Giovanni Maria Mastai Ferretti era nato a Senigallia nel 1792 ed era diventato sacerdote nel 1819 a Roma. Vescovo di Spoleto a 35 anni, fu trasferito a Imola nel 1833 e fu fatto cardinale nel 1840. L'Europa era percorsa da venti di cambiamento, che spesso però portavano con sé il rifiuto della fede. Eletto Papa, Pio IX lavorò perché la verità fosse salva da ogni strumentalizzazione. Fu il Papa del dogma dell'Immacolata, della diffusione del Rosario e del Vaticano I.

Martirologio Romano: A Roma, beato Pio IX, papa, che, proclamando apertamente la verità di Cristo, a cui aderì profondamente, istituì molte sedi episcopali, promosse il culto della beata Vergine Maria e indisse il Concilio Ecumenico Vaticano I. 


Biografia:

La famiglia Mastai è di antichissima e nobile stirpe, originaria di Crema nel 1300; un componente di questa famiglia, residente a Venezia, si spostò a Senigallia nel 1557 e sposò una senigalliese. 
Nel 1625 Giovanni Maria Mastai sposò la contessa Margherita Ferretti di Ancona, ereditandone i titoli, i beni e lo stemma che si aggiunse a quello Mastai. Lo stemma pontificio corrisponde a quello di famiglia, con gli elementi pontifici di tiara e chiavi di S. Pietro.
Fu una famiglia molto prolifica e religiosa; il trisavolo di Pio IX ebbe 19 figli, il bisnonno sei figli, il nonno Ercole sette. 

Giovanni Maria Mastai Ferretti (Pio IX) fu il nono figlio del Conte Girolamo e di Caterina Sollazzi e nacque a Senigallia il 13 maggio 1792, battezzato lo stesso giorno della nascita. 

Compì gli studi classici nel Collegio dei Nobili a Volterra, diretto dagli Scolopi, dal 1803 al 1808, studi sospesi per improvvisi attacchi epilettici, proprio quando sognava di seguire la carriera ecclesiastica. 
Dal 1814 fu ospite a Roma dello zio Mastai Ferretti Paolino, Canonico di S. Pietro e poté proseguire gli studi di Filosofia e di Teologia nel Collegio Romano. 
Nel 1815 si recò in pellegrinaggio a Loreto ed ottenne la grazia della guarigione dalla malattia. 
Per questo poté continuare i suoi studi e la preparazione intensa al presbiterato. Il 5 gennaio 1817 ricevette gli Ordini Minori, il 19 dicembre 1818 il Suddiaconato, il 7 marzo 1819 il Diaconato, il 10 aprile 1819 venne ordinato Sacerdote. L'11 aprile 1819 celebrò la prima Santa Messa nella chiesa di sant'Anna, annessa all'Ospizio Tata Giovanni, tra i ragazzi che furono il centro del suo apostolato giovanile fino al 1823. 
Dal luglio 1823 al giugno 1825 fu tra i membri componenti la Missione apostolica in Cile guidata dal Delegato Mons. Giovanni Muzi.
 
Il 24 aprile 1827 fu nominato Arcivescovo di Spoleto a soli 35 anni; il 6 dicembre 1832 venne trasferito al Vescovado di Imola; il 14 dicembre 1840 ricevette la berretta Cardinalizia; il 16 giugno 1846, al quarto scrutinio, con voti 36 su 50 Cardinali presenti al Conclave, venne eletto Sommo Pontefice a soli 54 anni. 

Un mese dopo concesse l'amnistia (16 luglio 1846) per i reati politici. 
Dall'agosto 1846 al 14 marzo 1848 è l'epoca delle grandi riforme dello Stato Pontificio (Ministero liberale, libertà di stampa e agli ebrei, Guardia Civica, inizio delle ferrovie, Municipio di Roma, 14 marzo 1849 emissione dello Statuto). 
Con l'Allocuzione del 29 aprile 1848 contro la guerra all'Austria declina la stella politica del Mastai e incomincia la sua lunga Via Crucis.



LA REPUBBLICA ROMANA DEL '48
L'ESILIO A GAETA
L'ULTIMA FASE DELLO STATO PONTIFICIO


Il 15 novembre 1848 uccisione di Pellegrino Rossi; dal 24 novembre 1848 al 12 aprile 1850 esilio del Pontefice a Gaeta e quindi ritorno a Roma, ove riprese una illuminata restaurazione. 
Dal 4 maggio al 5 settembre 1857 viaggio-visita politico-pastorale di Pio IX nei suoi Stati.

Nell'aprile del 1860 caddero le Legazioni, nel settembre la Marche e l'Umbria furono annesse al Regno d'Italia.

Il 1° luglio 1861 viene pubblicato il primo numero dell'"Osservatore Romano". L'8 dicembre 1864 Enciclica "Quanta Cura" e il Sillabo che aprì la questione del Modernismo.

Il 2 maggio 1868 approvazione della Gioventù Cattolica Italiana.
Durante l'esilio di Gaeta, meditò il mistero dell'Immacolata Concezione della B. Vergine Maria; tornato a Roma, l'8 dicembre 1854 definizione del dogma della Immacolata Concezione. 

CONCILIO VATICANO I
PRESA DI ROMA
GLI ULTIMI ANNI DI PONTIFICATO 

L'8 dicembre 1869 apertura del Concilio Vaticano I che promulga due Costituzioni, la "Dei Filius" e la "Pastor Aeternus" del 18 luglio 1870 e la definizione del magistero infallibile del Pontefice Romano se parla "ex cathedra"; chiusura del Concilio per il precipitare degli eventi politici. 
20 settembre 1870 presa di Roma e chiusura volontaria del Papa in Vaticano.Il 6 maggio 1871, Pio IX respingeva con l'enciclica Ubi nos la legge delle guarentigie. Compare allora l'espressione "Non Expedit" per la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche; non venne riconosciuto il Regno d'Italia e rinnovata la scomunica dell'anno precedente contro i responsabili della presa di Roma.
L'8 dicembre 1870 Pio IX proclamò S. Giuseppe patrono della Chiesa universale.Pochi anni dopo, Leone XIII, anch'egli terziario francescano, eletto papa il 20 febbraio 1878, mise fin dall’inizio il suo pontificato «sotto la potentissima protezione di san Giuseppe, celeste patrono della Chiesa» (allocuzione ai cardinali del 28 marzo 1878).

Fu proclamato il Giubileo nel 1875, ma l'apertura della Porta Santa, quella delle quattro basiliche di Roma, non più papalina, non avvenne; eppure, in quei frangenti, si ebbe un certo afflusso di pellegrini. 

Pio IX morì in Vaticano e la sua salma, provvisoriamente deposta nella basilica Vaticana. I funerali si svolsero senza problemi, contando l'afflusso di 300.000 fedeli. 
Tre anni dopo la salma di Papa Mastai-Ferretti fu tumulata in San Lorenzo fuori le mura. Il trasporto subì l'estremo oltraggio degli anticlericali, per lo più massoni, che avevano organizzato una dimostrazione nel tentativo di buttare nel Tevere quella che chiamavano la "carogna" di Pio IX. Il trasporto avvenne a notte innoltrata, il 12 luglio 1881, e non ci fu un'adeguata protezione della polizia al corteo funebre, specialmente presso il ponte Sant'Angelo; per tutto il resto del percorso fino al Verano piovvero insulti e sassi sugli ecclesiastici e i laici cattolici asserragliati intorno al feretro. La salma potè, infine, essere sepolta nell'arca di pietra nuda, secondo le ultime volontà del pontefice, senza alcun monumento funebre.

08 Febbraio           Beata Jacopa (o Giacomina) de' Settesoli

Ricorrenza:            8 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:    ̴ 1190
Anno della Morte:  ̴ 1230

Giacoma Frangipane de' Settesoli, conosciuta come Jacopa de' Settesoli e come frate Jacopa (Roma, 1190 circa – Assisi, 1239circa), è stata una terziaria francescana italiana.

Biografia:

Secondo il biografo Alberto Crielesi sarebbe nata nel 1190 a Roma nel rione Trastevere come Jacopa de' Normanni, fu data in moglie giovanissima a Graziano Frangipane de' Settesoli, esponente della nobile casata romana dei Frangipane che aveva in proprietà il Septizonio, un monumento fatto costruire da Settimio Severo vicino al Circo Massimo a Roma e divenuto dopo la caduta dell'Imperoroccaforte dei Frangipane.

Divenne vedova nel 1217, quindi signora dei tanti castelli e terre del Lazio dei Frangipane.

Il primo atto che la riguarda è del 1210, dove già vedova e con due figli da tutelare, Giovanni e Giacomo, gestiva il territorio di Marino, Nemi e altri beni dei Frangipane. Sarà proprio lei a firmare, il 31 maggio 1237, assieme al primogenito Giovanni Frangipane, la prima delle costituzioni o statuti che regoleranno la vita civile della terra di Marino. Nel contratto stipulato con gli abitanti del Castello di Marino, si anticipavano le concessioni in forma di statuti dei secoli successivi, nel quale erano fissate le norme e le consuetudini vigenti con l'impegno di rispettarle reciprocamente per il bene comune.

Conobbe San Francesco d'Assisi nel 1210, quando il santo venne a Roma, e lo aiutò a trovare alloggio presso i Benedettini di Ripa Grande e ad ottenere udienza dal pontefice Innocenzo III. San Francesco, secondo la leggenda, per sdebitarsi con Giacoma le regalò un agnello ammaestrato, che la accompagnò sempre.

San Francesco ispirato da Jacopa nel 1221 fondò l'ordine dei "Fratelli e Sorelle della Penitenza" o "Terzo Ordine" dedicato ai laici che pur rimanendo a vivere nel mondo desideravano condurre una vita cristiana di stile francescano.Tomba di Jacopa dei Settesoli nella Basilica inferiore di AssisiSecondo la tradizione, quando il santo assisiate era in punto di morte dettò una lettera da inviare a Giacoma perché voleva rivederla prima di morire, e le chiese di portargli il suo velo nuziale e i mostaccioli, dolce tipico romano[2]. Ma Giacoma, chiamata affettuosamente da Francesco "frate Iacopa", arrivò ad Assisi prima che la lettera fosse spedita, portando proprio ciò che Francesco le aveva chiesto di portare.Particolare della tomba di Iacopa dei SettesoliDopo la morte di Francesco, Giacoma tornò a Roma, lasciò il potere al figlio Giovanni e si dedicò a opere di carità e pietà, ottenne nel 1231 dai Benedettini la cessione dell'Ospedale di San Biagio trasformandolo, dopo la canonizzazione di Francesco, nella dimora romana dei Francescani, il convento di S. Francesco a Ripa, grazie all'aiuto di Papa Gregorio IX.

Fatto testamento si ritirò come terziaria francescana ad Assisi, dove morì forse nel 1239. Venne sepolta nella cripta della Basilica di San Francesco davanti alla tomba del Santo e ai suoi compagni, di fronte all'altare fra le due scalinate dietro una griglia metallica nera. Sopra l'urna si legge l'epigrafe Fr. Jacopa de Septemsoli e sotto l'urna Hic requiescit Jacopa sancta nobilisque romana (Qui riposa Jacopa santa e nobile romana).

10 Febbraio           Beato Alojzije Stepinac, vesc., Terziario francescano

Ricorrenza:            10 Febbraio
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   8 maggio 1898
Anno della Morte: 10 febbraio 1960

Brezaric, Krasic, Croazia, 8 maggio 1898 - Krasic, Croazia, 10 febbraio 1960

Nasce l'8 maggio 1898 a Brezaric, nella parrocchia di Krasic presso una famiglia di contadini benestanti. Nel 1919 entra in seminario, e dal suo vescovo è mandato a Roma per gli studi teologici. Qui nel 1930 è ordinato sacerdote. Nel 1934 è consacrato suo vescovo coadiutore con diritto di successione. Pochi anni dopo, nel 1937, egli succede a monsignor. Bauer come arcivescovo di Zagabria. Durante la seconda guerra mondiale fu uno strenuo avversario del Nazi fascismo difendendo famiglie di ebrei e di zingari. Dopo il 1945 Stephinac diventerà uno dei più audaci difensori della libertà religiosa contro il regime di Tito. Il 19 ottobre 1946 è rinchiuso in carcere fino al 1951. Anno nel quale è confinato nel villaggio natio di Krasic dalla polizia locale. Il 12 gennaio del 1953 viene creato cardinale da Pio XII. Il 10 febbraio 1960 muore a causa di una malattia, contratta in carcere. E' beatificato il 3 ottobre 1998 da Giovanni Paolo II. (Avvenire)

Martirologio Romano: Nella cittadina di Krašić vicino a Zagabria in Croazia, beato Luigi Stepinac, vescovo di Zagabria, che con coraggio si oppose a dottrine che negavano tanto la fede quanto la dignità umana, finché, messo a lungo in carcere per la sua fedeltà alla Chiesa, colpito dalla malattia e consunto dalle privazioni, portò a termine il suo insigne episcopato. 

Biografia:

La Chiesa compie la missione affidatale dal Divin Maestro, di essere strumento di santità attraverso le vie dell’evangelizzazione, dei sacramenti e della pratica della carità. Tale missione riceve un notevole contributo di contenuti e di stimoli spirituali anche dalla proclamazione dei beati e santi, perché essi mostrano che la santità è accessibile alle moltitudini, che la santità è imitabile. 
Con la loro concretezza personale e storica fanno sperimentare che il Vangelo e la vita nuova in Cristo non sono un’utopia o un sistema di valori, ma sono ‘lievito’ e ‘sale’ capaci di far vivere la fede cristiana all’interno e dall’interno delle diverse culture, aree geografiche ed epoche storiche. 
E in questa ottica, si inserisce la fulgida e sofferta testimonianza della fede del cardinale Alojzije Viktor Stepinac a Zagabria, vittima del comunismo ateo del dopoguerra nei Balcani. 
Egli nacque a Brezaric, nella parrocchia di Krasic (diocesi di Zagabria) l’8 maggio 1898; dopo gli studi elementari nel natio paese, proseguì quelli liceali nel seminario arcivescovile di Zagabria, capoluogo della Croazia, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico; ottenuta la maturità nel 1916, venne poi arruolato nell’esercito austriaco e come ufficiale fu inviato sul fronte italiano, essendo in corso la Prima Guerra Mondiale. 
Fu fatto prigioniero dagli italiani nel luglio 1918, fu rilasciato nel dicembre successivo a fine guerra; fu in seguito volontario nella Legione Jugoslava e inviato a Salonicco, rientrando in Croazia nella primavera del 1919, nel frattempo aveva rinunziato all’idea di farsi sacerdote. 
Infatti nell’autunno del 1919, prese a frequentare la Facoltà di Agronomia nell’Università di Zagabria, ma nel 1924 a 26 anni, gli ritornò la vocazione sacerdotale, quindi si recò a Roma per studiare nel Collegio Germanico-Ungarico e all’Università Gregoriana, conseguendo le lauree in filosofia nel 1927 e teologia nel 1931. 
Fu ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930, celebrando la sua prima Messa nella basilica di S. Maria Maggiore. Nel 1931 lasciò Roma per ritornare in Croazia, dove nel frattempo si era instaurata, sin dal gennaio 1929, la dittatura del re Alessandro di Serbia; la situazione era difficilissima, perché i Serbi facevano di tutto per estirpare la religione cattolica a favore di quella ortodossa, che era la loro religione di Stato, in mancanza di concordati con il Vaticano, i cattolici erano considerati cittadini di second’ordine, mentre agli ortodossi erano concessi tutti i privilegi. 
Padre Stepinac ebbe incarichi nella Curia, primo presidente della ‘Caritas’ diocesana, istituita per suo consiglio nel novembre 1931, dall’arcivescovo Bauer. Il 29 maggio 1934 papa Pio XI lo nominò a soli 36 anni, vescovo coadiutore con diritto di successione dell’arcivescovo di Zagabria e il 7 dicembre 1937, morto l’arcivescovo Bauer, diventò titolare della diocesi e dopo un po’, presidente della Conferenza Episcopale Jugoslava. 
Nel 1941 la Croazia divenne uno Stato indipendente con l’aiuto del nazifascismo, sotto il regime di Ante Pavelic, il quale seguendo l’esempio di Hitler e Mussolini, prese a perseguitare le minoranze (ebrei, zingari, dissidenti, serbi). 
I serbi si trovarono in posizione opposta di prima del regime, nei confronti dei croati e quindi dei cattolici; l’arcivescovo Alojzije Stepinac prese subito le difese dei perseguitati, proibendo ogni processo contro gli ortodossi, vietando che venissero ribattezzati nel casi di passaggio al cattolicesimo; intervenne con lettera presso Pavelic, per scongiurare che non venissero uccisi serbi che non avessero una provata colpa di delitto; chiedendo il 20 novembre 1941 il “rispetto totale della persona, senza distinzione di età, sesso, religione, nazionalità e razza”. 
Questa sua strenua difesa, specie per gli ebrei ed i zingari, lo portò a predicare pubblicamente i suoi pensieri, al punto che il rappresentante tedesco a Zagabria commentò: “Se un vescovo pronunciasse in Germania tali discorsi, non scenderebbe vivo dal pulpito”; Pavelic inviò un inviato speciale al Vaticano per ottenerne la destituzione. 
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, ci fu un nuovo ribaltamento politico, infatti l’8 maggio 1945 entrarono a Zagabria i partigiani comunisti di Tito (Josip Broz - 1892-1984), i quali cominciarono una lotta sistematica contro le attività religiose; fu istituita l’OZNA polizia segreta comunista, che arrestò, fece processare e condannare a morte migliaia di cittadini, colpevoli di non simpatizzare con il nuovo regime ateo. 
Per questo molti sacerdoti cattolici e alcuni vescovi, furono imprigionati e il 17 maggio 1945, toccò anche all’arcivescovo di Zagabria Stepinac, che però fu liberato il successivo 3 giugno per l’intervento di Tito, il quale aveva uno scopo, chiese al presule di staccarsi da Roma e di creare una Chiesa nazionale croata. 
La risposta dell’arcivescovo fu dura e ferma, quindi ripresero le persecuzioni contro la Chiesa Cattolica: furono uccisi i vescovi di Dubrovnik e Krizcevi; condannato a 12 anni di carcere quello di Mostar, arrestati quelli di Krk e Spalato; espulso da Zagabria l’inviato speciale del Vaticano; condannati a morte senza processo 369 sacerdoti; confiscati i beni della Chiesa. 
L’arcivescovo Stepinac il 22 settembre 1945 fece pubblicare una lettera collettiva dell’episcopato croato, che denunciava le ingiustizie subite dalla Chiesa, auspicando nel contempo un Concordato tra Stato e Chiesa. Il regime comunista reagì furiosamente, Stepinac fu arrestato il 18 settembre 1946 e subì un processo-farsa messo su con false testimonianze e calunnie, svoltosi a Zagabria fra il 30 settembre ed il 10 ottobre. 
L’11 ottobre l’arcivescovo venne condannato a sedici anni di lavori forzati ed alla perdita dei diritti civili, anche per cinque anni dopo la fine della condanna; la sua colpa agli occhi del regime, in realtà fu il rifiuto di organizzare una Chiesa nazionale. 
Il 19 ottobre 1946 fu rinchiuso nel carcere di Lepoglava in completo isolamento, fino al 5 dicembre 1951; gli era consentito solo la celebrazione della Messa e la lettura di libri religiosi; poi alla fine del 1951 venne confinato nel villaggio natio di Krasic, sorvegliato dalla polizia, ospitato nella parrocchia, senza esercitare il ministero episcopale. 
Il 12 gennaio 1953 papa Pio XII lo creò cardinale, deplorando pubblicamente il regime che gli impediva di recarsi a Roma per la cerimonia, pena il non ritorno in Patria. A seguito di ciò il governo di Tito, ruppe ogni rapporto con la S. Sede, instaurando di fatto anche in Jugoslavia, quella che venne definita “Chiesa del silenzio” dei Paesi comunisti. 
Nel 1956 gli venne fatta conoscere la lettera apostolica, con la quale papa Pacelli lodava la fede eroica dei cardinali Mindszenty in Ungheria, Wyszynski in Polonia, Stepinac in Jugoslavia, vittime della persecuzione comunista atea, esortandoli a perseverare nella loro testimonianza. 
L’arcivescovo disse al parroco che l’ospitava: ”Se il papa chiede il martirio e rifiuta ogni trattativa col comunismo, allora tutto mi è chiaro”. Intanto già dal 1953 la malattia contratta nel carcere di Lepoglava, esplose in tutta la sua virulenza, con diversi disturbi, sopportati coraggiosamente e pazientemente: trombosi alle gambe, catarro bronchiale, polycitemia rubra vera, infiammazioni, forti dolori causati da un grosso calcolo alla vescica. 
Lo stato generale si aggravò e inaspettatamente egli morì il 10 febbraio 1960, pregando per i suoi persecutori; dopo la sua morte, la polizia ordinò che tutti i suoi organi venissero distrutti dopo l’autopsia, per evitare ogni forma di culto. 
Con un permesso speciale del governo, il 13 febbraio 1960, vennero solennemente celebrati i suoi funerali, nella cattedrale di Zagabria, presente l’intero episcopato jugoslavo e il clero e da allora iniziò un pellegrinaggio ininterrotto alla sua tomba nella cattedrale, numerose grazie sono attribuite alla sua intercessione. 
Il processo per la sua beatificazione fu iniziato a Roma il 9 ottobre 1981, conclusasi con la solenne beatificazione celebrata da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1998, nel santuario di Marija Bistrica (Zagabria).

10 Febbraio           Beata Chiara Agolanti da Rimini Clarissa

Ricorrenza:            10 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1280
Anno della Morte: 10 febbraio 1326

Chiara Agolanti nacque a Rimini nel 1280 in una famiglia molto ricca. Dopo una giovinezza dissipata, segnata anche da molteplici scandali, Chiara si convertì ed intraprese una vita di carità e di penitenza. Alla morte del secondo marito intensificò le sue penitenze fino alla decisione di formare una comunità di vita claustrale secondo la regola di Chiara di Assisi, con alcune donne che nel frattempo si erano unite a lei. Durante questo ultimo periodo della sua vita il Signore le fece dono di elevatissime grazie spirituali. Chiara Agolanti morì il 10 febbraio 1326. Gode del culto di Beata per antica tradizione.

Martirologio Romano: A Rimini, beata Chiara, vedova, che espiò con la penitenza, la mortificazione della carne e i digiuni la precedente vita dissoluta e, radunate delle compagne in un monastero, servì il Signore in spirito di umiltà. 


Biografia:

Nel corso dei secoli, la vita di s. Maria Maddalena, come libertina e poi convertita e penitente, ha sempre avuto delle anime che si sono ritrovate, nel loro tempo, quasi nella stessa situazione, fra queste annoveriamo Chiara Agolanti. 
Nata nel 1280 fu educata dal padre Onosdeo in modo molto forte nell’agire, quasi maschile e insofferente di ogni sottomissione. Passò la sua adolescenza cavalcando e giostrando, ribelle alle pratiche religiose che la madre Gaudiana cercava di inculcarle. 
Morta la madre, il padre si risposò e lei divenne ancora più indipendente. Giovanissima sposò il figlio della matrigna ma rimase vedova dopo tre anni ereditando immense ricchezze. Per otto anni continuò a darsi alle feste, alle giostre cavalleresche, a conviti, con una vita frivola e mondana, dando adito in città a scandali e pessime dicerie. 
Il padre e il fratello morirono lo stesso giorno mentre erano in guerra contro i Malatesta, per rivalità di dominio del territorio riminese, così che tutte le ricchezze della famiglia Agolanti si accentrarono nelle mani della giovane vedova. 
Fu richiesta in sposa da un nobile che faceva anche lui una vita dissipata e lei acconsentì a patto che potesse continuare lo stesso modo di vivere. Un giorno per curiosità, entrò nella chiesa dei Padri Conventuali, s. Maria in Tribio e si sentì dentro di sé per la prima volta turbata e agitata, tornata a casa si rinchiuse nella sua stanza, dove gettatosi a terra ebbe un pianto dirotto di pentimento e decise allora di mutare vita. 
Il giorno dopo si recò nella stessa chiesa ove si confessò in generale, da quel momento ricominciò un’esistenza di pietà, di opere buone, di penitenza, convertendo anche lo sposo, che due anni dopo morì in modo cristiano. A quel punto Chiara non pose più limiti alle sue penitenze che divennero terribili, animata da un fuoco d’espiazione che la divorava. 
Con le sue immense ricchezze, prese ad aiutare tutte le miserie materiali e morali, dotò di dote ed assistenza tutte le ragazze povere da sposare. Alcune donne di grande fervore si riunirono intorno a lei disposte a fare una vita di clausura e di penitenza, Chiara fondò così un piccolo convento detto di s. Maria degli Angeli, poi successivamente detto di s. Chiara; ottenne la benedizione del vescovo di Rimini Guido Abasio, recandosi poi alla Chiesa Cattedrale per emettere i voti religiosi, secondo la Regola di s. Chiara. 
Visse una decina d’anni come superiora, intensificando i sacrifici e la contemplazione della Passione di Cristo. Il Signore le concesse il dono di grazie mistiche elevatissime, con estasi così profonde che nessuna forza umana riusciva a farle sospendere e solo se le si portava davanti il ss. Sacramento si riprendeva. 
Morì a 46 anni il 10 febbraio 1236, consumata dalle penitenze e dalla contemplazione; il suo corpo riposa nella chiesa del monastero. 
Per antica tradizione gode del culto di Beata. Ricorrenza liturgica il 10 febbraio.

13 Febbraio           Beata Marina Alvarez Marco Terziaria francescana

Ricorrenza:            13 Febbraio
Nazionalità:          ==
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: 1501

La beata Maria Alvarez Marco è stata una francescana secolare vissuta nel secolo XVI.
Nei testi francescani è rimasta solo la testimonianza, che una volta rimasta vedova la beata Maria, si consacrò a Dio e insieme con le figlie Marina e Caterina visse ritirata per ventidue anni, in una casa presso la cattedrale di Albacete in Spagna.
La beata Maria Alvarez marco morì nel 1501 e il suo corpo venne sepolto nella chiesa dei Frati Minori di Albacete.
Nel Martirologio francescano la festa per la beata Maria Alvarez Marco è stata fissata nel giorno 13 febbraio.


Biografia:

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16 Febbraio           Beata Filippa Mareri

Ricorrenza:            16 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1190
Anno della Morte: 16 Febbraio 1236

Beata Filippa Mareri (Petrella Salto, 1190 ca.; † Assisi, 16 febbraio 1236) è stata una religiosa e fondatrice italianadella congregazione delle Suore Francescane di Santa Filippa Mareri
Biografia:

Nacque, verso la fine del XII secolo, nel castello di famiglia a Borgo San Pietro, centro sito nel comune di Petrella Salto (Rieti), lungo la via che da Assisi portava a Roma, dalla nobile famiglia dei Mareri: il fratello Tommaso Mareri, infatti, ebbe importanti cariche politiche, come quella di podestà a Forlì, o di vicario imperiale in Romagna e in Puglia; principalmente alla sua azione, poi, si deve la fondazione della città delll'Aquila.

Fondamentale fu per Filippa l'incontro con san Francesco d'Assisi che l'avviò alla vita monastica. La sua famiglia ostacolò questa scelta per cui Filippa fuggì da casa insieme ad alcune compagne e si rifugiò nei pressi di Mareri, sopra l'abitato di Piagge, in quella che oggi viene chiamata Grotta di Santa Filippa e vi rimase circa tre anni, fino al 1228 quando i due fratelli le donarono il castello con l'annessa chiesa di san Pietro de Molito.

Filippa si trasferì nella tenuta con le sue compagne e vissero secondo la regola indicata da san Francesco per santa Chiara e le monache di San Damiano.

La cura spirituale del Monastero venne affidata al beato Ruggero da Todi dallo stesso San Francesco, sotto la sua guida il monastero diventò scuola di santità e la fondatrice maestra di vita spirituale. La comunità era intenta al culto e alla lode di Dio, la vita liturgica, la lettura e lo studio della Bibbia. Accanto all'attività spirituale il lavoro era tenuto in grande considerazione unitamente al servizio dei poveri e all'apostolato. Nel monastero venivano preparate medicine da distribuire gratuitamente ai malati.

Beata Filippa morì nel suo monastero il 16 febbraio 1236.

Il papa Inocenzo IV nella bolla del 1247 la chiama Santa e tale titolo è confermato dal papa Benedetto XVI nel 2007.


Culto

Filippa Mareri morì il 16 febbraio 1236 e la sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggi, mentre cominciarono a registrarsi miracoli attribuiti alla sua intercessione. Il titolo di Santa[1] compare la prima volta in una bolla di PapaInnocenzo IV nel 1247, appena 11 anni dopo la sua morte.

Nel 1706 in una ricognizione delle sue spoglie venne ritrovato il suo cuore incorrotto, che è conservato oggi in un reliquiario di argento, mentre le sue spoglie sono conservate nel monastero di Borgo San Pietro nella Valle del Salto.

17 Febbraio           Beato Luca Belludi

Ricorrenza:            16 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1200
Anno della Morte: 17 Febbraio 1286

Beato Luca Belludi (Padova, 1200 ca.; † 17 febbraio 1286) è stato un religioso italiano
Biografia:

Nato tra il 1200 e il 1210, della famiglia dei Belludi, originari di Padova, è un frate dell'ordine dei Francescani, che secondo tradizione, fu vestito col saio dallo stesso san Francesco, intorno all'età di 25 anni. Fu un frate dotto, di grande cultura, frequentò l'Università di Padova, e fu ordinato sacerdote nel 1227.

Conobbe sant'Antonio, con cui instaurò un sincero legame di amicizia e fedeltà, e partecipò attivamente all'attività pastorale del santo aiutandolo nella stesura dei così detti Sermones. Si impegnò nella liberazione di Padova da parte di Ezzelino, tiranno che imperversava in quelle terre nel 1256, con la forza delle sue preghiere e l'intercessione di sant'Antonio.


Culto

Dopo la morte, il 17 febbraio 1286, inizialmente il suo corpo fu deposto nella stessa urna che aveva conservato le spoglie di sant'Antonio, finché nel 1971 fu translato nell'attuale cappella del Beato Luca (detta anche dei Santi Filippo e Giacomo il Minore o dei Conti), celebre per gli affreschi di Giusto de' Menabuoi.

Oggi del Beato Luca rimangono i Sermones, e la grande fiducia che ripongono gli studenti che si affidano a lui per i propri studi. Sempre presso la Basilica del Santo, a Padova è dedicato a Luca il chiostro esterno, in stile gotico

17 Febbraio           Beata Elisabetta Sanna Terziaria francescana 

Ricorrenza:            17 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   23 aprile 1788
Anno della Morte: 17 febbraio 1857

Codrongianos, Sassari, 23 aprile 1788 – Roma, 17 febbraio 1857

Elisabetta Sanna nacque a Codrongianos (Sassari) il 23 aprile 1788. A tre mesi perdette la capacità di sollevare le braccia. Sposata, allevò cinque figli. Nel 1825 restò vedova e fece voto di castità; era la madre spirituale delle ragazze e delle donne della sua terra. Nel 1831, imbarcatasi per un pellegrinaggio in Terra Santa, finì a Roma, e non poté tornare, per sopravvenuti gravi disturbi fisici. Si dedicò totalmente alla preghiera ed a servire i malati e i poveri. Fu tra i primi iscritti all’Unione dell’Apostolato Cattolico di san Vincenzo Pallotti, suo direttore spirituale. La sua abitazione divenne un santuario di viva fede e ardente carità. Morì a Roma il 17 febbraio 1857 e venne seppellita nella chiesa del SS. Salvatore in Onda. Dopo una causa durata oltre un secolo e mezzo, è stata beatificata il 17 settembre 2016 presso la basilica della Santissima Trinità di Saccargia a Codrongianos.

Biografia:

A Codrongianos (Sassari), il 23 aprile 1788, da una famiglia di agricoltori, ricca di fede e di figli, nasce Elisabetta Sanna. Nella sua casa si lavora, si prega, mai si nega l’elemosina ai poveri. Quando ha appena tre mesi, un’epidemia di vaiolo causa la morte di molti bambini ed anche lei ne viene colpita. Guarisce, ma rimane con le braccia leggermente storpie e le articolazioni alquanto irrigidite. Ciò non le impedisce di crescere, imparando a sopportare il suo handicap, come cosa naturale e a sbrigare al meglio le faccende domestiche, a presentarsi sempre ordinata e pulita.
Dalla famiglia, riceve il dono di un’intensa vita cristiana, fin da piccola, così che a sei anni riceve la Cresima, il 27 aprile 1794, da Mons. Della Torre, Arcivescovo di Sassari. Poco dopo, è affidata a una certa Lucia Pinna, terziaria francescana, assai attiva in parrocchia, animatrice di un gruppo di donne dedite all’adorazione eucaristica, al Rosario, al soccorso dei poveri: ogni giorno. Lucia, benché analfabeta, come quasi tutte le donne di quei tempi, è una singolare catechista in mezzo alle ragazze del borgo e della campagna. Alla sua scuola, Elisabetta impara a conoscere Gesù e a volergli bene.

Giovane catechista

A dieci anni, la prima Confessione e la prima Comunione. Frequenta il catechismo tenuto da Don Luigi Sanna, cugino del papà, e al catechismo porta le compagne, dicendo: «Dai, vieni che è bello». Ella stessa, giovanissima, pur non sapendo né leggere né scrivere, diventa piccola catechista. Un giorno, guardando il Crocifisso, sente una voce interiore che le dice: «Fatti coraggio e amami!».
Quindicenne, raduna le ragazze nei giorni festivi in casa sua e insegna loro la dottrina cristiana e a pregare con il Rosario. Suo fratello, Antonio Luigi – dal quale ha imparato a intensificare il culto alla Madonna – entra in Seminario a Sassari dove diventerà sacerdote. Elisabetta, rimanendo nel mondo si iscrive alla Confraternita del Rosario e a quella dello Scapolare del Carmelo. Una giovinezza serena, piena di lavoro, di colloquio con il Signore Gesù, di apostolato.
Vorrebbe farsi suora; sicuramente, essendo handicappata, non pensa a sposarsi, eppure, ventenne è cercata in sposa da giovani buoni. Così il 13 settembre 1807, a 19 anni, celebra il matrimonio con un certo Antonio, un vero buon cristiano di modeste condizioni. Una festa semplice e serena, un totale affidamento al Signore e alla Madonna, è l’inizio della loro vita coniugale. Antonio è un marito e padre esemplare che stravede per la sua sposa e le dà totale fiducia. Agli amici dice: «Mia moglie non è come le vostre, è una santa!». Elisabetta dirà: «Io non ero degna di tale marito, tanto era buono». La loro famiglia è modello per tutto il paese.
Negli anni che seguono, nascono sette figli. Ella passa le giornate tra la casa, impegnata nell’educazione dei figli e la campagna, dove lavora senza risparmiarsi. E trova anche il tempo per lunghe ore di preghiera in chiesa. Ella stessa prepara i suoi figli alla Confessione e alla Comunione e trasmette loro un grande amore a Gesù, con molta dolcezza, senza mai usare modi bruschi. Una vera educazione con il cuore. Non teme le critiche per la sua fede pubblicamente professata e vissuta: «Questo mio tenore di vita – risponde – non mi ha impedito di attendere ai miei doveri di madre di famiglia che compio oltre le mie forze».
Dei sette figli, due sono morti in tenerissima età. Nel gennaio 1825, il giorno 25, suo marito, Antonio, assistito da lei, muore in giovane età. Vedova con cinque figli, il più grande ha 17 anni, il più piccolo di appena tre, intensifica la sua vita di preghiera e di carità, senza mai trascurare i suoi doveri di madre e la sua famiglia procede con dignità e decoro.

Monaca nel mondo

La sua casa diventa quasi un piccolo oratorio, dove, oltre ai suoi familiari, si riuniscono in preghiera i vicini di casa. Ella vive come una monaca nel mondo e così è chiamata con rispetto: “sa monga”.
In questi anni, compone in dialetto logudorese una bellissima lauda, che sarà cantata a lungo a Codrongianos: “Ti ho, Dio, in cuore e in mente, perché troppo mi hai amata. Viver non posso più lontana da Dio. Gesù è il cuor mio e io sono di Gesù”.
Nel 1829 arriva in paese il giovane vice-parroco, Don Giuseppe Valle, di nobile famiglia, di notevole ascendente sulle anime. Diventa il confessore e direttore spirituale della famiglia Sanna, in particolare di Elisabetta, che lui avendo appena 24 anni, chiama zia. Don Valle, viste le ottime disposizioni di Elisabetta, la invita alla Comunione molto frequente, le permette di portare il cilicio e le concede di emettere il voto di castità. La sua vita cristiana diventa davvero ardente. Gesù le chiede così di seguirlo più da vicino.
Elisabetta, pensa di andare allora in Palestina. Ma dove avrebbe sistemato i suoi figli, in quel tempo? Il buon prete le suggerisce di affidarli al fratello sacerdote, Don Antonio Luigi. Alla fine del giugno 1830, si imbarcano da Porto Torres per Genova: lì attendono dieci giorni la nave per Cipro. All’ultimo momento, però, Don Valle scopre di non avere il visto per l’Oriente.
Allora, con Elisabetta e un altro frate, decidono di dirigersi a Roma: «Anche Roma è terra Santa: ci sono le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, grandi santuari e poi c’è il Papa, Vicario di Gesù sulla terra. Più tardi, da là, se il Cielo vorrà, partiremo per la Palestina». Così il 23 luglio 1830, arrivano a Roma. Don Valle è assunto come cappellano all’ospedale Santo Spirito, dove si dedica ai malati con cuore di padre. Elisabetta Sanna si accomoda in un piccolissimo alloggio di due stanzette, di fronte alla chiesa di Santo Spirito, vicinissimo alla Basilica di San Pietro, proprio nel cuore della Cristianità.

Apostolato romano

Elisabetta conosce solo il dialetto e quindi non parla con nessuno. Solo con Dio nella preghiera e vive nella sua celletta, come un’eremita: visita chiese, partecipa alla Messa più volte al giorno, fa la carità ai poveri. Nel suo alloggio, due mesi dopo, accoglie Don Giuseppe Valle, come un figlio da curare. Il prete vi rimarrà fino al 1839, assistito da Elisabetta come da una madre.
Nel suo pellegrinare per le chiese di Roma, assetata di preghiera, Elisabetta si incontra, in San Pietro con il Maestro dei Penitenzieri, Padre Camillo Loria, che, ascoltata la sua confessione, le ordina di tornare in Sardegna. Ella è decisa ad obbedire, ma proprio in quel periodo di dubbio e di ansia sul da farsi, incontra nella chiesa di Sant’Agostino, un santo prete romano, Don Vincenzo Pallotti, dedito ad un proficuo vasto apostolato, in cui coinvolge numerosi laici, dando vita nel 1835 alla Società dell’Apostolato Cattolico.
Uomo di grande influenza sui religiosi e sui laici, ricco di un fascino singolare, Don Pallotti sarà canonizzato dal Santo Padre Giovanni XXIII nel gennaio 1963. Elisabetta è compresa e rasserenata da Don Vincenzo, che illuminato da Dio, vede la singolare missione a cui ella è chiamata nell’Urbe. Dirà: «Allora, mi quietai e dopo circa cinque anni che dimoravo a Roma, ebbi una lettera da mio fratello sacerdote che la mia famiglia era veramente lo specchio del paese e tutti ne erano edificati».
Davvero è il caso di dire che ognuno ha da Dio la sua vocazione, anche se qualche volta, può apparire difficile da comprendere.
Ma i santi sanno percepire la volontà di Dio. Elisabetta si dedica al lavoro che le basta per vivere in povertà e letizia e occupa grandissima parte del suo tempo nella preghiera e nella contemplazione di Dio. Per qualche tempo, collabora nella casa di Mons. Giovanni Saglia, segretario della Congregazione dei Vescovi e futuro Cardinale. Diventa terziaria francescana e soprattutto si occupa, come prima collaboratrice, nell’unione Apostolato Cattolico, fondato da Don Pallotti. Ai suoi figli in Sardegna, fa donazione di tutto quanto possiede, lieta di vivere in perfetta povertà. Chi la avvicina, dirà di lei: «Vedeva Dio in tutto e lo adorava in tutte le cose.
L’amore di Dio era la sua vita. Ogni più grande interesse spariva di fronte all’interesse di Dio. Diceva spesso: Mio Dio, io vi amo sopra tutte le cose». Diventa nota a tutti la sua passione per l’adorazione eucaristica, specialmente per la Quarantore. Alla scuola di San Vincenzo Pallotti, cresce ancor più la sua devozione alla Madonna e la sua stanzetta, davanti a San Pietro diventa un piccolo santuario mariano dove si riunisce la gente a pregare con lei. Sembra che il cielo di Dio discenda in quella minuscola cella.
Dai primi Pallottini, da numerosissimi romani che hanno modo di avvicinarla, è venerata come madre, anzi come santa. Lo stesso Don Pallotti la porta in grandissima stima e conduce i suoi figli spirituali ad ascoltare la sua parola.

La santa di San Pietro

Nel tempo della repubblica romana, quando il Papa Pio IX è esule a Gaeta e Roma è caduta nelle mani dei senza Dio, Elisabetta si dimostra di singolare fortezza, di fronte a coloro che la osteggiano: «Per chi preghi?», le domandano con ironia. «Per tutti!». «E anche per la repubblica?». Risponde: «Io non conosco questa persona!». Don Pallotti muore il 22 gennaio 1850, morte prevista da Elisabetta la quale ora è ancora più sola. Intensifica la sua preghiera e il suo apostolato. Ora è davvero la santa che ha conquistato il cuore dei romani per donarli a Gesù.
È ormai anziana e sofferente. Si è consumata come un cero che arde sull’altare. Il 17 febbraio 1857, con la morte dei santi, Elisabetta Sanna va incontro a Dio, dopo aver visto Don Pallotti e San Gaetano da Thiene, che vengono a prenderla per il Paradiso. Al suo funerale, la gente di Roma dirà: «È morta la santa di San Pietro». 
Fu tanto il consenso popolare su di lei che, appena quattro mesi dopo la morte, fu nominato il postulatore della sua causa di beatificazione, durata oltre un secolo e mezzo. È stata dichiarata Venerabile il 27 gennaio 2014. Il miracolo che l’hacondotta finalmente sugli altari, approvato da papa Francesco il 21 gennaio 2016, è la guarigione, avvenuta nel 2008, di una ragazza brasiliana da un tumore che le paralizzava un braccio. È stata beatificata il 17 settembre 2016 presso la basilica della Santissima Trinità di Saccargia a Codrongianos.

19 Febbraio           San Corrado Confalonieri

Ricorrenza:            19 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1290
Anno della Morte: 19 Febbraio 1351

San Corrado Confalonieri (Calendasco, 1290; † Noto, 19 febbraio 1351) è stato un religioso ed eremita italiano, appartenente al Terzo Ordine Regolare di San Francesco.


Agiografia

Discendeva dalla nobile casata dei Confalonieri che, oltre ad abitare in Piacenza, avevano vasti feudi assegnati loro quale privilegio di essere una famiglia guelfa, fedele alla Chiesa.

Nei dintorni del paese, in una zona fitta di boscaglie (la tradizione parla di Case Bruciate, vicino a Carpaneto Piacentino - anche se recenti studi indicano una nuova località sita tra San Nicolò, frazione di Rottofreno e Calendasco - e questa vasta area agricola di circa 200 pertiche piacentine è chiamata col nome di 'La Bruciata'), Corrado si trova a caccia con una compagnia di amici e familiari.

In seguito al cattivo esito di una battuta di caccia, Corrado ordinò di appiccare il fuoco alle sterpaglie per stanare la cacciagione ma, complice il forte vento, il fuoco in un attimo bruciò boschi, case e capanne.

Spaventati ed impotenti di fronte a questo evento, Corrado e i suoi scapparono verso casa, decisi a non far trapelare la verità.

Non appena la notizia si propagò in città, subito si scatenò la caccia al responsabile, che venne individuato in un povero contadino, accusato di incendio doloso (si credeva infatti che l'incendio fosse stato appiccato dai Guelfi per colpire il governo ghibellino al potere).

La notizia della condanna colpì l'animo di Corrado che non riuscì a darsi pace per quello che era successo a causa sua. Non esitò quindi a interrompere il corteo punitivo e a chiedere udienza al Signore di Piacenza, presso cui dichiarò la propria colpevolezza, subendo la pesantissima pena della confisca di tutti i terreni per risarcire il danno fatto (essendo di nobile famiglia, evitò di subire punizioni corporali).

Conversione

Questo evento segnò profondamente la vita di Corrado, che negli anni successivi si avvicinò sempre più alla fede: vestì infatti l'abito penitenziale francescano ritirandosi nell'eremo nei pressi di Calendasco (detto del "gorgolare" da uno storico siculo) e guidato da frate Aristide. Essendo infatti l'hospitale di questi fraticelli sulle terre nei pressi del suo feudo calendaschese egli ben conosceva il loro esemplare modo di vita, affidato tutto alle sole parole del Vangelo.

Corrado e la moglie Giovannina decisero entrambi di donarsi alla religione, lui quale francescano terziario, lei quale clarissa: la regola dei Terziari prescriveva infatti che quando il coniuge voleva dedicarsi completamente alla vita religiosa vestendo l'abito terziario in una fraternità, anche la moglie facesse lo stesso dando il proprio assenso.

Nel progredire nel suo stato religioso Corrado ebbe modo di riflettere sulla propria scelta fino a prendere la decisione, intorno al 1335 di lasciare Piacenza e tutte le cose materiali per dedicarsi alla propria anima e alle cose eterne.

Corrado compì la conversione in stile francescano, vestendo l'abito Terziario. Come gli atti concreti della sua vita avrebbero mostrato, aveva una vocazione da eremita o anacoreta (l'anacoresi infatti è la separazione dal mondo, con l'impegno ad opporsi alla materia nel rinnegare la natura allo scopo di ottenere ciò che supera tutto l'aspetto materiale per il solo bene dello spirito).

La vita del santo in Sicilia

Nel suo lungo peregrinare, eremita itinerante secondo la tradizione francescana, Corrado attraversò l'Italia verso sud, pregando sulle tombe degli Apostoli a Roma, finché non giunse nella sua meta definitiva, Noto, in Sicilia, intorno al 1340.

Qui legò una stretta amicizia con Guglielmo Buccheri, un antico scudiero di Federico II d'Aragona che le vicende della vita portarono a fare una scelta d'eremitaggio simile a Corrado. Buccheri ospitò Corrado nelle cosiddette Celle, un quartiere isolato nei pressi della Chiesa del Crocifisso, dove rimase per circa due anni, fino al ricominciare delle sue peregrinazioni, quando il suo eremitaggio fu compromesso dalle sempre più numerose persone che chiedevano a lui preghiere e consigli.

Corrado soffriva tutte queste attenzioni e si trasferì in zone remote e desertiche. La sua era una vita ascetica al pari dei grandi Padri del deserto: infatti egli era divenuto xeniteta, cioè aveva lasciato la propria patria natìa, Piacenza, dimentico di tutti gli affetti: insegnano infatti i Padri anacoreti che per essere maggiormente liberi dagli affanni del mondo bisogna liberarsi di tutte le passioni e pratiche del mondo, non ultima quella verso i propri parenti più prossimi.

Miracoli

A San Corrado vengono attribuiti dalla tradizione alcuni miracoli compiuti in vita.

Durante una delle sue visite a Noto, Corrado avrebbe incontrato un suo vecchio conoscente, Antonio Sessa, il quale soffriva da tempo di ernia. Alla vista dell'amico dolorante, Corrado avrebbe pregato per lui, che sarebbe immediatamente guarito dai suoi dolori.

Un altro avvenimento miracoloso tramandato dalla tradizione è la guarigione del figlioletto di un amico sarto, che soffriva anch'egli di un'ernia assai sviluppata.

Il più famoso rimane il miracolo dei Pani, che Corrado avrebbe compiuto durante la terribile carestia che colpì la Sicilia negli anni 1348-1349, durante la peste nera che imperversava in tutta Europa. Secondo la leggenda, in quel periodo, chiunque si rivolgesse a Corrado, non tornava a casa senza un pane caldo, impastato direttamente dalle mani degli Angeli.

Gli ultimi giorni

Corrado morì nella sua grotta il 19 febbraio 1351 con al suo fianco il confessore. Il racconto narra di un trapasso avvenuto in ginocchio e in preghiera con gli occhi al cielo, posizione mantenuta anche dopo il trapasso, mentre una luce avvolgeva la Grotta dei Pizzoni.

Fu seppellito nella Chiesa di San Nicolò a Noto Antica, secondo le sue volontà.

In seguito il corpo fu traslato nella Cattedrale di Noto ove esso è venerato.

CultoUrna d'argento contenente le reliquie di san CorradoGià subito dopo la morte di Corrado si avviarono le procedure che per quel periodo erano meno complesse. Il vescovo locale, che allora era quello di Siracusa, poteva procedere egli stesso alla canonizzazione di una persona che era vissuta nell'esercizio delle virtù eroiche attestate da testimoni ancora viventi che lo avevano conosciuto personalmente (ex auditu a viventibus).

Lo stesso vescovo di Siracusa (sotto la cui cura ricadeva all'epoca anche la città di Noto), aveva beneficiato personalmente del miracolo dei pani compiuto da Corrado. Il vescovo accertò che egli viveva in una grotta nelle montagne notine senza nulla di ciò che serve alla vita comune: eppure Corrado porse al vescovo del pane caldo e fragrante, meravigliando lo stesso che ne riportò fedele memoria.

Subito dopo la morte si diede inizio alla causa. Sospesa poi per motivi legati ad eventi politici e civili, riprese nel XV secolo e si concluse positivamente nel XVI secolo.

Papa Leone X permise il culto al beato Corrado.

Papa Urbano VIII concesse la Liturgia delle Ore e Messa propria agli Ordini Francescani il 12 settembre 1625, mentre a Piacenza il 2 giugno 1625, con decreto del cardinale Farnese, decise la memoria obbligatoria il 19 febbraio, con messa pontificale in cattedrale a Piacenza. Intanto nel 1612 nella cattedrale piacentina era già stata eretta una sontuosa cappella tutta affrescata e nel 1617 un'altra cappella si era eretta in Calendasco. Il vescovo si accertò che in quel paese il santo ebbe i natali e nel piccolo hospitale dei penitenti, poco distante dal luogo nativo, aveva cominciato la sua vita penitente.

Nel 1644 Noto ufficializzò San Corrado come suo Patrono.

22 Febbraio           Santa Margherita da Cortona

Ricorrenza:            22 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1247
Anno della Morte: 22 Febbraio 1297

Santa Margherita da Cortona (Laviano, 1247; † Cortona, 22 febbraio 1297) è stata una religiosa italiana appartenuta al Terz'Ordine Francescano. È stata chiamata la Terza Stella del francescanesimo (dopo Francesco e Chiara). Nel 1728, papa Benedetto XIII, l'ha proclamata santa.


Biografia:

Di umili origini, venne battezzata presso l'antica pieve di Pozzuolo Umbro, dove attualmente sorge la chiesa dei Santi Pietro e Paolo: rimase presto orfana di madre e dall'età di diciassette anni visse come concubina con un nobile di Montepulciano, Raniero (anagramma di Arsenio) dei Pecora, signori di Valiano, dal quale ebbe anche un figlio.

Nel 1273 Raniero, durante una battuta di caccia in una delle sue proprietà di Petrignano del Lago, venne aggredito e assassinato da un gruppo di briganti. Secondo la tradizione, il suo fedele cane condusse Margherita al ritrovamento del cadavere sfigurato di Raniero.

Scacciata col figlio dai famigliari dell'amante, rifiutata dal padre e dalla sua nuova moglie, si pentì della sua vita e si convertì. Si avvicinò ai francescani di Cortona, in particolare ai frati Giovanni da Castiglione e Giunta Bevegnati, suoi direttori spirituali e poi biografi: affidò la cura del figlio ai frati minori di Arezzo e nel 1277 divenne terziaria e oblata francescana, dedicandosi esclusivamente alla preghiera ed alle opere di carità. La sua spiritualità pone attenzione particolare alla Passione di Cristo, in linea con quanto vissero Francesco d'Assisi, Angela da Foligno e più tardi Camilla da Varano, ossia la clarissa sr. Battista.

Diede vita ad una congregazione di terziarie, dette le Poverelle; fondò nel 1278 un ospedale presso la chiesa di San Basilio e formò la Confraternita di Santa Maria della Misericordia, per le dame che intendevano assistere i poveri ed i malati.

Donna mistica, ma anche di azione, coraggiosa, ricercata per consiglio, fu attenta alla vita pubblica e, nelle contese tra guelfi e ghibellini, fu operatrice di pace.

Il culto

Onorata come beata sin dalla morte, Papa Innocenzo X ne approvò il culto il 17 marzo 1653, ma fu canonizzata soltanto il 16 maggio1728 da Papa Benedetto XIII con l'appellativo di Nova Magdalena.

La biografia redatta dal suo confessore frà Giunta Bevegnati (in AA. SS., mense Februarii, die 22), con i racconti delle numerose estasi e visioni di Margherita, ha contribuito a renderla una delle sante più popolari dell'Italia centrale.

Il suo corpo è conservato a Cortona, nella basilica a lei intitolata, in un'urna collocata sopra l'altare maggiore, bordata da una cornice in lamina d'argento sbalzata e cesellata e pasta vitrea

Presso la frazione Giorgi di Petrignano, nel luogo della tragedia e decisione di conversione (il cosiddetto Pentimento) vi è una pieve ed una quercia tuttora in vita ai cui piedi ella pregò, considerata sacra ed intangibile. Nell'estate 1972, per il settimo centenario dell'evento ci sono state grandi celebrazioni nel Castiglionese con ostensione delle sue spoglie.

Iconografia

Nell'arte, è spesso raffigurata col saio francescano ed il velo bianco, in compagnia di un angelo consolatore (Traversi) o in estasi davanti al Cristo (Lanfranco): è sempre accompagnata dal cane che le fece scoprire il cadavere dell'amante (Benefial).

27 Febbraio           Beata Francesca Anna della Vergine Addolorata Terziaria

Ricorrenza:            27 Febbraio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1 giugno 1781
Anno della Morte: 27 febbraio 1855

Sencelles, Isole Baleari, Spagna, 1 giugno 1781 - Sencelles, 27 febbraio 1855

Nella diocesi di Maiorca, la beata spagnola Francesca Anna della Vergine Addolorata (al secolo Francisca Maria Buenaventura Cirer y Carbonell), completamente analfabeta, non sapendo né leggere né scrivere, fondò la Comunità delle Suore della Carità. Giovanni Paolo II la beatificò il 1° ottobre 1989.

Martirologio Romano: Nella cittadina di Sencelles sull’isola di Maiorca, beata Francesca Anna dell’Addolorata Cirer Carbonell, vergine, che, analfabeta, ma animata da divino zelo, si dedicò a opere di apostolato e di carità e istituì la comunità delle Suore della Carità. 


Biografia:

La beata Francesca Anna è uno degli esempi più eclatanti, di quanto la volontà di Dio, opera fra le anime a Lui care; perché fu fondatrice di un Istituto religioso nell’avanzata età di 72 anni, pur non sapendo né leggere né scrivere.
Francisca Maria Cirer Carbonell, nacque nel Comune di Sencelles, nell’isola di Mallorca (Maiorca), arcipelago spagnolo delle Baleari, il 1° giugno 1781; ultima dei sei figli di Paulo Cirer e Giovanna Carbonell, agiati contadini, onesti e molto religiosi. 
Della sua fanciullezza, si sa solo che ebbe un’ottima educazione morale e religiosa in famiglia, ma non frequentò nessuna scuola, rimanendo praticamente un’analfabeta; ciò non le impedì in seguito d’insegnare il catechismo ai bambini ed agli adulti del paese. 
A 7 anni, il 9 maggio 1788, ricevé la Cresima e secondo l’uso del tempo, a 10 anni nel 1791, si accostò alla Prima Comunione. 
La preghiera, le opere di carità, specialmente la cura degli infermi, furono le occupazioni preferite della sua giovinezza; a 17 anni, nel 1798 si fece Terziaria francescana e nel 1813 si iscrisse alla Confraternita del SS. Sacramento della sua parrocchia. 
In gioventù si dedicava ai lavori domestici e dei campi, coltivando nel contempo una profonda devozione alla SS. Trinità, alla Passione del Signore, all’Addolorata e alle anime del Purgatorio; recitava il rosario con gioia e digiunava durante il sabato. 
Maturò ben presto in lei la vocazione allo stato religioso, quindi espresse il desiderio di farsi suora in un convento di Palma, il capoluogo dell’isola di Maiorca, ma il padre si oppose decisamente, allora Francesca Maria, ligia all’obbedienza, vide in ciò la volontà di Dio e decise di essere monaca nella propria casa; era una scelta non rara in quei tempi, che interessò molte ragazze e donne in Spagna, Francia e Italia, istituendo un nuovo filone della religiosità consacrata femminile, il cui maggiore esempio fu santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe (Anna Maria Gallo, Napoli, 25-3-1715 – 6-10-1791), la “Santa dei Quartieri Spagnoli di Napoli”. 
La vita in famiglia non fu serena, con contrarietà, solitudine, dolore; a partire dalla perdita dei suoi familiari in pochi anni, con i cinque fratelli morti dal 1788 al 1804, poi la madre deceduta nel 1807 e infine il padre nel 1821; Francesca a 40 anni si ritrovò completamente sola, confidando essenzialmente nella Vergine Addolorata alla quale era particolarmente devota. 
Continuò, più libera da obblighi familiari, a condurre vita monastica in casa, insieme ad una compagna Magdalena Cirer Bennassar († 1870) e a lavorare nei campi, il cui ricavato tolto il necessario per sostenere lei e la compagna, veniva offerto ai poveri, che insieme agli ammalati, costituivano il campo privilegiato del suo apostolato. 
Obbediente ai consigli e alle disposizioni dei parroci, che nel tempo si succedettero anche come suoi direttori spirituali, Francesca Maria Cirer Carbonell, era al centro dell’attenzione ed ammirazione dei suoi compaesani di Sencelles, ai cui occhi ella appariva come una persona desiderosa di nascondersi e condurre una vita ritirata, povera e laboriosa, fatta di preghiera e dedita alle opere di misericordia spirituali e corporali. 
Sempre disponibile a consigliare ed ascoltare tutti, prediligeva interessarsi dei ragazzi insegnando loro il catechismo, ma particolarmente delle ragazze, che conosceva tutte e delle quali si sentiva responsabile del loro comportamento, diveniva loro confidente e guida. 
Per i giovani organizzava nella sua piccola casa di campagna, allegre riunioni e feste da ballo, durante le quali i giovani si frequentavano in maniera lecita, sotto la sua discreta sorveglianza, comunque accettata da tutti. 
Nel suo intimo, rimase in contatto con il Signore, in modo tanto profondo che specie durante i suoi ultimi anni, il suo spirito rimaneva estasiato in preghiera e spesso perdeva l’uso dei sensi, entrando in uno stato di autentica estasi. 
Ben presto, prima a Sencelles poi in tutta l’isola di Maiorca, dalla quale non si era mai allontanata, si cominciò ad attribuirle visioni, profezie e soprattutto guarigioni miracolose. 
Aveva ormai 72 anni, quando con il consiglio del parroco di Sencelles suo direttore spirituale, si convinse che il Signore le manifestava il suo volere, chiedendole di fondare nel suo amato paese un convento di Suore della Carità; in pratica un ramo della Congregazione fondata da S. Vincenzo de’ Paoli (1581-1660); per tale scopo impegnò i suoi beni e trasformò la sua casa, denominandola “Casa de las Hermanas de la Caridad”. 
Affidò la fondazione alla protezione della Vergine Addolorata; lei stessa prese il nome di Francesca Anna della Vergine Addolorata; e il 7 dicembre del 1851, insieme a due compagne, prese l’abito religioso e pronunziò i voti, nello stesso, giorno giunse anche l’approvazione della fondazione da parte del vescovo locale; gli scopi fondamentali della nuova Famiglia religiosa erano tre: servire i malati nelle loro case, istruire la gioventù femminile, insegnare il catechismo sia alla gioventù sia agli adulti; nel convento e nei diversi borghi. 
Fu superiora della piccola comunità, prudente e amorosa verso le sue suore, dando loro l’esempio di una intensa preghiera, di una pratica fedele dei voti religiosi, di uno zelo esemplare nell’espletare i compiti caritativi dell’Istituzione. 
Il 27 febbraio 1855, mentre assisteva alla celebrazione della S. Messa nella chiesa parrocchiale di Sencelles, fu colpita da apoplessia, decedendo qualche ora dopo. 
Fu un giorno di “costernazione e pianto” per tutta l’isola di Maiorca; la sua salma fu esposta all’omaggio di amici e compaesani per tre giorni e il suo funerale si trasformò in una manifestazione commossa e trionfale, per la partecipazione di una moltitudine di persone di ogni condizione sociale. 
La sua tomba si trova nel suo convento “Hermanas de la Caridad” a Sencelles, divenuta da subito meta di affettuosa devozione. 
Il 4 dicembre 1940 fu introdotta la Causa per la sua beatificazione e il 28 novembre 1988, fu approvato un miracolo attribuito alla sua intercessione; madre Francesca Anna della Vergine Addolorata è stata proclamata Beata in Roma, il 1° ottobre 1989, da papa Giovanni Paolo II; la ricorrenza liturgica è il 27 febbraio. 



29 Febbraio           Beata Antonia di Firenze

Ricorrenza:            22 Febbraio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1400
Anno della Morte: 29 Febbraio 1472

Beata Antonia di Firenze (Firenze, 1400; † L'Aquila, 29 febbraio 1472) è stata una badessa, religiosa e fondatrice italiana.


Biografia:

Nacque a Firenze nel 1400, giovanissima si sposò ed ebbe un figlio. Rimasta vedova, entrò nel monastero delle terziarie di san Francesco, fondato a Firenze nel 1429 dalla beata Angelina. Fu badessa a Foligno dal 1430 al 1433. Fu poi a L'Aquila dove, nel 1447, su consiglio di san Giovanni da Capestrano, fondò il monastero del Corpus Domini sotto la regola prima di santa Chiara. Molte fanciulle della regione seguirono Antonia nel suo rispecchiare le virtù della grande santa francescana. Morì nel suo convento del Corpus Domini il 29 febbraio 1472.

Culto

Il suo corpo è conservato nel monastero di santa Chiara dell'Eucarestia a L'Aquila.


Marzo

01 Marzo               Beato Bonavita da Lugo terziario francescano

Ricorrenza:            1 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1338
Anno della Morte: 1 Marzo 1375
Lugo, 1338 – Lugo, 1 marzo 1375
è stato un francescano italiano, venerato come beato dalla Chiesa cattolica. «Bonavita» non è un nome, ma il soprannome con cui egli fu conosciuto e ne fu tramandata la memoria ai posteri.


Biografia:

Nato in una famiglia proveniente da Tredozio (Appennino faentino), fin dall'infanzia fu avviato al mestiere di fabbro ferraio, che esercitò durante tutta la vita.

Prese i voti ed entrò nell'Ordine Francescano Secolare. Per l'eroicità delle sue virtù fu chiamato «Bonavita»: egli infatti visse praticando continue penitenze, limitando il più possibile i godimenti della carne.
Osservò questi principii anche nei pasti: si privò del poco cibo che possedeva per donarlo ai più bisognosi.

Morì a soli 37 anni, il 1º marzo 1275.

Fu sepolto nella chiesa francescana di Lugo (oggi chiesa dei santi Francesco ed Illaro, conosciuta come "Collegiata").

Nel XIV secolo il suo cranio fu riesumato e venne posto in un reliquiario. Fu custodito, insieme al cordone del saio, nella sagrestia della chiesa dei francescani di Lugo.

Fu raffigurato in un dipinto di un anonimo locale commissionato nel 1718. In esso il beato è rappresentato mentre cammina sulle acque del Senio in piena

02 Marzo               Sant'Agnese di Boemia

Ricorrenza:            2 Marzo
Nazionalità:         Boemia
Anno di Nascita:   1211
Anno della Morte: 2 Marzo 1282

Sant'Agnese di Boemia (Praga, 1211; † Praga, 2 marzo 1282) è stata una religiosa e badessa ceca dell'Ordine di Santa Chiara, fondatrice del monastero e dell'ospedale di San Francesco ed istitutrice dell'ordine dei Crocigeri della Stella Rossa. Fu proclamata santa da papa Giovanni Paolo II nel 1989.


Biografia:

Figlia del re di Boemia Ottocaro I e di sua moglie Costanza, sorella del re di Ungheria Andrea II, era strettamente imparentata ai santi Ludmilla, Venceslao, Edvige, Elisabetta e Margherita.

Venne allevata dalla prozia Edvige nel monastero cisterciense di Trzebnica, e poi in quello premostratense di Doksany: all'età di otto anni venne promessa in moglie ad Enrico VII di Germania, figlio ed erede dell'imperatore Federico II di Svevia, e venne inviata alla corte di Vienna per ricevere una formazione adeguata ad una futura sovrana.

Colpita dal messaggio di Francesco d'Assisi, maturò la sua vocazione religiosa e, con il sostegno di papa Gregorio IX, ruppe il fidanzamento con Enrico e si ritirò a Praga. Nella città boema fondò il primo convento di Frati Minori della regione (1232), ed annesso al convento un ospedale per i poveri: per la sua gestione, creò una confraternita laicale (detta dei Crocigeri) che nel 1237 venne elevata dal pontefice al rango di ordine religioso.

Nel 1234 fondò un monastero di clarisse sulle rive della Moldava e santa Chiara vi inviò cinque delle sue religiose: Agnese stessa vi si ritirò l'11 giugno (festa della Pentecoste) dello stesso anno. In seguito ne divenne badessa e conservò tale carica fino alla morte. Resse la sua comunità religiosa con premurosa fraterna carità e con l'esempio di una vita interamente dedita alla contemplazione e alla preghiera.

L'ammirazione verso la principessa monaca crebbe nel tempo presso chiunque era testimone delle sue virtù, come attestano concordemente le memorie biografi­che. Papa Gregorio IX e il suo successore Innocenzo IV lodarono la testimonianza della sua vita evangelica indicandola come esempio da imitare per i credenti. Santa Chiara d'Assisi scrisse quattro lettere alla badessa dove la chiamava illustre e venerabile vergine Agnese. Nella seconda di queste lettere così si esprimeva:

« Se soffrirai con Lui, con Lui regnerai, condolendoti, godrai con Lui, moren­do con Lui nella croce della tribolazione, con Lui possiederai negli splendori dei santi le dimore celesti e il tuo nome sarà notato nel libro della vita per divenire glorioso tra gli uomini.

Perciò in eterno e nei secoli dei secoli, avrai parte alla gloria del regno celeste in cambio delle cose terrene e transitorie, ai beni eterni in cambio dei beni perituri e vivrai nei secoli dei secoli.

Sta bene, carissima sorella e signora, per il Signore tuo sposo; e pensa, nelle tue devote preghiere, di raccomandare me con le mie sorelle, noi che godiamo dei beni del Signore, che in te opera per sua grazia. Raccomandaci anche molto alle tue sorelle.[1] »

Amò la Chiesa, implorando per i suoi figli, dalla bontà divina, i doni della perseveranza nella fede e della solidarietà cristiana. Si rese collaboratrice dei Pontefici che, per il bene della Chiesa, sollecita­rono le sue preghiere e le sue mediazioni presso i re di Boemia, suoi familiari. Amò la patria di cui si rese benemerita con opere caritative sia individuali che sociali, e con la saggezza dei suoi consigli rivolti sempre ad evitare conflitti, e a promuovere la fedeltà alla religione cattolica dei padri.

Negli ultimi anni di vita Agnese sopportò con pazienza i dolori causati sia dalla sua salute che dai tristi avvenimenti della sua famiglia e del suo paese. Paese che dopo essere precipitato nell'anarchia a causa di un conflitto, subi anche gravi calamità naturali, le due concause fecero vivere alla regione una grave carestia.

Durante la Quaresima del 1282 si ammalò gravemente e, sentendo prossi­ma la morte, esortò le consorelle a perseverare nella fedeltà allo spirito del Vangelo e alla Chiesa. Morì santamente nel suo monastero il 2 marzo del 1282. La sua tomba si trova nella Chiesa di San Francesco a Praga.

02 Marzo               Beata Beatrice Hermosilla de Valladolid terziaria francescana

Ricorrenza:            2 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: + 1485

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Biografia:

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05 Marzo               San Giovan Giuseppe della Croce

Ricorrenza:            5 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   15 Agosto 1654
Anno della Morte: 5 Marzo 1734

San Giovanni Giuseppe della Croce, al secolo Carlo Gaetano Calosirto (Ischia, 15 agosto 1654; † Napoli, 5 marzo1734) è stato un religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori. Il 26 maggio 1839 è stato proclamato santo da PapaGregorio XVI.



Biografia:

Carlo Gaetano Calosirto nacque a Ischia nel 1654 figlio del nobile Giuseppe e di donna Laura Gargiulo. A 15 anni entrò come Giovanni Giuseppe della Croce tra i Francescani scalzi della riforma di san Pietro d'Alcantara, detti anche alcantarini, nel convento napoletano di Santa Lucia al Monte, dove condusse vita asascetica. Nel gennaio del 1671, insieme a 11 frati fu mandato nel santuario di Santa Maria Occorrevole di Piedimonte d'Alife, dove edificarono un convento. Poi fu contemporaneamente a Napoli come maestro dei novizi e a Piedimonte come padre guardiano. Quando agli inizi del Settecento il ramo spagnolo e quello italiano dell'ordine si divisero, separazione che durò fino al 1722, lui guidò il secondo come ministro generale.

Scaduto il suo mandato, ebbe dall'arcivescovo di Napoli, cardinale Francesco Pignatelli, l'incarico di dirigere settanta fra monasteri e ritiri napoletani, uguale incarico ebbe anche dal cardinale Innico Caracciolo per la diocesi di Aversa.

Come padre spirituale a lui si rivolsero celebri ecclesiastici, nobili illustri e grandi religiosi del tempo come sant'Alfonso Maria de'Liguori e san Francesco De Geronimo. Era dotato di vari carismi, come la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori, la levitazione. Ebbe delle apparizioni della Madonna e di Gesù Bambino. Famoso resta il miracolo della resurrezione del marchesino Gennaro Spada, fu visto inoltre passare per le strade di Napoli sollevato di un palmo da terra, in completa estasi.

Il 22 giugno 1722, con decreto pontificio, i due rami alcantarini, furono riuniti di nuovo e Giovanni Giuseppe della Croce tornò a vivere nel convento di Santa Lucia al Monte, qui trascorse gli ultimi anni della sua vita e vi morì il 5 marzo 1734. La sua tomba, posta nel convento, è stata ed è tuttora centro di grande devozione dei napoletani, che lo elessero loro compatrono nel 1790.

Culto

Fu poi elevato agli onori degli altari come santo da papa Gregorio XVI il 26 maggio 1839, insieme ad altri quattro santi: San Francesco De Geronimo, Sant'Alfonso Maria de' Liguori, San Pacifico da San Severino e Santa Veronica Giuliani.

Il vescovo di Ischia, Monsignor Filippo Strofaldi, ha ottenuto che le spoglie del santo venissero trasferite da Santa Lucia al Monte in Napoli al convento francescano dell'isola, fra la sua originaria gente, che da sempre l'ha venerato e amato come suo carissimo e grande figlio.

06 Marzo               Beato Andrea da Todi

Ricorrenza:            6 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   ==
Anno della Morte: 1242

In Firenze, il beato Andrea da Todi, Confessore del Terz'Ordine, che fiorì per santità e miracoli (1242).



Biografia:

I santi appartengono alla "memoria" della Chiesa, che ha innanzitutto assimilato quella dell'Antico Testamento, condividendo con gli Ebrei il ricordo e la celebrazione dei grandi profeti di Israele. A questi si aggiunsero agli albori del Cristianesimo gli Apostoli e i martiri, ma in primo luogo Maria di Nazareth, la madre di Gesù.
Già dal II secolo in Oriente e dal III in Occidente i cristiani si radunavano per la celebrazione dell'Eucarestia presso le tombe dei martiri più noti, onorandone le reliquie e le immagini. Per un moto spontaneo ai martiri vennero associati nel rispetto e nella devozione del popolo i cosiddetti "confessori", vale a dire coloro che professarono la fede con molto coraggio e ardente zelo, benchè le circostanze non fossero state tali da indurli a darne testimonianza con la vita. All'inizio del V secolo la devozione per i santi era ormai proiondamente radicata nella vita religiosa delle comunità cristiane. La libertà di culto aveva consentito di innalzare sulle loro tombe chiese e altari, dove venivano portati dini per onorarne la memoria. In questo stesso secolo andò precisandosi, come è attestato dalle iscrizioni, la distinzione tra "martire" e "santo" che, sul denominatore comune di una fede impeccabile, poneva la discriminante della morte cruenta.

09 Marzo               Santa Caterina da Bologna

Ricorrenza:            9 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   8 Settembre 1413
Anno della Morte: 9 Marzo 1463

Santa Caterina da Bologna, al secolo Caterina de'Vigri (Bologna, 8 settembre 1413; † Bologna, 9 marzo 1463) è stata una religiosa e fondatrice italiana, del monastero delle clarisse del Corpus Domini a Bologna nonché prima badessa: è stata canonizzata da papa Clemente XI il 22 maggio 1712.



Biografia:

Nasce da Benvenuta Mammolini e da Giovanni de’ Vigri, patrizio ferrarese, Dottore in Legge e pubblico Lettore a Padova, al servizio del marchese Niccolò III d'Este, signore di Ferrara.

Fin da piccola venne educata a Bologna dalla madre e dai parenti, per via delle molte assenze del padre, il quale però volle che imparasse anche il latino.

Nel 1424, all’età di 11 anni, Caterina entrò nella corte Estense come damigella di compagnia di Margherita d'Este, figlia naturale di Niccolò III. Ricevette l’educazione propria del tempo: studiò musica, pittura, danza; imparò a poetare e diventò esperta nell’arte della miniatura e della copiatura.

Nel 1427 lasciò la Corte estense e si unì ad un gruppo di 18 giovani di famiglie gentilizie che facevano vita in comune, intenzionate inizialmente a seguire la spiritualità agostiniana.

Parlando in terza persona, ella affermò che era entrata al servizio di Dio illuminata dalla grazia divina (..) con retta coscienza e grande fervore, sollecitò notte e giorno alla santa orazione, impegnandosi a conquistare tutte le virtù che vedeva in altri, non per invidia, ma per piacere di più a Dio in cui aveva posto tutto il suo amore[1].

Tra il 1429 e il 1430 la responsabile del gruppo, Lucia Mascheroni, decise di fondare un monastero agostiniano. Mentre Caterina e alcune compagne scelsero di legarsi alla regola di santa Chiara d’Assisi. Fu un dono della Provvidenza, perché la comunità viveva nei pressi della chiesa di Santo Spirito annessa al convento dei Frati Minori che aderivano al movimento dell'Osservanza. Caterina e le compagne poterono così partecipare regolarmente alle celebrazioni liturgiche e ricevere un’adeguata assistenza spirituale. Caterina annotò anche la gioia di aver assistito a una omelia del grande predicatore francescano san Bernardino da Siena[2]

Nel 1431 ebbe una visione sul giudizio finale. La terrificante scena dei dannati la spinse a intensificare preghiere e penitenze per la salvezza dei peccatori. Il demonio continuò ad assalirla ed ella si affidò in modo sempre più totale al Signore e alla Vergine Maria[3].

Nel 1432 professò con le compagne la Regola di Santa Chiara, approvata da papa Innocenzo IV, e diede inizio alla vita claustrale francescana nel monastero del Corpus Domini.

Venerata già in vita dal popolo per le sue virtù carismatiche, nel 1456, dopo insistente invito della cittadinanza e delle autorità civili e religiose, Caterina giunse a Bologna per fondarvi il Monastero del Corpus Domini, di cui divenne Badessa nei successivi sette anni, cioè fino alla sua morte. Alle autorità, la Badessa del monastero di Ferrara, Suor Leonarda Ordelaffi, l'aveva inviata dicendo "Sappiate per certo che io vi do una seconda Santa Chiara". Caterina fa parte di una schiera di Clarisse legate all'Osservanza francescana, caratterizzate dall'avere felicemente armonizzato la santità con l'amore per la cultura. Tra esse spiccano personalità come Eustochia da Messina, Cecilia Copoli da Perugia e Camilla da Varano, ossia sr. Battista.

Morte e corpo incorrottoCorpo incorrotto di santa Caterina da BolognaSi spense il 9 marzo 1463 pronunciando dolcemente per tre volte il nome di Gesù.

Alla sua morte cominciò subito a realizzarsi una profezia nella quale si era sentita dire dagli Angeli quella che sarebbe stata la cifra della sua santità: Et gloria eius in te videbitur.

Fu sepolta il giorno stesso nella nuda terra, ma dopo diciotto giorni fu dissotterrata, intatta e profumata. Dopo varie peripezie il suo corpo trovò una collocazione soddisfacente che ancor oggi conserva: si trova nella sua cappella, senza alcuna maschera, seduta, visibile a tutti e non sigillata. Fu canonizzata da Papa Clemente XI il 22 maggio 1712, solennità della SS. Trinità, dopo un lungo e laborioso processo che vide impegnati, e a titoli vari anche contrapposti, il Monastero e la città di Bologna.

Ogni anno dall'8 al 16 marzo, al Monastero del Corpus Domini, che racchiude il Santuario, si celebra un Ottavario in onore di Santa Caterina, co-patrona di Bologna.

09 Marzo               Santa Francesca Romana terziaria francescana

Ricorrenza:            9 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1384
Anno della Morte: 9 Marzo 1440

Roma, 1384 – 9 marzo 1440
Santa Francesca, religiosa, che, sposata in giovane età e vissuta per quarant’anni nel matrimonio, fu moglie e madre di specchiata virtù, ammirevole per pietà, umiltà e pazienza. In tempi di difficoltà, distribuì i suoi beni ai poveri, servì i malati e, alla morte del marito, si ritirò tra le oblate che ella stessa aveva riunito a Roma sotto la regola di san Benedetto.



Biografia:

Francesca Bussa de’ Leoni nacque a Roma nel 1384. Fu battezzata il giorno dopo la nascita e cresimata nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, non molto lontana da piazza Navona, dove abitava la sua famiglia.
Ebbe un’educazione elevata per una fanciulla del suo tempo. Una volta diventata più grande, accompagnava la madre, Iacobella de’ Roffredeschis, nelle visite alle varie chiese del suo rione. Spesso madre e figlia si spingevano fino alla lontana chiesa di Santa Maria Nova sull’antica Via Sacra, gestita dai Benedettini di Monte Oliveto, dai quali la madre era solita confessarsi.
In quella chiesa anche Francesca trovò il suo primo direttore spirituale, padre Antonello di Monte Savello. Il religioso ben presto si accorse della vocazione della fanciulla alla vita monastica, nonostante vivesse negli agi di una ricca e nobile famiglia.

Sposa per obbedienza

Tuttavia, il padre di Francesca, Paolo, aveva combinato per lei un matrimonio con il nobile Lorenzo de’ Ponziani. Intendeva così allearsi a un’altra famiglia ricca: i Ponziani si erano infatti arricchiti con il mestiere di macellai, comprando bestiame e possedimenti agricoli.
Padre Antonello convinse Francesca, che all’epoca aveva dodici anni, ad accettare la volontà del padre. Una volta sposata, andò ad abitare nel palazzo dei Ponziani, situato nel quartiere di Trastevere, precisamente nella contrada di Sant’Andrea degli Scafi. Oggi si trova in via dei Vascellari 61: dell’antico palazzo, più volte trasformato nei secoli, rimangono le ampie cantine e, al pianterreno, un ambiente quattrocentesco, con il soffitto a cassettoni.

Guarita per intercessione di sant’Alessio

L’inserimento nella nuova famiglia non fu facile, anche perché Francesca si sentiva provata per aver dovuto rinunciare alla sua vocazione religiosa: ne scaturì uno stato di anoressia che la sprofondò nella prostrazione.
Si cercò di sollevarla da questa preoccupante situazione, ma invano. All’alba del 16 luglio 1398, a Francesca sembrò di vedere in sogno sant’Alessio, che le diceva: «Tu devi vivere… Il Signore vuole che tu viva per glorificare il suo nome».
Al risveglio Francesca, accompagnata dalla cognata Vannozza, si recò alla chiesa dedicata al santo pellegrino sull’Aventino, per ringraziarlo. Da allora la sua vita cambiò: insieme a Vannozza, prese a dedicare il tempo libero dagli impegni familiari a soccorrere poveri e ammalati.
Si dispose anche ad accettare la sua condizione di sposa. A sedici anni ebbe il primo dei tre figli, Giovanni Battista, seguito, nel 1403, da Giovanni Evangelista; l’ultima nata, l’unica femmina, fu Agnese.

I problemi della Roma del tempo

Erano anni drammatici per Roma. Gli ecclesiastici discutevano sulla superiorità o meno del Concilio Ecumenico sul Papa. Lo Scisma d’Occidente devastava l’unità della Chiesa, mentre lo Stato Pontificio era politicamente allo sbando ed economicamente in rovina.
Roma per tre volte fu occupata e saccheggiata dal re di Napoli, Ladislao di Durazzo. A causa delle guerriglie urbane, la città era ridotta quasi in rovina. Papi ed antipapi si combattevano fra loro: mancava quindi un’autorità centrale che riportasse ordine e prosperità.

La risposta caritativa di Francesca

Francesca perciò volle dedicarsi a sollevare le misere condizioni dei suoi concittadini. Nel 1401 morì sua suocera, così il marito, Andreozzo Ponziani, le affidò le chiavi delle dispense, dei granai e delle cantine. Francesca ne approfittò per aumentare gli aiuti ai poveri: in pochi mesi i locali furono svuotati.
Il suocero, allibito, decise di riprendersi le chiavi. Quando nei granai fu rimasta soltanto la pula, Francesca, Vannozza e una fedele serva, per cercare di soddisfare fino all’ultimo le richieste degli affamati, fecero la cernita e distribuirono anche il poco grano ricavato. Con loro sorpresa, pochi giorni dopo, sia i granai che le botti del vino risultarono di nuovo pieni.
Andreozzo, nel 1391, aveva fondato l’Ospedale del Santissimo Salvatore utilizzando la navata destra di una chiesa in disuso, oggi chiamata Santa Maria in Cappella. Di conseguenza, non era indifferente alle miserie dei romani. Visto il prodigio, decise di restituire le chiavi alla caritatevole nuora.

Francesca cambia stile di vita

A questo punto Francesca decise di dedicarsi sistematicamente all’opera di assistenza. Con il consenso del marito, vendette tutti i vestiti e gioielli devolvendo il ricavato ai poveri. Indossò un abito di stoffa ruvida, ampio e comodo, per poter camminare agevolmente per i miseri vicoli di Roma.
Era ormai conosciuta ed ammirata da tutta Trastevere, che aveva saputo del prodigio dei granai di nuovo pieni. In particolare, un gruppo di donne volle seguire il suo esempio. Insieme a loro, Francesca andava a coltivare un campo nei pressi di San Paolo fuori le Mura, da cui ricavava frutta e verdura. Caricava le merci su un asinello e le distribuiva personalmente alla lunga fila di poveri, che ormai ogni giorno cercava di sfamare.

“La poverella di Trastevere”

Alla morte del suocero, Francesca si prese cura dell’Ospedale del SS. Salvatore, pur senza tralasciare le visite private e domiciliari che faceva ai poveri. Incurante delle critiche e del disprezzo dei nobili romani, si fece questuante per quanti che si vergognavano di chiedere l’elemosina. 
Per questa ragione, la gente del popolo la soprannominò “la poverella di Trastevere”. La consideravano sempre una di loro, nonostante l’appartenenza al ceto della nobiltà, e familiarmente la chiamavano “Franceschella” o “Ceccolella”.

Rivelazioni e doni soprannaturali

Mentre si prodigava instancabilmente in queste opere di amore concreto, Francesca riferiva al suo confessore, don Giovanni Mariotto, parroco di Santa Maria in Trastevere, le illuminazioni che affermava di ricevere dal Signore. 
La trascrizione di quelle rivelazioni operata da don Mariotto, pubblicata nel 1870, riguardava le frequenti lotte di Francesca col demonio, ma anche il suo viaggio mistico nell’Inferno e nel Purgatorio, i momenti di estasi, i prodigi e le guarigioni che le venivano attribuiti.

La malattia del marito e la morte dei figli

Nel 1409, suo marito Lorenzo, comandante delle truppe pontificie, durante una battaglia contro l’invasore Ladislao di Durazzo re di Napoli, contrario all’elezione di papa Alessandro V, venne gravemente ferito. Rimase semiparalizzato per il resto della sua vita e fu accudito amorevolmente dalla moglie e dal figlio Battista.
Nel 1410 casa Ponziani venne saccheggiata e i beni di famiglia furono espropriati. Lorenzo, sebbene invalido fu costretto a fuggire, per sottrarsi alla vendetta di re Ladislao, che però prese in ostaggio Battista.
Un’epidemia di peste portò Francesca alla decisione di aprire il suo palazzo agli appestati. Così facendo, però, si espose in prima persona al contagio, insieme ai suoi cari. Morirono gli altri due figli, Agnese ed Evangelista. Lei stessa contrasse il morbo, ma riuscì a salvarsi. Passata l’epidemia poté ricongiungersi con il marito e con Battista.
Dalla morte di Evangelista, Francesca cominciò a vedere accanto a sé un ragazzino sui nove anni, con lunghi capelli ricci, vestito di una tunica bianca. Non l’avrebbe più lasciata, per tutta la vita.

Nascita delle Oblate Benedettine di Maria

Francesca continuava ad aiutare poveri ed ammalati, senza trascurare la preghiera: dormiva ormai solo due ore per notte. Iniziò anche ad accompagnare spiritualmente il gruppo di amiche che la coadiuvavano nella carità.
Durante uno di quegli incontri settimanali nella chiesa di Santa Maria Nova, Francesca le invitò ad associarsi in una confraternita consacrata alla Madonna. Ognuna delle socie sarebbe restata nella propria casa, impegnandosi a vivere le virtù monastiche e donandosi ai poveri. Il 15 agosto 1425, festa dell’Assunta, davanti all’altare della Vergine, le undici donne si offrirono al Signore.
Nel marzo del 1433 Francesca poté riunire le sue compagne sotto un unico tetto a Tor de’ Specchi, composto da una camera ed un grande camerone, vicino alla chiesa parrocchiale di Sant’Andrea dei Funari. Il 21 luglio dello stesso 1433, papa Eugenio IV eresse la comunità in congregazione religiosa, con il titolo di Oblate Benedettine di Maria, note anche come Nobili Oblate di Tor de’ Specchi. 

Tra le Oblate di Tor de’ Specchi

Francesca si recava ogni giorno nel monastero da lei fondato, ma continuò ad abitare nel palazzo Ponziani per accudire il marito malato. Lorenzo morì dopo quarant’anni di vita coniugale, nella quale era sempre andato d’accordo con lei.
A quel punto, il 21 marzo 1436, Francesca lasciò la sua casa, affidandone l’amministrazione al figlio Battista e a sua moglie Mabilia de’ Papazzurri. Si unì alle compagne a Tor de’ Specchi, dove fu eletta superiora.
Trascorse gli ultimi quattro anni nel convento, dedicandosi soprattutto a tre compiti: formare le sue figlie secondo le illuminazioni che Dio le donava; sostenerle con l’esempio nelle opere di misericordia alle quali erano chiamate; pregare per la fine dello scisma nella Chiesa.
Francesca insegnò alle sue suore la preparazione di uno speciale unguento, che aveva usato e usava per sanare malati e feriti. Ancora oggi, quel medicamento viene preparato nello stesso recipiente adoperato da lei più di cinque secoli fa.

La morte

Il 3 marzo 1440 Battista Ponziani si ammalò gravemente. Francesca accorse al suo capezzale: dopo poco tempo, il figlio guarì. Aveva appena lasciato palazzo Ponziani, quando incontrò don Mattiotti, il suo confessore, che le ordinò di tornare indietro per passare la notte lì. 
Francesca obbedì, ma sapeva già che quelli sarebbero stati i suoi ultimi giorni. Di fatto morì il 9 marzo 1440, a cinquantasei anni, circondata dalle sue Oblate, a cui aveva lasciato le proprie estreme raccomandazioni.
Le sue spoglie mortali vennero esposte per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nova, poi furono sepolte sotto l’altare della stessa chiesa. Una cronaca dell’epoca riferisce la partecipazione e la devozione di tutta la città.

La glorificazione

La fama di santità di Francesca portò all’apertura di un primo processo ad appena sei mesi dalla sua morte, seguito, tre anni dopo, da un secondo processo, motivato dalle continue grazie singolari attribuite alla sua intercessione. Alcuni vizi di forma, però, bloccarono tutto. Anche il terzo tentativo, a otto anni di distanza dal suo transito, non ebbe seguito. Una delle ragioni è da attribuire al fatto che, a quel tempo, il Papa era lontano da Roma.
Alla fine, fu canonizzata da papa Paolo V il 29 maggio 1608. Il senato di Roma, che già nel 1494 aveva stabilito che il giorno della sua morte venisse considerato giorno festivo e l’appellava “Advocata Urbis”, stabilì all’unanimità che, da allora in poi, sarebbe stata denominata non col cognome da vedova, ma “Romana”. Francesca diventava quindi la prima santa donna italiana dal tempo di Caterina da Siena, ma anche la prima cittadina della Roma moderna a ottenere gli onori degli altari.
Papa Urbano VIII volle nella chiesa di Santa Maria Nova, che la devozione popolare chiama ancora oggi “di Santa Francesca Romana” un tempietto con quattro colonne di diaspro e una statua in bronzo dorato che raffigura la santa in compagnia dell’Angelo Custode, che l’aveva assistita tutta la vita.

I patronati

Santa Francesca Romana, oltre a essere compatrona di Roma con i santi apostoli Pietro e Paolo, viene anche invocata come protettrice dalle pestilenze e per la liberazione delle anime dal Purgatorio. 
Nel 1950 papa Pio XII l’ha dichiarata patrona degli automobilisti, perché il suo Angelo Custode l’accompagnava sempre durante i suoi spostamenti, sprigionando una luce che le permetteva di vedere chiaro anche di notte. Ratificava quindi un’usanza per cui ancora oggi, il 9 marzo di ogni anno, gli automobilisti di Roma si radunano nei pressi della chiesa di Santa Francesca Romana per ricevere una speciale benedizione per sé e per i propri mezzi.
Le è poi stata intitolata l’Associazione Santa Francesca Romana – Vedove Cattoliche Bergamasche, fondata nella diocesi di Bergamo nel 1926 da don Angelo Giuseppe Roncalli, all’epoca cappellano militare (poi Papa col nome di Giovanni XXIII e Santo), in collaborazione con Ermenegilda Crippa vedova Bosis.
Infine, padre Enrico Mauri, degli Oblati dei Santi Ambrogio e Carlo (Venerabile dal 2018), intorno agli anni ’30 del secolo scorso la propose come modello al sodalizio di vedove di guerra che aveva iniziato a formare, in seguito diventato l’Istituto Secolare delle Oblate di Cristo Re.

Le Oblate di Tor de’ Specchi oggi
Nel corso dei secoli, le Oblate di Tor de’ Specchi, dette anche Oblate di Santa Francesca Romana, hanno svolto numerosi servizi caritativi per la popolazione di Roma. Oggi ospitano studentesse universitarie in un apposito pensionato e concedono gli spazi della loro unica casa per i ritiri spirituali in preparazione alla Prima Comunione.

13 Marzo               Beato Agnello da Pisa

Ricorrenza:            13 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1194
Anno della Morte: 13 Marzo 1235

Beato Agnello da Pisa (Pisa, 1194; † Oxford, 13 marzo 1235) è stato un religioso e presbitero italiano, dichiarato beato dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Agnello da Pisa nacque a Pisa dalla nobile famiglia degli Agnelli.

Nel 1211, dopo una visita di san Francesco, i Francescani si insediarono a Pisa. In quell'occasione il giovane Agnello conobbe il santo d'Assisi e, attratto dal suo ideale di vita, entrò nel convento posano sorto presso la chiesa della santissima Trinità.

Nel capitolo generale del 1217 si decise che un gruppo di frati si sarebbe recato in Francia. Francesco cominciò il viaggio ma, incontrato lungo la strada il cardinale Ugolino, futuro Papa Gregorio IX, dietro sue insistenze rientrò in Italia. A capo della spedizione fu posto Agnello, che era ancora un diacono. Giunti a Parigi, Agnello aprì nei dintorni alcuni conventi ed ebbe la felice intuizione di fondare una comunità per i francescani studenti universitari, considerando che la capitale francese era tra le più importanti dal punto di vista culturale.

Dopo sette anni san Francesco nominò nuovamente Agnello capo di una missione, composta da otto frati, questa volta diretta in Inghilterra. Tra questi vi erano tre inglesi, tra cui un sacerdote, Riccardo di Ingworth. Il gruppo sbarcò sull'isola il 10 settembre 1224. Si insediarono a Canterbury, trovando per qualche tempo soggiorno notturno presso una scuola, quando era chiusa agli studenti. Sopportarono molti disagi per le temperature rigide e per il poco cibo, ma il loro contegno e il loro entusiasmo destarono molta ammirazione.

In seguito ricevettero in dono un terreno poco ospitale su cui costruirono un convento. Da qui, due inglesi e due italiani, tra cui Agnello, si recarono a Londra dove, dopo essere stati accolti dai Domenicani, affittarono una casa. Grazie alle numerose vocazioni fu successivamente aperto un convento anche a Oxford con scuola teologica che grazie al Beato di Pisa, assunse un'importanza straordinaria. Anche a Cambridge venne fondata una importante facoltà teologica, che però non eguagliò quella di Oxford.

Il beato, nonostante la malferma salute, volle tornare brevemente in Italia. Ristabilitosi ad Oxford, morì il 13 marzo del 1235 o 1236, a soli quarantuno anni.

18 Marzo               Beato Marco da Montegallo

Ricorrenza:            18 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1425
Anno della Morte: 19 Marzo 1496

Il Beato Marco da Montegallo, al secolo Marco de Marchio (Montegallo, 1425; † Vicenza, 19 marzo 1496) è stato un religioso italiano appartenente all'Ordine dei Frati Minori, riconosciuto come l'inventore del Monte di Pietà, pensato per sottrarre le classi meno abbienti al giogo dell'usura.



Biografia:

Nacque a Fonditore di Montegallo, località dell'Ascolano nota anche come Santa Maria di Montegallo, dal nobile Claro di Rainaldo "de Marchio", ricordato con la qualifica di capitaneus.

Marco studiò da prima ad Ascoli, in seguito passò alle Università di Perugia e di Bologna, dove si addottorò in legge e in medicina.

Tornato ad Ascoli esercitò per un certo tempo la professione di medico; nel 1451 per assecondare i voleri del padre sposò Chiara de' Tibaldeschi di nobile famiglia, ma con la quale convisse castamente. Alla morte del padre nell'anno successivo gli sposi, di comune accordo, scelsero la vita religiosa: lei entrò tra le clarisse del convento di Santa Maria delle donne in Ascoli e lui tra i Francescani Osservanti.

Marco de Marchio fece il noviziato a Fabriano, poi fu come superiore a San Severino, sotto la guida di san Giacomo da Monteprandone detto "della Marca": egli, san Bernardino da Siena e san Giovanni da Capestrano costituivano gli alfieri dell'evangelizzazione del XV secolo, oltre ad essere tra i primi fautori dell'apostolato sociale.

Prese ad operare contro le due principali piaghe del suo tempo: le discordie civili e l'usura, esercitata in particolare dagli ebrei e vietata ai cattolici. Svolse la sua intensa attività dal 1458 al 1496, promuovendo la pace e il bene pubblico ad Ascoli, Camerino e Fabriano e combattendo l'usura, che condizionava pesantemente la vita delle famiglie, con l'istituzione dei Monti di Pietà.

Insieme con il beato Domenico da Leonessa costituì il Monte di Ascoli nel 1458; in seguito da solo istituì quelli di Fabriano (1470), Fano (1471), Arcevia (1483), Vicenza (1486). Non vi è certezza se abbia contribuito a fondare quelli di Ancona, Camerino, Ripatransone; restaurò quello di Fermo.

Nel 1486 Marco dovette recarsi a Venezia, dove furono stampate presso Niccolò Balaguer due operette a carattere devozionale: Libro delli comandamenti di Diodel Testamento Vecchio e la Tabula della salute. Entrambe le opere, in seguito, furono ristampate anche a Firenze.

Il 19 marzo 1496, mentre era a Vicenza per predicare, fu colto da malore e morì; venne sepolto nella chiesa di San Biagio Vecchio.


Culto

Marco de Marchio è stato proclamato beato il 20 settembre 1839 da papa Gregorio XVI.

18 Marzo               San Salvatore da Horta

Ricorrenza:            18 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1425
Anno della Morte: 19 Marzo 1496

San Salvatore da Horta, al secolo Salvador Pladevall i Bien (Santa Coloma de Farnés, dicembre 1520; † Cagliari, 18 marzo 1567) è stato un religioso spagnolo dell'Ordine dei Frati Minori, canonizzato nel 1938 da Pio XI



Biografia:

Il futuro santo nacque a Santa Coloma de Farnés, centro della Catalogna, in un giorno del dicembre 1520. I genitori, il cui cognome era Grionesos, lavoravano in un piccolo ospedale locale.

Rimasto orfano si trasferì a Barcellona e fece diversi lavori per mantenere se stesso e la sorella Blasia. Appena quest'ultima si sposò, il giovane poté attuare il desiderio di dedicarsi alla vita religiosa. Dopo un periodo trascorso nel monastero benedettino di Montserrat, il 3 maggio 1541 entrò nel convento francescano di Barcellona e assunse il nome di fra' Salvatore. Nel 1542 fece la professione religiosa e venne trasferito nel convento di Tortosa. In seguito fu trasferito più volte in diversi conventi, tra cui quelli di Bellpuig, Horta, dove rimase per dodici anni, Reus. Era sempre destinato a svolgere i lavori più umili e faticosi. Intanto la gente giungeva numerosa a visitare il frate, in quanto gli venivano riconosciute doti di taumaturgo e si diceva potesse compiere miracoli. Questa fama rese fra' Salvatore scomodo agli stessi confratelli, tanto da provocare i suoi continui trasferimenti. I fatti che lo videro protagonista gli attirarono anche una denuncia all'Inquisizione di Barcellona, che si risolse in un nulla di fatto.

La sua ultima destinazione fu il convento di Santa Maria di Gesù a Cagliari, dove giunse nel novembre 1565. Qui morì in fama di santità in seguito a una malattia il 18 marzo 1567.

Culto

Le reliquie del santo furono inizialmente conservate nel convento di Santa Maria di Gesù, luogo della sua morte. Nel 1607 venne trafugato il cuore e portato nel convento francescano di San Pietro di Silki a Sassari.

Nel 1718, in seguito alla demolizione di Santa Maria di Gesù, le spoglie del santo vennero trasferite prima nella chiesa di San Mauro a Villanova (in cui è ancora conservata una reliquia e l'arca in pietra che ne conteneva il corpo) e da qui, nel 1758, nella chiesa di Santa Rosalia nella Marina. Santa Rosalia è il principale santuario di San Salvatore, dove il suo corpo è esposto, all'interno di una teca in vetro posta sotto la mensa dell'altare maggiore, alla venerazione dei fedeli. Un santuario dedicato al santo sorge anche nel comune di Orta di Atella.

19 Marzo               Beato Narciso Giovanni Turchan

Ricorrenza:            19 Marzo
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   1879
Anno della Morte: 19 Marzo 1942

Beato Narcyz Turchan, al secolo Jan (Narciso Giovanni) (Biskupice, 19 settembre 1879; † Dachau, 19 marzo 1942) è stato un religioso e martire polacco, Giovanni Paolo II lo beatificò a Varsavia il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi.



Biografia:

Jan Turchan nacque a Biskupice, diocesi di Cracovia, il 19 settembre 1879. Fu accolto nel 1899 dai Frati Minori nella Provincia di Santa Maria degli Angeli, emise la Professione temporanea il 13 settembre 1900 e quella solenne il 24 dicembre 1903, assumendo il nome di Narcyz. Ordinato sacerdote a Leopoli il 1° giugno 1906, fu guardiano in varie fraternità. Arrestato per ben due volte e rilasciato per mancanza di prove contro di lui, fu definitivamente arrestato il 6 ottobre 1941.
Internato dunque senza processo nel campo di concentramento di Dachau, nei pressi di Monaco di Baviera, nonostante le sue precarie condizioni di salute non cessò di prendersi cura dei suoi compagni di prigionia. Morì, a seguito degli stenti subiti in carcere, il 19 marzo 1942.
Giovanni Paolo II lo beatificò a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi, tra i quali figurano quattro altri suoi confratelli. In data odierna è commemorato dal nuovo Martyrologium Romanum nell’anniversario del suo glorioso martirio.

24 Marzo               Beato Diego Giuseppe da Cadice

Ricorrenza:            24 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   30 Marzo 1743
Anno della Morte: 24 Marzo 1801

Il Beato Diego Giuseppe da Cadice, al secolo José Francisco López-Caamaño y García Pérez (Cadice, 30 marzo 1743; † Ronda, 24 marzo 1801) è stato un presbitero spagnolo, appartenente all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, grande predicatore nelle missioni popolari.



Biografia:

Nacque il 30 marzo del 1743 a Cadice da Giuseppe Lopez Caamano e da Maria Garcia Pérez di Rendón, entrambi nobili decaduti. A nove anni, essendo rimasto orfano di madre fu affidato dal padre, passato a seconde nozze, a un sacerdote affinché apprendesse il latino, ma scarso fu il profitto perché tardo d'ingegno e balbuziente. Il padre, confidando nello sviluppo del figlio, lo mandò a studiare a Ronda sotto la direzione dei Frati Predicatori, ma se lo vide, con tristezza, rimandare in famiglia; per la poca attitudine che manifestava allo studio.

Giuseppe, pur essendo pio e ubbidiente, non si sentiva chiamato alla vita religiosa ma nel 1756, a tredici anni, entrò nella chiesa di un convento cappuccino e, sentendo i frati cantare la Liturgia delle Ore, si sentì riempire l'anima di una gioia così grande che, come scriverà in una lettera, la cosa lo portò alla decisione di farsi frate cappuccino.

Il padre Provinciale, in visita al convento di Cadice, lo esaminò e, contrariamente al parere del padre Guardiano, lo ritenne sufficientemente istruito per mandarlo a fare il noviziato a Siviglia, dove il 15 novembre del 1757 vestì l'abito religioso e assunse il nome di fra Diego. Durante l'anno di prova non mancarono al novizio tribolazioni e turbamenti, ma li vinse lasciandosi docilmente guidare dai superiori e osservando diligentemente le regole. Appena emise la professione solenne, cominciò lo studio della filosofia, ma non vi fece molto progresso perché si sentiva più portato per la poesia. Quando giunse a studiare il trattato di Dio e dei suoi attributi, fra Diego sentì un desiderio tanto veemente ad approfondire la verità rivelata che riguadagnò il tempo perduto e meritò di essere ordinato sacerdote il 13 giugno del 1767.

Per il resto della sua vita il beato percorse la Spagna per evangelizzare in tutte le forme città e villaggi e confutare gli errori prima dell'enciclopedia e poi della rivoluzione francese. I vescovi facevano a gara per averlo nella propria, per i copiosi frutti spirituali che ovunque raccoglieva. La sua predicazione varia, semplice, ma anche sostenuta, aveva del prodigioso. Anche le università, le accademie, le famiglie religiose e persino la corte lo volevano udire. Padre Guerrero, O.P., che a Ronda lo aveva avuto condiscepolo, un giorno volle andare a udirlo. Ne rimase tanto ammirato che, dopo il sermone, si sentì in dovere di fargli i suoi complimenti. Il Beato gli rispose con molta umiltà:

« Tu lo vedi, mio caro, non vi è niente del mio. Iddio ha voluto operare questo in me, perché risplenda di più il suo potere »

Fra Diego era alto di statura e ben proporzionato e percorreva la Spagna camminando sempre a piedi scalzi, rivestito soltanto di una ruvida tonaca di lana. Amante della povertà, non portava con sé alcuna cosa per non legare, diceva, le mani alla Provvidenza. Poiché odiava il denaro più che un serpente velenoso, non accettava compensi alle sue fatiche ma, quando saliva sul pulpito, anche le chiese più vaste erano troppo piccole per contenere tutta la gente che accorreva ad ascoltarlo. Spesso di doveva collocare il pulpito in mezzo alla piazza o sopra una altura, per dare a tutti modo di udire la parola di Dio. Sovente doveva essere scortato da soldati per impedire che la gente lo opprimesse. A un eretico fu chiesto che cosa pensasse del missionario apostolico. Rispose:

« Questo frate preme molto; è necessario o non udirlo o credere »

Del resto fra Diego stesso scrisse al suo direttore spirituale;

« Vorrei spargere il sangue, e dare mille vite se le avessi, in difesa della fede e della santa Chiesa, che me le propone e insegna »

Con la predicazione fra Diego mirava a togliere abusi, scandali, stampe oscene e soprattutto a mettere la pace nelle famiglie. Per riuscire più sicuramente nell'intento non saliva sul pulpito senza avere prima recitato una terza parte del rosario, e non concludeva la missione senza avere tenuto almeno una predica su Maria Santissima che venerava sotto il titolo di Immacolata, Madonna della Pace e Divina Pastora, di cui faceva esporre le immagini nelle case e nelle chiese. Furono così visti protestanti farsi cattolici, illustri cittadini farsi religiosi, monasteri dissipati diventare ferventi, preti scandalosi ritornare zelanti, governatori di città costruire opere di pubblica beneficenza per i poveri e i malati.

Dio a fra Diego, oltre il dono della parola, aveva dato anche il dono della profezia, del discernimento degli spiriti e soprattutto il dono dei miracoli. Nel 1785mentre si trasferiva a Guadix per una missione, chiese alloggio a poveri coloni. Appena si diffuse la notizia, i parenti di una donna cieca e paralitica gliela condussero a dorso di un'asina, perché la benedicesse. Fra Diego pregò per l'inferma ed ella recuperò all'istante la vista e l'uso delle gambe. Un'altra volta si racconta che fu costretto a chiedere alloggio in una fattoria. Ai vaccari che trovò, fra Diego rivolse come al solito una buona parola, ma uno di loro, che non si confessava da 9 anni lo derise. La mattina dopo, mentre conduceva il bestiame al pascolo, ebbe la sfrontatezza di dire al frate:

« Padre, vede quel toro? Se riesce a farlo mettere in ginocchio, mi confesserò io pure »

Investito dallo spirito di Dio il Beato si rivolse all'animale e gli disse: Fratello toro, fermati!. L'animale furente si arrestò all'istante. Fra Diego gli si accostò e il toro si mise in ginocchio tra lo stupore dei vaccari. Alla vista di quel prodigio, il peccatore detestò i propri trascorsi e chiese la confessione.

Papa Pio VI informato del bene immenso che fra Diego compiva in Spagna, con motu proprio gli diede facoltà di concedere indulgenze parziali e plenarie a suo giudizio, e lo nominò consultore straordinario del Supremo Consiglio di santa romana Chiesa esistente in Bologna. L'esempio del Papa venne imitato dai vescovi di tutta la Spagna. Il cardinale Delgado, arcivescovo di Siviglia, suggerì al re Carlo III di farlo nominare vescovo di una diocesi, ma il sovrano gli rispose:

« Lasciamolo nel suo ministero, così, invece di circoscrivere la sua missione a una diocesi, lo avremo vescovo di tutto il regno »

Più tardi, in seguito a tante insistenze, gli offrì il vescovato di Ceuta, ma padre Diego lo rifiutò limitandosi a suggerirgli la persona più adatta per quella sede.


Padre Diego ebbe onorificenze da quasi tutte le cattedrali di Spagna e dalle principali città, titoli accademici da molte università, il titolo di Grande di Spagna, d'Inquisitore, di vicario generale della armata e di predicatore soprannumerario della corte da parte di Carlo III, di prefetto del consiglio di gabinetto da parte delle corti di Napoli e di Portogallo. Il Beato confidò a un sacerdote suo amico che stima facesse di tanti riconoscimenti scrivendogli;

« Ella già sa di quanti onori non meritati hanno voluto caricare questo somaro. Ho sempre tremato che il demonio, scaltro com'è, non mi togliesse la stima che di me debbo avere di uomo inetto e vile... La regina di tutti, Maria, che ho sempre pregato di mantenermi nell'umiltà, ha esaudito la mia preghiera »

Fra Diego predicò la parola di Dio finché le forze lo sostennero. Cadde gravemente malato nel mese di marzo 1801 mentre predicava a Ronda. Ai medici che lo curavano disse che quella sarebbe stata la sua ultima malattia, e al confratello laico che lo assisteva fece capire che sarebbe andato a celebrare la festa dell'incarnazione del Verbo in paradiso. Difatti morì, assistito dal parroco, il 24 marzo del 1801 dopo avere molte volte sospirato:

« O mio dolce Gesù, ben tu sai che io ti amo »

27 Marzo               Beato Pellegrino da Falerone

Ricorrenza:            27 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1198
Anno della Morte: 5 Settembre1233

Beato Pellegrino da Falerone, al secolo Ruggero (Falerone, 1198 ca.; † San Severino Marche, 5 settembre 1233) è stato un religioso e presbitero italiano.



Biografia:

Ruggero nacque probabilmente sul finire del XII secolo, nella nobile famiglia Falerone o Fallerone.

Gli Actus beati Francisci et sociorum eius lo annoverano fra gli studenti universitari di nobile origine, giunti a Bologna dalla Marca di Ancona.

Stando alla narrazione dei Fioretti (cap. 27) il 15 agosto 1222, due giovani studenti dell'università di Bologna, Rizerio da Muccia e Ruggero, ascoltando la parola di san Francesco, furono colpiti dalla sua testimonianza e si misero al suo seguito.

Praticò eminentemente le virtù su cui si impernia la spiritualità francescana: umiltà, carità, preghiera intensa e perfetta letizia. Fu pellegrino in Terra Santa, forse per questo motivo è ricordato con il nome di Pellegrino.

Morì nel convento di San Severino Marche il 5 settembre 1233.

Culto

Il suo culto dopo la morte si propagò rapidamente grazie ai numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione. Il 28 luglio 1821 papa Pio VII ne riconobbe il culto ab immemorabili.

30 Marzo               San Pietro Regalado da Valladolid

Ricorrenza:            30 Marzo
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1390
Anno della Morte: 30 Marzo 1456

San Pietro Regalado (Valladolid, 1390; † La Aguilera, 30 marzo 1456) è stato un religioso e sacerdote spagnoloappartenente all'Ordine dei Frati Minori; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Pedro Regalado nacque nel 1390 a Valladolid in Spagna da una nobile famiglia di origine ebraica.

Ben presto rimase orfano di padre ed all'età di tredici anni la madre gli concesse di entrare nel monastero francescano della sua città natale; la sua sola ambizione divenne condurre una vita di preghiera e penitenza, e già considerava le visite della madre come una distrazione.

Conquistato dagli ideali di Pietro da Villacreces, impegnato a ristabilire nella penisola iberica l'osservanza originaria della Regola francescana, nel 1404 lo seguì nell'eremitaggio di Auguille, ove trovò la solitudine, la povertà ed il clima di preghiera tanto agognati.

Nel 1414 Pietro da Villacreces ottenne dal concilio di Costanza l'approvazione della riforma da lui intrapresa, e lasciò Regalado a capo del romitaggio di Auguille,

Nel 1422 entrambi presero parte al capitolo provinciale; ma qui Pietro da Villacreces morì e Pietro Regalado fu nominato guardiano di Auguile.

Nel 1427 presso Medina del Campo Pedro Regalado presenziò alla Concordia, una riunione dei seguaci di Villacreces ove si stabilì di rimanere uniti ai frati conventuali. Dal 1442 divenne vicario della sua congregazione e dunque terzo successore del fondatore.

Sentendo avvicinarsi la morte, nel 1456 decise di partire per Burgos per chiedere invano a Lope di accettare il vicariato dei villacreciani. Spirò ad Auguile il 30 marzo di quello stesso anno.

30 Marzo               Beato Ludovico da Casoria

Ricorrenza:            30 Marzo
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1814
Anno della Morte: 30 Marzo 1885

Nato a Casoria, in provincia di Napoli, nel 1814, Arcangelo Palmentieri entrò a 18 anni tra i Francescani Alcantarini divenendo fra Ludovico. Per 20 anni insegnò matematica e filosofia a Napoli, tenendo anche la farmacia del convento, che trasferì con sé a Capodimonte. La sua carità si estese presto ai piccoli che vagavano per le strade di Napoli, ai giovanissimi africani condotti in Occidente come schiavi, ai ciechi e ai sordomuti. Per dare continuità alle sue opere, fondò nel 1859 i Terziari Francescani della Carità, detti Frati Bigi (ora non più esistenti) e, cinque anni dopo, le Suore Francescane Elisabettine dette Bigie. Il Vaticano gli affidò la missione di Scellal, in Sudan, che però durò poco. Morì a Napoli il 30 marzo 1885, a 71 anni. Beatificato da san Giovanni Paolo II il 18 aprile 1993, è stato canonizzato il 23 novembre 2014 da papa Francesco. I suoi resti mortali riposano presso l’Ospizio Marino a Napoli, in via Posillipo 24. La sua memoria liturgica cade il 17 giugno, giorno in cui, nel 1832, vestì per la prima volta il saio francescano.



Biografia:

Arcangelo Palmentieri nacque a Casoria, in provincia di Napoli, l’11 marzo 1814, terzo dei cinque figli di Candida Zenga e Vincenzo Palmentieri, di professione vinaio. Vestì il saio dei Frati Minori Alcantarini il 17 giugno 1832, assumendo il nome di fra Ludovico. Dopo gli studi necessari come novizio presso Nola, fu ordinato sacerdote il 4 giugno 1837. Inizialmente, gli fu affidato l’insegnamento della d’insegnante di matematica e fisica nei seminari del suo Ordine. Nel contempo istituì una farmacia–infermeria per i frati malati e per i sacerdoti poveri del Terz’Ordine, alloggiandoli in un edificio a Scudillo di Capodimonte in Napoli, detto “La Palma”.
Tra il 1847 e il 1848, a seguito di una malattia e di un’intensa esperienza di grazia, che successivamente definì come “lavacro”, diede un nuovo corso alla propria vita. Rilanciò il Terz’Ordine di San Francesco e istituì una piccola infermeria per i confratelli e per i sacerdoti terziari poveri presso il convento napoletano di San Pietro ad Aram, poi ingrandita e trasferita presso Capodimonte.
La sua carità si estese presto ai piccoli scugnizzi che vagavano per le strade di Napoli e, dietrosuggerimento del genovese donNiccolò Giovanni Battista Olivieri (fondatore della Pia Opera del Riscatto; per lui è in corso la causa di beatificazione), ai giovanissimi africani condotti in Occidente come schiavi. Già nel 1854 poté accogliere i primi due bambini affidatigli da don Olivieri, Giuseppe Rab e Giuseppe Morgian, con risultati confortanti.Ideò il progetto che i missionari venissero reclutati fra gli stessi indigeni, con la celebre frase «L’Africa deve convertire l’Africa».
Ottenute le necessarie approvazioni dai suoi superiori e sotto il beneplacito reale, nel 1856 riunì nel convento La Palma allo Scudillo nove bambini di colore, indirizzandoli agli studi; alcuni di essi furono poi battezzati solennemente dal cardinale arcivescovo di Napoli.
Nel 1857 ottenne che il re Ferdinando II riscattasse dodici bambini, che andò personalmente a prendere ad Alessandria in Egitto. Nonostante le offerte provenienti da ogni parte, specie dalla Germania, si vide ben presto che i locali de La Palma ormai erano insufficienti. Falliti i tentativi di acquistare un edificio accanto, il re intervenne espropriandolo e donandolo a padre Ludovico.
Dopo aver incontrato madre Anna Lapini, fiorentina, fondatricedelle Povere Figlie delle Sacre Stimmate di San Francesco d’Assisi, popolarmente note come Suore Stimmatine (Venerabile dal 2003), le affidò un progetto analogo per le bambine. Il collegio delle “Morette” sorse insieme con la Casa delle Stimmatine a Capodimonte e fu inaugurato il 10 maggio 1859: insieme a dodici bambine africane, vi erano educate le fanciulle povere della città.
Per dare continuità alle sue opere, fondò nel 1859 i Terziari Francescani della Carità, detti Frati Bigi dal colore del saio (ora non più esistenti) e, cinque anni dopo, le Suore Francescane Elisabettine dette Bigie.
La Sacra Congregazione di Propaganda Fide gli affidò la stazione missionaria africana di Scellal, dove fondò un Istituto di missionari e un ospedale, che purtroppo unanno dopo dovette chiudereper mancanza di fondi. Ad Assisi fondò, il 17 settembre 1871, l’Istituto Serafico per i bambini disabili, dedicandolo a san Francesco.
Padre Ludovico seppe muoversi diplomaticamente con la caduta dei Borbone e l’avvento del Regno d’Italia, benvoluto e considerato da tutti. Ebbe anche molti grandi amici dello spirito: alla giovane Caterina Volpicelli suggerì di dedicarsi alla diffusione del culto al Sacro Cuore a Napoli (fondò in seguito le Ancelle del Sacro Cuore; è Santa dal 2009) e fu ispiratore dell’avvocato Bartolo Longo (Beato dal 1986) nella fondazione delle opere annesse al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei.
Morì a Napoli il 30 marzo 1885, a 71 anni.È stato beatificato da san Giovanni Paolo II il 18 aprile 1993 e canonizzato da papa Francesco il 23 novembre 2014.La sua memoria liturgica cade il 17 giugno, nell’anniversario della sua vestizione religiosa.Il suo corpo è sepolto presso l’Ospizio Marino in via Posillipo 24 a Napoli, da lui istituito per i pescatori poveri e malati della zona.

Aprile

01 Aprile               Beato Anacleto Gonzales Floresfrancescano secolare 

Ricorrenza:            1 Aprile
Nazionalità:         Messico
Anno di Nascita:   13 Luglio 1888
Anno della Morte:  1 Aprile 1927

Tepatitlán, Messico, 13 luglio 1888 - Guadalajara, Messico, 1° aprile 1927

Fondatore dell'Associazione cattolica della gioventù messicana (ACJM) di Guadalajara e dell'Unione Popolare, Anacleto González Flores, meglio noto come «il maestro Cleto», fu un leader laico messicano assai famoso tra il 1915 e il 1927: la predicazione a favore del pacifismo e della non violenza nel periodo della “guerra cristera” (1926-1929), gli guadagnò l'appellativo di «Gandhi messicano». Sposato con María Concepción Guerrero Figueroa, padre di due figli, era nato a Tepatitlán, Jalisco, il 13 luglio 1888. Dopo essere stato seminarista svolse i lavori più disparati, prima di laurearsi in Giurisprudenza nel 1921. Nel 1925 ricevette da Pio XI la “Croce Pro Ecclesia et Pontifice” in riconoscimento alla sua opera in difesa della religiosità dei fedeli messicani. Anacleto tentò di evitare di legare l’Unione Popolare alla Lega nazionale per la difesa della libertà religiosa, che aveva dichiarato guerra al Governo di Calles, persecutore dei cristiani, già dal 1926. Dovette tuttavia accettare che la sua organizzazione passasse alla lotta armata, ma ciò gli costò l'arresto, la mattina del 1° aprile 1927. Lo stesso giorno, dopo essere stato torturato, venne fucilato insieme a Luis Padilla Gómez e ai fratelli Jorge e Ramón Vargas González. Tutti e quattro sono stati beatificati il 20 novembre 2005 a Guadalajara, sotto il pontificato di Benedetto XVI, insieme ad altri nove, tra laici e sacerdoti, uccisi nella medesima persecuzione. I resti mortali del Beato Anacleto sono venerati nel Santuario della Madonna di Guadalupe a Guadalajara.


Biografia:

Nel contesto della persecuzione religiosa messicana, provocata dalla nuova costituzione promulgata nel 1917, parecchi cristiani subirono il martirio. Tra essi rifulge un gruppo comprendente quattro fedeli laici dell’arcidiocesi di Guadalajara, tutti cristiani integerrimi, attivamente impegnati nella difesa della libertà religiosa e della Chiesa, che furono uccisi per la loro fede il 1° aprile 1927.
Uno di essi è Anacleto González Flores, nato a Tepatitlán, presso Jalisco, il 13 luglio 1888. La sua famiglia versava in condizioni assai umili: suo padre, infatti, era un tessitore e combatteva contro la dipendenza dall’alcool.
Anacleto fu seminarista e postulante presso i seminari di San Juan de los Lagos e Guadalajara, ma comprese che il sacerdozio non era la sua vocazione. Svolse poi i lavori più disparati, prima di laurearsi finalmente in Giurisprudenza nel 1921, a 33 anni, mosso in tal senso «per la Patria e la religione».
Il 17 novembre 1922, dopo un fidanzamento di quattro anni, sposò María Concepción Guerrero Figueroa, dalla quale ebbe due figli.
Fondò l’Associazione Cattolica della Gioventù Messicana (ACJM) di Guadalajara e, nel 1925, l’Unione Popolare. Conosciuta come “U”, era un movimento operaio, femminile, contadino e popolare, dedito alla promozione della catechesi, della stampa e dell’istruzione cattolica. In riconoscimento alla sua opera di evangelizzazione a favore dei più bisognosi ed in difesa della religiosità dei fedeli messicani, ricevette da papa Pio XI la “Croce Pro Ecclesia et Pontifice”.
Anacleto fu anche oppositore attivo del governo locale e di quello federale, a causa delle misure repressive in materia di libertà religiosa volute dal Presidente della Repubblica Plutarco Elías Calles. La predicazione in favore del pacifismo e della non violenza nel periodo della “Guerra Cristera” (1926-1929), guadagnò al “maestro Cleto”, com’era conosciuto, l’appellativo di “Gandhi messicano”. 
Tentò infatti di evitare fino all’ultimo di legare l’Unione Popolare alla Lega Nazionale per la Difesa della Libertà Religiosa, che aveva dichiarato guerra al Governo di Calles già dal 1926. Trascinato dagli eventi, dovette tuttavia accettare che la sua organizzazione passasse alla lotta armata, ma ciò gli costò una pesante persecuzione. Dopo essersi rifugiato in varie abitazioni, riparò in quella della famiglia Vargas González. Tutti i membri sapevano benissimo quanto potesse costare loro questo gesto.
La mattina del 1° aprile 1927 un gruppo di poliziotti prese possesso della casa dei Vargas González, la perquisirono e arrestarono quanti vi abitavano. Uno dei fratelli, Ramón, riuscì a fuggire in strada senza che i suoi sequestratori se ne accorgessero, ma poco dopo tornò sui suoi passi e si consegnò loro volontariamente.
I fratelli Florentino, Jorge e Ramón Vargas González furono rinchiusi nella stessa cella della caserma Colorado, colpevoli appunto di aver dato ospitalità a un cattolico perseguitato. Alcune ore dopo, furono rinchiusi nella cella accanto alla loro sia Anacleto, sia José Dionisio Luis Padilla Gómez, socio fondatore e membro attivo dell’Associazione Cattolica della Gioventù Messicana. 
Anacleto fu a lungo torturato: i persecutori lo appesero per i pollici, dopodiché gli provocarono delle ferite con la punta della baionetta affinché rivelasse il nascondiglio dell’arcivescovo di Guadalajara e degli altri leader della rivoluzione “cristera”. 
Fu quindi condannato a morte insieme ai suoi compagni di lotta e di prigionia, nel cortile della stessa prigione, per fucilazione. Chiese che i fratelli Vargas González e Luis Padilla Gómez venissero fucilati prima di lui, per poterli confortare. 
Quando fu il suo turno, disse, rivolto al generale Jesús María Ferreira: «La perdono di cuore. Presto ci vedremo davanti al tribunale divino: il medesimo giudice che mi sta per giudicare sarà il suo giudice, quindi lei avrà, in me, un intercessore presso Dio». Aveva 38 anni.
La causa di Anacleto e dei suoi tre compagni fu compresa in un elenco di potenziali martiri della diocesi di Guadalajara, con lui come capogruppo. Oltre a loro, erano annoverati altri quattro laici, ovvero Ezequiel Huerta Gutiérrez, Salvador Huerta Gutiérrez, Luis Magaña Servín e Miguel Gómez Loza.
L’inchiesta diocesana fu aperta il 15 ottobre 1994 e chiusa il 17 settembre 1997; il nulla osta dalla Santa Sede venne il 16 dicembre 1994. Il decreto di convalida degli atti dell’inchiesta fu emesso il 21 maggio 1999.
La “Positio super martyrio”, consegnata nel 2003, fu esaminata il 15 maggio 2004 dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi e dopo un mese, il 15 giugno 2004, dai cardinali e dai vescovi membri della stessa Congregazione. Il 22 giugno 2004, il Papa san Giovanni Paolo II ha autorizzato la promulgazione del decreto per cui Anacleto e gli altri sette laici potevano essere dichiarati martiri.
La loro beatificazione è stata celebrata il 20 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, nello Stadio Jalisco di Guadalajara. Nella stessa celebrazione sono stati beatificati altri nove martiri uccisi nella stessa persecuzione religiosa. Tra di essi, l’adolescente José Sánchez del Río, che sulla tomba di Anacleto chiese la grazia di affrontare a sua volta il martirio (è poi stato canonizzato nel 2016).
I resti mortali del Beato Anacleto sono venerati nel Santuario della Madonna di Guadalupe a Guadalajara.

02 Aprile               San Francesco di Paola, eremita, terziario francescano

Ricorrenza:            2 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   27 Marzo 1416
Anno della Morte:  2 Aprile 1507

Paola, Cosenza, 27 marzo 1416 - Plessis-les-Tours, Francia, 2 aprile 1507

La sua vita fu avvolta in un'aura di soprannaturale dalla nascita alla morte. Nacque a Paola (Cosenza) nel 1416 da genitori in età avanzata devoti di san Francesco, che proprio all'intercessione del santo di Assisi attribuirono la nascita del loro bambino. Di qui il nome e la decisione di indirizzarlo alla vita religiosa nell'ordine francescano. Dopo un anno di prova, tuttavia, il giovane lasciò il convento e proseguì la sua ricerca vocazionale con viaggi e pellegrinaggi. Scelse infine la vita eremitica e si ritirò a Paola in un territorio di proprietà della famiglia. Qui si dedicò alla contemplazione e alle mortificazioni corporali, suscitando stupore e ammirazione tra i concittadini. Ben presto iniziarono ad affluire al suo eremo molte persone desiderose di porsi sotto la sua guida spirituale. Seguirono la fondazione di numerosi eremi e la nascita della congregazione eremitica paolana detta anche Ordine dei Minimi. La sua approvazione fu agevolata dalla grande fama di taumaturgo di Francesco che operava prodigi a favore di tutti, in particolare dei poveri e degli oppressi. Lo stupore per i miracoli giunse fino in Francia, alla corte di Luigi XI, allora infermo. Il re chiese al papa Sisto IV di far arrivare l'eremita paolano al suo capezzale. L'obbedienza prestata dal solitario costretto ad abbandonare l'eremo per trasferirsi a corte fu gravosa ma feconda. Luigi XI non ottenne la guarigione, Francesco fu tuttavia ben voluto ed avviò un periodo di rapporti favorevoli tra il papato e la corte francese. Nei 25 anni che restò in Francia egli rimase un uomo di Dio, un riformatore della vita religiosa. Morì nei pressi di Tours il 2 aprile 1507


Biografia:

Francesco nacque il 27 marzo 1416 da una coppia di genitori già avanti negli anni, il padre Giacomo Alessio detto “Martolilla” e la madre Vienna di Fuscaldo, durante i quindici anni di matrimonio già trascorsi, avevano atteso invano la nascita di un figlio, per questo pregavano s. Francesco, il ‘Poverello’ di Assisi, di intercedere per loro e inaspettatamente alla fine il figlio arrivò.
Riconoscenti i giubilanti genitori lo chiamarono Francesco; il santo di Assisi intervenne ancora nella vita di quel bimbo nato a Paola, cittadina calabrese sul Mar Tirreno in provincia di Cosenza; dopo appena un mese si scoprì che era affetto da un ascesso all’occhio sinistro che si estese fino alla cornea, i medici disperavano di salvare l’occhio.
La madre fece un voto a s. Francesco, di tenere il figlio in un convento di Frati Minori per un intero anno, vestendolo dell’abito proprio dei Francescani, il voto dell’abito è usanza ancora esistente nell’Italia Meridionale. Dopo qualche giorno l’ascesso scomparve completamente. 
Fu allevato senza agi, ma non mancò mai il necessario; imparò a leggere e scrivere verso i 13 anni, quando i genitori volendo esaudire il voto fatto a s. Francesco, lo portarono al convento dei Francescani di San Marco Argentano, a nord di Cosenza.
In quell’anno l’adolescente rivelò subito doti eccezionali, stupiva i frati dormendo per terra, con continui digiuni e preghiera intensa e già si cominciava a raccontare di prodigi straordinari, come quando assorto in preghiera in chiesa, si era dimenticato di accendere il fuoco sotto la pentola dei legumi per il pranzo dei frati, allora tutto confuso corse in cucina, dove con un segno di croce accese il fuoco di legna e dopo pochi istanti i legumi furono subito cotti.
Un’altra volta dimenticò di mettere le carbonelle accese nel turibolo dell’incenso, alle rimostranze del sacrestano andò a prenderle ma senza un recipiente adatto, allora le depose nel lembo della tonaca senza che la stoffa si bruciasse.
Trascorso l’anno del voto, Francesco volle tornare a Paola fra il dispiacere dei frati e d’accordo con i genitori intrapresero insieme un pellegrinaggio ad Assisi alla tomba di s. Francesco, era convinto che quel viaggio gli avrebbe permesso d’individuare la strada da seguire nel futuro.
Fecero tappe a Loreto, Montecassino, Monteluco e Roma, nella ‘Città eterna’ mentre camminava per una strada, incrociò una sfarzosa carrozza che trasportava un cardinale pomposamente vestito, il giovanetto non esitò e avvicinatosi rimproverò il cardinale dello sfarzo ostentato; il porporato stupito cercò di spiegare che era necessario per conservare la stima e il prestigio della Chiesa agli occhi degli uomini.
Nella tappa di Monteluco, Francesco poté conoscere in quell’eremo fondato nel 528 da s. Isacco, un monaco siriano fuggito in Occidente, gli eremiti che occupavano le celle sparse per la montagna; fu molto colpito dal loro stile di vita, al punto che tornato a Paola, appena tredicenne e in netta opposizione al dire del cardinale romano, si ritirò a vita eremitica in un campo che apparteneva al padre, a quasi un chilometro dal paese, era il 1429.
Si riparò prima in una capanna di frasche e poi spostandosi in altro luogo in una grotta, che egli stesso allargò scavando il tufo con una zappa; detta grotta è oggi conservata all’interno del Santuario di Paola; in questo luogo visse altri cinque anni in penitenza e contemplazione.
La fama del giovane eremita si sparse nella zona e tanti cominciarono a raggiungerlo per chiedere consigli e conforto; lo spazio era poco per questo via vai, per cui Francesco si spostò di nuovo più a valle costruendo una cella su un terreno del padre; dopo poco tempo alcuni giovani dopo più visite, gli chiesero di poter vivere come lui nella preghiera e solitudine. 
Così nel 1436, con una cappella e tre celle, si costituì il primo nucleo del futuro Ordine dei Minimi; la piccola Comunità si chiamò “Eremiti di frate Francesco”.
Prima di accoglierli, Francesco chiese il permesso al suo vescovo di Cosenza mons. Bernardino Caracciolo, il quale avendo conosciuto il carisma del giovane eremita acconsentì; per qualche anno il gruppo visse alimentandosi con un cibo di tipo quaresimale, pane, legumi, erbe e qualche pesce, offerti come elemosine dai fedeli; non erano ancora una vera comunità ma pregavano insieme nella cappella a determinate ore.
Fu in seguito necessario allargare gli edifici e nel 1452 Francesco cominciò a costruire la seconda chiesa e un piccolo convento intorno ad un chiostro, tuttora conservati nel complesso del Santuario.
Durante i lavori di costruzione Francesco operò altri prodigi, un grosso masso che stava rotolando sugli edifici venne fermato con un gesto del santo e ancora oggi esiste sotto la strada del Santuario; entrò nella fornace per la calce a ripararne il tetto, passando fra le fiamme e rimanendo illeso; inoltre fece sgorgare una fonte con un tocco del bastone, per dissetare gli operai, oggi è chiamata “l’acqua della cucchiarella”, perché i pellegrini usano attingerne con un cucchiaio.
Ormai la fama di taumaturgo si estendeva sempre più e il papa Paolo II (1464-1471), inviò nel 1470 un prelato a verificare; giunto a Paola fu accolto da Francesco che aveva fatto portare un braciere per scaldare l’ambiente; il prelato lo rimproverò per l’eccessivo rigore che professava insieme ai suoi seguaci e allora Francesco prese dal braciere con le mani nude, i carboni accesi senza scottarsi, volendo così significare se con l’aiuto di Dio si poteva fare ciò, tanto più si poteva accettare il rigore di vita.
La morte improvvisa del papa nel 1471, impedì il riconoscimento pontificio della Comunità, che intanto era stata approvata dal vescovo di Cosenza Pirro Caracciolo; il consenso pontificio arrivò comunque tre anni più tardi ad opera del nuovo papa Sisto IV (1471-1484).
Secondo la tradizione, uno Spirito celeste, forse l’arcangelo Michele, gli apparve mentre pregava, tenendo fra le mani uno scudo luminoso su cui si leggeva la parola “Charitas” e porgendoglielo disse: “Questo sarà lo stemma del tuo Ordine”.
La fama di questo monaco dalla grossa corporatura, con barba e capelli lunghi che non tagliava mai, si diffondeva in tutto il Sud, per cui fu costretto a muoversi da Paola per fondare altri conventi in varie località della Calabria. 
Gli fu chiesto di avviare una comunità anche a Milazzo in Sicilia, pertanto con due confratelli si accinse ad attraversare lo Stretto di Messina, qui chiese ad un pescatore se per amor di Dio l’avesse traghettato all’altra sponda, ma questi rifiutò visto che non potevano pagarlo; senza scomporsi Francesco legò un bordo del mantello al bastone, vi salì sopra con i due frati e attraversò lo Stretto con quella barca a vela improvvisata. 
Il miracolo fra i più clamorosi di quelli operati da Francesco, fu in seguito confermato da testimoni oculari, compreso il pescatore Pietro Colosa di Catona, piccolo porto della costa calabra, che si rammaricava e non si dava pace per il suo rifiuto.
Risanava gli infermi, aiutava i bisognosi, ‘risuscitò’ il suo nipote Nicola, giovane figlio della sorella Brigida, anche suo padre Giacomo Alessio, rimasto vedovo entrò a far parte degli eremiti, diventando discepolo di suo figlio fino alla morte.
Francesco alzava spesso la voce contro i potenti in favore degli oppressi, le sue prediche e invettive erano violente, per cui fu ritenuto pericoloso e sovversivo dal re di Napoli Ferdinando I (detto Ferrante) d’Aragona, che mandò i suoi soldati per farlo zittire, ma essi non poterono fare niente, perché il santo eremita si rendeva invisibile ai loro occhi; il re alla fine si calmò, diede disposizione che Francesco poteva aprire quanti conventi volesse, anzi lo invitò ad aprirne uno a Napoli (un’altro era stato già aperto nel 1480 a Castellammare di Stabia.
A Napoli giunsero due fraticelli che si sistemarono in una cappella campestre, là dove poi nel 1846 venne costruita la grande, scenografica, reale Basilica di S. Francesco da Paola, nella celebre Piazza del Plebiscito.
Intanto si approssimava una grande, imprevista, né desiderata svolta della sua vita; nel 1482 un mercante italiano, di passaggio a Plessis-les-Tours in Francia, dove risiedeva in quel periodo il re Luigi XI (1423-1482), gravemente ammalato, ne parlò ad uno scudiero reale, che informò il sovrano.
Il re inviò subito un suo maggiordomo in Calabria ad invitare il santo eremita, affinché si recasse in Francia per aiutarlo, ma Francesco rifiutò, nonostante che anche il re di Napoli Ferrante appoggiasse la richiesta.
Allora il re francese si rivolse al papa Sisto IV, il quale per motivi politici ed economici, non voleva scontentare il sovrano e allora ordinò all’eremita di partire per la Francia, con grande sgomento e dolore di Francesco, costretto a lasciare la sua terra e i suoi eremiti ad un’età avanzata, aveva 67 anni e malandato in salute.
Nella sua tappa a Napoli, fu ricevuto con tutti gli onori da re Ferrante I, incuriosito di conoscere quel frate che aveva osato opporsi a lui; il sovrano assisté non visto ad una levitazione da terra di Francesco, assorto in preghiera nella sua stanza; poi cercò di conquistarne l’amicizia offrendogli un piatto di monete d’oro, da utilizzare per la costruzione di un convento a Napoli.
Si narra che Francesco presone una la spezzò e ne uscì del sangue e rivolto al re disse: “Sire questo è il sangue dei tuoi sudditi che opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio”, predicendogli anche la fine della monarchia aragonese, che avvenne puntualmente nei primi anni del 1500.
Sempre vestito del suo consunto saio e con in mano il rustico bastone, fu ripreso di nascosto da un pittore, incaricato dal re di fargli un ritratto, che è conservato nella Chiesa dell’Annunziata a Napoli, mentre una copia è nella Chiesa di S. Francesco da Paola ai Monti in Roma; si ritiene che sia il dipinto più somigliante quando Francesco aveva 67 anni.
Passando per Roma andò a visitare il pontefice Sisto IV (1471-1484), che lo accolse cordialmente; nel maggio 1489 arrivò al castello di Plessis-du-Parc, dov’era ammalato il re Luigi XI, nel suo passaggio in terra francese liberò Bormes e Frejus da un’epidemia.
A Corte fu accolto con grande rispetto, col re ebbe numerosi colloqui, per lo più miranti a far accettare al sovrano l’ineluttabilità della condizione umana, uguale per tutti e per quante insistenze facesse il re di fare qualcosa per guarirlo, Francesco rimase coerentemente sulla sua posizione, giungendo alla fine a convincerlo ad accettare la morte imminente, che avvenne nel 1482, dopo aver risolto le divergenze in corso con la Chiesa.
Dopo la morte di Luigi XI, il frate che viveva in una misera cella, chiese di poter ritornare in Calabria, ma la reggente Anna di Beaujeu e poi anche il re Carlo VIII (1470-1498) si opposero; considerandolo loro consigliere e direttore spirituale.
Giocoforza dovette accettare quest’ultimo sacrificio di vivere il resto della sua vita in Francia, qui promosse la diffusione del suo Ordine, perfezionò la Regola dei suoi frati “Minimi”, approvata definitivamente nel 1496 da papa Alessandro VI, fondò il Secondo Ordine e il Terzo riservato ai laici, iniziò la devozione dei Tredici Venerdì consecutivi.
Francesco morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, vicino Tours dove fu sepolto, era un Venerdì Santo ed aveva 91 anni e sei giorni.
Già sei anni dopo papa Leone X nel 1513 lo proclamò beato e nel 1519 lo canonizzò; la sua tomba diventò meta di pellegrinaggi, finché nel 1562 fu profanata dagli Ugonotti che bruciarono il corpo; rimasero solo le ceneri e qualche pezzo d’osso.
Queste reliquie subirono oltraggi anche durante la Rivoluzione Francese; nel 1803 fu ripristinato il culto. Dopo altre ripartizioni in varie chiese e conventi, esse furono riunite e dal 1935 e 1955 si trovano nel Santuario di Paola; dopo quasi cinque secoli il santo eremita ritornò nella sua Calabria di cui è patrono, come lo è di Paola e Cosenza.
Nel 1943 papa Pio XII, in memoria della traversata dello Stretto, lo nominò protettore della gente di mare italiana. Quasi subito dopo la sua canonizzazione, furono erette in suo onore basiliche reali a Parigi, Torino, Palermo e Napoli e il suo culto si diffuse rapidamente nell’Italia Meridionale, ne è testimonianza l’afflusso continuo di pellegrini al suo Santuario, eretto fra i monti della costa calabra che sovrastano Paola, sui primi angusti e suggestivi ambienti in cui visse e dove si sviluppò il suo Ordine dei ‘Minimi’.

03 Aprile               Beata Elisabetta Rueda  terziaria francescana

Ricorrenza:            3 Aprile
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: +1550



Biografia:


04 Aprile               San Benedetto Massarari

Ricorrenza:            4 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1524
Anno della Morte: 4 Aprile 1589

San Benedetto il Moro, al secolo Benedetto Massarari, detto anche Benedetto da San Fratello (San Fratello, 1524 ca.; † Santa Maria di Gesù, 4 aprile 1589), è stato un eremita e religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori.

Si ipotizza che Benedetto nacque tra il 1524 e il 1526 a San Fratello in Sicilia, i suoi genitori Cristoforo e Diana furono condotti in condizione di schiavitù dall'Africa, forse dall'Etiopia. Nel 1652 fu eletto dal Senato di Palermo tra i santi patroni della città siciliana e nel 1807 fu canonizzato dopo un lunghissimo processo.



Biografia:

Reso libero per concessione del Manasseri, Benedetto ebbe anche un fratello di nome Marco e due sorelle, Baldassara e Fradella. Sin da piccolo si mise in mostra per la sua volontà di solitudine e di autopenitenza che gli fecero guadagnare il soprannome di Santo, nonostante venisse maltrattato dai coetanei per il suo atteggiamento. A diciotto anni lasciò la casa di famiglia lavorando per conto suo e cominciò anche ad aiutare i poveri.

All'età di ventuno anni entrò nell'eremo di Santa Domenica, a Caronia, nei pressi del suo paese natale, ma presto dovette lasciarlo insieme al confratello Girolamo Lanza a causa del continuo viavai di gente che veniva per chiedere miracoli al frate di colore. Quindi Benedetto e Girolamo si recarono prima alla Platanella e poi alla Mancusa, tra Partinicoe Carini, ma anche in questi luoghi accorrevano numerosi fedeli e pertanto i due cercarono di nascondersi sul monte Pellegrino, presso Palermo. Per un anno e otto mesi circa Bendetto andò presso il santuario della Madonna della Dayna, a Marineo, ma successivamente tornò sul monte Pellegrino.

Alla morte del fondatore dell'eremo di Santa Domenica, Girolamo Lanza, venne eletto superiore dai confratelli, nonostante il suo analfabetismo. Nel 1562 il papa Pio IV cancellò l'istituto religioso e i confratelli dovettero cercare ospitalità in altri conventi. Benedetto invece fu inviato dapprima al convento di S. Anna di Giuliana, dove rimase quattroanni, poi al convento di S. Maria di Gesù a Palermo dove rimase fino alla morte. Inizialmente lavorò come cuoco, poi divenne superiore del convento nel 1578, successivamente lavorò con i novizi ed infine tornò a fare il cuoco.

Secondo la tradizione compì numerosi miracoli; ebbe fama di santità anche da vivo, tanto che molti ecclesiastici, teologied addirittura il viceré si affidavano al suo consiglio prima di prendere decisioni importanti. Nel mese di Febbraio del 1589 fu colpito da una grave malattia e di lì a poco morì, il 4 aprile del 1589 presso il convento francescano di Santa Maria di Gesù in fama di santità.

Il 15 maggio del 1743 il papa Benedetto XIV lo beatificò rendendone possibile il culto. Fu canonizzato il 24 maggio 1807 da papa Pio VII. Le sue reliquie sono custodite nella Chiesa della frazione di Santa Maria di Gesù a Palermo, nel suo paese natio San Fratello e nel paese di Acquedolci.

Il culto

Molto venerato già in vita, la sua devozione si diffuse specialmente in Sicilia dove diviene compatrono, insieme a Santa Rosalia, di Palermo nel 1713, patrono di San Fratello sua città natale e patrono di Acquedolci, paese nel quale la Chiesa Madre e la Parrocchia sono a lui dedicate. Anche in Spagna e soprattutto in Sudamerica viene riconosciuto come santo protettore delle persone di colore.

Celebrazioni in Sudamerica

In Sudamerica il culto e molto vivo in Colombia e Venezuela nella regione chiamata Zulia, dove le celebrazioni vanno dal 27 dicembre al 6 gennaio, molto sentito nelle comunità di colore, il rituale ha il suo massimo splendore nella zona meridionale del lago Maracaibo. Le celebrazioni sono accompagnate da manifestazioni delle culture tribali del Togo, Benin, Nigeria e Angola, con musiche, balli e dimostrazioni di forza.

04 Aprile               Beato Guglielmo da Scicli, Terziario francescano

Ricorrenza:            4 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1309
Anno della Morte: 4 aprile 1404

Noto, Siracusa, 1309 circa - Scicli, Ragusa, 4 aprile 1404

Nato a Noto (SR) nel 1309, dalla nobile famiglia Buccheri, da giovanissimo entrò a far parte della corte di Re Federico II d'Aragona col ruolo di paggio. Un giorno in una battuta di caccia alle falde dell'Etna un grosso cinghiale stava aggredendo il Sovrano, allorché il giovane paggio Guglielmo si gettò armato sulla bestia, salvando la vita al Re, ma riducendosi in fin di vita per un morso ricevuto dal cinghiale. Guarito per intercessione della Martire Agata, decide di darsi alla vita eremitica prima nella sua città di Noto, dopo, per ispirazione della Vergine Maria nella città di Scicli (RG) dove morirà il 4 aprile 1404. Beatificato con breve del 9 aprile 1537 da Papa Paolo III.


Biografia:

Nato a Noto (SR) in un giorno imprecisato del 1309 dalla nobile famiglia "Buccheri", giovanissimo fu introdotto alla corte del re di Sicilia Federico II d'Aragona, dove per molti anni occupò il ruolo di uno degli scudieri del monarca. 
Nel 1337 durante una battuta di caccia nei boschi alle falde dell'Etna, Guglielmo cavalcava al fianco del suo Re, quando da un cespuglio sbuca fuori un enorme cinghiale che si lancia addosso al sovrano. Guglielmo prontamente si getta sulla bestia, riuscendo a salvare la vita al Re, ma non riesce ad evitare un ferale morso al fianco che lo riduce in fin di vita. 
Trasportato a Catania, un consiglio di medici prontamente convocato dal Re, non può far altro che costatare la gravità della ferita e concludere che allo sfortunato scudiero non restano che poche ore di vita. 
Mentre Guglielmo è in agonia in sogno gli appare la Martire Sant'Agata che gli dice queste parole: "Sorgi Guglielmo, Fratello mio, abbandona la corte e va nella solitudine, dove Dio parlerà al tuo cuore". 
L'indomani, tra lo stupore generale della corte, Guglielmo si leva dal letto perfettamente guarito. 
Portatosi al cospetto del suo Sovrano, che lo accoglie con gioia, gli parlò della visione avuta nella notte, e del suo desiderio di darsi alla vita eremitica. Il Re riconoscente verso il suo scudiero tenta di trattenerlo a se, ma vista l'irremovibilità di Guglielmo, lo convince ad accettare almeno un cavallo e una borsa di denaro. 
Partito da Catania per rientrare nella natia Noto, giunto in località chiamata "primosole", incontra un mendicante, con cui scambia gli abiti, e gli dona pure il cavallo e la borsa di denaro che aveva ricevuto dal Re. Da questo momento incomincia la nuova vita di Guglielmo, che rientrato a Noto occupa un eremitorio detto "Le Celle" attiguo alla chiesetta di Santa Maria del Crocefisso, dove si dedica alla preghiera e al servizio dei poveri, tra lo stupore dei suoi concittadini, che lo ricordavano bello e potente al servizio del Re e ora lo vedono umile e dimesso eremita nel saio di terziario Francescano. Nel 1343 accolse nel suo eremitorio delle "celle" un altro terziario Francescano, il piacentino Corrado Confalonieri, oggi Santo anche lui e patrono della città di Noto. Nel 1340 dopo diversi anni di fraterna convivenza, i due anacoreti decidono di separarsi, pare perché continuamente molestati da un nipote di Guglielmo, cotal Pietro Buccheri, che non sopportava che lo zio avesse abbandonato la corte reale e si fosse dato alla vita di misero eremita. Corrado si ritirerà nell'impervia contrada dei "pizzoni" sempre nei dintorni di Noto, dove passerà al cielo il 19 febbraio 1351. Guglielmo, pare per ispirazione della Vergine Maria, si porterà a Scicli, dove vivrà in una misera casupola adiacente alla chiesetta di Santa Maria della Pietà, esistente fuori dell'abitato. La sua lunga vita (vivrà 95 anni) passerà tra il servizio alla suddetta chiesa in qualità di sagrestano, e la questua tra i benestanti del paese, a cui chiedeva cibarie da donare ai poveri. Si racconta che per mettere in atto il consiglio evangelico di fare la carità in modo che la " Sinistra non sappia ciò che fa la tua destra", egli, quando sapeva un caso di una famiglia bisognosa, lasciasse gli aiuti dietro la porta di notte, bussava e correva a nascondersi in modo che nessuno potesse sapere che era lui a lasciare quei doni. 
Un altro suo merito fu di accendere nell'animo della popolazione di Scicli, una grandissima devozione per il culto a Maria SS.della Pietà, e di aver istituito una processione la domenica delle palme, detta della "penitenza", i cui partecipanti si flagellavano a sangue. La processione si svolge ancora oggi, con l'antichissimo simulacro di Maria SS. Della Pietà, anche se dal 1840 sono proibite le flagellazioni. Moltissimi sono i miracoli che si attribuiscono al Beato Guglielmo, sia in vita che in morte, come sono attestati negli atti del processo di beatificazione. Passò alla gloria del cielo il 4 aprile 1404, venerdì Santo, allorché per salutare la sua anima benedetta, nonostante il divieto imposto dalla liturgia del venerdì Santo, le campane delle chiese di Scicli suonarono da sole a festa. 
Fu beatificato con breve del 9 aprile 1537 da Papa Paolo III. 
I suoi resti mortali sono rinchiusi in un prezioso busto di argento che lo raffigura, busto che a sua volta viene custodito in una preziosa urna d'argento nella chiesa madre di Scicli. L'iconografia tradizionale lo raffigura nel saio Francescano con un bastone in una mano (pare fosse claudicante per i postumi della ferita del cinghiale), e nell'altra mano tiene un crocefisso. Il crocefisso che tiene in mano il busto reliquiario è lo stesso che stringeva al petto la mattina del 4 aprile 1404 allorché fu trovato morto. 
La popolazione di Scicli lo invoca nel mese di aprile, allorché a causa della siccità ingialliscono i campi, per ottenere la pioggia. 
Nel passato veniva invocato per ottenere la guarigione dall'ernia e ancor più per guarire dal morbo durante le pestilenze.

Quando la data di culto cade nella settimana santa il calendario liturgico regionale della Sicilia ne celebra la memoria il II sabato dopo Pasqua.

04 Aprile               Beato Pietro Romano, Terziario francescano

Ricorrenza:            4 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: +1358



Biografia:


05 Aprile               Santa Maria Crescentia Hoss

Ricorrenza:            5 Aprile
Nazionalità:         Germania
Anno di Nascita:   20 Ottobre 1682
Anno della Morte: 5 Aprile 1744

Maria Crescentia Höss (Kaufbeuren, 20 ottobre 1682; † Kaufbeuren, 5 aprile 1744) è stata una religiosa tedesca, francescana, priora del convento di Kaufbeuren e venerata come santa.



Biografia:

Figlia di Mathias Höss e della di lui consorte Luzia, semplici e poveri tessitori, si distinse giovanissima per la viva intelligenza e per la sua devozione: pur desiderando entrare nel convento francescano femminile della città, dovette adattarsi a lavorare anch'ella come tessitrice poiché la famiglia non era in grado di pagare la dote prescritta.

Venne in aiuto alla famiglia il sindaco evangelico della città cosicché ella poté entrare come novizia nel convento. Dopo un duro tirocinio di obbedienza (fece anche la portinaia del convento), durante il quale si mostrò sempre solerte ed oculata, fu chiamata a responsabilità sempre più importanti nella comunità fino a diventare, nel 1741, priora del convento stesso.

Alla sua morte, avvenuta il giorno di Pasqua del 1744, iniziò un incessante flusso di pellegrini che fece per lungo tempo di Kaufbeuren il punto centrale della vita religiosa della Svevia. Fino a settantamila persone giunsero in alcuni anni per pregare sulla sua tomba e depositare migliaia di ex-voto.


Gioia e letizia quotidiane

Come priora Crescentia fu sempre considerata molto osservante delle regole dell'Ordine. Allo stesso modo tuttavia era importante per lei la vita fraterna in comunità. Gioia e letizia dovevano regnare nel convento. La base della sua spiritualità era la conformità alla volontà divina.

Crescentia possedeva anche una notevole competenza economica. Guidò il convento con tale successo che la sua esistenza ne fu assicurata per lungo tempo e rimase sufficiente denaro per i compiti caritativi delle sue consorelle. Ella aveva una grande conoscenza dei casi della vita per cui a molte persone servì da modello e alle richieste di tanti rispondeva con sollecitudine.


Una saggia consigliera

Molte persone venivano da vicino e da lontano, per avere da lei consiglio. Esse apprezzavano la sua capacità di giudizio ed i suoi punti di vista molto chiari come anche la sua straordinaria capacità di entrare nei panni dell'interlocutore. Accanto ai colloqui personali, nei quali "(..) riusciva a dire il vero meglio di un confessore", come osservò Clemente Augusto di Baviera, ella fu in contatto epistolare con molte importanti personalità del suo tempo, tra le quali oltre settanta fra principi e principesse, e tra queste la principessa Maria Amalia d'Asburgo come pure il principe elettore Clemente Augusto di Baviera o gli abati dell'Abbazia di Kempten.

Verso la canonizzazione

La francescana di Kaufbeuren è stata la prima santa tedesca proclamata tale nel terzo millennio. Con la canonizzazione del 25 novembre 2001 a Roma, ella fu proposta all'intera cattolicità quale esempio da seguire e quale supplice presso Dio.

Ci volle molto tempo prima che ciò avvenisse. Subito dopo il suo pio transito la sua tomba presso la chiesa del Convento francescano di Kaufbeuren fu mèta di pellegrini.

Le cronache dello stesso parlano di 60-70 mila pellegrini all'anno. Già nel 1775 fu avviato il processo di canonizzazione. Esso durò tuttavia molto tempo, poiché intervennero i disordini della soppressione degli ordini e solo il 7 ottobre 1900 papa Leone XIII dichiarò Maria Crescentia beata.

I numerosi casi di esaudimento di preghiere e un incessante flusso di pellegrini indussero convento e diocesi a occuparsi della canonizzazione. Il 10 giugno 1998il vescovo diocesano Viktor Josef Dammertz aprì il processo di canonizzazione, che il vicepostulatore sassone Dr. Karl Pörnbacher e il postulatore romano Dr. Andrea Ambrosi avevano preparato.

Dovettero essere svolte ricerche sull' esaudimento delle preghiere per Margit Heim, una tredicenne tedesca di Hörmanshofen, località non lontana da Monaco, che il 23 giugno 1986, con le amiche Helga e Angela, si era recata a fare il bagno in un bacino artificiale lungo il corso del fiume Geltnach. Verso le 15.30 Helga e Margit erano state risucchiate da un vortice, e Angela aveva dato l'allarme. Alle 16.20 era stato ripescato il corpo di Helga, morta successivamente nonostante i tentativi di rianimazione. Quasi contemporaneamente era stata riportata a galla anche Margit: dopo tre quarti d'ora di apnea era clinicamente morta e l'elettrocardiogramma era piatto. Il cuore di Margit - intubata, sottoposta a massaggio cardiaco e defibrillazione, con somministrazione di adrenalina - aveva però ripreso a battere, e la ragazza era stata trasportata in coma all'ospedale di Kempten, dove erano stati rilevati diffusi danni cerebrali e le era stata somministrata l'estrema unzione. Nel frattempo era iniziata una catena di preghiere, con la partecipazione delle Francescane del monastero di Kaufbeuren, dove era stata consacrata Maria Crescentia Höss. La ragazza si era ripresa rapidamente e, nonostante le previsioni dei medici, non aveva riportato conseguenze a causa dell'incidente, riprendendo in seguito una vita normale.

La Consulta medica della Congregazione per le Cause dei Santi, nella seduta dell'11 gennaio 2000, concluse: "Morte clinica accertata per annegamento, con prolungata ischemia cerebrale. Guarigione rapida, completa e duratura, con assenza di reliquati neurologici; scientificamente inspiegabile."

Coloro che svolsero la ricerca furono del tutto convinti che ciò andava ascritto all'intercessione della beata Crescentia. Una commissione di sette teologi discusse il 7 aprile 2000 il caso sulla base dei documenti del processo e giunse al medesimo risultato. Infine si riunì una terza commissione di cardinali e arcivescovi, membri della Congregazione per le Cause dei Santi, e votarono anch'essi all'unanimità per la canonizzazione. Il 18 dicembre 2000 papa Giovanni Paolo IIannunciò il relativo decreto durante un'udienza pubblica. Maria Crescentia Höss di Kaufbeuren fu proclamata santa da papa Giovanni Paolo II il 25 novembre2001, in occasione della festa di Cristo Re.


Iconografia e culto

Santa Maria Crescentia è spesso rappresentata con un crocifisso ed un libro. La Chiesa cattolica ne celebra la memoria il 5 aprile. Santa Maria Crescentia è patrona del Centro di riabilitazione per tossicodipendenti in Allgäu.

06 Aprile               Beata Perina Morosini, martire francescana secolare

Ricorrenza:            6 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   7 Gennaio 1931 
Anno della Morte: 6 Aprile 1957

Fiobbio di Albino, Bergamo, 7 gennaio 1931 - Bergamo, 6 aprile 1957

«Le colleghe testimoniano la sua fedeltà al lavoro, la sua affabilità unita al riserbo, la stima che godeva come donna e come credente. Proprio nel tragitto verso casa, trent'anni fa, si è consumato il suo martirio, estrema conseguenza della sua coerenza cristiana. I suoi passi, però, non si sono fermati, ma continuano a segnare un sentiero luminoso per quanti avvertono il fascino delle sfide evangeliche» (Giovanni Paolo II). Con Maria Goretti e Antonia Mesina, Pierina Morosini è una delle moderne martiri della dignità della donna. Nacque a Fiobbio, piccolo villaggio presso Bergamo, nel 1931. Terminate le scuole elementari e passata la bufera della guerra, lavorò come operaia tessile in un cotonificio di Albino, presso il capoluogo orobico, contribuendo con il suo stipendio al bilancio familiare. L'adesione all'Azione cattolica, prima come semplice iscritta poi come responsabile della formazione delle "piccolissime" e delle "beniamine", ampliò la prospettiva del suo impegno. Fu sostenitrice delle opere missionarie e del seminario. Ogni mattina prima di andare al lavoro riceveva la Comunione e nel tragitto casa-fabbrica recitava il Rosario. Nel 1947, quasi presaga della sorte che l'attendeva, si recò in pellegrinaggio a Roma, in occasione della beatificazione di Maria Goretti. Dieci anni dopo, nel 1957, mentre ritornava dal lavoro, venne aggredita da un giovane che cercò di violentarla. Pierina, prima cercò di farlo ragionare, poi fuggì. Il giovane la inseguì e la colpì con un sasso. Morì due giorni dopo senza riprendere conoscenza. La sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggi, in particolare degli aderenti all'Azione cattolica.


Biografia:

Nasce nel 1931 a Fiobbio di Albino, nella bergamasca, a pochi chilometri in linea d’aria da dove si è consumata la più recente tragedia di Yara Gambirasio. È la primogenita di una famiglia di nove figli, con un papà invalido  che guadagna qualcosa facendo il guardiano notturno in uno stabilimento, mentre mamma tira su un specie di “baby parking”, badando oltre che ai suoi anche ai figli degli altri solo in cambio del pane con cui riempire la bocca della sua nidiata. Con simili premesse Pierina cresce, imparando da subito ad archiviare i sogni senza troppi rimpianti: deve rinunciare a studiare ed a diplomarsi maestra, anche se ne avrebbe i numeri; deve rinunciare ad una vocazione religiosa, che tutti dicono sia solida e ben fondata; deve rinunciare anche al sogno missionario, il cui solo pensiero le fa battere il cuore come se fosse il primo amore. A 15 anni, infatti, è già operaia in un cotonificio di Albino e questo stipendio è l’unica entrata fissa su cui può contare la sua famiglia. Per il primo turno deve svegliarsi alle quattro del mattino, ma invariabilmente trova ancora il tempo di prendere un “pezzo” di messa e soprattutto di fare la Comunione, che l’accompagnerà per tutto il giorno.  Pierina prega lungo la strada, prega quando è al telaio, prega quando riesce a scappare per qualche minuto in chiesa. Animatrice missionaria, zelatrice del seminario, terziaria francescana, è però soprattutto dirigente parrocchiale di Azione Cattolica e attivissima in parrocchia, il suo specifico campo di apostolato. Trova, così, in famiglia, il convento cui ha dovuto rinunciare; nella fabbrica, la scuola in cui aveva sperato di insegnare; nella sua parrocchia, la missione in cui aveva sognato di andare. Si da un regolamento di vita e soprattutto traccia per se stessa alcuni propositi che, nella loro semplicità, danno la misura di quest’anima innamorata di Dio. Tra le altre cose, si propone di “tener la pace in famiglia”, di “mostrarsi sempre allegra” e di “cercare di non sapere le cose altrui”. Tra i suoi appunti spicca una frase in cui è condensata tutta la sua vita: “il mio amore, un Dio Crocifisso; la mia forza, la Santa Comunione; l'ora preferita, quella della Messa; la mia divisa, essere un nulla; la mia meta, il cielo”. Nel 1947 è a Roma, per la beatificazione di Maria Goretti e ne resta affascinata; alla nuova beata “ruba” il segreto che l’ha portata sugli altari, lasciandolo maturare lentamente in lei, e dieci anni dopo confida ad uno dei suoi fratelli: “Piuttosto che commettere un peccato mi lascio ammazzare”. Che, questo, non sia solo un pio desiderio lo dimostra appena un mese dopo aver pronunciato questa frase. Pierina, nella freschezza dei suoi 26 anni, anche se volutamente vestita in modo dimesso, non può nascondere la sua avvenenza, che accende insani desideri in una mente malata. Il 4 aprile 1957, pochi minuti prima delle 15, di ritorno dal suo turno di lavoro in fabbrica, viene assalita dal violentatore nel castagneto che abitualmente, due volte al giorno,  attraversa da undici anni per recarsi al lavoro. È inutile il suo tentativo di fuga, perché l’uomo le fracassa il cranio a colpi di pietra. Trasportata in ospedale a Bergamo, vi muore due giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza. È fin troppo facile, per la gente, vedere in lei una nuova Maria Goretti; ed è infatti proprio la sua gente ad impedire che Pierina resti a lungo sottoterra e che il suo omicidio venga semplicemente archiviato come un pur tragico fatto di cronaca nera. Così, mentre la giustizia umana compie il suo corso nei confronti del giovane di Albino individuato come l’omicida, la Chiesa comincia invece ad interessarsi di lei fino ad arrivare a definire la sua morte, in modo inconfutabile, come autentico martirio. Così il 4 ottobre 1987, durante l'assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata al tema «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo», Giovanni Paolo II proclama beata la  martire Pierina Morosini, autentica icona di un laicato maturo e coerente, anche a costo della vita.
Nella diocesi di Bergamo la sua memoria si celebra il 6 maggio.

07 Aprile               Beata Maria Assunta Pallotta

Ricorrenza:            7 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   20 Agosto 1878
Anno della Morte: 7 Aprile 1905

Beata Maria Assunta Pallotta (Force, 20 agosto 1878; † Tong-Eul-Keou, 7 aprile 1905) è stata una religiosa e missionaria italiana, appartenne alle Suore Francescane Missionarie di Maria, chiamata dai cinesi la santa dei profumi. Fu la prima missionaria in Cina che raggiunse gli onori degli altari senza aver subito il martirio.



Biografia:

Famiglia e infanzia

Nacque a Force nelle Marche figlia di Luigi Pallotta e Eufrasia Casali. A sei anni iniziò la scuola elementare, ma la frequentò poco perché in famiglia c'era bisogno del suo aiuto, così Maria Assunta conobbe presto la vita di lavoro e di sacrificio.

Noviziato

Il 5 maggio 1898 Maria Assunta lasciò la casa paterna per recarsi nella Casa Madre delle Francescane Missionarie di Maria a Roma. Nella sua relazione, la Madre Direttrice ebbe per lei parole di approvazione: A lei si poteva domandare qualunque cosa: il servizio più umile, il lavoro più pesante, erano sempre accettati e compiuti con allegrezza[2]Dopo alcuni mesi di postulato, Maria Assunta vestì l'abito delle Suore Francescane Missionarie di Maria, fu chiamata col nome di Suor Maria Assunta e andò a fare il noviziato a Grottaferrata. La Maestra delle Novizie attestò che Suor Maria Assunta ebbe un comportamento esemplare e non meritò la minima osservazione sulla condotta[3]Una suora, compagna di Maria Assunta, affermò che il ricordo di [Maria Assunta] [...] semplice e [...] umile mi è rimasto [...] come una [...] immagine di pace e di unione con Dio

Voti

Pronunciò i voti l' 8 dicembre 1900 nella Chiesa di Sant'Elena a Roma. Nel novembre 1902 venne destinata a Firenze e vi restò fino al giorno della sua partenza per la Cina. La Madre Superiora disse di lei: ...l'amor di Dio si mostrava così vivo in lei, che tutto il suo aspetto completava ciò che le parole non potevano esprimere. Il 13 febbraio 1904 a Firenze, nella Casa del Santo Nome di Gesù, Suor Maria Assunta fece la sua professione perpetua e, in seguito, fece domanda alle Superiori per essere mandata come missionaria: la sua domanda fu accolta ed essa fu fatta partire per la Cina, nel luogo in cui avevano subito il martirio con la Ribellione dei Boxer sette Francescane Missionarie di Maria il 9 luglio 1900, nello Shanxi, quasi nel nord della Cina . Suor Maria Assunta si imbarcò a Napoli il 19 marzo 1904.

Missionaria in Cina

La nostra buona sorella Assunta [...] visse poco tempo e non fece molto rumore attorno a sé nella missione.[...]Era attenta nel servizio, caritatevole con tutti[...]avrebbe data volentieri la vita per salvare tante anime[...] Ebbe uno stato di turbamento e di prostrazione spirituale, perché spesso soleva chiedere perdono per le sue mancanze contro la regola, contro i superiori, che in realtà non aveva commesso. Negli ultimi mesi della sua vita ebbe un rinnovamento di fervore spirituale: Si sentiva che essa non viveva più che con Dio...[8]...aveva imparate delle orazioni in cinese che andava ripetendo continuamente con un'orfanella indigena, sua compagna di lavoro.... Nel 1905 scoppiò una epidemia di tifo ed alcune suore della missione si ammalarono. Negli Annali delle Francescane Missionarie di Maria del 1905 si trova una relazione di questo fatto nelle Lettere della Superiora della Casa di Tung-eul-keu, Madre Maria Sinforiana del Sacro Cuore, inviate alla Madre Superiora Generale dell'Istituto. 

Morte e sepoltura

Il 19 marzo, anniversario della sua partenza per le Missioni, anche Suor Maria Assunta si ammalò e il 7 aprile morì, lasciando per tre giorni nella casa un soave profumo; i cinesi la chiamarono La Santa dai profumi. Nel 1913 fu ordinata la ricognizione del suo corpo, che fu trovato ben conservato e incorrotto e le sue spoglie furono quindi tumulate nel cimitero della Missione.

Culto

La Postulazione Generale dell'Ordine dei Minori, per desiderio di papa Pio X, cominciò fin dal 1913 a occuparsi del Processo di Beatificazione e Canonizzazione e il processo fu condotto a compimento il 7 aprile 1921. Fu proclamata beata dal papa Pio XII il 7 novembre 1954.

10 Aprile               Beato Bonifacio Zukowski

Ricorrenza:            10 Aprile
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   13 Gennaio 1913
Anno della Morte: 10 Aprile 1942

Beato Bonifacy (Bonifacio) Zukowski, al secolo Piotr (Baran-Rapa, Lituania, 13 gennaio 1913; † Germania Campo di concentramento di Dachau, 10 aprile 1942) è stato un religioso e martire polacco.




Biografia:

Piotr nacque il 13 gennaio 1913 a Baran-Rapa, villaggio lituano abitato dalla piccola nobiltà. Figlio di Andrzej e Albina Walkiewicz. Dopo la scuola elementare, si dedicò ad aiutare i genitori nei lavori campestri. All’età di sedici anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali a Niepokalanów, ove giunse il 9 settembre 1930. Iniziò il noviziato il 14 giugno 1931 ed emise i suoi primi voti religiosi il 16 luglio 1932, prendendo il nome di Bonifacy. Il 2 agosto 1935 fu la volta della professione solenne. Nella relazione redatta prima di tale occasione, l’allora guardiano del convento scrisse: “Una brava persona sotto ogni punto di vista. Ce ne fossero altri simili!”. Fra Bonifacy trascorse tutta la sua vita religiosa a Niepokalanów, dedicandosi all’apostolato della buona stampa. Sempre silenzioso e sereno, seppe sempre dimostrare un determinato equilibrio. Dopo lo scoppio della guerra restò nel convento e mise a rischio la propria vita per salvere le macchine tipografiche. Nelle conversazioni con gli occupanti tedeschi si rivelò talvolta come persona alquanto coraggiosa. Il 14 ottobre 1941 fu arrestato dalla Gestapo con altri sei frati, fra cui il beato Trojanowski, e rinchiuso in prigione a Varsavia. Qui era solito recitare il rosario e di sera con i confratelli intonava inni religiosi. Confortava spiritualmente gli altri prigionieri li e divideva con i compagni i pochi alimenti che riceveva dall’esterno. L’8 gennaio 1942 sempre con il Tymoteusz fu deportato nel campo di concentramento di Dachau, ove venne registrato come n° 25447. Fu destinato al trasporto dei materiali da costruzione, alla demolizione degli edifici pericolanti, alla riparazione dei tetti ed infine alla raccolta del ravizzone. Tentava di sopportare ogni sofferenza con fede e coraggio. Un giorno fu percosso a sangue con un bastone di legno. Lavorare al freddo gli provocò una polmonite e morì il 10 aprile 1942 dopo sole due settimane nell’ospedale del lager. Proprio in tale aniversario fra Bonifacy è ricordato dal martirologio: “Nel campo di prigionia di Dachau presso Monaco di Baviera in Germania, ricordo del Beato Bonifacio Zukowski, presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, infuriando la tempesta della guerra, consumato dai tormenti, portò a compimento in carcere il suo martirio”.

10 Aprile               Beata Maria Pennalosa, vergine, terziaria francescana  

Ricorrenza:            10 Aprile
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: +1519



Biografia:


11 Aprile               Beato Angelo Carletti

Ricorrenza:            11 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1411
Anno della Morte: 11 Aprile 1495

Beato Angelo Carletti, al secolo Antonio, conosciuto come Angelo da Chivasso (Chivasso, 1411; † Cuneo, 11 aprile 1495), è stato un presbitero, letterato e umanista italiano. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica e viene ricordato l'11 aprile.



Biografia:

Inizialmente si dedicò alla carriera politica e fu senatore del Monferrato, fino all'età di circa 30 anni, quando decise di entrare nell'ordine dei Frati Minori, in cui divenne sacerdote.

Si dedicò allo studio del diritto e della teologia morale; in questo campo pubblicò diverse opere, in cui espose la sua dottrina. Le sue opere coinvolgono anche azioni di carità: fu, ad esempio, uno dei sostenitori della fondazione dei monti di pietà in favore dei poveri (Genova, 1483).

Per quattro trienni fu eletto Vicario generale dei minori osservanti; successivamente Papa Sisto IV lo nominò commissario pontificio per alcune delicate missioni volte a consolidare la fede cristiana. Morì a Cuneo nel convento di Sant'Antonio, l'11 aprile 1495, all'età di circa 84 anni.

Opere

Scrisse diverse opere, la più famosa è la Summa casuum conscientiae, detta Summa Angelica, pubblicata per la prima volta nel 1476. Divisa in 659 capi, in ordine alfabetico, tratta delle varie questioni di coscienza, era molto usata dai confessori. La si può definire un vero e proprio dizionario di teologia morale. Come simbolo dell'ortodossia cattolica Lutero la bruciò nella pubblica piazza di Wittemberg il 10 dicembre del 1520 insieme alla Bolla di scomunica Exurge domine , al Codice di Diritto Canonico e alla Summa teologica di san Tommaso. A quel tempo aveva già conosciuto trenta riedizioni.


Culto

Nel 1625 venne istituito il processo di beatificazione. Il suo corpo venne sistemato in un'urna all'interno del convento di Sant'Antonio, e si conservò miracolosamente (secondo la tradizione era "incorrotto e flessibile, ed emanava un odore soavissimo"). Si può ancora vedere il corpo mummificato del beato, all'interno del santuario degli Angeli di Cuneo.

Il beato Angelo Carletti è patrono di Chivasso ed è venerato anche come uno dei patroni di Cuneo dal momento che, secondo la tradizione, offrì protezione contro l'assedio dei francesi deviando le cannonate dirette contro la città. La venerazione popolare considera un ulteriore miracolo il fatto che non vi furono vittime durante il disastroso crollo del tamburo e della cupola del santuario degli Angeli, avvenuto in pieno giorno il 30 dicembre 1996.

Villa Oldofredi Tadini di Cuneo, insediamento agricolo del XIV secolo inserito nel sistema dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte, conserva nella cappellasettecente-sca il saio appartenuto al religioso.

La città di Genova - nella quale fondò assieme al cardinale- doge Paolo di Campofregoso il locale monte di pietà - gli ha intitolato una via nel quartiere di Pra'.

12 Aprile               San Giuseppe Moscati, medico, terziario francescano secolare

Ricorrenza:            12 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1880
Anno della Morte: 12 Aprile 1927

Benevento, 25 luglio 1880 - Napoli, 12 aprile 1927

Originario di Serino di Avellino, nacque a Benevento nel 1880, ma visse quasi sempre a Napoli, la «bella Partenope», come amava ripetere da appassionato di lettere classiche. Si iscrisse a medicina «unicamente per poter lenire il dolore dei sofferenti». Da medico seguì la duplice carriera sopra delineata. In particolare salvò alcuni malati durante l'eruzione del Vesuvio del 1906; prestò servizio negli ospedali riuniti in occasione dell'epidemia di colera del 1911; fu direttore del reparto militare durante la grande guerra. Negli ultimi dieci anni di vita prevalse l'impegno scientifico: fu assistente ordinario nell'istituto di chimica fisiologica; aiuto ordinario negli Ospedali riuniti; libero docente di chimica fisiologica e di chimica medica. Alla fine gli venne offerto di diventare ordinario, ma rifiutò per non dover abbandonare del tutto la prassi medica. «Il mio posto è accanto all'ammalato!». In questo servizio integrale all'uomo Moscati morì il 12 aprile del 1927. Straordinaria figura di laico cristiano, fu proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 1987 al termine del sinodo dei vescovi «sulla Vocazione e Missione dei laici nella Chiesa».


Biografia:

Giuseppe Moscati fu uno dei medici più conosciuti della Napoli d’inizio Novecento. Per la sua capacità di coniugare scienza e fede, è riconosciuto come Santo dalla Chiesa cattolica a partire dal 1987. Ancora oggi riceve visite da persone di ogni parte del mondo, non solo per le infermità fisiche, ma anche per i mali che colpiscono l’animo degli uomini del nostro tempo.
Contrariamente a quanto si possa credere, non nacque a Napoli, ma a Benevento, il 25 luglio 1890, da Francesco Moscati, magistrato, e Rosa de Luca; fu il settimo dei loro nove figli. Si trasferì nel capoluogo campano quando aveva quattro anni, dopo una breva permanenza ad Ancona, per via del lavoro del padre. 
L’8 dicembre 1888 ricevette la Prima Comunione da monsignor Enrico Marano nella chiesa delle Ancelle del Sacro Cuore, fondate da santa Caterina Volpicelli. Studiò presso il liceo «Vittorio Emanuele»; dopo il conseguimento del diploma di maturità classica, nel 1897, iniziò gli studi universitari presso la facoltà di Medicina. Il motivo di quella scelta, di rottura rispetto alla tradizione familiare (oltre al padre, anche suo nonno paterno e due fratelli avevano studiato Giurisprudenza), è forse dovuto al fatto che, dalla finestra della nuova abitazione, poteva osservare l’Ospedale degli Incurabili, che suo padre gl’indicava suggerendogli sentimenti di pietà per i pazienti ricoverati.
Il primo ammalato con cui ebbe a che fare suo fratello Alberto, il quale, caduto da cavallo, subì un trauma cranico, che gli produsse una forma di epilessia. Quest’evento persuase il giovane da una parte della brevità della vita umana, dall’altra di doversi dedicare interamente alla professione medica. Nel frattempo, il 2 marzo 1898, fu cresimato da monsignor Pasquale de Siena, vescovo ausiliare del cardinal Sanfelice, arcivescovo di Napoli.
All’epoca la facoltà di Medicina, insieme a quella di Filosofia, era quella più influenzata dalle dottrine del materialismo. Tuttavia Giuseppe se ne tenne a distanza, concentrandosi sulla preparazione degli esami. Concluse gli studi il 4 agosto 1903 con una tesi sull’urogenesi epatica, laureandosi col massimo dei voti.
Nemmeno tre anni dopo, iniziò a emergere la sua capacità di agire tempestivamente: dopo aver assistito alle prime fasi dell’eruzione del Vesuvio dell’8 aprile 1906, si precipitò a Torre del Greco, dove gli Ospedali Riuniti di Napoli avevano una sede distaccata, e trasmise l’ordine di sgombero, caricando personalmente i pazienti, molti dei quali paralitici, sugli automezzi che li avrebbero condotti in salvo. Appena l’ultimo paziente fu sistemato, il tetto dell’ospedale crollò. Per sé il giovane medico non volle encomi, ringraziando invece il resto del personale, a suo dire più meritevole. Nell’epidemia di colera del 1911 fu invece incaricato di effettuare ricerche sull’origine dell’epidemia: i suoi consigli su come contenerla contribuirono a limitarne i danni.
Tra gli elogi che arrivavano da parte del mondo accademico, gli giunse anche la vittoria in un importante concorso, che lo inserì a pieno titolo nell’attività dell’Ospedale degli Incurabili. Portava avanti in parallelo l’esercizio della professione e la libera docenza universitaria. Furono numerose anche le sue pubblicazioni su riviste di settore e le partecipazioni a congressi medici internazionali.
Un insegnamento di rilievo gli veniva dalle autopsie, nelle quali era tanto abile che, nel 1925, accettò di dirigere l’Istituto di anatomia patologica. Un giorno convocò i suoi assistenti nella sala delle autopsie per mostrare loro non un caso clinico, ma la vittoria della vita sulla morte: «Ero mors tua, o mors», come diceva un cartello sovrastato da un crocifisso, fatto sistemare da lui su una delle pareti. In altri casi, mentre esaminava i cadaveri, fu udito affermare che la morte aveva qualcosa d’istruttivo.
Non che fosse un personaggio cupo, tutt’altro. I suoi parenti e colleghi testimoniarono che dalla sua persona promanava un fascino distinto, che lo rendeva di buona compagnia. Era anche molto attento alla natura, all’arte e alla storia antica, come si evince dal racconto di un viaggio in Sicilia.  Non si concedeva altri svaghi come andare a teatro o al cinema e non aveva neppure un’automobile sua, preferendo spostarsi a piedi o coi mezzi pubblici, anche sulla lunga distanza.
Erano tutti modi con cui si esercitava a conservarsi sobrio e povero, come gli ammalati che prediligeva visitare. Numerosi sono i racconti di pazienti che si videro recapitare indietro la somma con cui l’avevano pagato, anche se ne aveva diritto essendo venuto da lontano. I poveri, per lui, erano «le figure di Gesù Cristo, anime immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi». Viene quasi alla mente l’espressione che papa Francesco ha più volte pronunciato, definendoli “carne di Cristo”, quindi scendendo nel concreto della corporeità e del dolore. Il dottor Moscati insegnava a trattare questa manifestazione «non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un’anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l’ardenza dell’amore, la carità».
E proprio la carità era, secondo lui, la vera forza capace di cambiare il mondo, come scrisse nel 1922 al dottor Antonio Guerricchio, un tempo suo assistente: «Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell'eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene».
Nel dottor Moscati la scienza era compenetrata da un’acuta capacità diagnostica, tanto più sorprendente se si pensa che, alla sua epoca, erano sicuramente noti i raggi X, ma non le tecniche con le quali oggi s’indaga l’interno degli organi, come la TAC o altre. I sintomi che altri riconducevano a malattie di un certo tipo erano da lui riferiti a cause di natura diversa, per le quali disponeva terapie il più delle volte benefiche. Oltre ai suoi prediletti, ebbe due pazienti celebri: il tenore Enrico Caruso, a cui rivelò – dopo essere stato tardivamente consultato – la vera natura del male che lo condusse alla morte, e il fondatore del santuario della Madonna del Rosario di Pompei, il Beato Bartolo Longo.
Tutte queste doti traevano la propria sorgente dall’Eucaristia, che riceveva quotidianamente, in particolare nella chiesa del Gesù Nuovo, non molto lontana dalla sua abitazione, in via Cisterna dell’Olio 10, dove viveva con la sorella Anna, detta Nina. Grande era anche la sua devozione alla Vergine Maria, sul cui esempio decise, nel pieno della maturità, di rimanere celibe, ma senza farsi religioso come san Riccardo Pampuri né diventare sacerdote, scelta che invece compì, a quarantacinque anni, il Servo di Dio Eustachio Montemurro. Qualcuno ha sospettato che fosse, per usare un eufemismo, incapace alla riproduzione o che avesse qualche tratto di misoginia. In realtà non si riteneva incline al matrimonio, che invece esortava ad abbracciare ai suoi giovani allievi: inoltre, se avesse preso moglie, non sarebbe più stato libero di visitare i suoi poveri.
La morte lo colse per infarto al culmine di una giornata come tante, verso le 15 del 12 aprile 1927. La poltrona dove si sedette, poco dopo aver applicato a se stesso la capacità diagnostica che aveva salvato tanti, è conservata ancora oggi, come tanti altri suoi oggetti, nella chiesa del Gesù Nuovo, grazie all’intervento della sorella Nina. 
I padri Gesuiti, a cui è tuttora affidato il Gesù Nuovo, non raccolsero solo la sua eredità materiale, ma si fecero custodi del suo ricordo e seguirono l’aumento della sua fama di santità. La sua causa di beatificazione si è quindi svolta nella diocesi di Napoli a partire dal 1931. Dichiarato Venerabile il 10 maggio 1973, è stato beatificato a Roma dal Beato Paolo VI il 16 novembre 1975. 
A seguito del riconoscimento di un ulteriore miracolo per sua intercessione, dopo i due necessari per farlo Beato secondo la legislazione dell’epoca, è stato canonizzato da san Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1987. In quel periodo si stava svolgendo la VII Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi su «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo a vent’anni dal Concilio Vaticano II»: non poteva esserci occasione migliore per indicarlo alla venerazione dei cattolici di tutto il mondo. 
Il 16 novembre del 1930 i suoi resti vennero trasferiti dalla cappella dei Pellegrini nel cimitero di Poggioreale alla chiesa del Gesù Nuovo e collocati nel lato destro della cappella di san Francesco Saverio. Sempre il 16 novembre, ma del 1977, quindi due anni dopo la beatificazione, vennero posti sotto l’altare della cappella della Visitazione, a seguito della ricognizione canonica.

16 Aprile               San Benedetto Giuseppe Labre, cordigero francescano 

Ricorrenza:            16 Aprile
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   26 Marzo 1748
Anno della Morte: 16 Aprile 1783

Amettes, Francia, 26 marzo 1748 - Roma, 16 aprile 1783

Portato alla contemplazione, desidero diventare trappista ma, per il suo spirito inquieto, ebbe difficoltà a restare nei monasteri. Partì per Roma e lungo il percorso scoprì la sua vera vocazione: Dio lo aveva messo sulla strada e qui sarebbe rimasto. Divenne “ il vagabondo di Dio “ in compagnia dell’Imitazione di Cristo, del breviario, di un Crocifisso e della corona del rosario, compì pellegrinaggi in Italia e Francia, vivendo di carità che distribuiva i bisognosi. Morì a Roma nel retrobottega del macellaio che lo aveva raccolto per strada svenuto, dopo tredici anni vissuti pellegrinando, testimone, come soleva dire, del fatto che “ in questo mondo siamo tutti pellegrini verso il Paradiso “.


Biografia:

Benedetto Giuseppe Labre nacque ad Amettes, presso Arras, il 26 marzo 1748, primo di 15 figli di modesti agricoltori. Fece qualche studio presso la scuola del villaggio e apprese i primi rudimenti del latino presso uno zio materno. Portato più alla vita contemplativa che al sacerdozio, sollecitò invano dai genitori il permesso di farsi trappista. Solo a diciotto anni poté fare richiesta d'ingresso alla certosa di S. Aldegonda, ma il parere dei monaci fu contrario. Stessa ripulsa ricevette dai cistercensi di Montagne in Normandia, dove giunse dopo aver percorso a piedi 60 leghe in pieno inverno. Solo sei settimane durò il suo soggiorno nella certosa di Neuville, e poco di più rimase nell'abbazia cistercense di Sept-Fons, di cui però avrebbe sempre portato la tunica e lo scapolare di novizio.
A 22 anni prese la grande decisione: il suo monastero sarebbe stato la strada, e più precisamente le strade di Roma. Nel sacco di povero pellegrino portava tutti i suoi tesori: il Nuovo Testamento, l'Imitazione di Cristo e il breviario che recitava ogni giorno; sul petto portava un crocifisso, al collo una corona e tra le mani un rosario. Mangiava appena un tozzo dì pane e qualche erba; non chiedeva la carità e, se la riceveva, si affrettava a renderne partecipi gli altri poveri, anche a rischio che il donatore, scorgendovi un gesto di scontentezza, facesse seguire alla moneta una gragnuola di bastonate (come effettivamente avvenne un giorno). Di notte riposava tra le rovine del Colosseo e le sue giornate le passava nella preghiera contemplativa e nei pellegrinaggi ai vari santuari: uno dei più cari al suo cuore fu quello di Loreto.
Morì logorato dagli stenti e dall'assoluta mancanza d'igiene il 16 aprile 1783, nel retrobottega del macellaio Zaccarelli, presso la chiesa di S. Maria dei Monti, in cui venne sepolto tra grande concorso di popolo. Venne canonizzato nel 1881 da Leone XIII.

16 Aprile               Santa Maria Bernardetta Soubirous, vergine, cordigera francescana 

Ricorrenza:            16 Aprile
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   7 Gennaio 1844
Anno della Morte: 16 Aprile 1879

Lourdes, 7 gennaio 1844 - Nevers, 16 aprile 1879

Quando, l'11 febbraio del 1858, la Vergine apparve per la prima volta a Bernadette presso la rupe di Massabielle, sui Pirenei francesi, questa aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844. A lei, povera e analfabeta, ma dedita con il cuore al Rosario, appare più volte la «Signora». Nell'apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela il suo nome: «Io sono l'Immacolata Concezione». Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l'Immacolata Concezione di Maria un dogma, ma questo Bernadette non poteva saperlo. La lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, dopo un'accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di santuario mariano internazionale. La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous decide di rifugiarsi dalla fama a Saint-Gildard, casa madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. Ci rimarrà 13 anni. Costretta a letto da asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio, all'età di 35 anni, Bernadette si spegne il 16 aprile 1879


Biografia:

A metà strada tra Lione e Parigi, adagiata lungo la Loira, c’è Nevers, la città in cui è sepolto, da circa 125 anni, il corpo incorrotto di santa Bernadette Soubirous. Entrando nel cortile del convento di Saint Gildard, casa madre delle Suore della Carità, si accede alla chiesa attraverso una porticina laterale. La semioscurità, in questa architettura neogotica dell'Ottocento, è rotta dalle luci che illuminano un’artistica cassa funeraria in vetro. Dentro c’è il piccolo corpo (appena un metro e quarantadue centimetri di altezza) di una giovane religiosa che sembra quasi dormire, con le mani giunte attorno a un rosario ed il capo reclinato a sinistra. E’ il corpo mortale di Bernadette, la veggente di Lourdes, rimasto pressocchè intatto dal giorno della sua morte. Per la scienza un fatto “inspiegabile”, per la fede invece un segno inequivocabile del “dito” di Dio in una vicenda, come quella di Lourdes, che ha tutti i caratteri dell’eccezionalità e i cui effetti si possono contemplare anche oggi in quello straordinario luogo di fede e di pietà mariana che è la piccola città dei Pirenei dove Maria apparve per la prima volta l’11 febbraio del 1858. 
Quella mattina era un giovedì grasso e a Lourdes faceva tanto freddo. In casa Soubirous non c’era più legna da ardere. Bernadette, che allora aveva 14 anni, era andata con la sorella Toinette e una compagna a cercar dei rami secchi nei dintorni del paese. Verso mezzogiorno le tre bambine giunsero vicino alla rupe di Massabielle, che formava, lungo il fiume Gave, una piccola grotta. Qui c’era “la tute aux cochons”, il riparo per i maiali, un angolo sotto la roccia dove l’acqua depositava sempre legna e detriti. Per poterli andare a raccogliere, bisognava però attraversare un canale d’acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume.
Toinette e l’amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell'acqua fredda. Bernadette invece, essendo molto delicata e soffrendo d'asma, portava le calze. Pregò l’amica di prenderla sulle spalle, ma quella si rifiutò, scendendo con Toinette verso il fiume. Rimasta sola, Bernadette pensò di togliersi anche lei gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un gran rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non ci fosse nell’aria neanche un alito di vento. Poi la grotta fu piena di una nube d’oro, e una splendida Signora apparve sulla roccia.
Istintivamente, Bernadette s'inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò fare, unendosi alla sua preghiera con lo scorrere silenzioso fra le sue dita dei grani del Rosario. Alla fine di ogni posta, recitava ad alta voce insieme a Bernadette il Gloria Patri. Quando la piccola veggente ebbe terminato il Rosario, la bella Signora scomparve all’improvviso, ritirandosi nella nicchia, così come era venuta. 
Bernadette Soubirous aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844, da Louise Casterot e François, un mugnaio ridotto in miseria dalla sua eccessiva “bontà” verso i creditori. Bernadette, che era la primogenita, a 14 anni non sapeva né leggere né scrivere e non aveva ancora fatto la prima Comunione, tuttavia sapeva assai bene il Rosario e teneva sempre con sé una coroncina da pochi spiccioli dalla quale era solita non separarsi mai. È, quindi, proprio a una quattordicenne poverissima ed analfabeta, ma che prega tutti i giorni il Rosario, che la Madonna decide di apparire la mattina dell’11 febbraio 1858, in un piccolo paese ai piedi dei Pirenei. 
Intanto la notizia delle apparizioni si diffonde in un baleno. Nell’apparizione del 24 febbraio la Madonna ripete per tre volte la parola “Penitenza”. Ed esorta: “Pregate per i peccatori”.
Infine nell’apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela finalmente il suo nome:: “Que soy – dice nel dialetto locale - era Immaculada Councepciou…” (Io sono l’Immacolata Concezione). Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l'Immacolata Concezione di Maria un dogma, cioè una verità della fede cattolica, ma questo Bernadette non poteva saperlo. Così, nel timore di dimenticare tale espressione per lei incomprensibile, la ragazza partì velocemente verso la casa dell’abate Peyramale, ripetendogli tutto d’un fiato la frase appena ascoltata. 
L’abate, sconvolto, non ha più dubbi. Da questo momento il cammino verso il riconoscimento ufficiale delle apparizioni può procedere speditamente, fino alla lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, che, dopo un’accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di santuario mariano internazionale.
La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous varcava la soglia di Saint-Gildard, casa madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. “Sono venuta qui per nascondermi”, aveva detto con umiltà. Tante attenzioni, tante morbose curiosità attorno alla sua persona dopo le apparizioni, non le davano che dispiacere. Nei 13 anni che rimane a Nevers sarà infermiera, a volte sacrestana, ma spesso ammalata lei stessa… Svolge tutte le sue mansioni con delicatezza e generosità: “Non vivrò un solo istante senza amare”. 
Ma la malattia avanza implacabile: asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio. L’11 dicembre 1878 è definitivamente costretta a letto: “Sono macinata – dice lei – come un chicco di grano”. All’età di 35 anni, il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua, alle 3 del pomeriggio, gli occhi della piccola veggente che videro Maria si chiudono per sempre. Beatificata nel 1925, il Papa Pio XI l’ha proclamata santa l’8 dicembre 1933.


17 Aprile               Beato Lucien Botosavoa, francescano secolare

Ricorrenza:            17 Aprile
Nazionalità:         Madagascar
Anno di Nascita:   1908
Anno della Morte: 17 Aprile 1947

Vohipeno, Madagascar, 1908 – Ambohimanarivo, Madagascar, 17 aprile 1947

Lucien Botovasoa, nato nel 1908 a Vohipeno, nel Madagascar, ricevette il Battesimo nel 1922. Divenne insegnante nella scuola del suo villaggio e catechista della missione di Vohipeno. Nel 1930 sposò Suzanne Soazana, che gli diede otto figli. Nel 1940 conobbe il Terz’Ordine francescano e ne fondò una Fraternità nella sua missione: da allora prese a vivere in maniera sobria e lieta, nel più puro spirito francescano, tanto da far preoccupare sua moglie. Durante i disordini che coinvolsero il Madagascar verso l’indipendenza, si rifiutò di entrare in politica, ma i capi locali lo presero di mira per la sua vicinanza ai missionari francesi. Il 16 aprile 1947 venne arrestato e ribadì di non voler sostenere un partito che aveva atteggiamenti anticlericali: durante la notte, dopo un processo sommario, fu decapitato. Il suo corpo fu gettato nel fiume sulle cui rive era avvenuta la sua esecuzione. È stato beatificato il 15 aprile 2018 a Vohipeno, sotto il pontificato di papa Francesco.


Biografia:

I primi anni

Lucien Botovasoa nasce nel 1908 ad Ambohimanarivo, frazione di Vohipeno, nel sud-est del Madagascar. È il maggiore dei nove figli di Joseph Behandry e Philomene Neviantsoa. La sua famiglia è stata tra le prime, del suo villaggio, a convertirsi al cristianesimo: il padre era stato battezzato nel 1902, ma la madre lo avrebbe seguito solo nel 1925.
Lucien compie i suoi primi studi nella scuola del suo villaggio. Domenica 15 aprile 1922, giorno di Pasqua, viene battezzato nella parrocchia di Nostra Signora dell’Assunzione: ha quattordici anni. Il giorno successivo si accosta per la prima volta all’Eucaristia. Il 2 aprile dell’anno dopo, Lunedì dell’Angelo, riceve il sacramento della Cresima: da allora capisce di doversi impegnare a testimoniare il Vangelo in maniera coerente e convinta.

Maestro alla scuola dei Gesuiti

Nel 1924 viene inviato al collegio San Giuseppe di Ambozontany, una scuola di formazione per maestri retta dai padri della Compagnia di Gesù. Ne esce quattro anni dopo col diploma di maestro e, ancora di più, con una formazione solida in tutti i campi.
Già nell’ottobre del 1928 viene assegnato alla scuola parrocchiale di Vohipeno. Le persone del suo villaggio lo apprezzavano da sempre: anche in questo nuovo ruolo, gli riconoscono autorevolezza e lo ritengono un modello di credente.

Il matrimonio

Il 10 ottobre 1930, nella chiesa parrocchiale di Vohipeno, sposa Suzanne Soazana, che gli darà otto figli. Il primo, Vincent de Paul Hermann, nasce nel settembre successivo. Degli altri, solo cinque non moriranno in tenera età.
Una suora che conosce, suor Marie-Joseph, gli domanda: «Maestro, tu che sei così pio, tu avresti potuto diventare sacerdote: non rimpiangi di esserti sposato?», Lucien, senza esitazione, risponde: «Nessun rimpianto; al contrario, sono felice del mio stato, perché Dio mi ha chiamato ad essere laico, sposato e maestro di scuola. Così posso vivere in mezzo alla gente e fare quello che voi, padri e suore, non potete fare, dal momento che qui sono ancora pagani. Io posso infatti mostrare loro un aspetto del cristianesimo che riescono a comprendere, poiché non sono straniero per loro». 


La scoperta del Terz’Ordine Francescano

Nel metodo educativo attuato dal maestro Lucien hanno grande parte gli esempi dei Santi: lui li legge agli allievi dopo le lezioni, ma anche per conto proprio ne cerca di nuovi. Tuttavia, per lungo tempo non riesce a trovare storie di Santi che avessero vissuto in modo esemplare il matrimonio.
Un giorno, però, trova un manuale del Terz’Ordine francescano (oggi Ordine Francescano Secolare), arrivato chissà come nel suo villaggio. Per lui è una folgorazione: la Regola lì descritta è una via per la santificazione adatta anche alle persone sposate. Sorge un problema, però: per diventare terziario deve avere una Fraternità di riferimento, ossia un insieme di fedeli guidati da un responsabile. Inizia quindi a chiedere ad alcuni suoi conoscenti, che frequentano la sua stessa parrocchia. Dopo la prima aderente, Marguerite Kembarakaly (che era stata la sua catechista in preparazione al Battesimo), ne seguono molti altri. L’8 dicembre 1944 Lucien compie la sua vestizione.

Sobrietà e umiltà
L’adesione al Terz’Ordine cambia in modo profondo la sua vita. Inizia a vestirsi in maniera sobria e assume una sorta di divisa, composta da camicia e pantaloni color kaki: dice che quel colore gli sembra adatto ai terziari. Sotto gli abiti, intorno alla vita, porta il cordone, segno del suo impegno a seguire la spiritualità di san Francesco d’Assisi. 
Si alza prestissimo per pregare: alle quattro del mattino è già in chiesa. Non perde occasione per recitare il Rosario, anche mentre è per strada: per questo i suoi allievi lo soprannominano «seme di pikopiko», riferendosi a una pianta i cui semi somigliano ai grani di una corona. Nel suo manuale del Terz’Ordine tiene sempre una copia, scritta di sua mano, delle «Litanie dell’umiltà» rese famose dal cardinal Rafael Merry del Val.


Contrasti con la moglie

Tuttavia, questo suo stile impensierisce la moglie: preoccupata che lui non sappia dare il giusto tempo alla famiglia, glielo fa presente a più riprese. Esasperata, la donna arriva ad accusare lo stesso san Francesco: «Lui ti ha reso pazzo», grida, indicando un quadretto che lo raffigura insieme al lupo di Gubbio. Lucien, invece, tace per dare gloria a Dio: il motto gesuita «Ad maiorem Dei gloriam» è parte di lui sin dagli anni in cui studiava per diventare maestro. 
Anche Suzanne è cattolica, ma ha paura che prima o poi il marito la lascerà per farsi religioso. Quando glielo fa presente, lui scoppia a ridere e le spiega che, invece, ama moltissimo lei e i loro figli: se digiuna due volte alla settimana, il mercoledì e il venerdì, non obbliga anche loro a fare lo stesso, anzi, invita lei a cucinare pietanze migliori, oppure dà lui stesso ai figli la propria razione di cibo. 


Un’onestà proverbiale

In un’altra occasione, la donna lo rimprovera: «Sei così intelligente! Perché non lavori come contabile, per guadagnare qualche soldo in più?». Con dolcezza, le replica: «Se anche avessimo tanti soldi da riempire questa casa, non avremmo mai la ricchezza che abbiamo ora. È una ricchezza che non sarà mai vinta dalla ruggine». 
Il suo distacco dai soldi diventa proverbiale, dopo che ha restituito un sacco di denaro a un mercante di buoi, rifiutando la ricompensa che gli sarebbe spettata. Ancora oggi, a Vohipeno, si dice in senso ironico: «Come Botovasoa che ha trovato del denaro: invece di prenderselo, lo restituisce al proprietario».


Colto e francescanamente lieto

Seppur con un regime di vita austero, Lucien mantiene il suo carattere allegro: molti testimoni hanno affermato di non averlo mai visto arrabbiato. È un abile suonatore di tromba e dell’armonium, con cui accompagna le funzioni nella chiesa di Vohipeno.
È molto portato per le lingue: sa il malgascio classico, il francese, il latino, un po’ di tedesco, l’inglese, perfino il cinese (imparato tramite i commercianti del villaggio). Padroneggia infine i testi classici arabo-malgasci del «Sorabè», ossia «Grande Scrittura», nei quali i vari clan familiari, incluso il suo, si tramandavano i loro segreti.


Una situazione difficile

Alle prove in famiglia si aggiungono, ben presto, quelle derivanti dalla situazione politica. Nel 1947, infatti, cominciano a sorgere fermenti indipendentisti. I missionari e coloro che li seguono sono accusati, a volte a torto, a volte a ragione, di sostenere i colonialisti francesi. Un uomo come il maestro Botovasoa sembra la persona giusta per diventare una guida politica: entrambe le parti in lotta se lo contendono. 
Alla porta di casa di Lucien si presenta un giorno il segretario del Padesm (sigla per “Parti des déshérités de Madagascar”, “Partito dei diseredati del Madagascar”), per chiedergli di diventarne il presidente. Lui giustifica il proprio diniego in questi termini: «La politica mi è totalmente estranea. Sapete tutti che cosa amo, sono le questioni religiose ed esse occupano tutto il mio tempo». Sempre per le sue doti intellettuali, i notabili del villaggio lo vorrebbero segretario del MDRM (“Mouvement Démocratique de la Rénovation Malgache”), il partito rivoluzionario anticoloniale.


L’ “ultima Messa”

Il pomeriggio della Domenica delle Palme, il 30 marzo, arriva la notizia che stanno arrivando i ribelli. Lucien accetta di seguire suo padre e i suoi fratelli nel bosco, in un terreno di loro proprietà. Qualche giorno dopo, viene a sapere che a Vohipeno ci sono stati dei massacri. Rientra il mercoledì della Settimana Santa, perché i rivoltosi hanno minacciato di uccidere la sua famiglia.
Nel villaggio non ci sono più né le suore né i Padri Lazzaristi che tengono la missione: il parroco, padre Pierre Garric, si è rifugiato nella città vicina, sotto il controllo dei francesi. Per giunta, le porte della chiesa sono sprangate.
La domenica dopo Pasqua, Lucien raduna nella sua scuola tutti i cristiani, cattolici e protestanti, rimasti nel villaggio. Le suore portano il loro armonium e lui suona e canta, poi commenta il Vangelo. Qualcuno dei presenti ha definito quella celebrazione come «l’ultima Messa che ha celebrato il maestro». Tecnicamente è un’affermazione impropria, ma di fatto aveva svolto una sorta di supplenza sacerdotale.


L’addio alla famiglia

Giovedì 15 aprile, insieme ai suoi familiari, è nell’abitazione riservata al maestro, vicino alla chiesa, quando una donna, trafelata, lo raggiunge: il capo del villaggio vuole convocarlo nella «Grande Casa», ossia la sua residenza. La moglie, incinta di due mesi, inizia a piangere, mentre uno dei figli è colto dalla febbre.
Lucien, invece, sembra calmo e afferma: «Ho sempre atteso questo momento, io sono pronto. Non temo la morte, anzi la desidero, perché è beatitudine. La mia unica preoccupazione è quella di lasciare voi». Affida quindi la moglie e i bambini a suo fratello André e trascorre il resto del pomeriggio pregando.


Il processo

Tsihimoño, il re o capovillaggio, interroga il maestro accusandolo di essere alleato degli stranieri e, per l’ultima volta, gli chiede di diventare presidente del partito. Per tutta risposta, Lucien afferma: «Voi uccidete, bruciate le chiese, impedite la preghiera, fate calpestare il crocifisso e volete trasformare la chiesa in una sala da ballo. So bene che mi ucciderete, e io non mi sottraggo. Se la mia vita potrà salvarne altre, non esitate a uccidermi. La sola cosa che vi domando è di non far del male ai miei fratelli». 
Queste parole gli valgono la condanna a morte. Prima di andare sul luogo dell’esecuzione, ha ancora qualche parola per il capo: «Re, prima di morire, tu sarai battezzato, tu dovrai morire cristiano. Sarà duro per te, ma non aver paura: io sarà là, non lontano da te».

Il martirio
Viene quindi portato sulla riva del fiume Matitana da alcuni giovani, compreso qualche suo ex-allievo. Un testimone oculare lo vede mentre chiede di poter pregare e lo sente sussurrare: «O Dio, perdona questi miei fratelli che hanno ora un difficile compito da assolvere nei miei confronti. Il mio sangue, versato a terra, possa essere per la salvezza della terra dei miei Antenati». Gli esecutori materiali esitano a colpirlo, ma lui li incoraggia: «Vi prego, smettetela di giocare con le vostre mannaie, e cercate di tagliarmi bene la testa, d’un sol colpo». 
Il terzo boia lo colpisce, ma non gli stacca del tutto la testa. Infine, quando tutti i carnefici hanno bagnato le loro armi nel suo sangue, spingono il suo cadavere nel fiume: s’incastra, ma lo liberano e lo lasciano portare via dalla corrente. È la notte tra il 16 e il 17 aprile 1947: Lucien ha 39 anni.
A quindici anni di distanza, nel 1964, Tsihimoño, in punto di morte, manda a chiamare un sacerdote. Padre Vincent Carme, missionario lazzarista, riceve da lui la rivelazione delle parole che aveva sentito: lo porta in ospedale, dove riceve il Battesimo e, dopo una settimana, muore. 


La causa di beatificazione

Già negli anni 1960-1965 si pensò di aprire la causa per indagare l’effettivo martirio in odio alla fede di Lucien, ma senza esiti positivi. Solo negli ultimi anni è effettivamente partita, a cura della diocesi di Farafangana (sotto cui ricade Vohipeno) e in collaborazione con l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Aperta il 7 settembre 2011 (ma il nulla osta è arrivato l’11 ottobre 2011), si è conclusa il 17 aprile 2013. Gli atti dell’inchiesta sono stati convalidati il 21 marzo 2014. 
La “Positio super martyrio”, trasmessa nel 2015, è stata valutata positivamente dai Consultori storici della Congregazione delle Cause dei Santi il 4 settembre 2015, dai Consultori Teologi l’8 novembre 2016 e dai cardinali e dai vescovi membri della medesima Congregazione il 2 maggio 2017.


Il riconoscimento del martirio e la beatificazione

Il 4 maggio 2017, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Lucien Botovasoa veniva ufficialmente dichiarato martire.
La sua beatificazione è stata celebrata il 15 aprile 2018 a Vohipeno, presieduta dal cardinal Maurice Piat, vescovo di Port-Louis, come delegato del Santo Padre.


20 Aprile               Beata Rosa Diotallevi, francescana secolare 

Ricorrenza:            20 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: +1930



Biografia:



21 Aprile               San Corrado Birndorfer da Parzham

Ricorrenza:            21 Aprile
Nazionalità:         Germania
Anno di Nascita:   22 Dicembre 1818
Anno della Morte: 21 Aprile 1894

San Conrad (Corrado) Birndorfer da Parzham, al secolo Johann (Giovanni) (Venushof, 22 dicembre 1818; †Altötting (Bassa Baviera), 21 aprile 1894) è stato un religioso tedesco.



Biografia:

Nacque in una famiglia di contadini bavaresi, ultimo di nove figli fu battezzato con il nome di Johann. All'età di quattordici anni perse la madre.

La sua giovinezza fu marcata da una profonda fede. Si ritirava spesso in solitudine a pregare e meditare e fu assiduo frequentatore delle chiese e dei santuari della sua regione, luoghi che prediligeva raggiungere molto presto la mattina per assistervi alla prima messa.

All'età di trentanni, realizzò che Dio lo chiamava alla vita monastica. Lasciò il suo paese natale e la sua fattoria, per entrare in un convento di cappuccini, qui prese i voti perpetui assumendo il nome di Conrad in onore di San Corrado di Piacenza eremita francescano del XIV secolo. In seguito fu inviato presso il convento di Altötting dove svolse il compito di portinaio.

Per oltre quarant'anni fratel Corrado si dedicò seriamente ai compiti che gli erano assegnati, sempre umile, servizievole, pieno di speranza e di costanza. Mai nessuno lo vide irritato, frustrato o che pronunciasse parole inutili o frivole.

La sua missione gli prendeva molto tempo ed energie, al punto chi dimenticarsi di mangiare. Si prese carico dell'insegnamento religioso dei bambini, si occupò di opere caritative, accompagnò gruppi di pellegrini, sempre pronto ad ascoltare gli sfortunati e ad aiutare i più poveri.

Fratel Corrado (Bruder Conrad) finì i suoi giorni terreni il 21 aprile 1894 con il sorriso sulle labbra.

21 Aprile               Beato Giovanni Saziari da Cagli, agricoltore, terziario francescano

Ricorrenza:            21 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1327
Anno della Morte: 21 Aprile 1371

1327 circa - Cagli (Pesaro), 21 aprile 1371

Il beato Giovanni Saziari, laico della diocesi di Pesaro, agricoltore, vestì poi l’abito del Terz’Ordine Francescano. Nella chiesa di San Francesco in Cagli, presso l’altare della Madonna della Neve trova degna collocazione dal 1642 l’urna lignea contenente le sue spoglie. La “Concessiones Missae et Officii” propri del beato è avvenuta il 9 dicembre 1980 da parte del papa Giovanni Paolo II.



Biografia:

Nel 1287, durante una cruentissima battaglia tra guelfi e ghibellini, l’antichissimo borgo di Cagli venne quasi totalmente incendiato. Sorgeva arroccato sul Monte Petrano, ma due anni dopo gli abitanti decisero di spostare il centro delle attività cittadine nel pianoro sottostante. Qui, qualche decennio dopo, visse il beato Giovanni Saziari.
Nato intorno all’anno 1327, condusse una vita semplice, dividendo il suo tempo tra il lavoro dei campi e la preghiera. Non si sposò, non ebbe figli, ma era amato da tutti. Aveva un carisma certo non ordinario. Si fece terziario francescano volendo così seguire l’insegnamento e l’ideale di vita del santo di Assisi. Morì tra il 1370 e il 1372, lasciando ai suoi concittadini uno straordinario esempio di santità vissuto nella modestia della vita quotidiana. Il Signore, per intercessione del pio contadino di Cagli, rispose alle preghiere dei suoi devoti, concedendo grazie e miracoli. Si verificarono subito dopo la morte e la loro memoria venne tramandata attraverso le iscrizioni della lapide sepolcrale. In particolare, il suo celeste aiuto si fece sentire durante una terribile pestilenza. Dell’arca marmorea, eseguita dal maestro Antonio di Cagli, la parte anteriore è oggi murata nei pressi dell’altare in cui sono custodite le sue reliquie. Un notaio di Imola, nel 1374, registrò ufficialmente alcuni miracoli. In un antico documento del 1441 è già chiamato beato. 
Giovanni è sepolto nella chiesa di S. Francesco, la più antica dell’Ordine francescano nelle Marche. Nel 1642 fu posto in un’arca lignea. Delle reliquie furono fatte due ricognizioni, nel 1764 e nel 1849. Nella Curia di Cagli, oggi unita a quella di Fano, con Fossombrone e Pergola, è conservata la documentazione del processo di beatificazione che vide la conferma del culto locale solo nel 1980, considerata la venerazione che gli è stata ininterrottamente tributata nei secoli. La festa del beato, ancor’oggi familiarmente chiamato il beato Giovannino, è fissata al 21 aprile

23 Aprile               Beato Egidio d'Assisi

Ricorrenza:            23 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1190
Anno della Morte: 23 Aprile 1262

Beato Egidio d'Assisi (Assisi, 1190 ca.; † Perugia, eremo di Monteripido, 23 aprile 1262) è stato un religioso italiano. Fu il terzo seguace di Francesco d'Assisi.



Biografia:

Originario di Assisi, fu molto probabilmente di famiglia contadina e illetterato. Non vi sono notizie certe sulla sua famiglia e le sue origini. Il 23 aprile 1209, colpito dalla notizia della conversione avvenuta alcuni giorni prima di Bernardo da Quintavalle e di Pietro Cattani, decise di seguire san Francesco. Egidio si presentò a Santa Maria della Porziuncola, dove fu accolto e ne adottò il primitivo stile di vita.

Ben presto il primitiva fraternità iniziò un apostolato itinerante, ed Egidio accompagnò Francesco nella Marca d'Ancona, dove il santo non teneva delle vere e proprie prediche, ma si limitava ad esortare con molta semplicità all'amore di Dio e alla penitenza e il suo compagno ne confermava le parole ed ammoniva gli ascoltatori a prestargli fede. Quando i frati ebbero raggiunto il numero di sette, Francesco li inviò, sempre a coppie, in varie direzioni. Egidio fu inviato con fra Bernardo a Santiago di Compostella. Il viaggio, compiuto probabilmente nell'autunno di quello stesso anno, fu assai duro, sia per i disagi materiali, sia per l'incomprensione e lo scherno di cui i pellegrini erano oggetto. Di ritorno ad Assisi fu certamente a Roma nella primavera dell'anno seguente con Francesco e i compagni, ormai diventati dieci, per ottenere dal Papa Innocenzo III la conferma della primitiva regola. Un altro soggiorno romano, probabilmente più lungo, è collocabile nell'autunno del 1211; alloggiato nel monastero dei santi Quattro coronati vicino al Laterano, dove fra Egidio si procurava da vivere svolgendo umili lavori.

Di fatto tutte le biografie sottolineano come la prima parte della vita di fra Egidio sia scandita da una sorta di attivismo frenetico, in cui l'esigenza del lavoro manuale si associa alla continua peregrinazione verso luoghi di devozione o terre di missione. Le fonti più antiche non consentono di stabilire con precisione la cronologia e la successione dei suoi viaggi, ma ne indicano quanto meno le tappe. Prima del 1212 si recò a santuario di san Michele del Gargano e a san Nicola di Bari; immediatamente prima o dopo di questi pellegrinaggi si colloca un viaggio in Terrasanta, con una breve sosta ad Acri, qui si guadagnò da vivere svolgendo lavori di piccolo artigianato o umili servizi. Il secondo viaggio in Oriente, che alcuni biografi collocano nel 1219, e altri fanno risalire al 1214, è invece contrassegnato da un marcato desiderio di martirio. Fra Egidio e i suoi compagni tentarono in ogni modo di convertire mediante la predicazione i saraceni e non si arrestarono neppure di fronte alle più aperte ostilità; il martirio fu evitato soltanto grazie alla precipitosa ritirata dei crociati da quelle terre.

Il 1215 segnò una tappa fondamentale nella vita di Egidio; il frate, al quale Francesco aveva concesso la più ampia libertà di movimento, chiese invece di essere vincolato ad una più stretta obbedienza e venne inviato nel romitorio di Favaronepresso Perugia. Tutte le biografie segnalano a questo punto un mutamento nella sua vita: la predicazione itinerante dei primi anni lasciò il posto ad una vita di penitenza e di preghiera in cui si verificò per la prima volta l'esperienza dell'estasi mistica. Assieme alla contemplazione dei misteri celesti il frate fu molto vessato dal demonio. Dal 23 giugno del 1223 al 31 gennaio del 1226 fu a Rieti, ospite del cardinale Niccolò Chiaramonte O.Cist.[1]. Nel febbraio 1226 si rifugiò a Deruta su una collina deserta, dove passò la quaresima con un confratello nella preghiera e nella penitenza, il 3 ottobre si trovava alla Porziuncola al capezzale di Francesco con il compagno della prima ora frate Bernardo, dove assistette alla morte di Francesco.

Questo evento sancì definitivamente la scelta eremitica di fra Egidio e segnò l'inizio di un progressivo intensificarsi delle estasi mistiche, preannunciata da una visione avuta a Cibottola, l'esperienza mistica si manifestò per più giorni nel romitorio di Cetona vicino Chiusi, dove Egidio si era rifugiato con un compagno, identificabile forse con quel frate Giovanni, suo padre confessore, riferito in alcune fonti. Nelle visioni che si susseguirono dall'antivigilia di Natale e fino all'Epifania che culminarono nella contemplazione diretta del Signore, fra Egidio sperimentò sensazioni ineffabili che marcarono in modo definitivo la sua vita. La coscienza di non essere più padrone di se stesso, ma strumento inerte nelle mani di Dio, si accompagnò al desiderio di conservare in tutti i modi la particolarissima grazia ricevuta attraverso una vita di penitenza sempre più rigida.

Le tappe della sua biografia dopo il 1227 sono contraddistinte da una predilezione per i luoghi solitari e per la vita ascetica: a Spoleto Egidio subi nuovamente le molestie diaboliche; ad Agello nei pressi del lago Trasimeno intrattenne i compagni con una conferenza spirituale; nel 1230 era di nuovo ad Assisi, probabilmente in occasione della traslazione del corpo di san Francesco nella basilica fatta costruire da frate Elia.

Dal 1234 fra Egidio si stabilì appena fuori Perugia, nel romitorio di Monteripido, dove visse fino alla morte. Verso il 1240 gli venne affidato come compagno frate Graziano, testimone degli episodi della sua vita riportati nella biografia di frate Leone; compagni a Monteripido furono pure frate Iacopo e frate Andrea di Borgogna.

Gli ultimi anni della vita di fra Egidio furono contraddistinti da vessazioni demoniache che si alternavano alle dolcezze della contemplazione. Estenuato da queste esperienze e duramente provato nel fisico il nostro non più in grado di muoversi da solo, espresse il desiderio di essere sepolto alla Porziuncola. Ma i Perugini, vedendolo vicino alla morte e temendo di perdere una preziosa reliquia, mandarono una scorta armata a proteggere il moribondo. Fra Egidio, appreso il fatto, preannunciò che per lui non ci sarebbe stata alcuna canonizzazione né grandi miracoli. Morì il 23 aprile 1262.

Culto

Il suo corpo venne deposto in un sarcofago antico adorno di sculture con la storia di Giona. Salimbene da Parma, passato da Perugia nel 1265, accenna nella Cronica (a cura di G. Scalia, Bari 1966, II, p. 810) all'urna di marmo contenente il corpo del frate e riporta le voci secondo le quali fra Egidio avrebbe chiesto al Signore la grazia di non fare miracoli dopo la morte.

Di fatto nessun processo di canonizzazione fu intrapreso, e le tracce di un primitivo culto popolare sembrano svanire nel corso del XIV secolo. Il sarcofago di fra Egidio, quasi dimenticato per molti anni, fu oggetto di una ricognizione da parte del Comune di Perugia nel 1439. Solo mezzo millenio dopo nel 1777 Papa Pio VIriconobbe il culto del beato Egidio. Tra il 1872 ed il 1930 le reliquie subirono una serie di spostamenti tra Perugia e Monteripido, finché, nel 1936, trovarono definitivamente sistemate nell'oratorio di san Bernardino alle porte di Perugia.

24 Aprile               San Fedele da Sigmaringen

Ricorrenza:            24 Aprile
Nazionalità:         Germania
Anno di Nascita:   1 Ottobre 1577
Anno della Morte: 24 Aprile 1622

San Fedele da Sigmaringen, al secolo Markus Roy o Rey (Sigmaringen, 1º ottobre 1577; † Seewis im Prättigau, 24 aprile 1622) appartenne all' Ordine dei Frati Minori Cappuccini e fu missionario nella zona protestante dell'Europa centrale: fu aggredito e ucciso durante una rivolta anti-austriaca in Svizzera ed è venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Nato da una famiglia di origine fiamminga, studiò dapprima presso il collegio gesuita di Friburgo, dove si laureò in filosofia, poi presso l'università della stessa città, dove conseguì il dottorato in utroque jure (il 7 maggio 1611): iniziò a dedicarsi all'attività forense, ma rimase presto deluso da quella professione, così l'anno seguente decise di entrare, insieme a suo fratello, tra i cappuccini del convento di Friburgo (4 ottobre 1612) e venne ordinato sacerdote; approfonditi gli studi teologici a Costanza, divenne anche Padre guardiano del convento di Rheinfelden, poi di quello di Friburgo e infine di quello di Feldkirch.

Divenne presto celebre a causa di alcuni scritti contro il protestantesimo, tanto che il vescovo di Coira nel 1614 gli chiese di formare un gruppo di frati missionari per cercare di contenere il dilagare delle idee protestanti nella sua diocesi.

Fedele da Sigmaringen accolse la richiesta nel 1621 e l'anno seguente la pontificia Congregazione de Propaganda Fide(appena istituita) lo nominò Superiore delle missioni nelle Tre Leghe, oggi canton Grigioi: percorse tutta la regione predicando e suscitando conversioni, soprattutto durante la quaresima del 1622.

Il 24 aprile dello stesso anno, uscito di chiesa dove aveva appena terminato di celebrare la messa, venne aggredito della folla insieme a un gruppo di soldati austriaci e ucciso. La diffusione delle dottrine riformate nella regione, infatti, era avvenuta soprattutto in funzione anti-asburgica ed autonomista: allo stesso modo, l'Impero sosteneva il cattolicesimosoprattutto allo scopo di tutelare l'integrità del suo territorio e la supremazia della casa d'Austria.

25 Aprile               San Giovanni Piamarta, sacerdote, terziario francescano

Ricorrenza:            25 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   26 Novembre 1841
Anno della Morte: 25 Aprile 1913

Brescia, 26 novembre 1841 – Remedello Sopra, Brescia, 25 aprile 1913

Giovanni Battista Piamarta, nativo di Brescia, trascorse un’adolescenza difficile, ma riuscì a formarsi frequentando l’oratorio della sua parrocchia. Dopo aver frequentato il seminario diocesano, fu ordinato sacerdote il 23 dicembre 1865. In seguito ai primi anni di ministero a Carzago Riviera, Bedizzole e nella parrocchia di sant’Alessandro a Brescia, si rese conto della situazione in cui si trovavano i giovani di Brescia: per loro fondò quindi l’Istituto Artigianelli e, in seguito, la colonia agricola di Remedello Sopra. Gradualmente giunse a istituire una famiglia religiosa, composta da sacerdoti e da laici, che guidassero l’educazione e l’istruzione professionale dei giovani: oggi è nota come Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth. Dalle collaboratrici femminili, unite al gruppo capeggiato da Elisa Baldo, una sua figlia spirituale (Venerabile dal 2015), nacquero poi le suore Umili Serve del Signore. Padre Piamarta morì a Remedello il 25 aprile 1913, mentre si occupava dell’ampliamento della colonia agricola. Beatificato da san Giovanni Paolo II il 12 ottobre 1997, è stato canonizzato da papa Benedetto XVI il 21 ottobre 2012. I suoi resti mortali sono venerati, dal 1926, nella chiesa di San Filippo Neri, annessa all’Istituto Artigianelli di Brescia.



Biografia:


Infanzia e adolescenza

Giovanni Battista Piamarta nacque a Brescia il 26 novembre 1841. I suoi genitori, Giuseppe Piamarta e Regina Ferrari, erano di umili condizioni sociali; il padre lavorava come barbiere. Ricevette il Battesimo il giorno dopo la nascita, il 27 novembre, nella chiesa parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita, dove si accostò anche alla Prima Comunione e fu cresimato.
La sua adolescenza fu alquanto difficile: perse la madre a nove anni e, alla morte di una sorella maggiore e di un fratello, rimase da solo col fratello minore e col padre, che spesso si dava al bere. Riuscì comunque ad avere una solida formazione frequentando la parrocchia e l’oratorio di San Tommaso.



Un incontro determinante per la sua vocazione

Tramite il nonno materno trovò, terminata la scuola, un impiego dal materassaio Girolamo Zanolini, che lo considerò come uno di famiglia. Fu proprio lui che, notando un deperimento fisico nel ragazzo, lo mandò in vacanza a Vallio, un paese vicino. 
Lì Giovanni conobbe il parroco don Pancrazio Pezzana, che fu per lui come un secondo padre e gli concesse di entrare nel seminario diocesano, a partire dalla II Filosofia. Pur avendo avuto difficoltà negli studi per problemi di salute, unicamente nell’ultimo anno, poté essere ordinato sacerdote il 23 dicembre 1865.



Gli inizi del ministero

Iniziò il suo ministero sacerdotale a Carzago Riviera, dove incentivò particolarmente l’istruzione catechistica. Tre anni dopo, fu trasferito a Bedizzole, dove don Pancrazio Pezzana era stato trasferito. 
Nel 1870 lo seguì nuovamente, passando alla chiesa prepositurale di Sant’Alessandro nel centro di Brescia, dove fondò un oratorio maschile. Don Giovanni vi trascorse così tredici anni di fecondo apostolato fra la gioventù bresciana, nei quali colse risultati ammirabili e si guadagnò il rispetto dei suoi ragazzi.



Qualcosa di nuovo per la gioventù

Mentre la città di Brescia andava incontro alla rivoluzione industriale e viveva un notevole dissidio tra la società civile e quella religiosa, don Giovanni si domandava come poter creare qualcosa di nuovo per la formazione dei giovani, specie di quanti rischiavano di perdere la fede perché arrivavano in città cercando lavoro. Chiese quindi aiuto a un amico sacerdote, Pietro Capretti, che aveva fondato un seminario per chierici poveri nei pressi della chiesa di San Cristo.
Per la verità Brescia aveva già conosciuto, nel settore dell’educazione professionale e non solo, l’iniziativa del canonico Lodovico Pavoni, che aveva fondato l’oratorio di San Barnaba e, in seguito, la prima scuola grafica d’Italia. Per continuare la sua opera, aveva fondato i Figli di Maria, poi Figli di Maria Immacolata, il cui nucleo fu scelto tra i suoi primi collaboratori. Alla morte del fondatore, ora Santo, la nascente congregazione fu travolta da dolorosi avvenimenti, non ultima la soppressione degli ordini religiosi, e aveva dovuto lasciare la città. 



Arciprete di Pavone Mella

Don Giovanni, tuttavia, aveva in mente qualcosa di più vicino alla situazione contemporanea. In attesa di capire in quale modo attuare la sua idea, nel 1883 fu incaricato di reggere la parrocchia di Pavone Mella, nella Bassa bresciana, come arciprete.
I fedeli erano da tempo trascurati e abituati a ogni sorta di abusi, ma lui riuscì a conquistarli tramite la sua predicazione, appassionata e radicata nella Parola di Dio.



La nascita dell’Istituto Artigianelli

Tuttavia, sempre più spesso faceva la spola tra Pavone e Brescia, fino a trasferirsi definitivamente lì per dare compimento alla sua opera. L’inizio ufficiale dell’Istituto Artigianelli, messo sotto la protezione dei due santi della gioventù, Filippo Neri e Luigi Gonzaga, avvenne quindi il 3 dicembre 1886, con la Messa celebrata da don Giovanni nella cappella del Sacro Cuore della chiesa del seminario di San Cristo, cui assistettero i primi quattro ragazzi e due chierici. La sera stessa uno dei ragazzi si accorse che lui non aveva da mangiare e gli chiese: «Padre, lei non mangia?». Da allora tutti lo chiamarono così.
Il 1° febbraio 1887 rinunciò ufficialmente alla parrocchia di Pavone, ma poco più di un anno dopo l’inaugurazione dell’Istituto, il vescovo monsignor Corna Pellegrini lo mandò a chiamare: aveva considerato l’opera poco sicura e quindi ne decretava la chiusura. Padre Piamarta ascoltò in silenzio il suo superiore, ma poi, deciso, dichiarò di voler continuare: «Morirò qui dove sono, in mezzo ai miei giovani». Il vescovo, sorpreso, disse soltanto: «Andate e Dio vi assista».
In seguito fu comprato un terreno sul Colle di Santa Giulia, dove furono riadattate alla meglio due umili casette. Dal 1888 la crescita degli Artigianelli non si fermò più: si moltiplicarono i fabbricati e i laboratori. I giovani ricevettero una preparazione tecnica, supportata dalla perfezione dei macchinari e dalla competenza degli istruttori.



La colonia agricola di Remedello

Però il solerte fondatore si rese conto che, anche nel campo agricolo, sussistevano gli stessi problemi, acuiti dall’incombente crisi dell’avvento dei nuovi sistemi di coltivazione, più razionali e scientifici, in contrasto con i vecchi metodi, che facevano abbandonare i campi a molti giovani.
Anche questa volta incontrò un altro dinamico sacerdote, Giovanni Bonsignori, che patrocinò la fondazione di una Scuola Pratica di Agraria per l’applicazione dei metodi razionali e la rivalutazione economica del settore agricolo.
Quindi, nel febbraio 1895, padre Piamarta acquistò a Remedello Sopra in provincia di Brescia un podere di circa 140 ettari con edifici, mentre don Bonsignori iniziò il suo lavoro nel mese di novembre dello stesso anno. 
L’anno successivo uscì anche il primo numero de «La Famiglia Agricola», un giornale illustrativo dell’opera. Gli anni passarono e la vitalità dell’istituzione fu conosciuta ed apprezzata dal gran pubblico, specie nel 1896, nel decennale della fondazione. 



La Pia Società della Sacra Famiglia

In seguito padre Piamarta cominciò a preoccuparsi della continuità futura della sua Opera: tralasciò il progetto di ridare vita, a Brescia, ai Figli di Maria di san Lodovico Pavoni e quello di unirsi ai Salesiani, invitato dal Beato don Michele Rua, il primo successore di san Giovanni Bosco.
Col tempo, andò delineando un proprio progetto: istituire una famiglia religiosa, composta da sacerdoti e da laici, che guidassero l’educazione e l’istruzione professionale dei giovani, e di donne ausiliatrici che provvedessero ai compiti più confacenti al loro stato.
Non volle che fosse una Congregazione, ma una “Pia Società” di persone viventi in comunità con tutta la sostanza della vita religiosa, ma senza voti, almeno ufficialmente, per evitare uno scioglimento da parte dell’autorità civile. 
Ne scrisse le Costituzioni, approvate dall’autorità diocesana il 25 maggio 1902. Lo stesso giorno, con il primo gruppo di sacerdoti, chierici e fratelli, emise nelle mani del vescovo diocesano la formula di consacrazione: nasceva quindi la Pia Società della Sacra Famiglia.



Le donne ausiliatrici ed Elisa Baldo

Quanto alle donne ausiliatrici, erano presenti già a partire dal 1900 e si occupavano essenzialmente della cucina e del guardaroba dell’Istituto; tuttavia, ebbero uno sviluppo diverso. Un paio d’anni prima, infatti, una giovane vedova di Gavardo, Elisa Baldo, aveva aperto nel suo paese, Gavardo, una casa per inferme e fanciulle povere, indirizzata in tal senso da padre Piamarta, che era il suo direttore spirituale.
Più di una volta lui le propose una fusione tra il suo gruppo e quello di Brescia, che si verificò l’11 marzo 1911. Quattro giorni dopo, il 15 marzo, consegnò a lei e ad altre otto sorelle il Crocifisso nella chiesa dell’Istituto Artigianelli di Brescia; era un atto di oblazione, non una consacrazione vera e propria. Le suore prendevano come Superiore Generale quello della Pia Società e assumevano il nome di “Povere Serve del Signore della Pia Società della Sacra Famiglia di Nazareth”. 



Le ultime realizzazioni

Il 2 settembre 1910 padre Giovanni Piamarta, per dare una sistemazione amministrativa alla sua Opera, attribuì tutte le proprietà ad una «Società Anonima Agricola Industriale Bresciana», a tale scopo costituìta e che tuttora, sia pure modificata, assolve il suo compito.
In precedenza, nel 1884, aveva dato vita alla Tipografia Queriniana, intitolata al cardinal Angelo Maria Querini, arcivescovo di Brescia: oggi è una casa editrice specializzata, come già in origine, negli studi biblici e teologici.



La malattia e la morte

Padre Piamarta aveva 69 anni quando, l’11 gennaio 1910, subì un primo attacco, che lo lasciò paralizzato per tre giorni. Si riprese, ma cominciò ad avvertire l’ansia di sistemare tutte le situazioni, preparandosi progressivamente a distaccarsi dalle cose del mondo. Un secondo attacco lo colpì l’8 aprile 1913, mentre si trovava nella colonia agricola di Remedello per esaminare un progetto per l’ampliamento: morì il 25 aprile. 
La sua salma, trasportata a Brescia, ebbe solenni funerali e fu tumulata nel cimitero Vantiniano, nella cappella della famiglia Capretti, dove era già sepolto l’antico amico don Pietro. Nel 1926 venne traslata nella chiesa dell’Istituto Artigianelli, intitolata a san Filippo Neri.



La causa di beatificazione

A trent’anni dalla scomparsa del fondatore, nel 1943, la Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth ha presentato istanza al vescovo di Brescia, monsignor Giacinto Tredici, per dare avvio al processo canonico di beatificazione. 
L’inchiesta diocesana si è quindi svolta dal 6 maggio 1943 al 17 luglio 1948 ed è stata integrata da un supplemento procedurale nel 1958. Il 29 marzo 1963 il Papa san Giovanni XXIII ha introdotto il processo apostolico, ma la “Positio super virtutibus” è stata consegnata solo alla fine del 1982 alla Congregazione delle Cause dei Santi.
In seguito alla riunione dei consultori teologi, il 14 gennaio 1986, e di quella dei cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi, il 4 marzo 1986, entrambe con risultati positivi, è stata autorizzata, il 22 marzo 1986, la promulgazione del decreto con cui padre Giovanni Battista Piamarta poteva essere dichiarato Venerabile.
       


Il miracolo e la beatificazione

Come presunto miracolo per ottenere la beatificazione è stato preso in esame il caso di Bruno Cocchetti, rimasto vittima, il 14 febbraio 1988, di un incidente stradale. Il ragazzo, undicenne, aveva riportato un trauma cranico con lesioni frontoparientali multiple, coma profondo di 5° grado e stato di shock. Grazie alle fervide preghiere rivolte al Venerabile padre Piamarta, si riprese senza ulteriori conseguenze.
La Consulta medica della Congregazione delle Cause dei Santi si è pronunciata favorevolmente circa l’inspiegabilità scientifica dell’accaduto il 27 giugno 1996. A quel parere positivo si sono aggiunte, il 6 dicembre 1996, le conclusioni dei consultori teologi e, il 4 marzo 1997, quelle dei cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi. Infine, l’8 aprile 1997, il Papa san Giovanni Paolo II ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la guarigione di Bruno Cocchetti poteva essere definita inspiegabile, completa, duratura e ottenuta per intercessione di padre Piamarta.
La beatificazione si è quindi svolta in piazza San Pietro a Roma il 12 ottobre 1997. Contestualmente, la memoria liturgica del nuovo Beato è stata fissata al 26 aprile, giorno successivo alla sua nascita al Cielo.


Il secondo miracolo e la canonizzazione

Il secondo potenziale miracolo, utile alla canonizzazione, è invece stato quello occorso a Estêvão Figueiredo De Paula Pessoa, pensionato di 67 anni, residente a Fortaleza in Brasile. Il 23 settembre 2003, in seguito all’ingerimento di una lisca di pesce, accusò febbre alta e dolori al petto: gli fu riscontrata una mediastinite purulenta, ovvero un’infezione della parte mediana del torace, causata dalla perforazione dell’esofago prodotta dalla lisca. Sottoposto due volte a chiurgia toracica, gli venne poi asportato tutto l’intestino crasso per via di una emorragia digestiva voluminosa.
Dopo aver subito altri interventi, sembrava ormai in fin di vita. Una coppia di amici, a quel punto, regalò alla moglie del signor Estêvão un’immagine di padre Piamarta e le promisero che avrebbero fatto pregare per lui. 
Ormai in coma, gli venne somministrato l’ultimo ritrovato medico per i casi di setticemia, che comunque comportava serie controindicazioni. Il farmaco fu tuttavia sospeso all’insorgere di altre emorragie, mentre amici e conoscenti continuavano a richiedere l’intercessione del Beato. Il 22 dicembre il paziente iniziò a migliorare lentamente, anche se aveva ancora una grave insufficienza renale, che si risolse senza bisogno di cure nel giro di due mesi.
L’inchiesta diocesana sull’asserito miracolo venne quindi aperta il 15 giugno 2005 e conclusa il 7 febbraio 2006; venne convalidata il 10 novembre 2006. Il 20 dicembre 2007 la Consulta medica dichiarò che l’accaduto non poteva essere spiegato scientificamente. Quattro anni dopo, il 2 luglio 2011, i consultori teologi pronunciarono il loro parere positivo, confermato dai cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi il 18 ottobre 2011. 
Dopo un mese, il 19 dicembre, papa Benedetto XVI ha concesso di promulgare il decreto con cui Estêvão Figueiredo De Paula Pessoa era dichiarato miracolato per intercessione del Beato Giovanni Battista Piamarta. Lo stesso Pontefice ha quindi presieduto l’Eucaristia con il rito di canonizzazione il 21 ottobre 2012, ancora in piazza San Pietro a Roma.


Il carisma di padre Piamarta oggi

Dopo la morte di san Giovanni Battista Piamarta, i suoi collaboratori della Pia Società della Sacra Famiglia ne continuarono l’opera, aprendo nuove comunità a Siena, Latina, Roma e Milano. Nel 1939, con l’approvazione pontificia, la Pia Società ha cambiato nome e tipologia, diventando la Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth. L’espansione all’estero è iniziata nel 1957, con la missione in Brasile. Oggi i padri Piamartini, come sono popolarmente noti, sono diffusi anche in Cile, Angola e Mozambico. 
Le suore Povere Serve del Signore della Pia Società della Sacra Famiglia di Nazareth, invece, ebbero dal 1917 vita autonoma, pur restando legate al ramo maschile; nel 1924 mutarono denominazione in Umili Serve del Signore. Madre Elisa Baldo, loro cofondatrice, è Venerabile dal 2015.
Ai principi e agli insegnamenti di padre Piamarta si ispira anche il Movimento Secolare Piamartino.

25 Aprile               San Pietro di Betancur, terziario francescano

Ricorrenza:            25 Aprile
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   16 Marzo 1626
Anno della Morte: 25 Aprile 1667

Vilaflor, Isole Canarie, Spagna, 16 marzo 1626 - Antigua, Guatemala, 25 aprile 1667

Nacque a Vilaflor nell’isola di Tenerife, dell’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie, il 16 marzo 1626 da una nobile famiglia di origine normanna. Nel 1649 si trasferì nel Nuovo Mondo, prima all’Avana, nell’Isola di Cuba e poi nel 1651 a Guatemala dove condusse una vita austera, dedicandosi alle opere di carità e formandosi alla scuola dei gesuiti; l’anno successivo divenne Terziario Francescano, fondando l’Ospedale di Nostra Signora di Bethleem, con annessa scuola per i bimbi poveri. Nel 1658 fondava i Fratelli dell’Ordine di Betlemme, con la Regola del Terz’Ordine Francescano, chiamati Fratelli Betlemiti, per dare un futuro alla sua opera di assistenza. Continuò a fondare e costruire ospedali e Istituti di istruzione, ancora a Guatemala e in altre città dello Stato. La Comunità fu approvata il 2 maggio 1667, pochi giorni dopo la morte del fondatore, avvenuta il 25 aprile 1667. Il suo successore fratello Antonio della Croce, trasformò l’Istituzione laicale in una Famiglia religiosa, con voti solenni e sotto la Regola di S. Agostino, approvata poi il 26 marzo 1687 da papa Innocenzo XI. Il 30 luglio 2002 Papa Giovanni Paolo II lo ha canonizzato con una solenne celebrazione a Città del Guatemala.



Biografia:

San Pietro di San Giuseppe Betancur nacque in Vilaflor, Tenerife, isole Canarie, Spagna, il 16 marzo 1626, sulla base di documenti recentemente scoperti, e non nel 1619. La sua famiglia era povera, ma ricca di fede e di bontà. I genitori, Amador González di Betancur e Ana García, erano cristiani straor­dinari ed esemplari agli occhi dei loro cinque figli, dei quali Pietro era il mag­giore. Nella sua adolescenza pascolò le pecore nelle amene vallate fra « Las Cañadas del Teide » e « Il Medano », contemplando la natura e la grandezza di Dio, digiunando quattro volte la settimana, nutrendosi soltanto di pane e acqua, un'attitudine che conservò per tutta la vita. Dopo aver pensato di sposarsi, decise di vivere da solo ed esclusivamente per Dio ed i fratelli.
Il 18 settembre 1649 abbandonò la terra natale per dare la sua risposta incondizionata a Dio ed ai fratelli. Si trasferì nel Nuovo Mondo, dapprima all'Avana, nell'isola di Cuba. Qui si sentì perduto nel traffico della grande città coloniale. Aspettando l'occasione di continuare il viaggio, imparò il lavoro di tessitore nel lanificio di Gerolamo Suárez. Finalmente, il 18 febbraio 1651, varcava il ponte Matasanos per entrare nella fiorente città diSantiago de los Caballeros de Guatemala, dalla quale era stato misteriosamente attratto. « Qui voglio vivere e morire », esclamò toccando la terra dei suoi sogni dopo dicias­sette mesi di viaggio in mezzo a mille vicissitudini.
Era talmente sfinito a causa d'una malattia cosìcché il suo primo alloggio fu un ospedale, dove fu accolto in pericolo di vita, entrando così in un primo contatto con le sofferenze degli indiani. Guarito in modo straordinario, si stabilì in quella città, dandosi alle opere di carità e conducendo una vita austera. Lavorando per i poveri, conobbe la dura vita degli « Indios » e degli schiavi, la triste situazione di tanti poveri abbandonati, di infermi lasciati senza cura, di bambini vagabondi senza alcuna istruzione. In mezzo a quella gente sentì tutti i segni del dolore e del bisogno, e gli divenne sempre più chiaro perché fosse stato spinto a lasciare la casa e la patria: « essere povero e consacrarsi ai poveri, vivere e morire per loro ».
Abitava in una piccola stanzetta, che di giorno apriva ai bambini vagabondi per la città di Guatemala. Nel tempo libero dal lavoro si dedicava alla forma­zione cristiana dei bambini, ai quali impartiva anche le prime nozioni del sapere con un suo metodo tutto particolare: insegnare col canto, col gioco, con la danza. Organizzò la recita del rosario in processione, cantando, e la gente semplice vi aderì con entusiasmo. Con queste forme di insegnamento fu pre­cursore di metodi pedagogici che si sarebbero affermati secoli dopo. Le giornate erano riempite di lavoro, scuola, visita ai poveri ed agli ammalati, ai carcerati, mentre le notti erano soltanto per il Signore. Prolungava le veglie, s'imponeva penitenze, si caricava d'una croce e saliva verso la chiesa del Calvario vestito di sacco, conformandosi al suo Signore per salvare le anime col sacrificio.
Nel 1652, non essendo riuscito ad entrare nello stato ecclesiastico per non aver potuto studiare, divenne terziario francescano trascoloro che vestivano il saio del I° Ordine, ma senza cappuccio. Il suo amore creativo lo spinse a realizzare qualcosa di efficace e di duraturo. Scelse una piccola casetta di paglia come primo centro della sua grande opera di carità perché in Betlemme nacque, tra la paglia, Dio, che è caritá. Così, in quella casetta, la piccola « Betlem di Guatemala », nacque su altra paglia la carità di Dio.
Betlem fu per Pietro simbolo della suprema povertà di Dio fatto Uomo, povertà da Lui scelta in un servizio ai fratelli che non ammetteva riserve ne esclusioni. Nell'Incarnazione ogni uomo è divenuto fratello di Cristo, sua im­magine, in cui non esistono differenze di categorie, di classi e di colore. Tutti hanno lo stesso diritto al suo amore ed al suo servizio. Tutti, ma di preferenza i sacerdoti e gli studenti poveri tanto spesso dimenticati!
Da questa visione e convinzione di fede si formò « Betlem », con un ora­torio, una scuola per i bambini, un centro catechistico, un'infermeria ed una casa alloggio per studenti, forestieri, sacerdoti poveri e convalescenti, senza distin­zione di razze e di colore: la casetta, nominata « Nostra Signora di Betlemme », era aperta a tutti.
Tutto questo però non bastava a Pietro; era necessaria anche un'opera per i convalescenti dimessi dagli ospedali in condizioni ancora precarie di salute, che rischiavano di essere poi stroncati dalla morte per mancanza di cure adeguate. Bisognava costruire un ospedale per loro, l'« Ospedale di Betlem ». Pietro s'impe­gnò con ogni sforzo per realizzarlo e contribuì a costruirlo con le sue stesse mani, trasportando pesi, caricandosi il materiale sulle spalle, dirigendo il lavoro; e, intanto, aveva avviato la pratica per ottenere dalla Corte di Spagna l'autorizzazione per la fondazione di questo ospedale per convalescenti, che doveva essere di tanto beneficio pubblico. Sorse, così, il primo Convalescenziario del mondo.
L'opera richiese, però, anche il suo prezzo, la salute di Pietro. Egli l'aveva consumata nella costruzione, donandosi sempre senza badare a se stesso. In questa situazione lo preoccupò una sola cosa: dare continuità all'opera per sempre.
Altri terziari appoggiavano il suo lavoro e lo seguivano nella preghiera e nell'insieme delle sue attività. La vita comunitaria prendeva sempre più forma e, quando Pietro compilò un regolamento, questo fu adottato anche alle zelanti donne che lo aiutavano nell'educazione dei bambini. Sorse così quella che più tardi prenderà uno sviluppo più ampio: la Congregazione dei Betlemiti e delle Betlemite fondata nel 1653, per assicurare un avvenire alla sua opera « Betlem », con la festa di Natale come punto di partenza della salvezza.
Così, nella notte di Natale, la sua anima esplose in manifestazioni di incon­tenibile felicità. Al primo cenno del canto «Et verbum caro factum est», nel con­vento di San Francesco, Pietro iniziò una danza che commosse i presenti fino alle lacrime, perché percepivano la tenerezza dei versi da lui stesso composti e cantati. Dopo aver esortato i religiosi a manifestarsi felici per il dono della salvezza portatoci da Cristo, egli si inginocchiò davanti all'altare e vi rimase estatico fino al termine della liturgia, che durò circa due ore.
Ai suoi religiosi lasciò in eredità l'originale sua iniziativa di celebrare le Quarantore del Natale a partire dalla mezzanotte, esponendo ilSantissimo Sacramento sotto un tronetto di paglia nell'ora in cui nacque il figlio di Dio. Volendo mostrare come egli vedeva il piano della Redenzione, diede inoltre prova della sua venerazione della Madonna, la cui Immacolata Concezione affermö con una dichiarazione di fede scritta col proprio sangue.
Dopo tanto impegno le sue forze fisiche diminuivano sempre di più. Una malattia improvvisa manifestò una realtà che conosceva da tempo, avendola prevista con precisione del tempo. Scrisse un testamento, lasciando linee diret­trici per la sopravvivenza della sua opera. In extremis raccomandò al suo succes­sore Rodrigo de la Cruz ed a tutte le sorelle ed ai fratelli delle sue comunità la virtù cardinale che egli aveva attinto dalla contemplazione del mistero del Verbo Incarnato in Betlem: l'umiltà.
Giunto alla morte, tutti volevano vederlo e salutarlo un'ultima volta. Ma egli preferì passare gli ultimi momenti della sua vita con i suoi confessori: « Quando questi lo lasciavano, egli si ritirava nell'intimo della sua anima, e talmente concentrato nel contatto con Dio, che, fissi gli occhi in cielo, rimaneva come trasportato in un dolce sonno e sospeso in amorosa estasi ».
Munito degli ultimi sacramenti, morì a Guatemala lunedì, il 25 aprile 1667, dopo quindici anni di attività in Guatemala e a 41 anni di età, in concetto di santità. Fu necessario subito difendere la salma dall'assalto di quanti volevano una reliquia. Dopo alcuni giorni furono celebrati i funerali alla presenza di tutte le autorità civili e religiose e con un concorso di fedeli mai visto fin allora.
Inoltre, il 2 maggio 1667, la comunità venne approvata dal re, nella sua norma di vita che seguiva le regole del Terz'Ordine di San Francesco, con le modifiche che Pietro aveva lasciato al suo successore. Questi, fra Antonio della Croce, trasformò l'Istituto in una famiglia religiosa con voti solenni, sotto la regola di Sant'Agostino. Innocenzo XI concesse la sua approvazione il 26 marzo 1687 e Clemente XI, nel 1707, le concesse i privilegi degli Ordini men­dicanti e dei Chierici Regolari.
La tomba di Pietro si trova nella chiesa di San Francisco el Grande ad Antigua Guatemala, Guatemala.
Il 30 luglio 2002 Pietro di San Giuseppe di Betancur è stato proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II a Città del Guatemala, dopo che l'aveva beatificato e dichiarato apostolo del Guatemala il 22 giugno 1980.

28 Aprile               San Lucchese

Ricorrenza:            28 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1180/1182
Anno della Morte: 28 Aprile ante1251

Beato Lucchese (Gaggiano, 1180/1182; † Poggibonsi, 28 aprile ante 1251) è stato un terziario francescano italiano. Patrono della città di Poggibonsi, è venerato come santo; fu forse il primo terziario francescano.



Biografia:

Nato a Gaggiano, piccolo borgo sulla strada che da Poggibonsi porta a Castellina in Chianti, Lucchese o Lucchesio aveva tentato in giovane età la carriera delle armi.

Uomo d'armi e commerciante

A capo di una fazione guelfa, si impegnò in prima persona nelle lotte che agitavano la Toscana, fino a quando in seguito ad una sconfitta si vide costretto a fuggire e cercare rifugio altrove.

Trasferitosi a Poggibonsi (che in quel periodo con il nome di Poggiobonizio stava godendo di una sorta di "boom economico" medioevale) e abbandonata la carriera militare finì col prendere in moglie la nobile Bona, figlia di Bencivenni de' Segni, comunemente chiamata Buonadonna Segni ed avviare una florida attività commerciale.

Secondo la tradizione, Lucchese diventò in breve tempo, oltre che uno dei più ricchi e potenti mercanti della Toscana, anche un uomo avaro; Buonadonna, la moglie al quale probabilmente doveva gran parte della sua fortuna, non si mostrò diversa.

L'incontro con san Francesco

Col passare degli anni, Lucchese, ormai indurito nell'avarizia, si avvicinò alla religione cominciando a prendere molto sul serio i doveri di cristiano, diversamente da quando, nel 1221, passò da Poggibonsi Francesco d'Assisi. Lucchese lo aveva già conosciuto come il figlio del suo collega Pietro di Bernardone, mercante di lana ad Assisi, ma ora i seguaci di Francesco aumentavano, e anche Lucchese e Buonadonna, che lo ospitavano nella loro casa, ne furono conquistati.

Sempre secondo la tradizione, furono proprio i due sposi a chiedergli una regola come egli aveva già dato ai frati e alle suore di santa Chiara. Una norma di vita cristiana e francescana, con la quale anche potessero vivere nella consacrazione al loro Dio.

Francesco pensava già da tempo ad una istituzione che raggruppasse sotto una regola di vita, anche i laici, che si sposavano e lavoravano, e non potevano quindi seguire completamente i tre voti francescani di castità, obbedienza e povertà e la richiesta dei due sposi di Poggibonsi lo spinse ad attuare quella idea. Intanto fece indossare a Lucchese e a Buonadonna un saio simile a quello dei frati, cinto alla vita con una corda annodata. Più tardi, inviò loro la Regola del cosiddetto Terz'ordine francescano, che verrà poi definita "Midolla del Santo Evangelo".

La tradizione secondo la quale i due furono i primissimi terziari francescani non è sicura, però sembra trovare conferma in una pala d'altare di Filippino Lippi che dalla Chiesa francescana di San Salvatore a Firenze finì alla National Gallery di Washington: vi compaiono, attorno a Francesco d'Assisi, i Santi "terziari" Luigi IXre di Francia, Sant'Elisabetta d'Ungheria e i Beati Lucchese e Buonadonna.

La canonizzazione

Certamente essi furono i primi a raggiungere la "gloria degli altari", visto che a Poggibonsi il culto di Lucchese e di Buonadonna ebbe inizio subito dopo la loro morte e che la basilica che gli stessi sposi avevano contribuito a costruire, dando fondo agli ultimi loro capitali, consacrata in un primo momento a Francesco d'Assisi, fu poi subito dedicata a Lucchese: la morte secondo la tradizione colse i coniugi lo stesso giorno, prima del 1251, anno in cui la tomba di san Lucchese viene ricordata in un documento.

30 Aprile               San Giuseppe Benedetto Cottolengo, terziario

Ricorrenza:            30 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   3 Maggio 1786
Anno della Morte: 30 Aprile 1842

Bra, Cuneo, 3 maggio 1786 – Chieri, Torino, 30 aprile 1842

Portato fin da piccolo verso i bisognosi, divenuto sacerdote a Torino, aprì nella regione di Valdocco le Piccole Case della Divina Provvidenza, prima per i malati rifiutati da tutti, poi per “famiglie“ di handicappati, orfani, ragazze in pericolo e invalidi.Le Piccole Case , oltre a dare rifugio e assistenza materiale, tendevano a costruire una identità umana e cristiana nelle persone completamente emarginate. Con Giuseppe nacquero i preti della Santissima Trinità, varie famiglie di suore, i fratelli di S. Vincenzo, il seminario dei Tommasini. Apostolo, asceta, penitente, mistico, devotissimo alla Madonna, egli portò nelle sue case una vita spirituale intensa. Fu formatore di vita religiosa e precursore dell’assistenza ospedaliera.



Biografia:

Giuseppe Benedetto Cottolengonacque a Bra (Cuneo) il 3 maggio 1786, primogenito di dodici fratelli, da un modesto esattore del pubblico erario. Dalla mamma ereditò quel tenero amore per i poveri e i malati che lo contraddistinse per l’intera vita. Quando il figlio aveva cinque anni ella lo sorprese a misurare le pareti di una stanza, che egli già sognava di poter riempire di letti per i sofferenti non appena ne avesse avute le possibilità. Crebbe con una corporatura assai gracile ed a scuola, dove assolutamente non eccelleva, solo dopo una novena a San Tommaso d’Aquino poté divenire uno dei primi della classe. All’età di soli dieci anni Giuseppe si propose di vivere alla presenza di Dio e di farsi santo. Trasportato da un innato fervore religioso, di giorno era solito animare la casa con i canti imparati in parrocchia ed alla sera, al suono di un ferro di cucina, richiamava i familiari a pregare dinanzi al quadro della Vergine Maria.
Già terziario francescano, il 2 ottobre 1802 il Cottolengo ricevette la veste talare dalle mani del parroco. Nel 1805 entrò nel seminario di Asti, che però dopo due anni fu chiuso ed il santo fu costretto a continuare in famiglia gli studi sino all’ordinazione presbiterale che gli fu conferita l’8 giugno 1811. Rendendosi conto della deficienza degli studi teologici condotti, in particolare in occasione delle confessioni a Bra ed a Corneliano d’Alba, dove era stato inviato come vicecurato, chiese con insistenza di poter integrare i suoi studi a Torino. Nel 1816 finalmente conseguì così il dottorato in teologia. Dopo aver svolto ancora per due anni il suo ministero nella terra natia, nel 1818 ricevette la nomina a canonico della basilica torinese del Corpus Domini, dove per nove anni profuse instancabilmente le sue forze, supplicando il sacrista di lasciare in pace i canonici più anziani: “Io sono giovane, diceva, chiamate me per ogni occorrenza. Che ci sto qui a fare se non mi occupo?”. Divenne così ben presto l’apostolo della confessione, il consolatore dei malati ed il soccorritore dei poveri. A questi ultimi donava tutto quanto gli fosse possibile: i compensi delle predicazioni, le elemosine delle Messe, i regali ricevuti dalla famiglia e le elargizioni dei bottegai. Per sollevare dalla miseria il più grande numero possibile di indigenti il Cottolengo persino d’inverno faceva economia nel proprio abbigliamento e nel riscaldamento. I torinesi del tempo presero a chiamarlo il “canonico buono”, ma il santo preferiva continuare a considerarsi un contadino di Bra incapace di tutto se non che di piantare cavoli.
Il Cottolengo percepiva però che quella non era veramente la sua vocazione ed ipotizzò di essere chiamato alla vita religiosa, ma il suo confessore Padre Fontana, oratoriano di San Filippo Neri, all’inizio del 1826 gli disse apertamente: “Voi non sarete né Filippino, né claustrale, ma un povero sacerdote di Torino, perché Dio vuole servirsi di voi per opere di sua gloria”. Dopo aver letto la vita di San Vincenzo de’ Paoli, il Cottolengo comprese allora che la sua vera strada era quella della carità. La definitiva vocazione gli fu svelata da un pietoso episodio nel settembre 1827, quando la famiglia Gonet, con tre bambini, transitante da Milano a Lione, aveva trovato ristoro in un’osteria della parrocchia del Corpus Domini. La moglie si disponeva già a ripartire, quando, colta da grave malore, morì assistita dal “Canonico buono” dopo essere stata respinta dall’ospedale dei tubercolotici poiché incinta e dall’ospizio di maternità in quanto malata. Il santo pensò allora di istituire un ricovero che potessero spalancare le porte ad ogni sorta di infelici. L’opera prese il via il 17 gennaio 1828 con quattro letti in alcune stanze affittate nella casa detta della Volta Rossa. Non mancò di trovare forte opposizione tra i confratelli ed i parenti, ma a tutti Padre Fontana ripeteva: “Lasciatelo fare”. I primi collaboratori furono il medico Lorenzo Granetti, il farmacista regio Paolo Anglesio e dodici visitatrici dei malati dette “Dame di Carità”, che riunì sotto la direzione della ricca vedova Marianna Nasi.
Quando a Torino nel 1831 scoppiò il colera, l’ospedaletto fu chiuso a causa del pericolo di contagi. Il Cottolengo, convinto che “i cavoli, perché prosperino, devono essere trapiantati”, comprò un casetta a Valdocco, proprio nella zona ove poco dopo sarebbe fiorite anche le opere fondate da Giulia di Barolo e San Giovanni Bosco, e vi si trasferì il 27 aprile 1832 con due suore ed un canceroso, adagiato su di un carretto trainato da un asinello. Queste furono le umilissime origini della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Il vasto terreno, con l’aiuto di parecchi benefattori e specialmente del Cavalier Ferrero, si costellò ben presto di vari ospedaletti, asili e orfanotrofi. L’unico valido mezzo per portare a compimento la grandiosa opera fu un’illimitata fiducia nella Provvidenza Divina, invocata con costante orazione, e nessuna diretta richiesta fu mai rivolta alla generosità dei torinesi o della corte. Per non far torto alla Provvidenza, il padre fondatore non volle saperne di contabilità o di rendiconti, profondamente convinto che “a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede”. Sulle sue labbra non risuonavano che espressioni del tipo “Avanti in Domino, Provvidenza e Deo gratis”.
Nel 1833 il re Carlo Alberto di Savoia eresse l’opera ad ente morale e nominò il Giuseppe Benedetto Cottolengo cavaliere dell’Ordine Mauriziano. Il santo accettò sentenziando: “Passino i doni ai miei poveri. Io ritengo la croce. Provvidenza e croce sono due cose che vanno unite”. Al termine dell’anno era già pronto un primo grande ospedale da 200 posti letto, al quale ne seguì un altro per tutti i soggetti rifiutati dalla società. Egli stesso riceveva i malati alla porta a capo scoperto, per affidarli alle suore dicendo: “Sono doni di Dio. Siano le vostre pietre preziose”. Al servizio di questa nascente cittadella della carità, il Cottolengo istituì nel 1833 le Suore Vincenzine; nel 1841 le Suore della Divina Pastora per curare la preparazione delle ricoverate ai sacramenti; nel 1839 le Suore Carmelitane Scalze dedite alla via contemplativa; nel 1840 le Suore del Suffragio per i lavori di cucito e le Suore Penitenti di Santa Taide per la conversione delle traviate; infine nel 1841 le Suore della Pietà per assistere i morenti. Era solito ripetere alle sue più strette collaboratrici: “Presenza di Dio, occhi bassi, testa alta, abitino al collo e rosario al fianco. Così, in mezzo ad un reggimento di soldati, sarete senza timore”. Per l’assistenza ai malati di sesso maschile istituì i “Fratelli di San Vincenzo”, per l’amministrazione dei sacramenti i “Sacerdoti della Santissima Trinità”, nonché il reparto giovanile dei “Tommasini”, cioè seminaristi aspiranti al sacerdozio. A tutti ripeteva spesso: “Non lasciatemi mai, a qualunque costo, la comunione quotidiana! Ciò che tiene in piedi la Piccola Casa sono le preghiere e la comunione”. Infatti, quando era a corto di viveri o di soldi, il santo era solito inginocchiarsi ai piedi della Vergine ed ottenere così infallibilmente tutto quanto gli occorreva.
Gregorio XVI con un breve approvò l’operato del Cottolengo, ma il padre dei poveri non si montò la testa e continuò ad essere l’umile servo della Divina Provvidenza, sempre pronto a giocare con i più idioti, a trasportare fasci di legna o ceste di verdure, a fare le pulizie calzando zoccoli di legno e rivestito di una vecchia tonaca, restando nella sua ferma convinzione di essere soltanto un contadino capace di piantare cavoli. Eppure Dio gli aveva addirittura concesso il dono di leggere nei cuori altrui, di prevedere il futuro e di conoscere anche le circostanze della propria morte. Nel febbraio 1842 il santo passò diverse settimane a sbrigare affari che non parevano urgenti, dopodichè visitò tutte le case che aveva fondato ed ovunque lasciò chiaramente intendere che quello era il suo ultimo addio. “Pregate per me, che sono alla fine dei miei giorni. Vi benedico per l’ultima volta. Ora non posso più nulla per la Piccola Casa, ma giunto in cielo pregherò e continuerò ad essere il vostro padre, e voi ricordate le parole che vi disse questo povero vecchio”. Il 21 aprile 1842 affidò al Canonico Luigi Anglesio la direzione della sua opera per potersi ritirare presso il fratello, canonico nella collegiata di Chieri. In tale città morì santamente il 30 aprile 1842 nel letto che dodici ani prima si era fatto preparare, dopo aver esclamato: “Mi sono rallegrato perché mi è stato detto: Andiamo nella casa del Signore”. Il re Carlo Alberto, saputo della sua dipartita, rimpianse la perdita del grande amico. Giuseppe Benedetto Cottolengo fu sepolto a Torino nella Piccola Casa, in una cappella della chiesa principale, dove riposa ancora oggi. In seguito ai numerosi miracoli verificatisi per sua intercessione, il pontefice Benedetto XV lo beatificò il 28 aprile 1917 e Pio XI infine lo canonizzò il 19 marzo 1934. Oltre alla commemorazione nel Martyrologium Romanum, calendario ufficiale della Chiesa Cattolica, il santo Cottolengo per le sue peculiari opere caritatevoli ha meritato di essere citato nella prima lettera enciclica del papa Benedetto XVI “Deus caritas est”.

30 Aprile               Beato Benedetto da Urbino

Ricorrenza:            30 Aprile
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 Settembre 1560
Anno della Morte: 30 Aprile 1625

Beato Benedetto da Urbino, al secolo Marco Passionei (Urbino, 13 settembre 1560;             
† Fossombrone, 30 aprile 1625) è stato un religioso e presbitero italiano.



Biografia:

Il conte Marco Passionei, che da religioso prenderà il nome di Benedetto da Urbino, nacque a Urbino (PU) il 13 settembre 1560 da Domenico Passionei e Maddalena Cibo, settimo degli undici figli della nobile famiglia. La notizia della nascita non risulta da documenti ufficiali, ma ci viene fornita direttamente dal padre Domenico, in un suo libro di memorie.

Al momento del battesimo gli venne imposto il nome Marco per rinnovare quello del suo parente Marco Vigerio della Rovere, vescovo di Senigallia.

Giovanissimo, restò orfano di entrambi i genitori e per alcuni anni Marco, i suoi fratelli e le tre sorelle, dimorarono presso uno zio di Cagli (PU).

Nel 1577 iniziò gli studi di legge e filosofia presso l'Università di Perugia per poi trasferirsi a Padova dove si laureò il 28 maggio 1582.

Per alcuni anni soggiornò a Roma alla corte del Cardinale Girolamo Albani, ma l’esperienza venne giudicata da Marco negativamente e si trasferì a Gubbio, ospite di Ippolito Conventini, dove si dilettò nella lettura e nella composizione di opere in prosa e in versi.

Rientrato a Fossombrone frequentò assiduamente il Convento dei Cappuccini e in più di una occasione chiese di esserne accolto, senza, però, che il suo desiderio fosse dai frati esaudito a causa della sua salute malferma e della delicata costituzione. Solo dopo l'intervento del padre Provinciale dell’Ordine Cappuccino, Padre Giacomo da Pietrarubbia, Marco, potrà entrare nel convento di Santa Cristina di Fano in cui, sotto la direzione del guardiano e maestro Padre Bonaventura da Sorrento, prese il nome di Fra Benedetto da Urbino.

La vita austera e la faticosa penitenza a cui si sottopose, lo costrinsero ad interrompere il noviziato e a trascorrere un breve periodo di tempo nel Convento di Fossombrone.

Rientrato a Fano, il 30 aprile 1585 fece testamento lasciando buona parte dei suoi averi ai poveri. In un giorno imprecisato dello stesso anno emise la professione religiosa. Il suo impegno ascetico e la sua dedizione verso i poveri e i più bisognosi caratterizzarono tutta la sua vita.

Fino al 1600, anno in cui partì per la Germania, Fra Benedetto svolse il suo servizio in varie località del pesarese e delle Marche. Nel 1601 si trovava a Vienna dove soggiornò per circa due anni.

Nel 1602 si trovò a Fossombrone per poi spostarsi in varie altre località: Fano, Jesi, Fermignano, Pesaro, Cagli, Genova, Camerino, Castel Durante. Nei luoghi in cui si recò per svolgere il suo ministero pastorale venne considerato unanimemente un "vero servo di Dio", e la sua fama di santità aumentò con il passare degli anni.

Nella quaresima del 1625, trovandosi a predicare a Sassoferrato, lo stato di salute si aggravò notevolmente al punto da farlo trasferire prima al convento di Urbino e poi in quello di Fossombrone dove morì il 30 aprile 1625. La sera del 1° maggio se ne celebrarono le esequie nel Convento Colle dei Santi dei Cappuccini di Fossombrone.

Culto

Quando Gabriele da Modigliana e Bonaventura da Imola scrissero il Leggendario cappuccino con la Vita di Benedetto Passionei da Urbino (1560-1625), pubblicato nella seconda metà del XVIII secolo, il corpo del beato non era stato ancora ritrovato. I frati, due secoli prima, in obbedienza alla Chiesa che vietava il culto pubblico ai Servi di Dio non ancora beatificati, avevano segretamente cambiato il luogo della sua sepoltura, sempre affollato di pellegrini. Il corpo venne identificato solo nel 1792. Per questo motivo, anche i processi canonici, ordinario e apostolico, iniziarono le loro procedure solo tra il 1793 e 1795 e successivamente dal 1838 al 1844. Le pratiche culminarono nel 1867 con la beatificazione da parte di Papa Pio IX.

Maggio

01 Maggio             Beato Vivaldo da San Gimignano, penitente francescano

Ricorrenza:            01 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1250
Anno della Morte: 1320

Presso Montaione in Toscana, beato Vivaldo da San Gimignano, eremita del Terz’Ordine di San Francesco, insigne per austerità di vita, pazienza e carità nella cura degli infermi. 



Biografia:

Vivaldo (Ubaldo) nacque a San Gimignano verso la metà del secolo XIII; fu discepolo e compagno del beato Bartolo da San Gimignano, terziario francescano dalla santa vita, ammalatosi di lebbra per 20 anni, Vivaldo l’assisté per molti anni, fino alla morte. 
Quindi si ritirò nel bosco di Camporena, presso Montaione, dove visse da eremita; un antico testo del secolo XVI dice che si scavò una cella nel cavo di un castagno dove a mala pena, poteva genuflettersi, per amore di Gesù Cristo perseverò nell’astinenza da tutte le cose, con digiuni, vigilie e orazioni e venuto il tempo, al primo di maggio Dio lo prese per gli eterni riposi. 
I Frati Minori costruirono un convento e varie cappelle sul luogo dell’eremo, ottenendo da papa Leone X nel 1516, una indulgenza particolare. 
Vivaldo è rappresentato sin dal secolo XVI con l’abito del penitente e secondo una tradizione dell’epoca, lo si dice membro del Terz’Ordine Francescano, come il beato Bartolo. 
Gli antichi libri “Compendium” dei Francescani, annotano all’anno 1300 la morte del beato Bartolo e quelli dal secolo XVII annotano al 1320 la morte del beato Vivaldo, con festa liturgica al 1° maggio. 
Il suo antico culto fu confermato da papa s. Pio X il 13 febbraio 1908.

02 Maggio             s.D. Giuseppina Comoglio, terziaria francescana

Ricorrenza:            02 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   17 Marzo 1847
Anno della Morte: 02 Maggio 1899

S. Vito, Torino, 17 marzo 1847 – Torino, 2 maggio 1899 




Biografia:

Nel centro storico di Torino vi è la parrocchia di S. Tommaso Apostolo, la cui prima costruzione risale al 1100 ca., grande centro di spiritualità francescana per l’annesso convento che per molti anni fu ‘Provincia Francescana’, è stata ed è inserita nel grande movimento spirituale che interessò specie nell’Ottocento e nel Novecento, la storica città di Torino e che produsse tante figure di altissima santità, operanti specie nel campo del sociale, tanto da meritarsi il titolo di “Città dei Santi”. 
Molti personaggi del secolo scorso attendono ancora il riconoscimento ufficiale della Chiesa della loro santità; alcuni di questi riposano nella suddetta Chiesa di S. Tommaso: le Serve di Dio Teresa e Giuseppina Comoglio, Lucia Bocchino Rajna, il servo di Dio Leopoldo Musso ed il venerabile Paolo Pio Perazzo. 
Le Serve di Dio Teresa e Giuseppina Comoglio, vissero sulla via della santità sin da bambine, figlie di Giuseppe Comoglio e della sua seconda moglie Rosa Perello, esse ebbero dai pii e devoti genitori, un’educazione cristiana, ereditando una grande devozione per il SS. Sacramento e per la Madonna. 
Il padre, giardiniere nelle ville signorili, rimase vedovo con una bambina di nome Giuseppina, poi morta a cinque anni, e sposò in seconde nozze Rosa Perello donna virtuosa, in seguito additata come “un modello delle donne cristiane”. 
I coniugi Comoglio ai quali era nata Teresa il 27 giugno 1843 a Piobesi, ebbero un’altra bimba (Agnese) che però morì a tre anni (la mortalità infantile era una piaga di quei tempi) e in seguito ancora un’altra bimba Giuseppina, nata il 17 marzo 1847 a S. Vito sulla collina torinese, alla quale fu dato il nome della sorellina morta. 
Papà Giuseppe riuscì a trovare un impiego come segretario in una fabbrica poco distante dal ‘Convitto Vedove-Nubili’, continuando comunque a fare il giardiniere, questo permise alla famiglia di spostarsi in via Monte dei Cappuccini 27; ma il 13 ottobre 1848 attaccato da una forte febbre e dopo due inutili salassi, il papà Giuseppe morì, lasciando solo Rosa con le piccole Teresa di 5 anni e Giuseppina di un anno. 
La povera vedova si trovò in miseria, svolgendo qualche umile compito nel Convitto su accennato, ma non mancò mai di dare alle figlie una profonda educazione religiosa, anzi fu protagonista di un piccolo prodigio, un giorno che non aveva i soldi per comprare il pane alle bambine, si fermò a pregare davanti alla Madonna del Pilone e lì trovò tra i sassi 3 monete e 40 centesimi, con cui poté comprare il pane. Per questo insegnò alle figlie a pregare spesso davanti a quel pilone e che in seguito diventò un punto di ritrovo di parecchi fedeli, per la recita del Rosario, al punto che i frati acconsentirono ad allargare la piazzetta antistante. 
Inoltre mamma Rosa conduceva spesso Teresa e Giuseppina alla Basilica del Corpus Domini per alimentare la loro devozione Eucaristica. Teresa la più grande, verso i 14 anni fu ammessa tra le Figlie di Maria della parrocchia della Gran Madre di Dio, seguita ben presto dalla sorella Giuseppina, progredendo quindi unite sulla via della perfezione; da allora si alzarono alle quattro e trenta del mattino per il canto delle lodi e per partecipare alla S. Messa, per poi cominciare il lavoro di fioraie, che svolgevano eccellentemente, specie Giuseppina, con i loro fiori di seta, oro e argento. 
Il precedente lavoro di modiste, fu da loro lasciato per la salute cagionevole di entrambe; invece fare le fioraie, permetteva di lavorare con indipendenza a casa e di avere tempo per le opere di carità. La vasta clientela era ammirata del loro lavoro, ma anche edificata dalla loro grande pietà, dalla pratica delle virtù cristiane e dallo spirito di preghiera che le animava. 
Con lo scopo di conseguire una più intensa perfezione cristiana, il 14 novembre 1883, vollero entrambe entrare nel Terz’Ordine Francescano, in seno al quale si sentirono sempre come suore, che pur non vivendo in forma claustrale, potevano però nell’ambito della propria casa dedicarsi all’apostolato in forma più agevole. In altre parti d’Italia le donne così votate, venivano chiamate “monache di casa”, sotto la guida di vicini conventi dei vari Ordini Religiosi. 
Intanto nella loro casa diventata come un monastero, si prese a venerare una statua della Madonna sotto il titolo della Gran Madre di Dio e un’oleografia del S. Cuore; sia la statua che il quadro, costituiranno il centro devozionale del loro amore per la Vergine e per il S. Cuore di Gesù. 
Il 1° novembre 1866 le due sorelle furono aggregate alla Fraternità di S. Tommaso, dov’era dirigente il venerabile Paolo Pio Perazzo, il ferroviere santo di Torino. 
Dopo la morte del padre, la famiglia aveva dovuto traslocare in vari posti, finché con l’interessamento del gesuita Enrico Vasco, loro direttore spirituale, furono sistemate nella casa parrocchiale di S. Massimo in Via dei Mille 28 secondo piano; si trattava di due stanzette semibuie ma comunicanti con una piccola tribuna prospiciente l’altare maggiore, ottima posizione per la visita diurna e notturna al SS. Sacramento; così s’intensificò in loro la devozione al S. Cuore “prigioniero d’Amore” nel Tabernacolo. 
Nonostante le loro numerose istanze all’arcivescovo di Torino, per fare rimanere aperte le chiese durante il giorno e per indire celebrazioni riparatrici al S. Cuore, esse però non riuscirono nell’intento. In questo periodo conobbero Paolo Pio Perazzo, il quale anch’egli innamorato dell’Eucaristia, recepì i loro desideri e le affiancò nell’opera di fondazione dell’Arciconfraternita dell’Adorazione Quotidiana Universale Perpetua, divenendone il maggiore propagatore, l’Associazione aveva due intenzioni, “risarcire” Cristo delle offese ricevute e “placare” la Divina giustizia. 
L’Opera dell’Adorazione cominciò nel 1870, superando vari ostacoli, come derisioni e ingiurie che piovevano loro addosso, venendo trattate anche da visionarie; fino al 1890 ebbe un carattere privato con una ristretta cerchia di circa duemila aderenti, con sede primaria nella Chiesa di S. Tommaso di Torino. 
Nel 1891 Teresa Comoglio si offerse vittima al Signore per l’Opera dell’Adorazione, il Signore l’esaudì e fin dal maggio 1891 si mise a letto, colpita da violente contrazioni nel corpo, alquanto gibboso; la medicina poteva far ben poco e il 2 giugno 1891 Teresa a 47 anni, donava la sua anima a Dio. I funerali videro la partecipazione di un’immensa folla perché era considerata una santa. 
L’anno successivo 1892, l’arcivescovo di Torino, diede l’approvazione diocesana all’Opera dell’Adorazione; per concludere su Teresa Comoglio, bisogna aggiungere, che dietro suo desiderio, il medico curante dott. Bonelli, la sera seguente al suo decesso alle ore 22, estrasse dal corpo di Teresa il cuore e lo portò al laboratorio Riberio, consegnandolo al flebotomo Ballario. 
Questi dopo averlo esaminato attentamente, riscontrò una ferita al ventricolo destro, come da una pugnalata, la cui ferita era larga nove millimetri, presente sin dai 7-8 anni di età e portata da Teresa fino alla morte. Il cuore, immerso nella formalina, è posto in un loculo preparato nella sacrestia di S. Tommaso. 
Giuseppina Comoglio sopravvisse alla sorella otto anni, durante i quali dovette cambiare residenza andando a S. Donato, accolta con gioia dalle Figlie di Maria. Il resto della sua vita non fu facile, divenne oggetto di critiche, calunnie, pettegolezzi giornalistici circa la statua della Madonnina, che operava anche prodigi, poi con la preoccupazione del pagamento delle rate per la costruzione della nuova Casa delle Figlie di Maria, delle quali era stata nominata superiora. 
Anche lei come la sorella, fu oggetto di fenomeni mistici, come la mancata bruciatura delle mani su una candela accesa, e le estasi; il dottor Bonelli che aveva curato anche Teresa, annotava diligentemente i fenomeni; un consulto medico nel 1892 la dichiarò prossima alla morte, per le violente trafitture che sentiva al cuore, che si arrestava improvvisamente per poi riprendere a battere e invece visse ancora altri sette anni, sempre tormentata da intensi e dolorosi mali. 
Morì il 2 maggio 1899 a 52 anni anch’ella a Torino, l’autopsia effettuata da valenti medici non esitò a dichiarare la presenza reale di stimmate, benché invisibili. 
Fu sepolta nel sepolcro dove già riposavano la madre e la sorella Teresa; nel 1930 il 30 gennaio i resti delle due venerate sorelle furono poi trasportati in un apposito loculo posto nella Chiesa di S. Tommaso. 
La loro tomba, come pure quella del loro grande collaboratore e realizzatore, della comune “Adorazione Quotidiana Universale Perpetua” poi approvata dalla santa Sede nel 1911, sono meta di pellegrinaggio. Unite nella vita, unite nel sepolcro e si spera caso eccezionale nella storia della Chiesa moderna, unite nella gloria delle anime elette e beatificate. La loro causa congiunta fu introdotta nel 1941.

06 Maggio             Beata Guda (Iutta), penitente francescana

Ricorrenza:            06 Maggio
Nazionalità:          
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: 1252



Biografia:

07 Maggio             Beato Francesco Paleari, terziario francescano

Ricorrenza:            07 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   22 Ottobre 1863
Anno della Morte: 7 Maggio 1939

Pogliano Milanese, Milano, 22 ottobre 1863 – Torino, 7 maggio 1939

Educato in una famiglia autenticamente cristiana crebbe con un carattere sereno, gioioso e ben disposto verso tutti. L’8 gennaio 1877 entrò nel Seminario della Piccola Casa della Divina Provvidenza a Torino, fondata da San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Questo Seminario, posto sotto la protezione di San Tommaso d’Aquino e perciò detto “Famiglia dei Tommasini”, accoglieva aspiranti al sacerdozio privi di mezzi economici. Si iscrisse al Terz’Ordine Francescano fin dai primi anni del suo chiericato. Compiuti gli studi teologici con ottimi risultati, il 18 settembre 1886 fu ordinato sacerdote, a 23 anni, dal Card. Gaetano Alimonda, Arcivescovo di Torino. Don Francesco, fin da giovane, fu incaricato di insegnare latino e filosofia nel Seminario dei Tommasini, e poi anche ai Missionari della Consolata, fondati dal beato Giuseppe Allamanodi cui fu consigliere e collaboratore. Per più di 40 anni fu confessore e direttore spirituale del seminario diocesano e predicatore di esercizi spirituali. In tutto si mostrava animato dallo stesso spirito di carità del Santo Fondatore, che amava soccorrere ogni forma di povertà, materiale e spirituale, fidando in maniera sconfinata nella Divina Provvidenza. Nel 1922 fu nominato Canonico della Collegiata della SS. Trinità di Torino. Fu anche Provicario generale e Vicario per la Vita Consacrata dell’Arcidiocesi torinese. Gli ultimi tre anni della sua vita furono segnati dalla malattia che però non gli impedì di esercitare la sua missione di confessore. Proclamato Beto il 17 settembre 2011, la su memoria liturgica è celebrata il 18 settembre.


Biografia:

Francesco Paleari nacque a Pogliano Milanese (MI) il 22 ottobre 1863, i suoi genitori Angelo Paleari e Serafina Oldani erano poveri contadini, ma nella loro famiglia non mancava la serenità e tanta fiducia in Dio e si lavorava sodo per crescere i cinque figli rimasti degli otto nati; la mortalità infantile dell’epoca mieteva vittime in quasi tutte le famiglie.
Crebbe sereno, gioioso e ben disposto verso tutti i compagni in ogni occasione, tanto che a detta di qualcuno di loro, era impossibile litigare con lui; Franceschino non crebbe molto di statura e resterà sempre piuttosto piccolo ed esile nel fisico. 
Il parroco di Pogliano scorse in lui tutti i segni di una buona vocazione sacerdotale e per superare le difficoltà economiche della famiglia, che erano un ostacolo alla sua entrata in Seminario, scrisse a Torino alla ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’, fondata da s. Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), dove il santo fondatore oltre ad accogliere fra le sue mura persone affette da ogni miseria umana, intese di dare aiuto anche nelle necessità spirituali, spesso altrettanto gravi.
Pertanto aveva istituito anche un piccolo Seminario, dove le rette erano puramente simboliche, per poter studiare e diventare sacerdote dello stesso Istituto, oppure in completa libertà passare fra il clero diocesano.
Il primo successore del Cottolengo, padre Anglesio rispose favorevolmente per l’ammissione di Franceschino Paleari fra gli aspiranti detti “Tommasini”.
Superate le normali difficoltà derivanti dalla nostalgia dei familiari e della sua casa, dall’incertezza di aver scelto la strada giusta, Francesco Paleari si ambientò ottimamente e vivendo con mitezza, scrupolo, zelo nello studio, impegno formativo del suo carattere e della sua vocazione, compì tutti gli studi necessari, venendo ordinato sacerdote il 18 settembre 1886 a 23 anni.
Durante il lungo corso di studi era stato continuamente in contatto con la triste realtà degli ospiti della ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’, poi chiamata “il Cottolengo di Torino”, solo chi era disposto a soffrire per gli altri con quasi nessuna soddisfazione personale, poteva restare a lavorare nella grande Istituzione e il giovane Francesco Paleari era uno di questi e decise di rimanere.
Dopo 53 anni, alla sua morte fu detto di lui: “Don Paleari fu solo e sempre Sacerdote!”. La celebrazione della sua Messa era una mezz’ora di Paradiso per lui e per i presenti, tale era l’intensità spirituale, di fervore e di fede del ‘Piccolo Prete del Cottolengo’.
Il giovane sacerdote fu incaricato d’insegnare il latino fra gli allievi cottolenghini e l’insegnamento per molti anni lo vedrà sempre Maestro diligente, preparato, paziente e persuasivo con il suo sorriso, non solo al Cottolengo, ma anche fra i Missionari della Consolata, fondati dal beato Giuseppe Allamano (1851-1926).
Cambiò materia e testi d’insegnamento, cambiarono per età e intelligenza i suoi allievi, ma lui restò fino alla maturità il Maestro di filosofia di tante figure celebri per la loro riuscita, ma anche di tanti timidi allievi che si fermarono prima.
Poi dalla Diocesi di Torino arrivarono sempre più spesso le richieste per incarichi al Piccolo Prete del Cottolengo. Per più di 40 anni fu confessore e direttore spirituale del Seminario diocesano, predicatore di Esercizi al Clero, a Religiose e ad ogni ceto di persone; Provicario dell’Arcidiocesi torinese, canonico del “Corpus Domini” dal 1922.
Quanti l’avvicinavano, non finivano di stupirsi della mole incredibile di lavoro, che con una calma veramente inalterabile riusciva a smaltire. Accettava incarichi, lavori ingrati, impegni straordinari, a volte pesi eccessivi per le sue spalle e tutto con la semplicità di un “servizio dovuto”, quasi scusandosi di non fare di più.
Nel 1936 ebbe frequenti crisi cardiache, che lo costrinsero ad una inattività assoluta, inchiodato alla sua Croce dalla malattia, fu un martirio del cuore e la lenta agonia della sua lucida e viva mente.
Con le lacrime agli occhi diceva a chi lo avvicinava: “Noi dobbiamo essere nelle mani di Dio, come una palla nelle mani di un bambino che gioca. Quanto più forte la palla viene buttata a terra, tanto più rimbalza in alto!”. 
I superiori tentarono di farlo migliorare facendolo soggiornare a Celle Ligure nella colonia marina, ma inutilmente, quando fu riportato a Torino alla Piccola Casa della Provvidenza, la sua stanzetta d’ammalato diventò quasi una cappella, con la semplicità di un fanciullo continuava ad ubbidire a tutti.
Dopo un’agonia di alcuni giorni morì il 7 maggio 1939, dopo tre anni di sofferenza e di lento spegnersi della sua grande vitalità; i funerali , come d’uso nella Piccola Casa dove ogni giorno la morte faceva il suo lavoro, dovevano essere estremamente semplici, perché lì non si facevano distinzioni dal Superiore Generale all’ultimo dei ricoverati e così doveva essere per il piccolo Prete anche se monsignore, canonico e con altri meritati titoli.
Ma la voce si diffuse per Torino e man mano affluirono tanti suoi allievi, monsignori, vescovi, sacerdoti, popolo, professionisti, giovani, tanti poveri, ognuno volle rendere omaggio al piccolo emulo del suo Fondatore del quale aveva anche nel viso una forte somiglianza.
I funerali furono un vero trionfo; per la fama di santità che l’accompagnò anche dopo morto, la sua salma il 6 maggio 1946, fu traslata dal cimitero di Torino alla Chiesa del Cottolengo e tumulata non lontno dal fondatore San Giuseppe Benedetto Cottolengo.
La Causa di Beatificazione, iniziata l'11 giugno 1947, fu affidata nel 1980 a P. Antonio Cairoli, Postulatore generale OFM. Il 6 aprile 1998 don Francesco è stato dichiarato venerabile dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) e il 10 dicembre 2010 fu promulgato il decreto che riconosce la guarigione miracolosa ottenuta per sua intercessione. Don Francesco Paleari è stato beatificato il 17 settembre 2011 nella Chiesa della Piccola Casa della Divina Provvidenza a Torino; il rito è stato presieduto, in rappresentanza di Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger, 2005-2013), da S. Em. Angelo Card. Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. La sua salma è stata ricollocata nella cappella di fronte a quella del Santo Cottolengo.
Piace concludere questa piccola scheda riportando alcune massime di don Francesco Paleari:
“La Croce prima è amarissima, poi amara, poi dolce e infine rapisce in estasi”.
“Il Signore ci manda le sofferenze per tre P; per pena, per prova, per premio”.
“Prontezza nel cominciare, pazienza nel continuare, perseveranza nel terminare”.

08 Maggio             Sant'Amato Ronconi da Saludecio, penitente francescano

Ricorrenza:            08 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1225
Anno della Morte: 1300

Saludecio (Rimini), sec. XIII - † 1300 ca.

Amato Ronconi nacque a Saludecio da una ricca famiglia verso il 1225. Rimasto presto orfano, trascorse la sua giovinezza con la famiglia del fratello Giacomo. Deciso a vivere secondo il Vangelo si dedicò in un primo tempo all'accoglienza dei poveri e dei pellegrini costruendo per loro un ospizio sul Monte Orciale. Donate poi tutte le sue sostanze ai poveri si ritirò ad una vita di rigorosissima penitenza. Compì ben quattro pellegrinaggi alla tomba dell'apostolo Giacomo a Compostella. Morì nel 1292 all'età di sessantasei anni. Papa Pio VI ne confermò il culto nel 1776. Il 9 ottobre 2013 Papa Francesco ha riconosciuto le virtù eroiche del Beato Amato e lo ha infine canonizzato il 23 novembre 2014.


Biografia:

il beato Amato Ronconi  nacque da una ricca famiglia di Saludecio (nel Medioevo S. Lauditius) nella diocesi di Rimini e oggi nella nuova omonima provincia; si ignora la data della nascita, come del resto quello della morte. 
Rimasto orfano di entrambi i genitori, fu allevato dal fratello maggiore Girolamo, ma arrivato alla gioventù, subentrò per lui l’odio della cognata, perché aveva rifiutato un matrimonio che la parente gli aveva predisposto. 
Allora decise di abbandonare la famiglia e giunto presso il Monte Orciale, si mise a costruire un ospizio, dedicato alla Natività di Maria Vergine, per dare un letto ai poveri ed ai pellegrini; per sostenere questa lodevole opera e le necessità economiche annesse, Amato donò di nascosto il ricavato delle sue terre e perfino il guadagno, che riceveva con il suo lavoro di garzone presso altri agricoltori. 
La sua fu una vita di penitente, ogni giorno si flagellava e si nutriva di pochi legumi; ben presto venne considerato un pazzo dai suoi concittadini, ma particolarmente dalla cognata, più che mai infuriata, perché vedeva sciupare la proprietà, che poteva essere sua e del marito; quindi non esitò ad accusarlo di incesto alle Autorità. 
Secondo la ‘Vita’ scritta nel 1518, dall’umanista Sebastiano Serico, il quale in mancanza di documentazioni, poté riportare soltanto le tradizioni orali, tramandate nella sua famiglia, il Signore dimostrò l’innocenza e la santità di Amato Ronconi, con vari miracoli. 
Altri particolari sulla sua vita si apprendono dal suo testamento, pubblicato nel volume “Rimini nel secolo XIII”, edito nel 1862, dove si legge che: “l’onesto e religioso uomo, fratello Amato del Terz’Ordine del beato Francesco, proprietario e fondatore dell’Ospedale di S. Maria di Monte Orciale, presso il castello di Saludecio, fa solenne cessione di quell’ospedale e di tutte le sue proprietà ai Benedettini di S. Giuliano e di S. Gregorio in Conca di Rimini, chiedendo nel contempo, di venire sepolto nella cappella dello stesso ospedale”. 
Il testamento porta la data del 10 gennaio 1292 ed è l’unico documento che attesta in quale secolo sia vissuto Amato Ronconi. Qualche anno dopo (1300 ca.), era già morto quindi negli ultimi anni del secolo XIII, ed era già venerato con il titolo di beato, perché in un documento datato 26 maggio 1304, il legato pontificio cardinale Francesco di S. Eusebio, confermava quella donazione, scrivendo al monaco Salvo “priore dell’ospedale del beato Amato” e concedeva un’indulgenza a chi visitasse il sepolcro del beato. 
La cappella dell’ospedale, dove secondo il suo desiderio, riposava il suo corpo, fu danneggiata da un incendio scoppiato nel maggio 1330; allora le reliquie vennero traslate nella Pieve di S. Biagio, i cui massari del Castello, vennero autorizzati dall’abate Pietro, a custodirle nella loro Pieve a titolo di deposito. 
Il suo culto fu confermato da papa Pio VI con il titolo di beato, il 17 aprile 1776; a Saludecio vi è un santuario dedicato alla sua memoria; la sua festa religiosa è riportata nella recente edizione del ‘Martyrologium Romanum’ all’8 maggio.

09 Maggio             Beata Eulalia Gómez, terziaria francescana 

Ricorrenza:            09 Maggio
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: +1580






Biografia:


10 Maggio             Beato Miro Paredi da Canzo, terziario francescano

Ricorrenza:            10 Maggio
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   1236
Anno della Morte: 1300

Canzo, 1236(?) – Sorico, circa 1300

è stato un eremita e pellegrino, venerato come santo della Chiesa cattolica nella regione del Lago di Como. Il suo culto fu particolarmente prospero tra il Cinquecento e il Settecento, diffondendosi in tutto il territorio del Ducato di Milano come "patrono della pioggia".



Biografia:

Nato da Erasmo Paredi da Canzo e da Drusiana di Prata Camportaccio in Valchiavenna, fu chiamato Miro (da evento mirabile), in quanto i genitori lo avrebbero dato alla luce dopo aver superato i sessant'anni d'età. Costoro vivevano nella solitudine dei monti di Canzo, nell'alpeggio ora chiamato di Secondo Alpe e, come fecero i genitori di Giovanni Battista, avevano promesso di consacrare a Dio gli eventuali figli.

Raggiunti i sette anni, il padre lo affidò ad un eremita, il cui nome è ignoto. Lontano dai divertimenti propri dei giovani, il ragazzo crebbe nella preghiera, nello studio e nel lavoro. A dodici anni ricevette la prima comunione.

Il padre, alla sua morte, lasciò all'educatore del figlio i suoi averi col compito di conservarli in parte per la maggiore età del figlio e in parte per i poveri.

L'eremitaggio

Morto il padre, Miro si ritirò in eremitaggio una grotta, lungo il versante sinistro della Val Ravella, sotto i Corni di Canzo.

Gli anni passarono nella solitudine e nella meditazione. A trentadue anni vide morire il maestro e, sepoltolo, donò ai poveri tutti gli averi, lasciatigli dal padre, e la casa paterna. Continuò nel frattempo il suo eremitaggio, durante il quale veniva visitato dai concittadini, ai quali dava conforto e per i quali dedicava a Dio la sua vita spirituale.

Una leggenda devozionale narra che un giorno gli apparve in visione il maestro defunto invitandolo a recarsi nei posti in cui si veneravano le reliquie dei santi, in particolar modo a Roma alle tombe di Pietro e Paolo.

Dato l'addio a parenti e amici, partì col bordone da pellegrino.


Il pellegrinaggio a Roma

La grotta di san Miro. Canzo.Lungo il tragitto verso Roma si fermò a visitare i santuari più celebri, vivendo di elemosina, accompagnato da tre giovani, probabilmente orfani.

Una tradizione relativamente tarda, non presente nella Vita antica, colloca qui il presunto ingresso di San Miro nel Terz'Ordine Francescano, elemento chiaramente in contrasto con la sua tipologia di santità, come notato da medievisti come André Vauchez. Già gli Acta Sanctorum nel Settecento rifiutano con decisione questa improbabile ipotesi, dichiarando: Gratis dicitur a Tertio Ordine Sancti Francisci (= Infondatamente lo si dice appartenente al Terz'Ordine di san Francesco)[1]. Bisogna tuttavia ricordare che tanto l'eremo di San Miro quanto la chiesa a lui dedicata nel paese di Canzo vennero quasi subito popolate da una comunità di francescani, fatto questo che può aver facilitato l'identificazione del santo eremita con un tipo di consacrazione più conosciuto.

Il viaggio durò un anno. A Roma Miro si recò alle catacombe dei martiri e venerò le tombe di san Pietro e san Paolo. Venuto a sapere che sui monti vicini viveva Brigido da Colonna, si recò da lui. Incontratisi, Brigido lo invitò a restare e vivere con lui in penitenza, preghiera e nell'amor di Dio.

Padre Don Primo Luigi Tatti, dei Chierici regolari di Somasca, nei suoi Annali sacri della Città di Como (1734), osserva che la datazione della Vita al Quattrocento è impossibile, data la comprovata ricognizione delle ossa del santo a metà di quel secolo. Diversamente dal suo discepolo, padre Giuseppe Maria Stampa che, più fantasiosamente, identifica Brigido da Colonna nientemeno che con Santa Brigida di Svezia e colloca la vita del santo nel Trecento (datazione che ha avuto un certo successo devozionale anche grazie alla "francescanizzazione" postuma del personaggio), Padre Tatti, più prudentemente, colloca la vita del santo nel Duecento, secolo che anche agli occhi degli studiosi moderni è più verosimile per la tipologia di santità (eremiti erranti o selvaggi). Egli vede invece in "Brigido da Colonna eremita" un errore nel ricordo del nome da parte dell'anonimo scrittore della Vita o della tradizione orale, e ritiene probabile che si tratti invece di Egidio Colonna, non eremita ma eremitano, cioè appartenente all'Ordine di Sant'Agostino, probabilmente alloggiato temporaneamente in uno dei conventi di quell'Ordine poco fuori Roma[3]. Bisogna inoltre ricordare che anche i Padri Bollandistipropendevano per una datazione piuttosto antica di San Miro.

Sempre secondo la sua leggenda, una notte, durante la preghiera, apparve a Brigido un angelo dicendogli di riferire a Miro che il volere di Dio era che tornasse alla terra natale, facendo a ritroso lo stesso percorso. Miro partì subito. Discese la montagna, rivide Roma e tre fanciulli che l'avevano accompagnato, fu benedetto dal papa, quindi partì.

Dopo lungo cammino raggiunse San Giorgio di Lomellina. Qui, ospitato da un agricoltore, trovò una cittadina afflitta dalla lunga siccità. Miro, mosso a compassione, li fece digiunare e pregare con lui per ottenere la pioggia. Nella notte della seconda giornata gli sarebbe apparso Gesù con una grande croce che, mostrandogli le piaghe gli avrebbe detto che le sue preghiere erano state esaudite e che quindi avrebbe mandato abbondante pioggia. La domenica seguente venne un'abbondante pioggia che durò per cinque giorni. Lasciata San Giorgio e, rifiutata la veste che gli abitanti avrebbero voluto donargli, tornò a Canzo.


Di nuovo a Canzo

Ritornò ignoto e visse tale. Si tenne occulto, vivendo prima nella casa del curato e poi in una grotta di un monte vicino, luogo in cui sorge oggi l'Oratorio di San Miro, ed ove secondo la tradizione fece nascere una sorgente, l’acqua di san Miro. Pur vivendo in solitudine di tanto in tanto si recava in paese a compiere opere di bontà.

L'ultimo viaggio

Interno dell'oratorio di San Miro (Canzo) con affrescato il miracolo della traversata del lago.In una nuova visione Miro avrebbe avuto il comando da Dio di lasciare per sempre la terra natale: una notte gli apparve la Madonna col Bambino a compiacersi del suo servizio di Dio, rivelandogli la sua prossima e dolorosa morte e che le sue spoglie sarebbero state conservate sul confine del Lago di Como.

Prima della partenza si fece riconoscere dai suoi concittadini. Radunatili, parlò loro dell'apparizione a cui aveva assistito e chiese quale grazia volessero che lui ottenesse presso Dio per loro. Gli astanti ammutolirono. Solo un bambino, in braccio alla madre gridò: «Acqua, acqua, acqua». Miro annuì e partì.

Attraverso i monti lariani arrivò ad Onno, sulla riva del Lago di Como e si apprestò ad attraversare il lago. Chiese ad un barcaiolo, che si dirigeva a Mandello del Lario, di portarlo. Il barcaiolo, vedendo l'umiltà delle vesti di Miro, si rifiutò e cominciò ad attraversare. Secondo alcune memorie scritte successivamente alla morte, si sarebbe tolto il vestito e, postolo sull'acqua, vi sarebbe salito sopra raggiungendo la barca. Stupefatto e pentito, il barcaiolo lo invitò a salire. Miro rifiutato l'invito, grazie alla spinta favorevole del vento avrebbe raggiunto molto prima del barcaiolo l'altra riva.

Miro passò poi per Olcio, Lierna, Varenna, Bellano, Dervio e raggiunse Sorico dove fu preso da strazianti dolori. Ricordò la rivelazione di Maria e capì che quello era il posto dove sarebbe morto. Stabilì la sua dimora in un antro, detto poi "Grotta di san Miro" (qui sorge oggi la chiesa di San Michele Arcangelo)

I dolori, sempre più forti, lo portarono alla morte. Padre Giuseppe Maria Stampa, autore nel Settecento degli Atti del beato Miro per conto della Diocesi di Como, ipotizza, con criteri ben poco rigorosi[4], che Miro sia morto a circa 45 anni, motivo per cui, ad esempio, nel 1981 fu celebrato a Canzo e a Sorico un solenne centenario. Tuttavia è possibile che Miro abbia raggiunto un'età più avanzata (65 anni?), data l'abitudine nelle raffigurazioni più antiche a rappresentarlo abbastanza anziano.


A seguito della sua morte venne eseguita un'arca in cui fu posta la salma. Nel frattempo nasceva una disputa tra gli abitanti nei pressi di Santo Stefano e quelli nei pressi di San Michele su chi dovesse conservare l'arca. Si narra che la disputa fu risolta osservando i corvi che svolazzavano di continuo a San Michele, trasportando trucioli dell'arca, ciò venne interpretato come un segno della volontà divina a favore di San Michele.

La salma oggi si trova sotto l'altare maggiore della chiesa di San Michele a Sorico, oggi detta chiesa di San Miro; mentre alcune reliquie sono conservate nella Cappella delle Reliquie della Chiesa Parrocchiale di Canzo.

Il culto

L'oratorio di San Miro, in Val Ravella
Il monogramma di San Miro inciso sulla sua tomba
La chiesa di San Miro a SoricoQuello che successe dopo la morte del frate è storia locale. I canzesi hanno sempre avuto una grandissima devozione per san Miro, devozione che ha portato a intitolare la chiesa succursale di Canzo, pensata per avervi un predicatore stabile, a Santa Maria e a San Miro. Anche quando l'insediamento della comunità francescana mutò la denominazione in chiesa di san Francesco, i canzesi continuarono a chiamarla San Mirètt. Nel 1660, poi, sul luogo di un precedente edificio sacro di più modeste dimensioni, lungo la Val Ravella, luogo di eremitaggio di Miro, una chiesa, l'oratorio di San Miro (San Miir), al cui interno si possono vedere raffigurati in affresco i principali episodi della sua vita.

Il secondo venerdì di maggio è celebrata la sua festa liturgica, secondo il Martyrologium Nocomiensis, redatto dal padre somasco Primo Luigi Tatti, il giorno di festa è fissato il 10 maggio ed il 21 maggio potrebbe essere l'anniversario della sua morte. A Canzo viene festeggiato la seconda domenica di maggio.

A Sorico, di cui è il santo protettore, vien festeggiato il 9 maggio, giorno di festività del paese.

La prima ricognizione delle sue reliquie avvenne il 10 settembre 1452, con il ritrovamento delle ossa nella cappella di S. Antonio della chiesa di San Michele (Sorico), il cui nome venne quindi cambiato in chiesa di San Miro. Nel 1491 venne organizzato un pellegrinaggioin onore del santo da Milano fino a Sorico. Altre ricognizioni delle reliquie seguirono nel 1837 e 1932.

Il suo culto fiorì soprattutto tra Cinquecento e Settecento, diffondendosi in tutta l'area del Ducato di Milano. Col passare del tempo, a causa della presenza sul luogo del suo eremitaggio di un convento francescano, si fece strada nell'immaginario di molti la persuasione che egli fosse stato un frate francescano, benché sui generis. Questa falsa opinione veniva già condannata nettamente dagli autorevoli Acta sanctorum e dallo storico Daniel Papebroch sul finire del Seicento. L'idea di una francescanità del beato Miro, forse incoraggiata dagli stessi francescani dell'epoca, si fondava in realtà su un errore storico che collocava Miro nel Quattrocento. In realtà, come suggeriscono gli Acta sanctorum, san Miro sarebbe vissuto molti secoli prima, in un periodo imprecisato tra il X e il XIV secolo. Oggi, gli studi di esperti come André Vauchez mostrano che la tipologia di santità di San Miro, data anche la sua collocazione geografica, trova il suo più verosimile contesto nel corso del Duecento[5]. Egli sarebbe dunque contemporaneo, ad esempio, di san Lucio di Cavargna, di sant'Euseo di Serravalle, del beato Martino da Pegli e di sant'Ugolina di Vercelli, tutti santi definiti dalla storiografia "erranti" o "selvaggi"[6].

11 Maggio             Sant'Ignazio da Làconi, religioso, I Ord.

Ricorrenza:            11 Maggio
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   17 Dicembre 1701
Anno della Morte: 11 Maggio 1781

Laconi, Nuoro, 17 dicembre 1701 - Cagliari, 11 maggio 1781

Devotissimo e dedito alla penitenza fin da giovane, indossò il saio francescano, nonostante la sua gracile costituzione, e fu dispensiere ed umile questuante nel convento di Iglesias e poi in altri conventi. Dopo quindici anni, fu richiamato a Cagliari nel convento del Buoncammino. Qui, lavorò nel lanificio e come questuante in città, svolgendo per quarant’anni il suo apostolato tra poveri e peccatori, aiutando e convertendo. La gente lo chiamava “Padre santo “ e anche un pastore protestante, cappellano del reggimento di fanteria tedesco, lo definì ‘un santo vivente’. Divenuto cieco due anni prima della morte, fu dispensato dalla questua ma continuò a osservare la Regola come i suoi confratelli.



Biografia:

Nacque a Laconi (Nuoro) il 17 dicembre 1701, secondo dei nove figli di Mattia Peis Cadello e di Anna Maria Sanna Casu, genitori poveri ma ricchi di fede; al battesimo gli fu imposto il nome di Vincenzo.
Crebbe timorato di Dio e ancora adolescente già praticava digiuni e mortificazioni; non frequentò scuole e non imparò mai a scrivere, ma andava ogni giorno a Messa e faceva il chierichetto; di poche parole parlava appena il dialetto sardo.
A diciotto anni si ammalò gravemente e fece voto di entrare fra i cappuccini se fosse guarito; ma una volta risanato non mantenne il voto; due anni dopo il suo cavallo si mise a correre sfrenatamente senza controllo ai bordi di un precipizio, improvvisamente si bloccò e Vincenzo fu salvo per la seconda volta, allora ricordò la promessa fatta.
Aveva 20 anni quando il 3 novembre 1721, Vincenzo Peis Cadello si presentò al convento dei cappuccini di Buoncammino a Cagliari, non fu accettato subito, visto il suo gracile fisico, ma poi con la mediazione del marchese di Laconi Gabriele Aymerich, poté entrarvi e indossare l’abito dei Cappuccini il 10 novembre 1721, prendendo il nome di fra’ Ignazio da Laconi. 
Dopo il prescritto anno di Noviziato, fu trasferito nel convento di Iglesias, dove fu dispensiere e nel contempo addetto alla questua nelle campagne del Sulcis.
Per quindici anni visse tra i conventi sardi di Domusnovas, Sanluri, Oristano e Quartu, poi fu richiamato al convento di Buoncammino di Cagliari e destinato al lanificio del convento, dove si confezionava il tessuto per i religiosi.
Nel 1741 a 40 anni venne impiegato come questuante nella città di Cagliari, considerato un compito di grande importanza e responsabilità.
Cagliari fu per 40 anni il campo del suo apostolato, svolto con efficacia e con tanto amore tra i poveri ed i peccatori; il cappuccino questuante è stato nei secoli, la figura umile e grande nello stesso tempo, che portava la realtà del chiuso dei conventi in mezzo alla gente, facendone sentire la presenza nella società borghese e popolare di allora.
Si chiedeva l’offerta per i bisogni del convento e per i poveri e spessissimo il questuante avendo instaurato un periodico contatto con le persone e con le famiglie, portava l’atteso consiglio, la Parola di Dio e interveniva con la preghiera e con la persuasione a districare situazioni scabrose.
Così fu l’opera di un altro grande santo questuante francescano, Egidio Maria di S. Giuseppe (1729-1812) che operò nella città di Napoli, quasi contemporaneamente ad Ignazio da Laconi.
Frate Ignazio fu venerato da tutti per lo splendore delle sue virtù e per i molti miracoli da lui operati; per la sua attenzione verso le necessità materiali dei poveri che indirizzava al convento, ma anche per quelle spirituali, la sua bontà fu strumento di riconciliazione e di conversione per molti peccatori.
Nel 1779 frate Ignazio divenuto cieco, venne dispensato dalla questua, ma per sua volontà volle continuare a partecipare alla vita comune dei frati, sottostando a tutte le regole e pratiche disciplinari, fino alla santa morte avvenuta a Cagliari l’11 maggio 1781 all’età di 80 anni; per due giorni una folla impressionante di popolo e persone importanti, sfilò davanti al feretro del cappuccino per rendergli omaggio.
In vita era stato dotato di evidenti carismi e la fama della sua santità era molto diffusa, dopo la morte aumentò ancora anche per i frequenti miracoli che si verificavano per la sua intercessione; pertanto nel 1844 l’arcivescovo di Cagliari diede inizio alla causa di beatificazione.
Pio IX il 26 maggio 1869 lo dichiarò ‘venerabile’; fu beatificato da Pio XII il 16 giugno 1940 e proclamato santo dallo stesso pontefice il 21 ottobre 1951.
Alla cerimonia di canonizzazione a Roma, era presente un altro grande questuante cappuccino dello stesso convento di Cagliari, fra’ Nicola da Gesturi (1882-1958) che sarà proclamato beato il 3 ottobre 1999 da papa Giovanni Paolo II.
L’umile frate sardo, mendicante e illetterato, s. Ignazio da Laconi, viene celebrato l’11 maggio e in Sardegna è considerato come patrono degli studenti.

11 Maggio             Beata Maria Gómez, vergine, terziaria francescana

Ricorrenza:            11 Maggio
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: ✝1515




Biografia:


12 Maggio             San Leopoldo Mendić da Castelnuovo, sac. I Ordine

Ricorrenza:            12 Maggio
Nazionalità:         Croazia
Anno di Nascita:   12 maggio 1866
Anno della Morte: 30 luglio 1942

Castelnovo di Cattaro (Croazia), 12 maggio 1866 - Padova, 30 luglio 1942

Nato il 12 maggio 1866 a Castelnuovo, nella Dalmazia meridionale, a sedici anni entra tra i Cappuccini di Venezia. Piccolo di statura, curvo e malfermo di salute, è uno dei santi più recenti della Chiesa cattolica. Entrato tra i Cappuccini, collabora alla riunificazione con la Chiesa ortodossa. Questo suo desiderio però non si realizza, perché nei monasteri dove viene assegnato gli vengono affidati altri incarichi. Si dedica soprattutto al ministero della Confessione e in particolare a confessare altri sacerdoti. Dal 1906 svolge questo compito a Padova. È apprezzato per la sua straordinaria mitezza. La sua salute man mano si deteriora, ma fino a quando gli è possibile non cessa di assolvere in nome di Dio e di indirizzare parole di incoraggiamento a quanti lo accostano. Muore il 30 luglio 1942. La sua tomba, aperta dopo ventiquattro anni, ne rivela il corpo completamente intatto. Paolo VI lo ha beatificato nel 1976. Giovanni Paolo II, infine, lo ha canonizzato nel 1983. 



Biografia:

Alto un metro e quaranta, artrite alle mani, difficoltà nel parlare, occhi arrossati: davvero un poveretto da compatire. Ma il medico Enrico Rubartelli, suo amico, lo vede come un capo, "assediato, seguito e invocato da folle di tutti i ceti" a Padova. A più di 50 anni dalla morte, altri lo invocano nel suo santuario padovano con la tomba. E gli scrivono, come a un vivo: i loro messaggi riempiono ormai centinaia di migliaia di pagine.
E’ nato alle Bocche di Cattaro, terra dalmata sotto gli Asburgo. Battezzato col nome di Bogdan, entra sedicenne nel seminario cappuccino di Udine, poi è novizio a Bassano diventando fra Leopoldo, pronuncia i voti e nel 1890 è sacerdote, con un sogno preciso: spendere la vita per riconciliare con Roma i cristiani orientali separati. Il più piccolo frate dell’intero Ordine cappuccino cammina tra i primissimi sul sentiero dell’ecumenismo. Vuole andare in Oriente, e per due volte crede di fare il primo passo, quando lo mandano a Zara e a Capodistria. Ma nella guerra del 1915-18, essendo croato (ossia “suddito nemico”), deve risiedere nel Meridione d’Italia. Confessore a Padova, comincerà presto a essere “assediato”, ma nel 1923 lo destinano a Fiume, come confessore dei cattolici slavi. E la missione in Oriente sembra farsi realtà. Ma interviene il vescovo di Padova, il grande Elia Dalla Costa, e dice ai Cappuccini: "La partenza di padre Leopoldo ha destato in tutta la città un senso di amarezza e di vero sconcerto". Insomma, i padovani non ci stanno. E riescono a recuperare il piccolo confessore, che passa giorni e anni in una celletta ascoltando ogni fallimento e riaccendendo ogni speranza. E anche lui capisce: "Il mio Oriente è qui, è Padova".
Il gigante della confessione. E anche il martire, perché vi brucia tutte le sue energie, ricco di compassione per tanta gente che impara da lui a conoscersi e a riprendere fiducia. Lui però non è un tipo bonario per naturale tranquillità. Al contrario, è bellicoso e capace d’infiammarsi in scatti aspri e inattesi, come il suo compatriota san Gerolamo. E, come lui, infatti, chiede al Signore il dono della calma: "Abbi pietà di me che sono dàlmata!".
Sembra impossibile che resista, sempre più fragile, a questo genere di vita, inasprito da preghiere, penitenze, digiuni. Ed è anche vecchio: "Ma la verità non invecchia", usa ripetere; e quando nel 1942 lo portano in ospedale trova modo di confessare anche lì. Gli riscontrano però un tumore all’esofago. Torna allora in convento e muore il 30 luglio 1942, dopo aver tentato ancora di vestirsi per la Messa. E via via, come ha detto Paolo VI beatificandolo nel 1976, "la vox populi sulle sue virtù, invece che placarsi col passare del tempo, si è fatta più insistente, più documentata e più sicura". 
E Giovanni Paolo II, nel 1983, ha collocato padre Leopoldo tra i santi.

15 Maggio             Beata Caterina López, terziaria francescana

Ricorrenza:            15 Maggio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: ✝1493




Biografia:


15 Maggio             Beata Teresa Manganiello Terziaria francescana

Ricorrenza:            15 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1 gennaio 1849
Anno della Morte: 4 novembre 1876

Montefusco, Avellino, 1° gennaio 1849 - 4 novembre 1876

Teresa Manganiello, nativa di Montefusco, in provincia di Avellino e diocesi di Benevento, ancora adolescente manifestò il desiderio di consacrare la sua vita al Signore. La possibilità di concretizzare quella scelta le si manifestò all’arrivo del nuovo Padre guardiano del convento di Sant’Egidio a Montefusco, padre Lodovico da Pietradefusi (al secolo Antonio Acernese; per lui è in corso la causa di beatificazione), che scelse come direttore spirituale. Iscritta – la prima del suo paese – al Terz’Ordine Francescano, dedicò la sua breve esistenza alla preghiera, alla penitenza e all’aiuto per i bisognosi. Morì di tubercolosi il 4 novembre 1876, a 27 anni. È stata beatificata sotto il pontificato di papa Benedetto XVI il 22 maggio 2010. La sua memoria liturgica, per le Suore Francescane Immacolatine e per la diocesi di Benevento, cade il 15 maggio, nell’anniversario della sua iscrizione al Terz’Ordine Francescano. I suoi resti mortali, trasferiti nell’ossario comune del cimitero di Montefusco, non sono mai stati individuati nonostante le ripetute ricerche.



Biografia:

Infanzia e primi anni

Teresa Manganiello nacque a Montefusco, in provincia di Avellino e diocesi di Benevento, il 1° gennaio 1849, undicesima dei dodici figli (due dei quali morti bambini nell'anno della sua nascita) di Romualdo Manganiello, contadino, e di Maria Rosaria Lepore, casalinga. 
Fu battezzata il giorno dopo la nascita nella chiesa palatina di San Giovanni del Vaglio e, nel luglio 1850, ricevette la Cresima. Alcuni anni dopo fece la Prima Comunione nella chiesa di Sant’Egidio, annessa all’omonimo convento dei Cappuccini a Montefusco.
Come tanti bambini delle campagne del Sud di quell’epoca, non frequentò nessuna scuola e crebbe sempre all’ombra della casa colonica posta nella campagna sottostante il paese. Ancora adolescente manifestò il desiderio di consacrare la sua vita al Signore: a dodici anni fece voto di verginità.

La prima Terziaria francescana del suo paese

Quando Teresa era sui diciott’anni, nel convento di Sant’ Egidio arrivò padre Lodovico da Pietradefusi (al secolo Antonio Acernese), il quale istituì a Montefusco il Terz’Ordine Francescano, per il risveglio della vita cristiana nel paese e nelle contrade vicine. La ragazza fu attratta fortemente dall’ideale francescano e corse subito ad iscriversi: il 15 maggio 1870 divenne la prima terziaria di Montefusco.
Padre Lodovico, che fu da lei scelto come confessore e direttore spirituale, seppe cogliere in lei tutti gli aspetti più speciali della sua anima e la nominò, per il suo modo d’incarnare lo stile francescano, prima consigliera e poi maestra delle novizie. 
L’anno seguente, il 15 maggio 1871, Teresa emise i tre voti religiosi, prendendo il nome di sorella Maria Luisa. Da allora indossò sempre l’abito di Terziaria francescana e ottenne la licenza di portarlo pubblicamente dal Beato papa Pio IX in occasione di un viaggio a Roma, compiuto su proposta del suo direttore spirituale. 

La spiritualità di Teresa

La famiglia non appoggiò mai il suo desiderio di farsi suora, per non privarsi del suo prezioso aiuto: una sua sorella minore, tra l’altro, aveva scelto la vita religiosa tra le Elisabettine Bigie di san Ludovico da Casoria. Perciò Teresa, pur vivendo in casa, conduceva uno stile di vita quasi monastico, tanto che in paese era comunemente chiamata “monachella santa”. 
Sempre presente alla Messa quotidiana nella chiesa di Sant’Egidio, unì alla preghiera incessante le aspre mortificazioni corporali per la riparazione degli scandali; nonostante ciò aveva sempre e dovunque un incantevole sorriso, che attraeva tutti, sul suo volto. Sebbene analfabeta, rispondeva con saggezza anche a persone di cultura: per questo fu detta “l’analfabeta sapiente”. 

All’origine di una nuova congregazione
Padre Lodovico, dal canto suo, dopo aver constatato il persistere in Teresa dell’ideale religioso e parlandone con altre terziarie che lo condividevano, progettò la fondazione di una nuova congregazione religiosa per loro.
Per avere un’approvazione speciale, la inviò nel 1873 dal papa Pio IX, in compagnia di una famiglia nobile di Benevento, a prospettargli la loro intenzione. Il beato pontefice la benedisse e la incoraggiò ad andare avanti nel progetto di fondazione. 

La tubercolosi, poi la morte
Tuttavia, proprio mentre il padre cappuccino pensava di mettere la giovane terziaria a capo della nuova famiglia religiosa e aveva iniziato a scrivere per essa la “Piccola Regola”, la salute di lei cominciò a declinare.
Il 14 febbraio 1874, mentre pregava nella chiesa di Sant’Egidio, ebbe la prima emottisi. Andò avanti fra alti e bassi della malattia finché, nell’estate del 1876, si mise definitivamente a letto: la tubercolosi era infatti accompagnata da una forma grave di artrite. Ad ognuno dei tantissimi sacerdoti e fedeli che si recavano a visitarla, dava ad ognuno il suo meraviglioso sorriso, tutta abbandonata al Signore e alla Madonna, mentre pregava fervorosamente. 
Il 4 ottobre 1876 ricevette l’Unzione degli infermi. Morì un mese dopo, il 4 novembre, a 27 anni, e fu sepolta nel cimitero di Montefusco.


Le Suore Francescane Immacolatine

Cinque anni dopo la sua morte, padre Lodovico Acernese (per il quale è in corso la causa di beatificazione) portò a termine il progetto di fondazione, dopo aver terminato la stesura della “Piccola Regola” e ottenuto i permessi necessari. L’8 dicembre 1881 si svolse quindi la prima vestizione religiosa delle Suore Francescane Immacolatine, che da sempre considerano Teresa Manganiello loro “Pietra angolare” e “Madre spirituale”. 
Attualmente svolgono il loro servizio nell’istruzione e nell’educazione della gioventù, nella catechesi e nelle opere parrocchiali, in varie opere assistenziali, nell’apostolato missionario e nell’animazione di missioni al popolo.
In Italia sono presenti nelle regioni Campania (dove ha sede la Casa madre, a Pietradefusi), Lazio, Umbria, Molise e Puglia. Quanto alle case all’estero, sono in Brasile, nelle Filippine, in India, in Australia e nell’Indonesia.


La causa di beatificazione

A 100 anni dal transito di Teresa, nel 1976, le Suore Francescane Immacolatine, riconoscendo il suo ruolo fondamentale nelle origini della congregazione, iniziarono le ricerche storiche per procedere all’avvio della sua causa di beatificazione.
Il processo informativo diocesano, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 23 aprile 1991, fu quindi aperto nella diocesi di Benevento il 9 giugno 1991 e fu concluso il 28 settembre 1991; gli atti furono approvati dalla Santa Sede il 12 dicembre 1992.
La “Positio super virtutibus” è stata consegnata alla Segreteria della Congregazione delle Cause dei Santi l’8 aprile 1999. I Consultori storici l’hanno esaminata il 4 marzo 2000, ma solo dopo sette anni, il 26 ottobre 2007, hanno dato unanime parere positivo anche i Consultori teologi.
I Cardinali e Vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi si sono riuniti una prima volta il 4 marzo 2008, ma alcuni di essi hanno richiesto un supplemento di approfondimento sull’esercizio di alcune virtù. Il 2 giugno 2009, dopo che la Postulazione della causa ha prodotto i chiarimenti richiesti, l’eroicità della vita e delle virtù della Serva di Dio è stata riconosciuta a pieni voti.
Il 3 luglio 2009, infine, papa Benedetto XVI ha concesso l’emanazione del decreto col quale a Teresa Manganiello veniva riconosciuto il titolo di Venerabile.

Il miracolo e la beatificazione

Come presunto miracolo da esaminare per la beatificazione è stato preso in esame il caso di Ermanno D’Alfonso, di 55 anni, coniugato e padre di famiglia. Era stato colpito improvvisamente, nella mattina del 13 ottobre 2001, da un infarto miocardico acuto mentre svolgeva il suo lavoro di postino. Per i successivi 45 giorni fu ricoverato in vari reparti dell’Ospedale Sandro Pertini di Roma, mentre si pregava chiedendo l’intercessione della Venerabile Teresa Manganiello. Il 15 novembre 2001 fu dimesso in condizioni normali e in seguito ha goduto costantemente di piena e perfetta salute.
L’inchiesta diocesana sull’asserito miracolo si è quindi svolta presso il Tribunale del Vicariato di Roma dal 29 aprile al 28 novembre 2002 ed è stata convalidata il 22 maggio 2003. La Consulta medica della Congregazione delle Cause dei Santi si è riunita il 4 giugno 2009 e ha riconosciuto all’unanimità l’inspiegabilità scientifica del fatto. Sia i Consultori teologi, il 22 settembre 2009, sia i cardinali e vescovi della Congregazione, il 16 novembre 2009, hanno riconosciuto all’unanimità che la guarigione stessa era da attribuirsi all’intercessione della Venerabile.
Quasi un mese dopo, il 19 dicembre 2009, papa Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui il miracolo veniva ufficialmente riconosciuto. La beatificazione di Teresa Manganiello è quindi stata celebrata a Benevento, in piazza Risorgimento, il 22 maggio 2010, nella celebrazione eucaristica presieduta da monsignor (poi cardinale) Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in qualità di delegato del Santo Padre.

Il culto

La memoria liturgica della Beata Teresa Manganiello è stata fissata, per le Suore Francescane Immacolatine e per la diocesi di Benevento, al 15 maggio di ogni anno, nell’anniversario della sua iscrizione al Terz’Ordine Francescano.
I suoi resti mortali, trasferiti nell’ossario comune del cimitero di Montefusco, non sono mai stati individuati nonostante le ripetute ricerche.

16 Maggio             Beato Giorgio Boulanger, terziario francescano, martire

Ricorrenza:            16 Maggio
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: 




Biografia:


17 Maggio             San Pasquale Baylon

Ricorrenza:            17 Maggio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   16 maggio 1540
Anno della Morte: 17 Maggio 1592

San Pasquale Baylon, al secolo Pascual Baylón Yubero (Torrehermosa, 16 maggio 1540; 
† Villarreal, 17 maggio 1592) è stato un religioso spagnolo dell'Ordine dei Frati Minori Scalzi. Fu proclamato santo da papa Alessandro VIII nel 1690.



Biografia:

Nacque il giorno di Pentecoste (in spagnolo Pascua de Pentecostés, da cui il nome di Pasquale) da Martino e Isabella Jubera, in una famiglia di umile condizione; da fanciullo fu garzone di un allevatore di pecore.

Manifestò fin da piccolo la sua vocazione spirituale trascorrendo le lunghe ore del pascolo del gregge in meditazione e preghiera. Imparò a leggere da autodidatta esercitandosi sui libri di preghiere.

A diciotto anni chiese l'ammissione al noviziato presso il convento di Santa Maria di Loreto della congregazione dei Frati Minori aderenti alla riforma di san Pietro d'Alcantara, ma riuscì ad esserne ammesso solo due anni dopo. Nel frattempo, lavorando presso il ricco allevatore Martino Garcia, che lo aveva preso a ben volere, rifiutò l'offerta di quest'ultimo di divenire suo erede.

Il 2 febbraio 1564 fece la professione solenne di fede come frate converso. Fu per anni addetto al servizio di portineria, anche nei conventi di Játiva e Valenza.

L'Eucarestia fu il centro della sua vita spirituale. Pur essendo illetterato, seppe difendere coraggiosamente la sua fede, soprattutto riguardo l'eucarestia, rischiando anche la vita durante un difficile viaggio che, nel 1576, fu incaricato di compiere fino a Parigi, attraversando la Francia calvinista dell'epoca.

Dopo il viaggio Pasquale scrisse un libriccino di sentenze per comprovare la reale presenza di Gesù nell'eucarestia ed il potere divino trasmesso al papa.

Morì all'età di 52 anni, il giorno di Pentecoste, nel convento del Rosario a Villarreal, anche a causa delle frequenti mortificazioni corporali alle quali si sottoponeva.

Culto

Venne proclamato beato il 29 ottobre 1618 da papa Paolo V, canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII. È festeggiato il 17 maggio. Nel 1897 papa Leone XIII lo proclamò patrono delle opere eucaristiche e dei congressi eucaristici.

Le sue spoglie, che si veneravano a Villarreal, furono profanate e disperse durante la Guerra Civile Spagnola (1936-39); in parte furono successivamente recuperate nel 1952. Attualmente sono conservate presso il Santuario dedicato al santo a Villarreal e in parte a Nocera Superiore nella Parrocchia Maria SS.di Costantinopoli.

Il suo culto, oltre che nel luogo di origine, si diffuse particolarmente a Napoli nei lunghi anni della dominazione spagnola. Nella tradizione popolare napoletana il nome di Pasquale Baylon è spesso accostato all'universo femminile quale santo protettore; da qui l'invocazione: «San Pasquale Baylonne protettore delle donne, fammi trovare marito, bianco, rosso e colorito, come te, tale e quale, o glorioso san Pasquale!».

È molto venerato anche ad Airola, dove è stato composto nel '700 un inno in suo onore nel convento dei frati minori. Inoltre una forte venerazione è tenuta a Nocera Superiore, dove ogni anno, in occasione della festa del 17 maggio, si svolge il Concorso Internazionale dei Madonnari ed una processione molto suggestiva. Alla manifestazione e alla festa ogni anno partecipano più di 70.000 visitatori e fedeli che giungono per pregare il santo dell'Eucarestia.

In Acquaviva Collecroce (CB) si conserva un'artistica statua in cartapesta di San Pasquale Baylon venerata dal popolo il 17 Maggio con una Solenne Processione. In questo giorno gli allevatori di bovini e ovini offrono formaggio e ricotta che, venduti, contribuiscono alle spese della festa del santo.

Viene considerato inoltre protettore di cuochi e pasticceri perché, secondo la leggenda, sarebbe l'inventore dello zabaione.

Viene raffigurato spesso nell'atto di adorare l'ostensorio e con accanto un gregge.

18 Maggio             San Felice da Cantalice 

Ricorrenza:            18 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1515
Anno della Morte: 18 Maggio 1587

San Felice da Cantalice Porro (Cantalice, 1515 ca.; † Roma, 18 maggio 1587) è stato un religioso italiano. Fu un fratello laico cappuccino, col dono di predire il futuro, penetrare nel segreto dei cuori e conoscere le cose lontane



Biografia:

Infanzia e vocazione

Figlio di poveri, ma onesti contadini, quando aveva appena otto anni il padre, costretto dalla necessità, lo mandò a fare il pastore presso il nobile Marco Tullio Pichi di Cittaducale. Il fanciullo, con la sua vita di penitenza e preghiera e di assiduità quotidiana alla Messa, s'impose presto all'ammirazione del padrone, che volle dargli alloggio nel suo palazzo per essere di esempio ai suoi figli; gli stessi compagni di lavoro, che in un primo tempo lo deridevano, finirono col seguirne l'esempio.

Sin da piccolo fu protagonista di episodi prodigiosi: un giorno fu visto contemporaneamente in chiesa e nel campo dove il padrone lo aveva mandato. Ricevette le visite di un angelo, che gli comunicò che il Signore lo chiamava al suo servizioe gli suggerì di andare a trovare i cappuccini di Rieti i quali gli avrebbero detto quello che doveva fare. Ma Felice fino ai trent'anni non seppe distaccarsi dalla vita agreste.

Inizio della vita religiosa

Nel 1533, dopo aver fatto distribuire quanto gli apparteneva ai poveri, Felice chiese di essere accettato nel convento dei cappuccini presso il santuario di Santa Maria del Monte di Cittaducale. Fu ammesso al noviziato di Fiuggi, dove in breve tempo divenne modello di virtù per tutti.

Fu colpito da una lenta febbre e da un indebolimento generale che lo ridussero in fin di vita, ma si rimise e il 18 maggiodel 1543 poté consacrarsi a Dio con i tre voti di obbedienza, povertà e castità. Dopo la professione religiosa dimorò successivamente nel convento di Tivoli, di Viterbo e dell'Aquila e, dal 1547, in quello romano di San Niccolò dei Porci (ora Santa Croce dei Lucchesi), ai piedi del Quirinale.

Vita di questua e penitenza

Nel suo ufficio di questuante, durato quarant'anni, si aggirò per le strade di Roma con atteggiamento umile e con la corona del rosario in mano; si faceva chiamare "l'asino dei Cappuccini" e affermava di essere il più grande peccatore del mondo, indegno del nome di religioso.

La vita di Felice fu una continua penitenza:

nel cibo, per cui aborriva il cibo raffinato, preferendo erbe e radici, digiunava per tutta la quaresima e si nutriva di pane e acqua tutti i venerdì e i sabatidell'anno;
nelle vesti, per cui anche nelle stagioni più fredde non si copriva il capo e andava a piedi scalzi; usò per tutta la vita un solo abito rattoppato;
nei beni, tenendo per sé solo lo stretto necessario ed avendo sommo orrore per il denaro[4].

Inoltre, si flagellava duramente e dormiva soltanto tre ore per notte su assi di legno.

Tenne il pesante incarico della questua sino alla morte.

Fama di santoStefano da Carpi, Miracolo di san Felice da Cantalice (1780 ca.), olio su tela; Reggio Emilia, Museo dei CappucciniPiù si mortificava e si umiliava, più Felice era riverito e venerato come un santo da ogni categoria di persone. Papa Sisto V, tutte le volte che lo incontrava, gli chiedeva per carità una pagnottella che mangiava metà a pranzo e metà a cena. Non avendone delle bianche, una volta il santo gliene diede una bigia dicendogli, contentatevi, Padre Santo, siete frate anche voi! San Filippo Neri per Felice ebbe una venerazione del tutto singolare. Lo riteneva la persona più santa di Roma e quando lo incontrava per via era capace di chiedergli ora la benedizione, ora una fiasca di vino cui s'attaccava tra le risa bonarie dei passanti. In compenso gli metteva sul capo il suo cappello.

Quando san Carlo Borromeo chiese a san Filippo un parere riguardo alla Regola che aveva scritto per i suoi Oblati, questi lo condusse da Felice. Costui si scusò col dire che era analfabeta. Non importa, gli rispose l'apostolo di Roma, fattevela leggere e quando ritorneremo ci dirai il tuo parere. L'umile fraticello propose due migliorie che il Borromeo adottò.

Papa Paolo V chiamò fra Felice "santo di corpo e di spirito". Semplice e puro, egli amava tutte le creature perché in esse vedeva riflesso Dio. Predilesse specialmente i fanciulli, i quali lo riamarono con pari affetto. Per le famiglie cadute in povertà egli era il vero angelo consolatore. Non si vergognava di andare per essi a bussare alla porta dei ricchi ai quali diceva:

« Quei poveri stracci a voi tanto inutili in questa vita, nell'altra saranno per voi broccati con i quali vi presenterete vestiti al convito del gran Re[1]. »

Il dono della divinazione e le estasi

Ricevette il dono divino di predire il futuro, di penetrare nel segreto dei cuori e di conoscere le cose lontane. Egli parlò del trionfo dei cristiani contro i Turchi a Lepanto del 1571 prima ancora che ne fosse giunta la notizia a Roma; a Papa Sisto V predisse il papato; ad altri la vocazione religiosa; ad altri una morte imminente. Perfetto imitatore del san Francesco d'Assisi, fin dalla tenera età fra Felice ebbe in sé e comunicò agli altri il dono della pace. Quando udiva parole di sdegno esclamava:

« Pace! Pace! Solo con il demonio e con il peccato non dobbiamo mai aver pace[1]. »

Papa Gregorio XIII aveva scomunicato e interdetto gli abitanti di Cantalice perché avevano assalito il palazzo vescovile di Cittaducale e percosso il vescovo. Quando lo seppe, Felice digiunò e macerò il suo corpo, poi si recò dal Papa per implorare il perdono ai suoi maneschi compaesani. Munito di lettere che concedevano il perdono e la riconciliazione, egli fu accolto nel suo paese natale con vivi segni di riconoscenza. In quell'occasione i parenti gli prepararono una buona cena, ma egli preferì mangiare delle fave fresche che una sua cognata, dietro sua insistenza, andò a raccogliere nell'orto nonostante fosse fuori stagione.

Pur non sapendo né leggere né scrivere, fra Felice possedeva la scienza di Dio, scritta in sei lettere, cinque rosse, le piaghe del crocifisso, e una bianca, la Santissima Vergine. Innamorato della croce, se ne stava lunghe ore inginocchiato dinanzi ad essa a meditare la Passione di Gesù e a piangere di compassione i suoi dolori. Dopo il mattutino passava molte ore in chiesa, non disponendo di molto tempo durante la giornata a motivo della questua.

Una notte, fra Dionisio da Paterno lo udì gridare: "Gesù! Gesù!" e poi lo vide sollevarsi alcuni palmi da terra, rapito in estasi.

In una notte di Natale Maria gli fece vedere come Gesù nacque nella grotta di Betlemme.

Nelle sue preghiere ripeteva sovente:

« Presto, presto, o Signore, chiamatemi a Voi. »

Più volte fu udito dire:

« Per andarmene a Dio ogni ora mi pare mille anni. »

MorteTomba di san Felice da Cantalice; Roma, Chiesa di Santa Maria della Concezione dei CappucciniIl 30 aprile del 1587 si ammalò gravemente e il 18 maggio morì.

Un misterioso liquore colore argento scaturì dal suo corpo e servì a guarire una moltitudine di infermi.

Culto

Papa Sisto V ordinò d'istruire subito dopo la morte il processo di canonizzazione che venne portato a termine tra il 10 giugno e il 10 novembre 1587, ma senza concludersi con la canonizzazione. Papa Urbano VIII beatificò fra Felice il 1 ottobre del 1625 e Papa Clemente XI lo canonizzò il 22 maggio del 1712. Le sue reliquie sono venerate a Roma nella chiesa di Santa Maria della Concezione, dei Cappuccini.

19 Maggio             San Crispino da Viterbo

Ricorrenza:            19 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   13 Novembre 1668
Anno della Morte: 19 Maggio 1750

San Crispino da Viterbo, al secolo Pietro Fioretti (Viterbo, 13 novembre 1668; † Roma, 19 maggio 1750) è stato un religioso italiano.



Biografia:

Infanzia

Nacque dai coniugi Ubaldo Fioretti e Marzia Antoni e fu battezzato il 15 novembre col nome di Pietro. Il padre, che aveva sposato Marzia già vedova e con una figlia, era un artigiano e morì presto lasciando il figlio orfano ancora in tenera età e Marzia vedova per la seconda volta. A prendersi cura del bambino subentrò lo zio paterno Francesco che gli consentì di frequentare con profitto le scuole primarie presso i gesuiti, per poi accoglierlo come apprendista nella sua bottega di calzolaio.

La badessa del monastero di santa Rosa, per aiutare la famiglia Fioretti, ogni tanto affidava a mamma Marzia lavori di cucito. Il piccolo Pietro si recava con lei al monastero e si fermava spesso a pregare davanti all'urna contenente le reliquie della santa, da meritare dalle religiose l'appellativo di "santarello".

Intelligente, laborioso ed onesto, rimase come garzone della bottega dello zio fino ai 25 anni.


Vocazione religiosa

Vide un giorno un gruppo di novizi cappuccini mentre, scesi dal convento della Palanzana, sfilavano per le vie di Viterbo, in una processione penitenziale, organizzata per impetrare la pioggia in tempo di grave siccità: attratto dalla loro pietà decise di farsi cappuccino.

Il 22 luglio del 1693, entrò in quel convento e vestì l'abito religioso col nome di fra Crispino, superando sia le opposizioni dei familiari che le difficoltà frappostegli dai superiori. Optò consapevolmente per lo stato laicale, a imitazione di san Felice da Cantalice. Terminato il noviziato emise la professione religiosa.

Opera

Il 22 luglio del 1694, fu trasferito a Tolfa, dove rimase tre anni, poi qualche mese fu a Roma e fino al 1703 dimorò ad Albano, da qui fu trasferito a Monterotondo dove rimase per oltre sei anni, fino 1709. Da quest'anno e per quaranta anni rimase ad Orvieto, dove fu ortolano e poi questuante.

Peregrinò per le campagne orvietane per quasi quarant'anni, con due brevi interruzioni che lo portarono per alcuni mesi a Bassano e per altri a Roma.

Soprattutto in campo assistenziale svolse un'opera instancabile per riportare pace, giustizia e serenità nell'intimo delle coscienze, rivolgendosi a persone di ogni condizione sociale ed economica; rientrava nelle occupazioni quotidiane la visita ai malati e ai carcerati, cui prestava cure spirituali e materiali.

Allo stesso tempo fra Crispino si dimostrò anche un consultore di provata esperienza e saggezza. Non solo aveva studiato da giovane, ma leggeva, meditava, ascoltava prediche e, a una mente aperta e vivace, univa una memoria di ferro per cui poteva ripetere alla lettera una predica. Infatti, tutti, nobili e dotti, a cominciare dal Papa Clemente XI, amavano conversare con lui e sollecitavano il suo consiglio. I parroci dell'Orvietano lo chiamavano l'apostolo e il missionario della montagna perché nei suoi giri di questua per i loro paesi istruiva i ragazzi e poveri contadini nei misteri principali della fede e della dottrina cristiana con gran profitto.

Difficoltà

Nonostante tutte le testimonianze di venerazione e di affetto, a fra Crispino non mancarono insidie, umiliazioni, incomprensioni e croci, cosa abbastanza scontata per un religioso come lui. Infatti, il suo coerente impegno nella realizzazione dell'ideale evangelico lo pose non solo al centro dell'attenzione, ma anche in conflitto permanente con la realtà che lo circondava. Fra Crispino non ammetteva nella sua vita le donazioni calibrate, le mezze misure, i compromessi, le riserve. Rinunciò fin dalla prima ora a battere la strada della mediocrità e si sintonizzò perfettamente col radicalismo evangelico. Basta ascoltarlo:

« Amiamo Dio di tutto cuore ... tutto abbiamo da operare per amor di Dio. »

Rivolgendosi ad un confratello gli dichiarava:

« Se vuoi salvarti l'anima, hai da serbare le seguenti cose: amar tutti, dir bene di tutti e far bene a tutti. »


Morte e culto

Caduto gravemente infermo durante l'inverno del 1747-1748, il 13 maggio del 1748 lasciò il convento di Orvieto per Roma. Dopo la partenza il padre guardianotrovò affissa dietro la porta della sua cella la "lista di tutti i luoghi della cerca" del convento con al fondo queste parole augurali:

« Vivi sano, e dal peccato sta' lontano. »

Quando, due anni dopo, l'infermiere lo avvisò che la morte era ormai vicina, rispose rassicurando che non sarebbe morto il 18 maggio per non turbare la festa di san Felice. Infatti, morì il giorno seguente, il 19 maggio del 1750 e venne sepolto nella Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini a Roma.

La sua salma fu rimossa una prima volta in occasione della beatificazione (1806) da parte di papa Pio VII, per essere poi inumata nella cappella dedicata a San Francesco della medesima chiesa. Dal 1983, le sue spoglie sono state traslate nella chiesa di San Paolo ai Cappuccini di Viterbo.

19 Maggio             Santa Maria Bernarda Bütler

Ricorrenza:            19 Maggio
Nazionalità:         Svizzera
Anno di Nascita:   28 Maggio 1848
Anno della Morte: 19 Maggio 1924

Santa Maria Bernarda Bütler, al secolo Verena (Auw, 28 maggio 1848; † Cartagena, 19 maggio 1924) è stata una religiosa svizzera. Fondò la Congregazione delle Suore Missionarie Francescane di Maria Ausiliatrice.



Biografia:

Infanzia e vocazione

Nacque ad Auw, nel cantone di Argovia, in Svizzera, il 28 maggio 1848, e fu battezzata nel giorno stesso della nascita col nome di Verena. Era la quartogenita di Enrico Bütler e di Caterina Bütler, modesti contadini che educarono gli ottofigli a un profondo senso cristiano.

Dopo le scuole elementari, all'età di 14 anni iniziò ad aiutare i genitori nei lavori agricoli. Si innamorò di un giovane, ma seppe poi sciogliere i legami che la univano al primo amore, scegliendo la vita religiosa poiché si sentiva chiamata da Dio. In questa fase ebbe infatti un'esperienza delle presenza di Dio come lei stessa affermò:

« Spiegare questo stato dell'anima, a chi non ha mai sperimentato qualcosa di simile, è estremamente difficile, se non impossibile. »

Coltivò sin da quell'esperienza un'intensa vita eucaristica, devozione che conservò per tutta la vita:

«Lo spirito Santo mi insegnò ad adorare, lodare, benedire e rendere grazie a Gesù nel tabernacolo, in ogni momento, in mezzo ai lavori e perfino nella realtà quotidiana della vita. »

Il monastero svizzero di Altstätten

Dopo vari tentativi infruttuosi di entrare in una congregazione religiosa, su consiglio del suo direttore spirituale, il parroco di Auw padre Sebastiano Vil­liger, si indirizzò alle Cappuccine del monastero di Maria Ausiliatrice di Altstätten nel canton San Gallo, ove entrò il 12 novembre 1867. Qui percorse, con grande zelo e spirito religioso, tutte le tappe: assunse il nome di Suor Maria Bernarda del Sacro Cuore di Maria in occasione della vestizione il 4 maggio 1868 a cui fece seguito il 4 ottobre 1869 la professione semplice e la perpetua il 4 ottobre 1871. Venne nominata, dopo soli treanni, economa e procuratrice. Maria Bernarda si dedicò con sollecitudine a piantare, mietere e immagazzinare, ma niente poté impedire il suo stare in profondo raccoglimento e in continua comunicazione con Dio. Nel 1879 fu eletta maestra delle novizie e per ben tre volte di seguito nel 1880, 1883 e 1886, superiora della comunità.

Sotto la sua guida il monastero divenne una fucina di salde vocazioni, che tanto bene avrebbero potuto fare nelle più lontane e difficili terre di missione. Fomentatrice di questa spinta a portare il messaggio cristiano nelle terre più inospitali era proprio la Madre Superiora, la quale, tra l'altro, vedeva proprio nella fondazione di nuovi monasteri il superamento di quelle severe leggi cantonali, che non permettevano lo sviluppo di opere religiose in patria.

In tal modo, quando il Vescovo di Portoviejo in Ecuador, il tedesco mons. Pietro Schumacher C.M., ottenuti tutti i permessi, sia in Svizzera che a Roma, invitò Madre Bernarda e le sue Suore a fondare una missione in quelle terre, la Madre Superiora accettò, pur rimanendo sempre riconoscente ad Altstätten.

La missione in Ecuador

Dopo aver rinunciato a tutti i suoi diritti sul monastero svizzero e ottenuto un regolare indulto pontificio, il 19 giugno 1888 Suor Maria Bernarda e sei compagne, Carità Brader, Isabella Huber, Lorenza Suter, Domenica Spirig, Maria Haltmeier e la novizia Maria Rhomberg (in tutto cinque svizzere e due austriache), partirono per l'Ecuador, arrivando là il 29 luglio. Madre Bernarda si rivelò un'infaticabile missionaria, che nulla e nessuno, né le opposizioni, né le guerre, fermarono dall'accorrere nei posti più reconditi, pur di aiutare tutti e in particolare le persone più povere e miserevoli, per le quali si rivelò una madre provvidenziale.

Invece di fondazione una missionaria dipendente dal monastero svizzero, le circostanze la videro fondatrice una nuova congregazione religiosa in America Latina che prese il nome di Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice. Il vescovo affidò a Maria Ber­narda la comunità di Chone con circa 30.000 abitanti. Quando, 1'8 agosto 1888, Madre Bernarda e suor Brader, accompagnate dal vescovo Schumacher, giunsero a Chone, vennero salutate festosamente. Ben presto seguirono anche altre suore, che furono ospitate nella parrocchia.

Accanto alle opere di carità, Madre Bernarda dette avvio con le consorelle ad un apostolato presso le famiglie, approfondendo la conoscenza della lingua e delle cultura del popolo. La vita cristiana di quelle popolazioni rifiorì, la Congregazione crebbe di numero e furono aperte due case a Santana e a Canon Ben. Furono però anche molte le sofferenze a cui la fondatrice e le sue figlie furono sottoposte: povertà assoluta, clima torrido, rischi per la salute e per la stessa sicurezza della vita, incomprensioni da parte dell'autorità ecclesiastica, e, per giunta, la separazione di alcune sorelle dalla comunità, costituitesi poi in congregazione autonoma.

In Colombia

Nel 1895, una violenta persecuzione del governo ecuadoregno obbligò Maria Bernarda e le sue suore a fuggire dal paese. Senza sapere dove andare, Maria Bernarda con 15 suore si diresse a Bahia, da dove proseguì per la Colombia. Il drappello era ancora in navigazione quando ricevette dal vescovo di Cartagena, mons. Eugenio Biffi, l'invito a lavorare nella sua diocesi, ove giunsero il 2 agosto 1895, trovando ospitalità in un'ala dell'ospedale femminile chiamato Obra Pia, dove Maria Bernarda restò fino al termine della sua vita. Qui eresse la casa madre, mentre il noviziato venne eretto a Gaissau (Vorarlberg, Austria).

Madre Maria Bernarda guidò la sua congregazione per 32 anni. Fu rieletta superiora generale per nove volte consecutive, il che le consenti di consolidare la sua opera con il suo spirito nutrito da due grandi amori: al Vangelo e ai poveri. Diceva:

« Il santo Vangelo non sia soltanto il libro che le Sorelle leggono e meditano, ma sia il cammino da percorrere e la vita da vivere. »

Nel capitolo del settembre del 1920, convocato da Madre Bernarda, fu eletta superiora generale suor Maria Francisca Hollenstein. A partire da quell'anno, le Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, che avevano già varie case in Colombia, presero ad aprirne altre in Brasile, con collegi, scuole, ospedali, asili, ricoveri per anziani ed altre opere di beneficenza.

Colta da lancinanti dolori ipogastrici, il 19 maggio 1924, nella casa madre di Cartagena in Colombia, venerata da tutti come autentica santa, Maria Bernarda si addormentò serenamente nel Signore all'età di 76 anni. I funerali furono presieduti dall'arcivescovo, il quale in una lettera pastorale presentò Madre Bernarda Bütler come modello di virtù cristiane.

19 Maggio             San Ivo di Bretagna, penitente francescano 

Ricorrenza:            19 Maggio
Nazionalità:         Francia
Anno di Nascita:   1253
Anno della Morte: 1303

SIvo (Yves in francese) Helory de Kermartin, patrono degli uomini di legge, dei giudici e dei docenti di discipline giuridiche, studio' a Parigi alla Sorbona e fu discepolo di San Buonaventura. 
Il suo Vescovo lo fece sacerdote e gli affido' il tribunale, nel quale anche i poveri erano sicuri di trovare giustizia. Nobile di nascita, fece del castello di famiglia un ospizio ed egli stesso si ridusse a vestire rozzi panni perche' aveva donato tutto. Sempre oberato di incarichi, riusciva a predicare in diverse parrocchie, che raggiungeva a piedi.
Scrisse molto sulle leggi, e il suo "Decretum" ebbe una notevole influenza sul diritto canonico.
Dalle sue parti ancora aleggia il detto "Sanctus Yvi erat Brito / Advocatus et non latro / Res miranda populo" (Sant'Ivo era Bretone / avvocato e non ladro / una meraviglia agli occhi del popolo), frase che la dice lunga su quanto si pensava della professione.
Stanco, piegato dalle mortificazioni corporali, malato, Ivo rinunciò al sacerdozio e si dedicò totalmente ai poveri, compiendo per loro molti miracoli.
Morì nel 1303, pianto da tutti i suoi beneficati.



Biografia:

Sant’ Ivo Helory de Kermartin nacque il 17 ottobre 1252 a Minihy-Treguier, centro della Bretagna, da una famiglia di ceto agiato che potè assicurargli il compimento degli studi; infatti studiò teologia e filosofia all’Università di Parigi e diritto canonico e romano a quella di Orleans. Da qui prese inizio la sua carriera di avvocato, esercitata prima a Rennes e poi a Treguier. Sant’ IvoHelory era un uomo molto devoto e retto, che svolgeva la sua professione con grande rigore morale tanto da rifiutare sempre le regalie (adesso sarebbero considerate tangenti) da parte di clienti e conoscenti. Inoltre si distingueva non solo dagli avvocati ma anche dalla maggior parte delle persone dell’epoca per il suo desiderio di proteggere i diritti anche dei più deboli e dei più poveri e che la giustizia fosse davvero imparziale. Per questo l’associazione degli avvocati cattolici e molte scuole di diritto sono a lui intitolate. Nel 1284 sant’Ivo fece una scelta radicale che cambiò per sempre la sua vita: in quell’anno, infatti, fu ordinato sacerdote e svolse il suo ruolo di presbitero prima nella comunità di Tredrez e poi in quella di Louannec, dove fece erigere a proprie spese un ospedale. Anche il suo ministero si contraddistinse per la grande attenzione verso i deboli poveri, tanto che spesso metteva a loro disposizione le sue competenze giuridiche difendendoli nei tribunali. Morì il 19 maggio 1303 nel paese natale di Minily-Treguier e fu sepolto nella chiesa da lui fondata. La canonizzazione di sant’Ivo avvenne nel giugno 1347, ad opera di papa Clemente VI: l’inchiesta sulla sua santità si era tenuta, sotto pressione del duca Filippo I di Borgogna, nel 1331, a soli 28 anni dalla sua morte. Furono ascoltati molti dei suoi parrocchiani di Louannec e di Tredrez, che testimoniarono praticamente all’unanimità sulla sua bontà e sulla sua attenzione verso il prossimo, predicate in chiesa e messe in pratica nella vita. In particolare i suoi sermoni sottolineavano il legame tra religione e buon comportamento.

Ricordato il 19 maggio, il giorno della sua morte, è oggetto di un’imponente commemorazione nella cattedrale di Tréguier a Le Minihy: infatti qui si tiene una processione in onore del santo patrono durante la quale viene portata per le strade della città la reliquia della sua testa. La feste è chiamata Il Grande perdono di Saint Yves e vede la partecipazione non solo di vescovi e cardinali, ma anche di un gran numero di avvocati e di magistrati. Per sottolineare il legame tra sant’Ivo e la sua terra la folla di fedeli durante la processione canta inni in lingua brettone. Il santo è popolare anche a Roma, città dove si trovano La Chiesa di sant’Ivo dei Bretoni e la Chiesa di sant’Ivo alla Sapienza, a lui dedicate.

Patrono degli avvocati, dei giudici e dei notai, è il santo più popolare della Bretagna: infatti è il patrono di questa regione della Francia, ma anche della sua città natale e della diocesi di Saint-Brieuc, una volta di Treguier. La città di Minihy-Treguier sorge nel dipartimento di Cotes d’Armor e il suo nome in lingua bretone è Ar Vinic’hi. La denominazione in francese deriva sempre da una parola bretone, minic’hi, che vuol dire luogo di asilo. Le sue origini sono legate al vicino centro urbano di Treguier e nel Medioevo era un territorio con diritti speciali in quanto sottoposto alla giurisdizione episcopale del vescovo di Treguier. La chiesa attuale sorge sulle fondamenta della cappella fatta erigere da Sant’Ivo in memoria della madre defunta.

19 Maggio             Beata Umiliana de’ Cerchi, penitente francescana 

Ricorrenza:            19 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1219
Anno della Morte: 19 maggio 1246

1219 – 19 maggio 1246

beata Umiliana, del Terz’Ordine di San Francesco, che sopportò lodevolmente i maltrattamenti del coniuge con pazienza e mansuetudine e, rimasta vedova, si dedicò con tutta se stessa alla preghiera e alle opere di carità. 



Biografia:

sul finire del 1219, nacque Umiliana de' Cerchi. Il padre Ulivieri (Vieri), originario di Acone in Val di Sieve, era molto ricco. Non abbiamo notizie sulla madre, probabilmente morì giovane e Vieri passò a seconde nozze: in tutto ebbe diciassette figli. I Cerchi, guelfi di parte bianca, erano una famiglia in vista: un fratello di Umiliana ricoprì importanti cariche pubbliche. Erano tempi di lotte infinite, anche all'interno delle mura cittadine. Il vicino di casa poteva essere un nemico e dunque ogni abitazione benestante aveva la sua torre. I guelfi erano fedeli al papa mentre i ghibellini patteggiavano per l'imperatore tedesco. In realtà più che per la politica si lottava per motivi economici: ricchi mercanti e nobili si contendevano il potere. A Firenze le lotte iniziarono con l'uccisione di Buondelmonte, il giorno di Pasqua del 1215. Proprio in quel periodo turbolento lo spirito evangelico fece nascere nuove piante all'interno della Chiesa, si pensi ai Francescani e ai Domenicani. San Francesco morì quando Umiliana aveva sette anni. La notizia suscitò scalpore anche a Firenze, che molte volte aveva visitato, e certamente arrivò agli orecchi di Umiliana. 
Poco conosciamo della sua fanciullezza ma possiamo immaginarla del tutto normale. Le donne erano soggette a moltissimi limiti, sottomesse al padre o al consorte, dovevano rispettare regole sociali anche nel vestiario. Quindicenne, per obbedienza al padre, andò in sposa a Bonaguisi, un tessitore tanto ricco quanto avido e rozzo nei costumi, probabilmente anche usuraio. Vieri sistemò bene anche le altre figlie, basti citare le unioni con gli Adimari e i Donati. Il matrimonio di Umiliana fu dunque un accordo economico tra due ricche famiglie (la dote sponsale era un vero e proprio contratto), del tutto insignificanti le sue aspirazioni. La giovane sposa soffrì più di tutto per le iniquità e la cattiva condotta di vita del consorte e cercò di compensare ciò con molte opere di carità. 
La Provvidenza viene sempre in aiuto ai giusti. Umiliana trovò nella sua nuova dimora una collaboratrice eccezionale: la cognata Ravenna. Fu un sostegno importante anche perché, essendo maggiore d'età, aveva il controllo della casa e insieme davano meno nell'occhio. L'unione fu perfetta. Si alzavano di buon ora e, frequentata la Santa Messa (solitamente nella vicina S. Martino), attendevano ai lavori di casa, coordinando la servitù. Si dedicavano poi alle opere di misericordia. Umiliana solitamente si alzava prima dello stabilito e, quando il silenzio avvolgeva la casa, pregava intensamente il suo Gesù. Ravenna testimoniò che Umiliana sottraeva dalla mensa tutto il cibo che poteva per distribuirlo ai poveri insieme a panni e vestiti. Per gli infermi una volta vuotò metà del proprio materasso. Insieme visitavano il Monastero domenicano di Ripoli e l'ospedale di S. Gallo. Umiliana confezionava anche i paramenti sacri per le chiese che visitava, utilizzando di nascosto le stoffe preziose che il marito le donava: somma venerazione portava per il culto divino. Per i poveri si fece anche questuante tra le ricche conoscenti e sovente lavorava di notte, lontana dagli occhi della gente. Nella carità l'unica regola è quella di Cristo, quindi non ha misura. Quando venne scoperta arrivarono ingiurie e percosse, oltre che dal marito anche dai parenti. Umiliana però conosceva bene il passo del Vangelo che chiama beati i perseguitati per causa del Signore. Incarnando perfettamente l'ideale francescano, vestì l'abito del Terz'Ordine nella Chiesa di S. Croce dalle mani di fra' Michele degli Alberti, il suo confessore. 
Il matrimonio (durante il quale erano nate due figlie, una di nome Regale) durò cinque anni, fino alla morte improvvisa del marito che spirò, grazie a lei, munito dei conforti religiosi. I parenti dovevano mantenere per un anno la vedova che poi tornava nella propria famiglia. Durante quest'anno invitò alla sua mensa molti poveri. La consuetudine crudele di quei tempi prevedeva che dovessero essere lasciati anche i figli (nel caso di Umiliana fortunatamente saranno allevati da Ravenna).
Vedova a poco più di venti anni, Messer Vieri cercò di convincerla a contrarre un nuovo matrimonio. Questa volta il diniego fu risoluto: voleva entrare nel Monastero di Monticelli (fondato da S. Agnese, sorella di S. Chiara). I piani del Signore però erano differenti. La dote che le era stata restituita fu incamerata dal padre (con atto ufficiale!) e non potendo diventare monaca si rinchiuse nella stanza più alta del palazzo (all'angolo tra le attuali Via della Condotta e Via de' Cerchi) che lasciava solo per recarsi alle funzioni religiose. La fedele Gisla le fu più compagna che cameriera. Nella clausura della sua camera, con lo stretto necessario, predispose un altare per la Madonna. Trascorreva le giornate pregando e facendo penitenze, anche con cilici. Digiunava nei giorni di festa e alle vigilie, durante la Quaresima e l'Avvento (anticipandola da San Martino). In alcuni periodi rispettava anche il grande silenzio. Soffrì molto per l'impossibilità a proseguire l'attività caritatevole, anche se con i poveri mezzi che aveva continuò ad aiutare le giovani vedove in difficoltà. Donò a Dio tutta se stessa, nella castità vedovile. Viveva come una reclusa nel cuore di Firenze, in mezzo alla gente che spesso andava a visitarla (comprese le figlie). La sua stanza divenne una sorta di centro spirituale; tra l'altro ogni Giovedì Santo faceva la lavanda dei piedi alle consorelle terziarie. La fede, la sua più importante ricchezza, l'aveva sempre sostenuta nelle difficoltà e Cristo la ricompensò confortandola ogni giorno. Non mancarono le vessazioni diaboliche e le prove spirituali, ma anche le visioni mistiche.
Si ammalò, ma tacque per non arrecare disturbo: unì le sofferenze a quelle di Cristo in Croce. Il giorno della sua ultima Pasqua terrena, al suono delle campane, andò in estasi. Spirò, assistita solo dalla serva fedele, all'alba del 19 maggio 1246. Era di sabato, giorno dedicato a Maria e aveva ventisette anni. I funerali furono un trionfo vista la fama di santità che già la circondava. Le furono fasciati i piedi per evitare gli eccessi del popolo. Aveva espresso questo desiderio per quel senso di pudore che le era stato sempre caro. Il popolo l'acclamò santa e spontaneamente si recava davanti alla tomba per pregare. Fu sepolta nella prediletta chiesa di S. Croce. Dapprima fu inumata in terra, poi dietro una parete sotto la scala del pulpito, fino a quando il fratello Arrigo (che dietro suo esempio si fece francescano) predispose una cappella nel chiostro. Oggi le sue reliquie sono venerate in una cappella del transetto, in una artistica urna. L'umile beata riposa nella basilica che il mondo intero conosce per le sue opere d'arte e perché vi sono sepolti alcuni grandi d'Italia. 
La sua vita fu scritta in latino da fra Vito da Cortona (del convento delle Celle) e dal confessore fra' Michele, che entrambi l'avevano conosciuta. Ci fu una inconsueta attenzione nel raccogliere notizie: scrupolosamente sono citati trentaquattro testimoni tra cui tre cognate, una nonna e tre domestiche. Anche i miracoli (ben quarantasette), che si verificarono nei tre anni successivi alla morte, furono registrati da Fra' Ippolito, dello stesso convento. Il suo modello era da contrapporre al diffondersi dei movimenti eretici. La biografia fu compendiata trecento anni dopo da Raffaello Volterrano e dai Bollandisti. Esempio di umile e grande donna, di figlia, di moglie e di madre, in lei risplendono le virtù dell'umiltà, della carità e dell'obbedienza. Le sue maggiori devote furono le donne in difficoltà. Il culto fu approvato da papa Innocenzo XII il 24 luglio 1694.
In Acone oggi una villa occupa il sito dell'antico castello dei Cerchi, visitato dalla Beata. In una cappella è collocata una tela che raffigura la Madonna e Gesù Bambino che appaiono ad Umiliana. Questa tela è attribuita al Guercino; Umiliana è stata ritratta anche da Giotto.

20 Maggio             San Bernardino da Siena 

Ricorrenza:            20 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   8 Settembre 1380
Anno della Morte: 20 Maggio 1444

San Bernardino da Siena, nato Bernardino degli Albizzeschi (Massa Marittima, 8 settembre 1380; † L'Aquila, 20 maggio 1444), è stato un sacerdote italiano dell'Ordine dei Frati Minori, proclamato santo nel 1450 da Papa Niccolò V.



Biografia:

Vita

San Bernardino nasce a Massa Marittima l'8 settembre 1380 dalla famiglia Albizzeschi (famiglia di origine senese) e lo stesso giorno venne battezzato nella cattedrale di Massa Marittima. Rimasto orfano si trasferisce a Siena dove frequenta gli studi e vive agiatamente, curato dalle zie.

Aveva 20 anni quando Siena nel 1400 fu colpita dalla peste; e anche molti medici e infermieri dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, morirono contagiati, per cui il priore chiese pubblicamente aiuto. Bernardino insieme ai compagni della Confraternita si offrì volontario, la sua opera nell’assistenza agli appestati durò per quattro mesi, fino all’inizio dell’inverno, quando la pestilenza cominciò a scemare. Trascorsero poi altri quattro mesi, tra la vita e la morte, essendosi anch’egli contagiato; guarito assisté poi per un anno la zia Bartolomea diventata cieca e sorda.

La scelta Francescana

In quel periodo cominciò a pensare seriamente di scegliere per la sua vita un Ordine religioso, colpito anche dall'ispirata parola di san Vincenzo Ferrer, domenicano, incontrato ad Alessandria. Alla fine scelse di entrare nell'Ordine Francescano e liberatosi di quanto possedeva, l'8 settembre 1402 entrò come novizio nel Convento di San Francesco a Siena; per completare il noviziato, fu mandato sulle pendici meridionali del Monte Amiata, nel convento sopra Seggiano, un villaggio di poche capanne intorno ad una chiesetta, detto il Colombaio. Il convento apparteneva alla Regola dell'Osservanza, sorta in seno al francescanesimo 33 anni prima, osservando appunto assoluta povertà e austerità, prescritte dal fondatore san Francesco; e con la loro moderazione, che li distingueva dagli Spirituali più combattivi nei decenni precedenti, gli Osservanti si opponevano al rilassamento dei Conventuali, con discrezione e senza eccessi.

Frate Bernardino visse al Colombaio per tre anni, facendo la professione religiosa nel 1403 e diventando sacerdote nel 1404, celebrò la prima Messa e tenne la prima predica nella vicina Seggiano e come gli altri frati del piccolo convento, prese a girare scalzo per la questua nei dintorni. Nel 1405 fu nominato predicatore dal Vicario dell’Ordine e tornò a Siena.

Predicatore

La sua predicazione fu stimolo ad un forte rinnovamento per la Chiesa cattolica e per il movimento francescano. Nelle sue prediche insisteva sulla devozione al Santissimo Nome di Gesù. Si ritiene che grazie alla sua predicazione il Cristogramma JHS (Jesus Hominum Salvator) sia entrato nell'uso iconografico comune e sia divenuto familiare alla gente. Infatti, venivano fatte baciare ai fedeli che ascoltavano le sue prediche delle tavolette di legno incise con il monogramma JHS sormontato da una croce e attorniato da un sole. Il simbolo disegnato sulle tavolette era un sole d'oro in campo azzurro (l'azzurro indica l'umanità e l'oro la divinità), al centro del cerchio del sole vi erano le tre lettere JHS. Il sole ha dodici raggi e san Bernardino, in relazione al nome Gesù così lo descrive:

I Rifugio dei peccatori
II Vessillo dei combattenti
III Medicina degli infermi
IV Sollievo dei sofferenti
V Onore dei credenti
VI Splendore degli evangelizzanti
VII Mercede degli operanti
VIII Soccorso dei deboli
IX Sospiro di quelli che meditano
X Aiuto dei supplicanti
XI Debolezza di chi contempla
XII Gloria dei trionfanti

L'uso di baciare un simbolo religioso durante la celebrazione era diffuso nel Medioevo; il simbolo religioso, solitamente la croce, rappresentava la pace e come tale veniva presentato: era ciò che è oggi la stretta di mano che si accompagna al Rito della Pace, subito prima della comunione.

Etica del lavoro

Bernardino non mancò di attenzione agli aspetti pratici della vita dei fedeli, con un'analisi innovativa e decisamente moderna.

Il suo pensiero è ricordato nella storia del pensiero economico poiché fu il primo teologo, dopo Pietro di Giovanni Olivi, a scrivere un'intera opera sull'economia intitolata Sui contratti e l'usura. Nel libro egli, come già Sant'Antonio di Padova, condanna aspramente l'usura e affronta i temi della giustificazione della proprietà privata, dell'etica del commercio e della determinazione del valore e del prezzo.

Analizza, inoltre, con grande profondità la figura dell'imprenditore e ne difende il lavoro onesto. Fa notare, infatti, che il commercio, può venire praticato in modo lecito o illecito, come tutte le altre occupazioni e non è necessariamente fonte di dannazione. Se onesto, un mercante fornisce servizi utilissimi a tutta la società: sopperisce alla scarsità di beni in una zona trasportandone da altre in cui sono abbondanti, custodisce beni limitando i danni di eventuali carestie, trasforma in prodotti lavorati le materie altrimenti grezze e inutili.

Per essere onesto, sostiene Bernardino, l'imprenditore dev'essere dotato di quattro grandi virtù: efficienza, responsabilità, laboriosità, assunzione del rischio. I guadagni che derivano ai pochi che hanno saputo attenersi a queste virtù sono la giusta ricompensa per il duro lavoro svolto, ed i rischi corsi.

Per contro, condanna senza mezzi termini i nuovi ricchi, che invece di investire la ricchezza in nuove attività, preferiscono prestare a usura e strangolano la società anziché farla crescere. Bernardino riteneva, infatti, che la proprietà non "appartenesse all'uomo", quanto piuttosto "fosse per l'uomo" come uno strumento per ottenere un miglioramento nell'insieme della società. Uno strumento che veniva da Dio e che l'uomo doveva meritare, applicare e far fruttare.

Come già ad altri importanti predicatori, a Bernardino fu particolarmente caro il tema della riconciliazione e della risoluzione di contese.

Fu molto assiduo nella predicazione e molto esplicito nei contenuti, il che gli procurò diversi nemici.

Nel 1425 predicò tutti i giorni per sette settimane nella città di Siena. Gli ambienti degli usurai e quello delle case da gioco gli si dimostrarono particolarmente ostili, tanto da far intentare contro di lui un processo per eresia sostenuto a Roma nel 1427. Bernardino fu completamento prosciolto dall'accusa anche grazie al teologo Paolo da Venezia.

Papa Martino V che lo conobbe durante il processo, ne fu molto impressionato e gli chiese di predicare anche a Roma. Bernardino predicò per 80 giorni consecutivi nella città, dedicando un impegno particolarmente attento a questa attività: scriveva e riscriveva i suoi discorsi prima di arrivare sul pulpito, sino ad essere certo della loro validità.

La predicazione a Siena

Le prediche volgari sono una raccolta delle 45 prediche che il Santo, su richiesta dei Signori del Comune, tenne a Siena, in Piazza del Campo, per 45 giorni a partire dal 15 agosto 1427.

Quando il Santo giunse a Siena nell'agosto del 1427, era stanco dei suoi viaggi ed avrebbe desiderato riposare, ma per l'insistenza dei Signori iniziò a predicare il 15 agosto, Festa dellaMadonna. I Senesi avrebbero desiderato che lui ritornasse a Siena da Vescovo, ma Bernardino per ben tre volte nella sua vita rifiutò il Vescovado.

Poiché non c'erano, a Siena, chiese capaci di contenere tutta la popolazione, fu deciso che predicasse nella Piazza del Campo. Fu poi deciso che iniziasse all'alba, per permettere a tutti di ascoltarlo. Fu alzato un altare per la Messa tra due finestre del Palazzo Comunale; successivamente fu costruito un pulpito su quattro gambe di legno. A sinistra del pulpito fu posta una tribuna per i Priori della Signoria. A destra stavano le donne ed a sinistra gli uomini, separati da un tendone affinché gli uomini non si balestrassero con gli occhi. Il santo iniziava prestissimo a dire Messa; la piazza cominciava a riempirsi e, a Messa finita, iniziava subito la predicazione, che finiva intorno alle sette, quando aprivano i negozi e la piazza si riempiva di persone che andavano al mercato che si teneva intorno alla stessa.

Il santo scriveva anche in latino, ma predicava in dialetto, e viene allora spontanea la domanda su come hanno fatto queste prediche a giungere sino a noi.

Vi era a Siena un tal Benedetto di maestro Bartolomeo, cimatore di panni, sposato con figli, che tralasciò il lavoro per scrivere le presenti prediche, de verbo ad verbum, come lui predicava. Queste parole, riprese dal "Prologo" spiegano come mai è possibile parlare oggi dell'arte oratoria di san Bernardino da Siena, senza essere stati in Piazza del Campo.

Detto Benedetto doveva conoscere un mezzo di scrittura abbreviata, ma nel Quattrocento, gli esperti escludono che si possa parlare di stenografia. Altri sistemi - note tironiane e tachigrafia - o non erano adatte alla lingua volgare o non se ne ha più notizia. Probabilmente si tratta di una brachigrafia da lui inventata.

Egli non scriveva sulla carta: inchiostro e penna d'oca mal si adattavano ad una scrittura veloce, per non parlare dei costi. Adoperava invece delle tavolette cerate su cui scriveva con lo stile a sgraffio. Con enorme risparmio perché le tavolette cerate potevano essere rispalmate e pareggiate con la parte opposta dello stile (a forma di spatola).

Quindi Benedetto si recava al Campo con tante tavolette, preparate la sera prima, le scriveva, le riportava a casa, le ricopiava su carta pecora, rispalmava le tavolette ed era pronto per il giorno dopo; e così per 45 giorni. Si deve dire, per sottolineare la bravura del Benedetto, che egli scriveva tutto, anche le esclamazioni, come ad esempio: Doh!, Ca, ca, ca, uh, uh, uh ecc. e che spesso il Santo interloquiva con il pubblico e parlava con lui (Benedetto) invitandolo, per esempio, a stare attento a scrivere bene un certo discorso.

Quindi egli fece veramente un'opera meritoria perché altrimenti, le prediche e quindi il pensiero del Santo sarebbero andate totalmente perdute.

Titoli delle prediche di [San Bernardino da Siena].

I - In questa predica si tratta come la nostra gloriosa Madre andò in cielo, e de l'allegrezza che fece il paradiso di lei.
II - In questa siconda predica si contiene della mirabile cura che Idio ha sopra dell'umana natura; e come Idio ci guarda colli angioli suoi.
III - Nella quale tratta delle parti vuole avere il predicatore e l'uditore.
IV - Qui dice come si die lassare il male e fare il bene, assegnando bellissime ragioni.
V - In questa quinta predica si tratta come Idio ci mostra a noi e' suoi grandi giudici, con molte belle ragioni.
VI - In questa sesta predica si tratta de' detrattori con bellissimi essempli.
VII - In questa settima predica si tratta anco della mala lingua, e de' remedi contra e' detrattori, con belle ragioni.
VIII - In questa ottava predica ( tratta ) come l'uomo de' raffrenare la lingua.
IX - Perché Iddio ci ha dato la lingua, e della detrazione.
X - Qui tratta delle divisioni e parzialità, e delli stermini che Idio manda.
XI - Similmente tratta delle parzialità.
XII - Anco contiene delle parti.
XIII - In questa predica si tratat di tre giudici, quando Cristo verrà a giudicare el mondo, con bellissime autorità.
XIV - In questa seguente predica diremo di coloro che cominciano a far bene, e poi tornano indietro, e come Idio gli ha in odio.
XV - In questa seguente predica si contiene della siconda visione di Giovanni evangelista, tocando molto della superbia de' peccatori, con bellissime ragioni.
XVI - In questa seguente predica si contiene della dilezione del prossimo.
XVII - Qui in questa presente predica si tratta de' reggimenti e delli stati, e con quanta giustizia debba règgiare chi ha offizio.
XVIII - Qui in questa predica si tratta come si deve amare il prossimo suo; e chi è prodssimo.
XIX - Come il marito diè amare la donna, così la donna il suo marito.
XX - Qui appresso in questa predica si tratta pure dell'ordinato amore che debba èssare infra la moglie e 'l marito.
XXI - In questa seguente predica si tratta come el matrimonio debba èssare considerato, per tre belle ragion.
XXII - In questa seguente predica si tratta come si debba onorare le vere vedove.
XXIII - In questa presente predica si tratta delle parzialità, con molti belli esempli.
XXIV - Qui tratta della Natività della Vergine Maria.
XXV - Come debba ministrare iustizia chi ha offizio.
XXVI - Come e che si de' domandare a Dio.
XXVII - Come si de' domandare a Dio che c'insegni a fare la sua volontà.
XXVIII - Similmente, che Idio c'insegni a fare la sua santa volontà.
XXIX - Della Annunziazione della Vergine gloriosa Maria.
XXX - Qui tratta delle dodici donzelle che ebbe la Vergine Maria.
XXXI - Come si de' perseverare insino al fine chi vuole avere la corona.
XXXII - Come santo Giovanni vidde un altro Angiolo venire, il quale fu santo Francesco.
XXXIII - dimostra come si de' temere Idio, e come Lucifero cadde per la superbia.
XXXIV - Come Iddio si deba temere; e d'una visione di Giovanni nello Apocalipse.
XXXV - Qui si tratta delli tre peccati capitali.
XXXVI- Qui tratta de' flagelli di Dio e de le locuste.
XXXVII - Come ogni cosa di questo mondo è vanità.
XXXVIII - Dei mercatanti e de' maestri, e come si den fare le mercanzie.
XXXIX - In questa reprende l'abominevole peccato della maledetta soddomia.
XL - Qui tratta della elemosina, e a chi si de' fare la limosina.
XLI - Similmente della elemosina e dell'utilità e frutto che ne seguita a chi la fa.
XLII - Qui tratta come David profeta cercando in questo mondo per la pace, non la poté trovare.
XLIII - In questa predica si tratta come Dio creò gli Angioli, e come gli uomini di questo mondo partecipano di loro.
XLIV - Qui tratta di santo Francesco e del suo infiammato amore e fervore.
XLV ED ULTIMA - Come si debba amare Idio; e come s'acomiatò dal popolo.


Gli ultimi anni: evangelizzatore e pacificatore

A più riprese rifiutò la carica di vescovo, per dedicarsi appieno alla sua vocazione di missionario: nel 1427 per la città di Siena, nel 1431 per quella di Ferrara e nel 1435 per quella di Urbino. Durante la permanenza nella terra dei Montefeltro, ebbe la simpatia e la stima di Federico, futuro Duca d'Urbino, che frequentandolo ne rimarrà segnato dalla sua spiritualità per tutta la vita.

Nel 1437 divenne vicario generale dell'ordine degli osservanti. Nel 1438 venne nominato vicario generale di tutti i francescani italiani.

Non smise mai di dedicarsi, nonostante questi incarichi, all'evangelizzazione. Nel 1444, pur essendo molto malato, su invito del vescovo Amico Agnifili, si recò a L'Aquila, anche per tentare di riconciliare due fazioni che in città si affrontavano apertamente. Morì il 20 maggio in questa città.

Si racconta che la bara continuò a gocciolare sangue fino a quando le due fazioni non si furono riappacificate.

Il culto

Fu canonizzato nel 1450 da Papa Niccolò V. La memoria liturgica ricorre il 20 maggio.

Il corpo è conservato a L'Aquila, nella basilica a lui dedicata. Nella città il culto si manifesta soprattutto con la diffusissima presenza del monogramma IHS sulle porte degli edifici. Dal 1958 ogni anno, il 20 maggio, una scuola dalla diocesi di Siena porta in dono l'olio per tenere accesa la lanterna tutto l'anno[1].

Già prima della canonizzazione si diffusero voci sulle gesta miracolose a lui attribuite, alcune delle quali trovarono spazio in un'edizione di quegli anni della "Leggenda Aurea".

Le prediche tenute da Bernardino nei suoi viaggi furono raccolte da un suo fedele discepolo e pubblicate dopo la sua morte. Esse sono un esempio di grande interesse di letteratura sacra e testimoniano le tensioni di rinnovamento spirituale che ebbero luogo nel XV secolo. A lui è intitolata un' arciconfraternita a Montella, l'Arciconfraternita di San Bernardino da Siena.

PatronatiOrifiamma di San Bernardino da Siena, affresco nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli (Lugano).San Bernardino da Siena è patrono di:

Induno Olona (VA - Lombardia) (compatrono)
Altavilla Irpina (compatrono)
Bernalda
Carpi
Cartoceto
Filettino (compatrono)
Gissi
L'Aquila (compatrono)
Luzzana
Marsicovetere
Mogoro
Montecorvino Pugliano
Morano Calabro
Trevignano Romano
Vinchiaturo
Civitanova del Sannio
Tordandrea
Vicalvi

20 Maggio             Sant'Arcangelo Tadini, sacerdote, francescano secolare

Ricorrenza:            20 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   12 ottobre 1846
Anno della Morte: 20 maggio 1912

Verolanuova, Brescia, 12 ottobre 1846 - Botticino Sera, Brescia, 20 maggio 1912

Nacque in una famiglia nobile il 12 ottobre 1846 a Verolanuova (Brescia). Venne ordinato sacerdote nel 1870. Viceparroco e maestro elementare in Val Trompia e successivamente cappellano nella periferia di Brescia fino al 1885, si dedicò completamente all'attività pastorale e all'insegnamento elementare, divenendo in questo campi un precursore per molti aspetti. Nel 1887 divenne parroco a Botticino Sera (Brescia), carica che tenne fino alla morte. Si distinse anche per il forte impegno sociale. Fondò nel 1893 la Società di Mutuo Soccorso e nel 1898 una filanda per evitare l'emigrazione delle ragazze del paese per trovare lavoro; inoltre un pensionato per lavoratrici. Per assicurare l'assistenza alle giovani, fondò nel 1900 una Congregazione religiosa: le Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth con i tre voti canonici, vita in comune e abito religioso ma impegnate come vere e proprie operaie. Morì il 20 maggio 1912. È stato canonizzato da Papa Benedetto XVI il 26 aprile 2009.



Biografia:

Infanzia e famiglia

Arcangelo Tadini nacque il 12 ottobre 1846 a Verolanuova, in provincia e diocesi di Brescia. Era il penultimo dei quattro figli nati da Pietro e Antonia Gadola e, in totale, degli undici che il padre aveva avuto, contando anche quelli del precedente matrimonio con Giulia Gadola, sorella di Antonia, morta a ventotto anni.
Fu battezzato nella chiesa prepositurale di San Lorenzo martire a Verolanuova il 18 ottobre 1846, a quattro giorni dalla nascita. La sua famiglia era benestante, Arcangelo crebbe in un ambiente liberale che però non influì, in nessun modo, sulla sua formazione. 
Ereditò dalla madre una salute cagionevole, tanto che rischiò di morire a due anni. Frequentò le elementari a Verolanuova fino ai dieci anni circa. Verso il 1855-56 passò al ginnasio di Lovere dove studiavano i suoi fratelli Alessandro e Giulio. Entrambi passarono al Seminario diocesano di Brescia, ma solo il secondo divenne sacerdote.

Vocazione al sacerdozio diocesano

Fu nel periodo della prima Messa del fratello Giulio e tramite la frequentazione di casa sua, diventata un oratorio festivo, che Arcangelo maturò la vocazione al sacerdozio; a dire il vero, già alla fine delle elementari si sentiva orientato in quel senso. Nonostante fossero tempi in cui l’anticlericalismo era diffuso anche nei ceti agiati come il suo, il ragazzo non si lasciò impressionare, anzi, si sentì ancora più motivato a intraprendere quella via.
Entrò nel seminario di Brescia nel 1864, per studiare filosofia e teologia. Terminò dopo sei anni, nel 1870, quando venne ordinato sacerdote dal vescovo-principe di Trento, monsignor Benedetto Riccabona de Reichelfels, perché monsignor Girolamo Verzieri, vescovo di Brescia, era a Roma per i lavori del Concilio Vaticano I. Celebrò la prima Messa a Verolanuova il 26 giugno 1870.

I primi tempi del ministero

Cominciò il suo ministero pastorale come curato (viceparroco) e maestro elementare a Lodrino in Val Trompia, dal 29 giugno 1871 al 27 maggio 1873. Svolse un’intensa attività pastorale a dispetto di grandi difficoltà fisiche: quand'era ancora in Seminario, infatti, si era fratturato un ginocchio ed era rimasto zoppo perché non fu curato bene.
In seguito venne trasferito alla Noce, frazione periferica di Brescia, presso il santuario di Santa Maria della Noce, dipendente dalla parrocchia di San Nazzaro in Brescia. Don Arcangelo vi rifulse come uomo di Dio ricco di carità evangelica e ottimo direttore di anime. Inoltre si occupò di restaurare la chiesa, dotandola di un battistero, e di elevarla a curazia.

Curato, poi parroco-arciprete di Botticino Sera

Nel 1885 venne nominato curato della parrocchia di Santa Maria Assunta a Botticino Sera, sempre in provincia di Brescia, per affiancare il parroco in carica, don Cortesi, gravemente ammalato. Arrivò in paese il 29 novembre, ma un anno dopo, il 26 novembre 1886, il parroco morì e lui venne nominato economo spirituale. Il 20 luglio 1887, mentre era ad Abano per le cure termali, gli giunse la nomina a parroco-arciprete di Botticino Sera.
Si diede subito all’opera, per riparare alle mancanze compiute dai suoi predecessori, partendo dai giovani: aprì per loro l’oratorio e costituì la banda musicale. Per gli adulti rifondò la Confraternita del SS. Sacramento e istituì il Terz’ ordine Francescano. Infine, per tutelare i lavoratori, nel 1893 avviò la Società Operaia di Mutuo Soccorso. 
Attento alle famiglie, curava lo sviluppo delle giovani coppie, senza dimenticare gli ammalati, dai quali si recava con entusiasmo. Il motto del suo ministero era: «Tutta la mia scienza è la Croce e tutta la mia forza è la stola».

Carattere e stile di vita

In mezzo alle molte attività, la sua giornata  era scandita da numerosi momenti di adorazione: iniziava molto presto, alle 4 del mattino, apriva la chiesa e si portava nella casa madre delle suore operaie per dettare la meditazione alle suore, celebrare l'Eucaristia e poi risalire in parrocchia per le Confessioni dei parrocchiani. Sempre disponibile, di temperamento riflessivo e serio, s’impegnava a sorridere a tutti, specie ai bambini. 
Per ragioni di salute e sobrietà, il suo vitto era strettamente vegetariano. Seguiva in questo gli insegnamenti dell'abate tedesco Sebastian Kneipp, che prevedevano anche cure a base di bagni, in un’epoca in cui la medicina moderna stava compiendo i primi passi.

Preoccupazione per le giovani operaie

Le ragazze di Botticino, per aiutare economicamente la famiglia, cercavano lavoro nelle filande del bresciano, e perciò erano assenti spesso da casa. Don Arcangelo, che considerava la parrocchia come la famiglia di ogni cristiano, soffriva nel constatare la dispersione del suo popolo. 
Per le sue giovani aveva impiantato la Pia Unione delle Figlie di Maria, ma sentiva di poter fare di più. Per questo motivo, progettò lui stesso e fece costruire in paese una filanda, affinché le ragazze non abbandonassero la famiglia. Attuò così lo spirito dell’enciclica «Rerum Novarum» di papa Leone XIII, in sintonia con il movimento cattolico-sociale di fine Ottocento a Brescia.

La prima idea di fondazione

Volle però che le giovani fossero guidate materialmente e spiritualmente. Aiutato da un gesuita suo amico, padre Maffeo Franzini, diede nuovo slancio alla Compagnia di Sant’Angela (le Orsoline secolari), ma col tempo comprese che fossero necessarie religiose che assistessero le operaie, anzi, lavorassero gomito a gomito con loro.
Padre Franzini inviò a Botticino Sera da Milano la signorina Leopoldina Paris, ex religiosa canossiana, la quale rimase solo un anno, perchè non condivideva né il carisma della fondazione, né l'austerità di vita di don Arcangelo.  
Allora il parroco  chiese ad alcune operaie sue parrocchiane di condividere il progetto. Esse acconsentirono: iniziò con loro la nuova Fondazione, dando la responsabilità a Romana Maffeis. 

Le Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth

Nel 1900 si formò una prima comunità di religiose, ma le leggi ecclesiastiche dell'epoca imponevano ai vescovi di non autorizzare nessuna nuova fondazione, a meno che non avesse un fine specifico ben chiaro. Di conseguenza, don Arcangelo chiese a padre Franzini di scrivere una lettera al vescovo di Brescia, dove indicava la sua idea: come esistevano suore dedite all'educazione o alla cura dei malati, oppure di vita contemplativa, dovevano sorgere anche suore operaie.
Alla comunità diede il modello della Sacra Famiglia, perché desiderava che le sue figlie fossero eroiche, aperte alla Chiesa e attente al mondo del lavoro, donne che sapessero lavorare sorridendo. Il nome completo fu scelto: Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. Romana Maffeis assunse il nome religioso di suor Nazarena.

Le difficoltà della fondazione

Don Arcangelo dovette affrontare molte difficoltà economiche e parecchie incomprensioni, anche da parte di sacerdoti che non ritenevano opportuno che delle religiose facessero anche le operaie, svolgendo così una missione poco confacente a delle persone consacrate, perdipiù in un ambiente ostile alla Chiesa, come erano le fabbriche.
Le Suore Operaie furono oggetto di una visita apostolica da parte del vescovo di Prato e rischiarono di scomparire, assorbite dalle Ancelle della Carità di Brescia, già ben avviate; tuttavia, quel progetto non ebbe seguito.

Il testamento di don Arcangelo

L' arto zoppiccante e non curato aveva portato don Arcangelo a dover usare un bastone, ma progressivamente lui divenne paralizzato, tanto da dover essere portato in chiesa  con la carrozzella. Fu in quel modo che accolse i suoi parrocchiani il 21 marzo 1912, nel 25° anniversario del suo ingresso come parroco.
La sua omelia ebbe però i toni di un testamento spirituale, più che di rendimento di grazie: «Io non vivrò ancora molto. E non ho nulla da lasciare a Botticino in ricordo. Ma vi è una cosa che vivrà dopo di me e che lascio a voi: mi sono sacrificato per dare il pane ai miei parrocchiani, fabbricando a stento e con grandi fatiche la filanda affinché le figliuole non uscissero di paese con loro pericolo. Ma questo non bastava perché l’opera fosse compiuta. Ed ecco anime generose che abbandonano la famiglia e ciò che hanno di più caro per seguire la voce di Dio che le chiama a mettersi tra le operaie, a lavorare con loro, procurando con il buon esempio di essere di stimolo a far amare il lavoro e a non maledirlo. Se tutto ciò continuerà nel timore di Dio e nella fedeltà all’opera, allora le difficoltà saranno, con l’aiuto di Dio, superate, altrimenti io pregherò il Signore che tutto si sciolga».

La morte

L'8 maggio 1912, mentre celebrava la Messa, fu colpito da un malore. L’indomani ricevette la Comunione come Viatico e l’Unzione degli infermi dal suo confessore. Morì una settimana dopo, il 20 maggio 1912 alle ore 5  nella sua canonica.
La salma fu vegliata giorno e notte dai suoi giovani parrocchiani e i funerali si svolsero il giorno seguente. La bara fu portata a spalla da quattro giovani per tutto il paese, passando anche per via san Michele, sede della Casa madre delle suore. Venne quindi sepolto nel cimitero di Botticino.
Un necrologio su «Il Cittadino di Brescia» diede notizia della sua morte, ricordando il suo impegno parrocchiale, la sua austerità e sacrificio, la sua malattia. Di lì a poco, la sua fama di santità si sparse dentro e fuori la diocesi.

Il processo di beatificazione

Il processo ordinario informativo iniziò nella diocesi di Brescia il 13 gennaio 1960 e si concluse il 19 giugno 1964, completato dal decreto sugli scritti il 5 marzo 1970. Anche a seguito delle nuove legislazioni circa le cause di beatificazione, il processo informativo venne convalidato solo il 27 ottobre 1989. La “Positio super virtutibus” venne invece consegnata nel 1992.
In seguito alla riunione dei consultori teologi, il 16 giugno 1998, e dei cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi, il 17 novembre dello stesso anno, il Papa san Giovanni Paolo II riconobbe l’eroicità delle virtù di don Arcangelo il 21 dicembre 1998 e promulgò il decreto relativo.

Il miracolo e la beatificazione

Nel 1966, da aprile a maggio, si svolse l’inchiesta diocesana per l’esame di un presunto miracolo attribuito all’intercessione del Servo di Dio don Arcangelo Tadini. Si trattava del fatto accaduto a suor Carmela Berardi, delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth, colpita ancora giovane da tubercolosi polmonare, apicale, bilaterale, che le bloccò le corde vocali, rendendola afona per sette anni.
In occasione della riesumazione della salma del fondatore l'11 marzo 1943 alla presenza del tribunale diocesano, della comunità delle suore operaie, la superiora generale impose a suor Carmela di inginocchiarsi e pregare il Miserere. La sorella obbedì e all'istante  incominciò a parlare e pregare a voce alta con sorpresa di tutti gli astanti.Da quel momento sparirono anche i danni della tubercolosi.
Nel dicembre del 1998 la Consulta medica diede parere positivo, mentre il 23 marzo 1999 il Congresso dei Teologi si pronunciò favorevolmente circa l’intercessione del candidato agli altari. Il 18 maggio seguente i Cardinali e Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi giudicarono come vero miracolo l’asserito caso prodigioso.
Il 21 giugno 1999 san Giovanni Paolo II promulgò il decreto sul miracolo e celebrò il rito della beatificazione in piazza San Pietro a Roma il 3 ottobre 1999. La memoria liturgica del Beato Arcangelo Tadini venne quindi fissata, per la diocesi di Brescia e le Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth, al 21 maggio, il giorno seguente a quello della sua nascita al Cielo.

Il secondo miracolo e la canonizzazione

Per la canonizzazione è stata presentata alla Congregazione per le Cause dei Santi la inspiegabile risoluzione spontanea e duratura da sterilità di coppia multifattoriale, perdurante da 4 anni di due giovani coniugi, Elisabetta Fostini e Roberto Marazzi, di Brescia.
I medici, alla fine, suggerirono loro di pensare alla fecondazione in vitro, ma i Marazzi rifiutarono. Entrarono in contatto, invece, con un gruppo di famiglie che si riuniva nella Casa madre delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth, il Gruppo famiglia Beato Tadini: ogni mese, dall’aprile 2004, si trovarono a pregare con le altre famiglie, per chiedere la grazia di una gravidanza. Alla nascita di Maria, il 5 agosto 2005, seguì quella di un altro bambino, Giovanni, il 3 dicembre 2006.
L’inchiesta diocesana è stata celebrata nella diocesi di Brescia dal 16 giugno al 16 luglio 2006. Nella seduta del 15 novembre 2007 la Consulta medica del Dicastero ha riconosciuto all’unanimità l’evento come inspiegabile scientificamente. Il caso è stato esaminato con esito positivo dai Consultori Teologici il 22 aprile 2008 e dai Cardinali e Vescovi il 28 ottobre successivo. 
Papa Benedetto XVI ha quindi autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo il 6 dicembre 2008. Durante il Concistoro del 21 febbraio 2009 ha poi annunciato la data di canonizzazione del Beato Arcangelo Tadini, celebrata il 26 aprile 2009, di nuovo in piazza San Pietro a Roma.

Il culto 

Come già detto, la memoria liturgica di sant’Arcangelo Tadini cade il 21 maggio.
I suoi resti mortali furono poi portati dal cimitero di Botticino alla chiesetta della Casa madre delle suore, intitolata alla Sacra Famiglia. Il 24 maggio 1999 si è tenuta la ricognizione canonica, al termine della quale le reliquie del Beato  sono state rinchiuse in un’urna di bronzo su foglia d'oro.
Dopo la canonizzazione è stato deciso di restituire le sue reliquie alla parrocchia di Santa Maria Assunta di Botticino Sera, che lui aveva servito per venticinque anni. Il 29 ottobre 2009, quindi, si è proceduto a una nuova ricognizione, al termine della quale i resti sono stati chiusi in un nuovo contenitore. Da allora sono venerati presso l’altare già dedicato a san Carlo Borromeo.
Il 18 maggio 2009 alla chiesa parrocchiale è stato conferito il titolo di Santuario Diocesano dedicato a Sant’Arcangelo Tadini e, due giorni dopo, è diventato Basilica minore. Infine, le tre parrocchie di Botticino non potevano che adottarlo come loro patrono.


23 Maggio             Beato Rostagno, penitente francescano

Ricorrenza:            23 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:    
Anno della Morte: ✝1282



Biografia:


25 Maggio             Beato Gerardo Mecatti Terziario francescano

Ricorrenza:            25 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: 1245

Villamagna, Firenza, 1245 circa

Martirologio Romano: A Villamagna vicino a Firenze, commemorazione del beato Gerardo Mecatti, che, seguendo con passione l’esempio di san Francesco, distribuì i propri beni ai poveri e, ritiratosi in un eremo, per amore di Cristo si adoperò nell’accoglienza ai pellegrini e nell’assistenza agli infermi.




Biografia:

Nato a Villamagna, presso Firenze, sembra nell'a. 1174, vesti l'abito del Terz'Ordine di s. Francesco e, dopo aver distribuito i propri beni ai poveri, si ritirò in un eremo, dove trascorse la vita nella penitenza e nella contemplazione.
Ogni settimana visitava, in pio pellegrinaggio, tre chiese: una il lunedi in suffragio delle anime purganti, una il mercoledì per ottenere la remissione dei propri peccati, la terza il venerdì a sconto dei peccati altrui e per la conversione degli infedeli. Operò alcuni miracoli: una volta fece trovare mature le ciliege sull'albero durante l'inverno, per soddisfare il desiderio di un malato; un'altra, dovendo trasportare alcune grosse pietre per la costruzione del proprio sepolcro, e non avendo voluto un contadino prestargli i buoi, comandò due paia di giovenchi non domi, ed essi, docili, le trasportarono dove lui indicò.
Si disputa sul giorno e sull'anno della morte, che è fissato al 1242, al 1245, al 1254 o al 1276; per quanto riguarda il giorno si pensa al 13 o al 25 magg. Il Papebroch giudica poco probabile il 1276 perché si dovrebbe attribuire al beato oltre un secolo di vita, contrariamente ai dati della Vita più antica. Il Martyr. Franc. preferisce, invece, quest'ultima data, però non accenna all'anno di nascita; le Vies des Saints optano per il 1245. Il problema resta pertanto aperto. Il culto del Mecatti fu confermato da Gregorio XVI il 18 magg. 1833, dopo regolare processo. La sua festa nel Martyr. Franc. è iscritta al 25 maggio.

26 Maggio             Santa Mariana de Paredes y Flores

Ricorrenza:            26 Maggio
Nazionalità:         Equador
Anno di Nascita:   31 ottobre 1618
Anno della Morte: 26 maggio 1645

Santa Mariana de Paredes y Flores (Quito, 31 ottobre 1618; † Quito, 26 maggio 1645) è stata una laica consacrata ecuadoriana.




Biografia:

Nacque il 31 ottobre 1618 a Quito, allora appartenente al Viceregno di Nuova Granada, ultima degli otto figli del capitano Girolamo Flores Zenel de Paredes, di Toledo, in Spagna, e da Mariana Cranobles de Xaramilo, discendente da una nobile famiglia spagnola.

A cinque anni la bambina rimase orfana di entrambi i genitori. Si prese cura di lei la sorella maggiore, Girolama, che la educò con le sue tre figlie, avute dal capitano Cosimo de Caso Miranda. Fin dalla più tenera infanzia Mariana diede prove di una pietà e un amore per la mortificazione veramente straordinari. Nel cortile di casa organizzava con le compagne di gioco piccole processioni, recitava il rosario e faceva la Via Crucis non certo per divertimento. La sorella, inquieta e contenta insieme, la condusse da padre Giovanni Camacho S.J. nella chiesa della Compagnia di Gesù, poco lontana dall'abitazione dei Paredes, perché vedesse se era il caso di ammetterla alla Prima Comunione benché non avesse che sette anni. Padre Giovanni la esaminò, e avendola trovata di un senno superiore all'età la ammise alla Prima Comunione, in oltre la iniziò agli esercizi spirituali di sant'Ignazio. In riconoscenza la santa propose di essere una vera figlia della Compagnia di Gesù e volle essere chiamata soltanto Maria Anna di Gesù .

I coniugi Cosimo e Girolama, vista l'ardente fede della giovane, pensarono di dare un orientamento alla vocazione di Maria Anna. Le proposero di entrare prima tra le Domenicane, poi tra le Clarisse, ma Mariana confidò al suo padre confessore di aver percepito una voce distinta che le diceva che si sarebbe santificata nella propria casa vivendo nel raccoglimento e nella penitenza.

Il cognato e la sorella le assegnarono allora un piccolo appartamento di tre stanze. Mariana lo fece ammobiliare con un letto di legno, una croce guarnita di spine, una scala di legno della sua statura, dei flagelli, dei cilici e un altarino adorno delle statue di Gesù Bambino e della Madonna. Vestita di nero alla stregua dei Gesuiti, ella trascorreva nel suo ritiro la maggior parte della giornata. Non ne usciva che per andare alla Messa, occuparsi dei poveri e servire la famiglia ad ogni refezione, fedele sempre ad un regolamento di vita che aveva steso con l'approvazione del confessore.

« Dalle 4 alla 5,30 farò l'orazione mentale. Dalle 5,30 alle 6 mi metterò i cilici, reciterò le ore fino a nona, farò l'esame generale e particolare, andrò alla chiesa. Dalle 6,30 alle 7 mi confesserò. Dalle 7 alle 8 durante la Messa, preparerò le disposizioni del cuore per ricevere il mio Dio. Dopo che l'avrò ricevuto, ringrazierò l'Eterno Padre per avermi dato Suo Figlio e glielo offrirò, e in ricompensa chiederò molte grazie. Dalle 8 alle 9: libererò anime dal purgatorio e lucrerò indulgenze per esse. Dalle 9 alle 10: reciterò i quindici misteri della corona della Madre di Dio. Alle 10: durante la Messa mi raccomanderò ai miei santi: la domenica e i giorni di festa fino alle 11. Dopo mangerò se avrò necessità. Alle 14: reciterò i vespri e farò l'esame particolare e generale. Dalle 14 alle 17: farò dei lavori manuali ed eleverò il cuore al Signore facendo molti atti di amore. Dalle 17 alle 18: farò la lettura spirituale e reciterò compieta. Dalle 18 alle 21: farò orazione mentale e mi terrò alla presenza di Dio. Dalle 21 alle 22: mi leverò la sete con un sorso d'acqua e prenderò qualche cibo moderato. Dalle 22 alle 24: farò orazione mentale. Dalle 24 all'1: leggerò qualche vita di santi e reciterò mattutino. Dall'1 alle 4: dormirò, il venerdì sulla mia croce, le altre notti sulla mia scala: prima di coricarmi farò disciplina. In alcuni giorni di Avvento e di Quaresima dalle 22 alle 24 farò l'orazione in croce.[1] »

Nella città di Quito non tardò a spargersi la fama della santa vita che tra le pareti domestiche conduceva Mariana. Poveri e malati di frequente si portavano sotto la finestra di lei, prospiciente la strada, per ricevere denari, panieri gonfi di vestiti, pane, carne o prelibati cibi che la cucina padronale le faceva pervenire nei giorni di festa. Molte persone si rivolgevano a lei per consigli e preghiere e per la sua intercessione vi furono dei miracoli. La sua preghiera era ricca di grazie perché viveva continuamente unita a Dio. Ben lo sapeva il diavolo che la maltrattava, ma Mariana trovò un grande aiuto nel fratello coadiutore gesuita Ferdinando della Croce che fu il suo direttore spirituale dopo che padre Camacho dovette allontanarsi da Quito[1].

Le privazioni e le mortificazioni di Mariana la ridussero presto a pelle e ossa. I familiari, impensieriti, l'esortarono a moderare le austerità. La santa si rivolse al Cuore di Gesù supplicandolo:

« Difendi la tua gloria. Fa che gli altri mi vedano, sì, macilenta e brutta, ma che non capiscano mai il perché: che nessuno sappia di quel po' di penitenza che io faccio tanto volentieri per te. »

Il Signore, per mostrarle quanto gradiva le sue mortificazioni, le ridonò un viso pieno e armonioso fino alla morte. E Maria Anna continuò a macerare il suo corpo, spesso restava per quindici giorni di seguito senza bere per prendere parte all'amarissima sete provata da Gesù in croce. Negli ultimi sei anni di vita si cibò quasi esclusivamente dell'Eucaristia. Soltanto di rado prendeva un po' di succo di frutta. [1].

Nel 1645 la città di Quito fu devastata da un terremoto e dalla peste. Il 25 marzo nel vedere il padre Alonso de Rojas inginocchiarsi durante la predica e offrire la sua vita per la cessazione dei flagelli, si sentì spinta a mormorare anche lei in una suprema dedizione di olocausto:

« Mio Dio, mio Dio, vi offro la vita mia per il mio popolo. »

A casa, mentre si disponeva a pregare come il solito, sentì il primo annunzio di un malessere indefinito. Nella notte le scosse di terremoto cessarono e per Pasqua il morbo era cessato del tutto. Al capezzale della malata si succedettero i medici che non seppero trovare delle cure all'oscuro male. Il vescovo della città, Pietro de Oviedo, andò a ringraziarla e a benedirla. Come aveva predetto, Mariana morì la notte di venerdì 26 maggio 1645. Il "giglio di Quito" fu seppellita nella Chiesa della Compagnia di Gesù. Pur essendo diretta dai Gesuiti, aveva voluto iscriversi al Terz'Ordine Francescano senza mai indossarne l'abito. La vasta casa in cui morì fu trasformata, come aveva predetto, in monastero dalle Carmelitane Scalze[1] .

Il culto

Oggetto di devozione popolare sin dalla morte, le è intitolato l'Istituto di Santa Marianna di Gesù, fondato nel 1873 dalla beata Mercedes Molina y Ayala.

Beatificata nel 1853, è stata proclamata santa da papa Pio XII il 9 luglio del 1950: è la prima santa della repubblica dell'Ecuador, dove è conosciuta con l'appellativo di "Azucena de Quito" ("giglio di Quito").

28 Maggio             Santa Maria Anna De Paredes di Gesù, vergine, III Ordine 

Ricorrenza:            28 Maggio
Nazionalità:         Ecuador
Anno di Nascita:   31 ottobre 1618
Anno della Morte: 26 maggio 1645

Quito, Ecuador, 31 ottobre 1618 – 26 maggio 1645

Mariana de Jesús de Paredes y Flores nacque a Quito, oggi in Ecuador, il 31 ottobre 1618. Rimasta orfana dei genitori ancora fanciulla, si consacrò a Dio. Tuttavia, non potendo essere accolta in un monastero, iniziò nella sua casa un particolare tipo di vita ascetica, dedicandosi all’orazione, al digiuno e ad altre pie pratiche. Tentò anche di recarsi tra gli indios per portare loro la fede. Accolta poi nel Terz’Ordine Francescano, si dedicò con grande generosità all’assistenza dei poveri e all’aiuto spirituale ai suoi concittadini. Nel 1645 la città di Quito fu colpita da un terremoto, poi da un’epidemia. Durante una celebrazione, il confessore di Mariana, il gesuita Alonso de Rojas, annunciò di essere disposto a offrire la propria vita perché la pestilenza cessasse: la giovane si alzò in piedi e dichiarò di prendere il suo posto. Di lì a poco morì, a ventisei anni; la città fu salva. Beatificata dal Beato Pio IX il 20 novembre 1853, è stata canonizzata il 9 luglio 1950 da papa Pio XII, prima donna ecuadoregna a ottenere il massimo onore degli altari.



Biografia:

Mariana de Jesús de Paredes y Flores nacque a Quito (nell’odierno Ecuador, all’epoca dominio del Perù) il 31 ottobre 1618. Era una bella bambina sudamericana, ottava figlia del nobile di Toledo Capitano Don Girolamo Paredes y Flores. 
Venne educata cristianamente: il padre gesuita Juan Camacho rimase più volte meravigliato dall’intelligenza e dalla comprensione dei misteri divini della straordinaria fanciulla. Dormiva poco, costruiva in giardino altari emulando le cerimonie religiose e un giorno cercò di convincere alcuni coetanei ad andare in missione con lei a convertire i pagani. Raccomandava spesso ai familiari la recita del Santo Rosario.
Mariana aveva pochi anni quando conobbe il dolore della perdita di entrambi i genitori e venne affidata agli zii che vivevano fuori città. Fece la Prima Comunione, eccezionalmente, all’età di otto anni e, a partire dai dodici, poté comunicarsi quotidianamente. 
Molti del villaggio erano invidiosi e le proteste arrivarono persino al vescovo con grande pena di Mariana. Per la sua educazione si pensò al convento di Santa Caterina da Siena, ma ci furono alcuni impedimenti che lei vide come una contraria volontà divina a tale progetto. Decise che sarebbe rimasta in famiglia, consacrandosi al Signore per il bene dei suoi concittadini. Il confessore, Padre Monosalvas, convinse i parenti ad accettare tale decisione. 
Tornò a vivere in città, presso una sorella sposata che le mise a disposizione alcune stanze appartate della casa. Professò privatamente i voti di povertà, castità e obbedienza, indossando un abito scuro simile a quello dei gesuiti. 
La sua giornata trascorreva secondo uno schema stabilito dal confessore: cinque ore di preghiera, letture spirituali e lavori domestici (tipo la tessitura) il cui ricavato era destinato ai poveri che riceveva in casa quotidianamente. Questi erano da lei lavati, vestiti e all’occorrenza curati, con umiltà e senza ostentazione. 
Ai bimbi, soprattutto agli indios, insegnò a leggere, spesso la vita dei santi, a scrivere, cantare e suonare. Marianna suonava bene la chitarra e il piano. Lasciava la casa solo per partecipare alla Messa quotidiana. 
Rispettava lunghi digiuni durante i quali il suo unico nutrimento era l’Eucaristia. Secondo l’abitudine dei tempi usava inoltre alcuni strumenti di penitenza. Il Signore la ricompensò con doni mistici: leggeva i cuori, cadeva in estasi, faceva delle profezie. 
A ventuno anni, il 6 novembre 1639, fu accolta nel Terz’Ordine Francescano che ben si addiceva al suo spirito di rinuncia. 
Mariana nutriva una particolare devozione per la Santissima Trinità, per lo Spirito Santo, per la Passione e Morte di Gesù e per la Madonna di Loreto. Amava molto pregare pensando alla Santa Casa di Nazareth e all’Annunciazione di Nostro Signore. La sua era una preghiera interiore, secondo la spiritualità ignaziana.
Nel 1645 Quito fu colpita prima da un terremoto, che uccise circa duemila persone, poi da una terribile epidemia. Era la quarta Domenica di Quaresima quando nella Chiesa dei gesuiti Padre Alonso de Rojas, suo confessore, offrì pubblicamente la vita per la salvezza del paese. Marianna, che era seduta davanti al pulpito, alzandosi dichiarò che prendeva il suo posto, giudicando il ministero sacerdotale più importante. Da lì a poco si ammalò mentre le sciagure cessarono. Aveva donato, a soli ventisei anni, la vita per la sua tanto amata città. La notizia si diffuse in un baleno e lo stesso sacerdote la presentò come una eroina. Il suo olocausto di carità era d’esempio a tutta la nazione.
Il «Giglio di Quito», come divenne famosa, morì il 26 maggio, giovedì dell’Ascensione. Ai solenni funerali seguirono molti miracoli ottenuti per sua intercessione mentre, nella memoria della gente, era impressa la sua umiltà straordinaria e il suo grado altissimo di orazione. 
La giovane ecuadoregna venne beatificata il 20 novembre 1853 dal Beato papa Pio IX e canonizzata da papa Pio XII il 9 giugno del 1950. 
È patrona dell’Ecuador: il 30 novembre 1945, nel trecentesimo anniversario dalla morte, l’Assemblea Costituente la proclamò “Eroina Nazionale della Patria”.

28 Maggio             Beata Maria Muñoz, terziaria francescana  

Ricorrenza:            28 Maggio
Nazionalità:         
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: ✝1533



Biografia:


30 Maggio             San Ferdinando III di Castiglia, terziario francescano 

Ricorrenza:            30 Maggio
Nazionalità:         Spagna
Anno di Nascita:   1198
Anno della Morte: 30 maggio 1252

1198 - 30 maggio 1252

Figlio di Alfonso IX re di León e Berenguela di Castiglia, fu governatore modello dai solidi principi cristiani. Nel1217, all'età di 18 anni, ereditò la Castiglia, la terra di sua madre e nel 1230 il León, quella di suo padre. In questo modo unificò i due regni. Re prudente, si circondò sempre di persone fidate, con cui si consultava per le questioni più problematiche e urgenti. Di Ferdinando erano note anche la profonda devozione alla Madonna e la grande umiltà. Si sposò in prime nozze con Beatrice di Svezia (1219) e poi con Maria de Ponthieu (1235). Dalle due unioni nacquero complessivamente tredici figli. Ma la storia ricorda Ferdinando anche per le guerre contro i saraceni che gli permisero di riconquistare i regni di Cordova, Siviglia, Jaén e Murcia. Nel 1221 il sovrano fondò la cattedrale di Burgos, si deve a lui anche l'ampliamento dell'università di Salamanca. Morì il 30 maggio 1252 e fu sepolto nella cattedrale di Santa Maria a Siviglia. È stato canonizzato da Papa Clemente X il 4 febbraio 1671



Biografia:

San Ferdinando nacque nel 1198 da Alfonso IX, re di León, e da Berenguela di Castiglia. Con lui si unirono definitivamente i due regni della penisola iberica, senza guerre e spargimenti di sangue come spesso capita in simili circostanze. Tale unione fu infatti dettata dal matrimonio fra i suoi genitori: la morte prematura di Enrico I di Castiglia nel 1217 aveva inaspettatamente portato la corona castigliana alla sorella Berenguela, la quale, con grande prudenza e sagacia, volle cederla spontaneamente al giovane figlio Ferdinando, nel corso di una grande assemblea tenutasi a Valladolid. Fu così che nel luglio 1217 egli venne finalmente riconosciuto quale sovrano dai nobili castigliani. Nel 1230 prese anche possesso del regno di León, superati non pochi ostacoli derivanti dalle disposizioni testamentarie del padre, che poco prima della morte, aveva designato eredi universali le figlie Sancia e Dolce.
L’unione definitiva fra i due regni di Castiglia e di León costituì uno dei meriti più gloriosi della vita di Ferdinando: preparata accuratamente dalla madre, favorita dalla gerarchia ecclesiastica ed appoggiata dai papi Innocenzo III ed Onorio III, tale unione annullò definitivamente una delle più frequenti cause di attrito tra i regni spagnoli e si rivelò vincente nella lotta contro il comune nemico, cioè l’Islam a quel tempo penetrato nel continente europeo.
Ferdinando convolò a nozze prima con Beatrice di Svevia (nota anche come Beata Beatrice de Suabia) nel 1219 e poi, rimasto vedovo, con Maria de Ponthieu nel 1235: da queste felici unioni nacquero ben tredici figli. Questa politica matrimoniale instaurò strette relazioni con la casata imperiale di Germania e con quella reale di Francia, tanto che il primo matrimonio diede al figlio, Alfonso X il Saggio, fondamento giuridico per aspirare addirittura al trono germanico.
L’aspetto più rilevante del regno di Ferdinando III è però costituito dalla cosiddetta “Riconquista”: armato cavaliere a Burgos nel 1219 e riappacificati all’interno i suoi regni, consacrò per trenta lunghi anni tutta la sua attività bellica alla lotta contro gli invasori musulmani, assumendo quale suo scopo non soltanto la completa liberazione della Spagna, ma anche il riuscire a schiacciare il potere nemico, aspirazione suprema tanto delle crociate quanto del pontificato. La riconquista di città e fortezze importanti quali Baeza, Jaén, Martos, Córdoba e Siviglia meritarono al sovrano l’appellativo di “Conquistatore dell’Andalusia”. Di pari passo si procedeva anche alla restaurazione religiosa e grazie alle generose donazioni elargite da re Ferdinando vennero restaurate le diocesi di Baeza-Jaén, Córdoba, Siviglia, Cartagena e Badajoz.
L’impegno di questo santo sovrano nella lotta contro l’Islàm fu riconosciuto e premiato dalla Chiesa di Roma con il riconoscimento del diritto di patronato, benché limitato ad alcuni benefici, delle sedi restaurate. Ebbe inoltre facoltà di spendere per la “Riconquista” il ricavato della vigesima, raccolto dai collettori pontifici in Spagna per la crociata orientale, ed al medesimo scopo gli venne concesso il tributo delle “terze reali”, consistenti in una terza parte dei beni ecclesiastici destinata all’edificazione delle chiese. Tutto ciò, insieme alla frequente concessione di indulgenze mediante l’equiparazione dei crociati spagnoli a quelli orientali, permise a San Ferdinando di ingrandire il regno di Castiglia, ormai definitivamente egemone sugli altri stati della penisola iberica, e di rivelarsi un governante modello, dai sani principi cristiani, sagace ed abile nelle trattative.
Il regno di Murcia si arrese mediante un trattato firmato da suo figlio, pattuì una tregua con il re moro di Granada, organizzò la marina castigliana riuscendo così ad avanzare trionfalmente lungo il Guadalquivir. Intransigente con gli eretici, per contro fu però sempre generoso e magnanimo verso i vinti, tollerante nei confronti dei giudei ed ubbidiente alle indicazioni ricevute dalla Chiesa. Liscrizione sul suo sepolcro in quattro lingue, ebraico, arabo, latino e castigliano, è la prova tangibile di come il sovrano seppe accattivarsi pienamente l’unanime rispetto.
Re prudente, fu sempre affiancato da un consiglio di dodici persone circa gli affari gravi ed importanti del suo regno. Al fine di governare in pace e giustizia i suoi sudditi, intraprese la redazione di un codice di leggi, ultimato poi da suo figlio. Incrementò le scienze e le arti, avviando l’università di Salamanca, proteggendo quella di Valencia e lo Studio Generale di Valladolid. Contribuì economicamente all’edificazione delle nuove cattedrali di Leon, Burgos e Toledo, e riportò a Compostella le campane che Almansur aveva rubato. Accolse in Spagna i Francescani, i Domenicani ed i Trinitari, ordini allora nascenti.
Oltre che quale re magnanimo ed invincibile capitano, Ferdinando si rivelò esemplare anche semplicemente quale uomo. Seppur in mezzo alle glorie del mondo riuscì a coltivare un’intensa religiosità ed una particolare devozione alla Madonna, nonchè dimostrarsi sempre grato al Signore delle sue vittorie ed umile sino al punto di chiedere la pubblica penitenza. Con edificante umiltà domandò perdono mentre gli venne amministrato il Viatico, che volle ricevere in ginocchio nonostante la grave infermità. Considerò il suo regno quale dono divino e perciò lo offerse al Signore unitamente alla sua anima il 30 maggio 1252, pronunziando prima di spirare queste parole: “Signore, nudo uscii dal ventre di mia madre, che era la terra, e nudo mi offro ad essa; o Signore, ricevi la mia anima nello stuolo dei tuoi servi”.
San Ferdinando III, re di Lèon e Castiglia, sino ad oggi è stato l’unico sovrano spagnolo ad essere ritenuto dalla Chiesa meritevole della gloria degli altari e tutti i cronisti, persino l’arabo Himyari, concordano nel riconoscergli purezza nei costumi, prudenza, eroismo, generosità, mansuetudine ed un innato spirito di servizio nei confronti del suo popolo. Furono proprio cotante virtù, unite al saggio governo dei suoi regni, a santificare la sua vita raggiungendo una tale perfezione morale da costituire un vero modello di sovrano e governante cristiano.
Il suo culto, inizialmente limitato alla città di Siviglia, fu poi esteso alla Chiesa universale: nel 1629 ebbe inizio il processo di canonizzazione, volto a dimostrare il suo culto immemorabile, la veridicità di molti miracoli e l’incorruzione del suo corpo, finchè il 4 febbraio 1671 fu finalmente canonizzato da Papa Clemente X. L’arma dei genieri dell’esercito lo elesse suo patrono, ma anche i carcerati, i poveri e i governanti lo invocano loro speciale protettore. L’iconografia lo raffigura sempre giovane, senza barba, con i classici attributi reali quali corona, scettro e sfera, a volte anche con una statuetta della Madonna che portava con sé nelle sue campagne militari o con una chiave in mano in ricordo di quella consegnatagli dal re moro dopo la conquista di Siviglia.

31 Maggio             San Felice da Nicosia

Ricorrenza:            31 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   5 novembre 1715
Anno della Morte: 31 maggio 1787

Felice di Nicosia, al secolo Filippo Giacomo Amoroso (Nicosia, 5 novembre 1715; † Nicosia, 31 maggio 1787) è stato un religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini.



Biografia:

San Felice di Nicosia nacque a Nicosia, figlio del calzolaio Filippo Amoroso e di Carmela Pirro.

Il suo nome di battesimo era Filippo Giacomo e fin da bambino fu molto devoto.

Il padre morì quando lui aveva tre anni, frequentò allora la bottega del calzolaio Giovanni Ciavarelli, soffrendo per il linguaggio scurrile che vi si usava.

Della sua infanzia si tramanda un episodio miracoloso, quando facendo passare il dito bagnato di saliva su un pezzo di cuoio tagliato male da un operaio che se ne disperava, ottenne che il cuoio ritornasse intatto.

Dopo la morte dei genitori, chiese inutilmente per ben sette anni di essere ammesso fra i frati cappuccini di Nicosia, ma veniva sempre rifiutato perché analfabeta. Nel 1743 il padre provinciale di Messina in visita a Nicosia lo ammise. Entrò nel convento dei cappuccini della vicina cittadina di Mistretta, dove nel 1744 emise i voti perpetui e prese il nome di Felice.

Dopo un anno tornò a Nicosia, dove si dedicò alla questua assieme al fratello, visitava sia le case dei ricchi per invitarli a condividere i loro beni, sia quelle dei poveri per dare loro conforto materiale e spirituale. Era molto paziente anche quando veniva scacciato malamente. Definiva se stesso u sceccareddu, l'asino che portava sulla soma tutto quanto aveva raccolto al convento.

Il superiore spesso lo trattava duramente, lo scherniva dandogli nomignoli quali gabbatore della gente e santo della Mecca, ma fra Felice rispondeva umilmente dicendo:sia per l'amor di Dio. Una volta gli ordinò di esibirsi nel refettoriodel convento vestito da pagliaccio e gli fece distribuire ai frati un impasto di cenere e acqua come se fosse ricotta fresca, che miracolosamente diventò ottima ricotta.

Essendo analfabeta, apprendeva a memoria i testi biblici durante le funzioni religiose e assimilava tutte le letture edificanti lette in convento durante la mensa.

Aveva una gran devozione per Gesù crocifisso. Tutti i venerdì digiunava a pane ed acqua e contemplava la passione e la morte di Gesù Cristo stando nel coro del convento, con le braccia aperte a forma di croce.

Si dedicò anche alla cura degli infermi sia nel corpo che nello spirito, ottenendo spesso per essi guarigioni miracolose. Era particolarmente dedito alla preghiera ed alla penitenza.

Nel 1777 il vicino paese di Cerami venne colpito da una grave pestilenza, il superiore dei cappuccini del luogo chiese a Felice di andare ad assistere i malati, cosa che fece con grande abnegazione, nonostante fosse già avanzato in età.

Obbediente fino alla fine, prima di morire chiese il permesso al superiore.

Morì il 31 maggio 1787.

31 Maggio             Santa Camilla Battista da Varano

Ricorrenza:            31 Maggio
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   9 aprile 1458
Anno della Morte: 31 maggio1524

Santa Camilla Battista da Varano al secolo Camilla da Varano (Camerino, 9 aprile 1458; † Camerino, 31 maggio1524) fu una religiosa, mistica e umanista italiana.



Biografia:

Nata a Camerino (Macerata) nella corte dei Varano il 9 aprile 1458. Suo padre, Giulio Cesare da Varano, fu signore della Città. Tipico signore rinascimentale, aveva combattuto per vari papi e in diverse città italiane, e per mezzo di una politica di matrimoni si era imparentato con le principali dinastie regnanti.

Giulio Cesare si sposò con Giovanna Malatesta ed ebbe tre figli da lei, e almeno sei figli naturali da diverse altre donne. Questi comportamenti nelle famiglie signorili erano ritenuti normali o comunque erano accettati senza scandalo. Camilla era figlia naturale della nobildonna Cecchina di mastro Giacomo, ma venne introdotta ed educata nello splendore della corte formata ad un’elevata cultura umanistica.

I palazzi signorili nel periodo rinascimentale erano centri di politica, ma anche di cultura e di mecenatismo. La giovane Camilla studiò il latino, lesse i classici, imparò a dipingere, ad andare a cavallo, a suonare e a ballare; crebbe vivace ed esuberante, immersa nel pullulare della vita di corte. aveva un temperamento schietto e volitivo, si può anzi dire indipendente e testardo, amante del bello e del piacere.

Nei disegni di suo padre, Camilla era destinata a un matrimonio di nobile convenienza, come tutte le sue sorelle. Invece la sua vita assunse una direzione imprevista.

Infatti fu presto affascinata dalla predicazione dei Frati Minori dell'osservanza, soprattutto da Fra Domenico da Leonessa e dal beato Pietro da Mogliano.

Quando aveva circa dieci anni il suo cammino ricevette un orientamento particolare dal proposito di «versare almeno una lacrimuccia» ogni venerdì in memoria della passione del Signore, fino a condurla alla scelta definitiva, combattuta fino all’ultimo, di un sì alla chiamata nella vita religiosa, che inizialmente detestava.

L'entrata in monasteroL'antica rocca dei Varano (Camerino)A ventitré anni, superando l’opposizione del padre, entrò nel monastero della monache clarisse di Urbino, uno dei luoghi più rappresentativi del movimento dell’osservanza. La volontà di vivere la regola di Santa Chiara in tutta la sua radicalità evangelica fu elemento costitutivo della sua chiamata. Vi entrò insieme con la cugina Gerinda il 14 novembre 1481.

Divenuta suora con il nome religioso di suor Battista, si preoccupò di una recita più fervorosa e meditata del rosario, impegnandovi anche tre ore, ottenendo grazie mistiche straordinarie; il rosario fu il suo conforto nei momenti difficili e nei giorni d’angoscia. Si preparava alle feste del Signore e della Madonna con rigorosi digiuni.

Ascoltando una predica sul mistero dell'Annunciazione si sentì profondamente intenerita per l’amore e la fede della Vergine e in segno di gratitudine emise il voto di mantenere i suoi sentimenti immacolati. L’immagine mariana da lei preferita fu quella dell'Addolorata o quella della Pietà che riassume la passione e l’amore del Figlio e della madre. I suoi scritti sulla Madonna (il XV, XVI e XXII, costituiti da una preghiera, una novena meditata e una breve poesia) sono traboccanti di fede e di amore.

Il ritorno a CamerinoGiulio Cesare da VaranoIl padre fece in modo che si fondasse un monastero di clarisse in Camerino, in modo da riavere vicino la figlia. Nel 1484suor Battista tornò a Camerino assieme ad altre sorelle portando sulle spalle una croce di legno tuttora custodita nella cripta del monastero. Qui fu più volte abbadessa.

Nel 1502 dovette fuggire dalla sua città e rifugiarsi ad Atri a causa della rivolta provocata da Cesare Borgia, dietro ordine di Papa Alessandro VI, che portò all’uccisione del padre e di tre fratelli, Annibale, Venanzio e Pirro. Dalla strage dei Varano si salvò, grazie alla madre che lo condusse a Venezia, solo il piccolo Giovanni Maria, che il nuovo papa Giulio II fece ritornare a Camerino come signore della città nel 1503.

Anche suor Battista poté tornare al suo monastero da dove nel 1505, per ordine di papa Giulio II andò a Fermo per fondarvi un altro monastero di clarisse e dove rimase fino al 1507, quando tornò a Camerino.

Negli anni 1521-22 si recò a San Severino Marche, per formare le clarisse locali che avevano assunto in quel periodo la Regola di S. Chiara.

Il Signore le donò singolari esperienze mistiche, delle quali troviamo tracce nei suoi numerosi scritti, che rivelano il suo ardente amore per Cristo crocifisso.

Morì a Camerino il 31 maggio 1524.

Il 7 aprile 1843 Gregorio XVI ne approvò il culto, mentre il 19 dicembre 1878 Leone XIII ordinò di riaprire il processo di canonizzazione.

È stata canonizzata da Benedetto XVI il 17 ottobre 2010[1].

Attualmente le sue spoglie sono custodite ed esposte al culto nella cripta a lei dedicata nella chiesa del Monastero.

I suoi scritti contribuirono alla formazione spirituale e intellettuale di tante persone, come, ad esempio, san Filippo Neri, Hélène de Chappotin de Neuville, il beato cardinale John Henry Newman - che ne venne a contatto mediante gli Oratoriani -, Giorgio La Pira, monsignor Luigi Padovese.

Opere

Le opere spirituali. Nuova edizione del V centenario dalla nascita secondo i più antichi codici e stampe e con aggiunta di alcuni inediti a cura di Giacomo Boccanera; prefazione di Piero Bargellini, Edizioni Francescane, Iesi 1958.
La purità di cuore. "Con qual'arte lo Spirito Paraclito si unisca con l'amatori suoi", a cura di Ch. Giovanna Cremaschi, Glossa (Sapientia 9), Milano, 2002.
Il felice transito del beato Pietro da Mogliano, a cura di Adriano Gattucci, Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2007.

Giugno

01 Giugno             Beato Giovanni Pelingotto Penitente francescano

Ricorrenza:            1 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1240
Anno della Morte: 1 giugno 1304

Urbino, 1240 – 1 giugno 1304

A Urbino nelle Marche, beato Giovanni Pelingotto, del Terz’Ordine di San Francesco, che, mercante, arricchiva gli altri più che se stesso e, ritiratosi in una cella, ne usciva soltanto per aiutare i poveri e i malati. 




Biografia:

Quasi contemporaneo del Poverello d’Assisi, il beato Giovanni Pelingotto (Pelino Goto) nacque 14 anni dopo la morte di s. Francesco, nel 1240 ad Urbino, anch’egli figlio di un facoltoso mercante di stoffe.
Il padre a dodici anni lo aveva avviato al commercio, ma Giovanni già a quella età aveva le idee chiare, possedendo una precoce inclinazione alla preghiera e al raccoglimento e sia pure a malincuore il padre dovette acconsentire a lasciarlo intraprendere la strada che desiderava.
Nella vicina chiesa di S. Maria degli Angeli, la prima fraternità francescana di Urbino, appena quindicenne aderì al Terz’Ordine della Penitenza, vestendone il rozzo saio e fedele imitatore del serafico Francesco, prese a vivere austeramente.
Con l’ardore della sua adolescenza ricercò Dio, amando i poveri, arrivando a privarsi anche del necessario per aiutarli, cercò il nascondimento, rifuggendo da ogni esibizionismo, atteggiamento naturale dei giovani di tutti i tempi.
Ma ben presto i suoi concittadini, cominciarono ad intuire lo spessore spirituale di quell’anima, molti l’avevano visto anche in estasi prolungata in cattedrale; la sua carità dentro e fuori le mura della città, era d’altronde sotto gli occhi di tutti, così si diffuse la fama di uomo di Dio.
Per distogliere da lui le attenzioni degli urbinati, si finse anche pazzo, ma più tentava di nascondersi, più il Signore faceva manifestare la sua virtù.
E la fama della sua santità lo precedette a Roma, dove si recò per il primo Giubileo del 1300, indetto da papa Bonifacio VIII (1235-1303), in effetti non era mai stato a Roma, ma per le strade presero ad additarlo come “quel santo uomo di Urbino” e alcuni prodigi confermarono al popolo romano la sua santità:
Ritornato ad Urbino intensificò la sua vita spirituale, girando per le contrade in atteggiamenti e abiti penitenziali e a piedi nudi; volendo imitare anche nel dolore il grande santo innovatore di Assisi, sopportò con rassegnazione una gravissima infermità che lo colpì.
In poco tempo fu ridotto in fin di vita con la perdita dell’uso della parola, riacquistata solo negli ultimi giorni; ormai prossimo alla morte e munito dei conforti religiosi, disse: “Andiamocene ormai con fiducia, alla gloria del Paradiso”, poi serenamente si spense il 1° giugno 1304.
Pur avendo chiesto di essere sepolto nella chiesa di S. Francesco, fu invece inumato nel cimitero francescano posto nel chiostro del convento.
Ma l’accorrere dei fedeli in continuazione e i tanti prodigi e grazie, che si dicevano ottenute per la sua intercessione, indussero i frati ad esumarne il corpo e trasferirlo nella suddetta chiesa.
Con le offerte dei fedeli, fu eretto un altare sulla sua tomba, dove si celebravano Messe in suo onore. Attraverso i secoli si perpetuò il culto per il santo Terziario Francescano, papa Benedetto XV il 13 novembre 1918, approvò ufficialmente il culto secolare del beato Giovanni Pelingotto. La festa si celebra il 1° giugno.

05 Giugno             Beato Bartolomeo Cardinale, Penitente francescano

Ricorrenza:            5 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: ✝1241




Biografia:


05 Giugno             Beata Elisabetta Verdugo, vergine, terziaria francescana 

Ricorrenza:            5 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   
Anno della Morte: ✝1430




Biografia:


08 Giugno             Beato Nicola da Gesturi

Ricorrenza:            8 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   5 agosto 1882
Anno della Morte: 8 giugno 1958

Beato Nicola da Gesturi, al secolo Giovanni Angelo Salvatore Medda, conosciuto come Fra' Nicola da Gesturi(Gesturi (SU), 5 agosto 1882; † Cagliari, 8 giugno 1958), è stato un religioso italiano, appartenente all'ordine dei Frati Minori Cappuccini. Le sue venerate spoglie riposano nella Chiesa di Sant'Antonio a Cagliari (che è anche Santuario di Sant'Ignazio da Laconi), officiata dai Frati Minori Cappuccini. La memoria liturgica del beato Nicola si celebra l'8 giugno.



Biografia:

L'infanzia e la giovinezza

Giovanni Angelo Salvatore, futuro Fra Nicola, nacque a Gesturi il 5 agosto 1882 penultimo dei cinque figli (Rita, Antonia Maria, Peppino, Giovanni, Salvatore) di Giovanni Medda e Priama Cogoni. I suoi genitori erano contadini di umili condizioni, ma onesti e devoti. L'8 dicembre 1886, a soli quattro anni, come si usava allora, ricevette il Sacramento della Cresima, e meno di un anno dopo, il 10 giugno 1887 morì suo padre; a tredici anni divenne anche orfano di madre (6 giugno 1895).

Da allora lavorò come servo, in cambio del solo vitto e alloggio (una misera stanzetta), come da lui stesso richiesto, presso il suocero della sorella, ricco possidente del paese.

Quando questi morì, lavorò, alle stesse condizioni, in casa della sorella Rita, lavorando nei campi del cognato Giuseppe Pisanu. Non fu per necessità che fece questa scelta; infatti avrebbe potuto usufruire della sua parte dell'eredità paterna, a cui volle invece rinunciare. Frequentò solo le prime classi elementari, e poi lasciò la scuola per fare solo la vita del contadino.

A quattordici anni, nel 1896, ricevette la Prima Comunione, e da allora visse sempre umilmente e devotamente. Il suo spirito di preghiera lo portava in Chiesa ogni volta che i suoi doveri glielo permettevano, per trascorrere intere ore davanti a Gesù Sacramentato. Il suo amore per i più poveri e la mortificazione in cui viveva furono lo stimolo ad aspirare alla vita sacerdotale, ma la povertà era un ostacolo insormontabile.

A 28 anni fu colpito da un reumatismo articolare che lo costrinse a rimanere a letto per oltre 45 giorni. Fu durante questa malattia che fece il voto alla Vergine Immacolata di digiunare tutti i sabati, promessa che mantenne per il resto della sua vita.


Vocazione religiosa

A 29 anni arrivò la consapevolezza della vocazione religiosa. Nel marzo 1911 Giovanni Angelo Salvatore Medda bussò al convento dei Cappuccini di Cagliari presentato da un'ottima relazione del parroco di Gesturi, e chiese di esservi ricevuto come fratello laico. Il Padre Martino da Sampierdarena, commissario provinciale, lo accettò solo come terziario, volendo prima verificare personalmente la serietà della vocazione di questo giovane, arrivato in Convento dopo una vita dedicata completamente al lavoro dei campi.

Il Superiore capì ben presto che Giovanni Medda aveva una vocazione non comune e molto matura e lo ammise al Noviziato dopo appena sette mesi di Probandato.

Durante l'anno di Noviziato il Maestro dei novizi, Padre Fedele da Sassari, che provò la sua vocazione, potè rendersi conto di avere a che fare con un giovane serio e fervoroso, che si distingueva su tutti gli altri. Nel 1913 vestì l'abito cappuccino e assunse il nome di Fra Nicola da Gesturi. Il Noviziato venne trasferito a Sanluri dove il 1 novembre del 1914, festa di Tutti i Santi, fra Nicola emise la professione semplice e il 16 febbraio del 1919 quella solenne, consacrandosidefinitivamente e completamente a Dio.

Fu successivamente trasferito a Sassari come cuciniere, ruolo che però non gli si addiceva, poi a Oristano, quindi nuovamente a Sanluri.

Nei dieci anni trascorsi dalla sua prima professione i frati avevano notato in fra Nicola un Religioso perettamente obbediente e così umile da ricercare sempre l'ultimo posto e dedicarsi alle cose meno appariscenti agli occhi altrui. I superiori pensarono che le doti straordinarie di cui egli era fornito potevano meglio svilupparsi in un ambiente più adatto e più vasto: il 25 gennaio del1924 lo mandarono al Convento Maggiore di Buoncammino, in Cagliari: qui egli visse per trentaquattro anni, fino al giorno della sua beata morte.


Frate questuante

Gli venne dunque affidato l'incarico di questuante in alcune zone storiche della città e nei paesi limitrofi. Questuare significava letteralmente girare per le strade, ogni giorno e con ogni tempo e bussare alle porte e stendere la mano per chiedere l' elemosina, ripetendo sempre le stesse parole tipiche della Sardegna: "A Santu Franciscu" (per San Francesco). Significava anche incontrare tante persone diverse: quelle che lo accoglievano e vedevano in lui un Santo, e quelli che lo deridevano e lo insultavano.

Così egli fece con assoluta conformità e regolarità, e divenne ben presto una presenza familiare e molto amata; con il suo modo di proporsi alla gente, umile e sempre con gli occhi bassi, non aveva bisogno di chiedere per ricevere l'elemosina: tutti erano pronti a dargli qualcosa. Molti gli si avvicinavano per chiedere un consiglio, un conforto, una preghiera per essere guariti.

Infine la sua divenne una "presenza" indispensabile; ascoltava tutti ma i privilegiati erano i poveri che visitava anche nelle loro misere case. Tutti ricevevano da lui una parola di conforto, di sapienza, sia per le strade della città che nel convento, tanto che con gli anni da "Frate cercatore" divenne 'Frate cercato'. Quando si avvicinava ad un quartiere, ad una strada, la notizia del suo imminente arrivo lo precedeva, come una sorta di "tam tam" di affetto e di gioia; tantissimi uscivano dalle case per incontrarlo, e mandavano i bambini per dargli qualcosa, ma soprattutto per ricevere da lui un santino, una benedizione, uno sguardo dei suoi limpidissimi occhi cerulei, fatto rarissimo a causa del suo sguardo sempre basso, ma che chi ha sperimentato anche una sola volta non dimenticherà mai. Ci sono ancora persone viventi che ricordano nettamente l'incontro dolcissimo e misterioso con un Santo, l'impressione indelebile di una Presenza soprannaturalema reale.


Durante la guerra

Cagliari, durante la seconda guerra mondiale, fu martoriata da numerosissimi bombardamenti, e Fra Nicola continuò a girare per le strade, prestando soccorso alle vittime. Infine la città fu evacuata; restarono solo i poveri più poveri, rimasti senza casa e senza famiglia, che trovarono rifugio nelle numerose grotte sparse in varie parti della città . Al convento rimasero solo quattro Frati, tra cui Fra Nicola, che si prodigarono per assistere in tutti i modi questi cenciosi affamati. Quando terminavano i bombardamenti Fra Nicola usciva dal convento per portare soccorso tra le macerie; era sempre presente ovunque ci fosse bisogno d'aiuto.

Spessissimo si recava in una grande grotta che si apriva sotto il colle di Buoncammino, all'interno dei Giardini Pubblici, dove, appena suonava l'allarme antiaereo, si riversava una gran folla. Ma egli non entrava mai: sedeva su una pietra all'ingresso, protetto solo da una sporgenza della roccia che faceva da tettoia, e pregava col rosario sempre in mano, esortando tutti alla preghiera, alla pace ed alla speranza. Solo una volta si alzò all'improvviso e corse dentro trascinando gli altri che stavano vicino all'imboccatura. Dopo alcuni istanti una bomba cadde proprio lì, provocando un'enorme voragine e distruggendo la 'tettoia'...


Frate silenzio

La gente notò subito una caratteristica peculiare di fra Nicola: il suo silenzio. Quando avvicinava le persone pronunciava poche parole e parlava solo per necessità: accoglieva in silenzio, rimproverava in silenzio, ringraziava in silenzio. Parlava pochissimo, fuori e dentro il convento, solo per ricordare la volontà di Dio. Non era solo per il suo temperamento che egli era parco di parole. Il suo silenzio era essenzialità e sobrietà, era grande virtù. Era silenzio che parlava, e parlava di Dio, come quello di Maria. Dietro questo silenzio egli nascondeva le sue eroiche virtù: la perfetta obbedienza, la profonda umiltà, l'assoluta povertà: il suo letto era un tavolaccio, la spalliera della sedia il suo cuscino, i suoi abiti e i suoi sandali i più rozzi e già usati da altri, i suoi pensieri e preghiere scritti in pezzi di carta scartata da altri. La sua preghiera davanti al Santissimo o all'Immacolata, al termine del suo giro di questua, erano lunghe ore di assoluto silenzio.

La malattia e la morte

Il 1 giugno 1958 Fra Nicola ruppe il silenzio e chiese di essere esonerato dall'obbedienza della questua; si presentò al Padre Guardiano e gli disse semplicemente: 'Non ne posso più'. Questi capì subito che Fra Nicola era grave e lo fece ricoverare nell'infermeria. Il giorno dopo Fra Nicola si aggravò e il medico gli diagnosticò un'ernia strozzata. Fu ricoverato in clinica ed operato d'urgenza. Il Frate si rese conto della gravità della situazione e chiese l'Unzione degli infermi e il Viatico. Tra i dolori atroci, che durarono quattro giorni, esortava continuamente alla preghiera, all' obbedienza alla volontà di Dio, all'amore alla croce, se stesso e i confratelli che lo vegliavano. Il 7 giugno, persa ormai ogni speranza, fu trasferito al convento, dove, confortato dai confratelli in preghiera, spirò serenamente stringendo tra le mani il Crocifisso, alle 0,15 dell'8 giugno 1958. La notizia della sua morte si propagò immediatamente. Fin dal mattino, era nella prima pagina dei giornali locali, a caratteri cubitali, e la folla si riversò talmente numerosa al Convento per vedere la salma del "Frate santo" esposta alla venerazione, che fu necessario il ricorso alla forza pubblica per arginare la ressa di coloro che volevano dargli un ultimo saluto.

I funerali

Le esequie furono celebrate il giorno 10 partendo dalla Chiesa del Convento di Sant'Antonio. Erano presenti circa sessantamila persone. La bara fu portata a spalla dai religiosi e da laici, procedendo lentamente tra una pioggia incessante di fiori. Per più ore il traffico cittadino, dove passava il corteo, dovette essere interrotto. Non fu un funerale, ma un solenne e generale trionfo. Sulla sua tomba, nel cimitero monumentale di Bonaria, furono tracciate queste semplici parole: 'Fra Nicola Cappuccino 1882-1958'. Le spoglie di Fra Nicola rimasero per 22 anni al cimitero di Bonaria, e la sua tomba fu meta di continui pellegrinaggi e sempre ornata di fiori freschi, da parte di tantissime persone che chiedevano grazie, e ringraziavano per le grazie ricevute, che confermavano ed aumentavano la sua fama di santità. Il 2 giugno 1980 la salma fu traslata al Convento di Sant'Antonio, ed un altro trionfo di popolo la accompagnò[1]. Il 6 giugno 1980 venne tumulata nella cappella dell'Immacolata, quella stessa dove Nicola si ritirava per lunghe ore di silenziosa preghiera.

Culto

Il 10 ottobre 1966 Monsignor Paolo Botto, Arcivescovo di Cagliari, aprì il Processo diocesano di Canonizzazione, che il Cardinale Sebastiano Baggio chiuse il 20 dicembre 1971. Nel febbraio 1978 iniziò il Processo Cognizionale presso la Congregazione per le Cause dei Santi, che si chiuse l'8 giugno 1982. Nel marzo del 1986 ebbe inizio il Processo su un asserito miracolo, attribuito a Fra Nicola. Il 25 giugno 1996 fra Nicola fu dichiarato 'Venerabile' da Giovanni Paolo II. Lo stesso Papa, il 21 dicembre 1998, riconobbe il miracolo attribuito all'intercessione del Servo di Dio.

Fra Nicola da Gesturi venne dichiarato Beato il 3 ottobre 1999, in Piazza San Pietro, da Giovanni Paolo II

10 Giugno             Beato Edoardo Poppe, sacerdote, terziario francescano fiammingo

Ricorrenza:            10 Giugno
Nazionalità:         Belgio
Anno di Nascita:   18 dicembre 1890
Anno della Morte: 10 giugno 1924

Temsche, Belgio, 18 dicembre 1890 - Moerzeke-lez-Termonde, 10 giugno 1924

Edward Giovanni Maria Poppe nacque a Temsche in Belgio il 18 dicembre 1890. Fu un grande pedagogista dell'Eucarestia. A 22 anni Edward Poppe nel 1912 entro nel seminario filosofico Leone XIII di Lovanio. A causa della Prima guerra mondiale fu richiamato alle armi. Nel 1915 fu trasferito a Gand e nel 1916 fu ordinato sacerdote. Formò molti giovani al catechismo e alla devozione eucaristica. Istituì la «Lega della Comunione frequente» tra i fanciulli e le operaie. Per i fanciulli della «Crociata eucaristica Pio X» di tutto il Belgio, pubblicò un settimanale del titolo «Zonneland» (Paese del Sole). Costretto a vivere su una poltrona per motivi di salute, scrisse le opere più note: «Direzione spirituale dei fanciulli» (1920), «Salviamo gli operai» (1923), «Apostolato eucaristico» (1923). Morì il 10 giugno 1924 a soli 34 anni nel convento di Moerzeke-lez-Termonde. Beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1999.



Biografia:

Edward Giovanni Maria Poppe nacque a Temsche in Belgio il 18 dicembre 1890 in una famiglia modesta, terzo di undici figli; ebbe una educazione religiosissima in casa, proseguita con i Fratelli della Carità, presso i quali compì con profitto gli studi primari. A quindici anni entrò nel seminario di Sint-Niklaa nella diocesi di Gand, esempio e stimolo per i compagni di studio. Prestò il servizio militare a Lovanio nel 1910 e nel contempo si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’Università Cattolica di quella città. 
Il servizio militare gli diede l’opportunità di maturare la vocazione al sacerdozio pur fra tante dure prove, dedicandosi ad un intelligente e proficuo apostolato tra i soldati, diffondendo la devozione all’Eucaristia ed alla Madonna, di cui diverrà un grande propagatore tra i fanciulli ed i sacerdoti. 
E così a 22 anni Edward Poppe, nel 1912, dopo aver ultimato il servizio militare, entrò nel seminario filosofico Leone XIII di Lovanio; fu per lui un periodo di intensa vita spirituale, conobbe il “Trattato della vera devozione a Maria” scritto da s. Luigi Grignon de Montfort, ne assimilò la dottrina e lo spirito praticando la “schiavitù d’amore”. 
Si laureò in filosofia e lettere il 14 luglio 1913, passando poi al seminario maggiore della sua diocesi di Gent (Gand) per terminare gli studi teologici; durante le vacanze nel suo paese natio di Temsche (Tamise) iniziò l’apostolato tra i giovani ed i fanciulli, specie nell’insegnamento del catechismo e della liturgia. 
A causa della Prima Guerra Mondiale, fu richiamato alle armi nel 1914, passando al servizio della Croce Rossa addetto alle ambulanze ed all’assistenza come infermiere ai feriti di guerra. 
Nell’aprile 1915 ritornò al suo seminario di Gand, dove il 1° maggio 1916 fu ordinato sacerdote; subito fu nominato vicario della parrocchia di S. Coletta in Gand, iniziando il suo ministero soprattutto fra la povera gente. L’apostolato non ridusse le sue ore dedicate alla preghiera ed all’adorazione eucaristica fatta di giorno e di notte; sempre umile, povero, distaccato, preparava con il catechismo i bambini alla Prima Comunione, quasi tutti figli di socialisti e anticlericali. 
Per questo scopo, formò un gruppo di catechiste eucaristiche che si moltiplicò prodigiosamente, raggiungendo anche altre parrocchie della diocesi; per loro scrisse il “Manuale della catechista eucaristica” nel 1917, ideando così il metodo educativo eucaristico secondo i decreti di s. Pio X. 
Istituì la “Lega della Comunione frequente” tra i fanciulli e le operaie. Nell’ottobre 1918 dovette interrompere il suo apostolato, perché fu trasferito come direttore al convento delle Suore di S. Vincenzo de’ Paoli a Moerzeke-lez-Termonde; nel silenzio e nella meditazione maturò le sue opere migliori. 
Per i fanciulli della “Crociata Eucaristica Pio X” di tutto il Belgio, pubblicò un settimanale dal titolo ‘Zonneland’ (Paese del Sole), attraverso cui ogni settimana, i piccoli lettori ricevevano il suo messaggio scritto con vivacità e linguaggio semplice, ma ricco di passione eucaristica e mariana. 
La sua opera si allargò anche ai sacerdoti, i quali gli chiedevano consiglio per la loro vita interiore e padre Poppe li spronava al culto e all’apostolato eucaristico, alla devozione a Maria. 
Sebbene di giovane età era sofferente di cuore, costretto a trascorrere le giornate su una poltrona, scrisse le sue opere più note per i sacerdoti: nel 1920 la “Direzione spirituale dei fanciulli”; nel 1923 “Salviamo gli operai”; sempre nel 1923 “Apostolato eucaristico parrocchiale”; nel 1924 “Il metodo educativo eucaristico” e “L’amico dei fanciulli” che raggiunse subito 200.000 copie in lingua fiamminga; altre quattro opere furono pubblicate dopo la sua morte. 
Ma il “Metodo educativo eucaristico” fu l’opera che gli valse il titolo di ‘pedagogista dell’Eucaristia’ e che venne considerato dal cardinale Mercier del Belgio “un piccolo capolavoro”…” brevi pagine ricche di sostanza cristiana, permeate di carità sacerdotale, ben appropriate all’opera di educazione cristiana”. 
Nel 1921 il cardinale lo nominò direttore spirituale del CIBI riservato a religiosi missionari, studenti di teologia, chierici obbligati al servizio militare; padre Edoardo Poppe si stabilì a Leopoldsburg svolgendo un ministero intenso e fecondo tra i giovani destinati all’altare. 
Morì improvvisamente ma con santità, a soli 34 anni, nel convento di Moerzeke-lez-Termonde, il 10 giugno 1924, dove si era recato per una breve vacanza. Su di lui esiste una vastissima bibliografia; il 5 aprile 1966 fu introdotta la causa per la sua beatificazione. A seguito di un miracolo attribuito alla sua intercessione, approvato il 3 luglio 1998, è stato beatificato in Roma da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1999.

11 Giugno             Beata Iolanda di Polonia Badessa

Ricorrenza:            11 Giugno
Nazionalità:         Polonia
Anno di Nascita:   1235
Anno della Morte: 11 giugno 1298

Ungheria, 1235 - Gniezno, Polonia, 11 giugno 1298

Principessa, figlia del re Bela IV d'Ungheria e nipote di Santa Elisabetta d'Ungheria, nacque nel 1235. 
Ricevette la sua formazione cristiana dalla sorella maggiore, Santa Kinga (Cunegonda). Unita in matrimonio al duca polacco Bodeslaus, principe di Kalishi in Pomerania. Terziaria francescana, unì ai doveri di sposa e madre, l'esercizio della carità nell'assistenza agli infermi e ai poveri. Nel 1279 rimase vedova e successivamente entrò nelle Clarisse del convento di Sandeck ove si distinse per la sua profonda umiltà. Resse come badessa il convento di Gniezno in Polonia. Morì nel 1298. 
Fu beatificata nel 1827.



Biografia:

La Beata Jolanda, principessa di Polonia, naque nel 1235 da Bela IV, re d’Ungheria, e da Maria Lascaris della casa imperiale greca. Fu sorella di Cunegonda, venerata anch’essa come Beata. Terziario francescano era anche il padre Bela IV. Lan sua famiglia affondava le radici nella santità di San’ Edvige, di Santo Stefano re e di San Ladislao. Attraverso rami laterali, era imparentata con Santa Margherita, regina di Scozia.
Ancora bambina, Jolanda venne affidata alla sorella Cunegonda, che aveva sposato il re di Polonia, degnoin tutto della sua sposa, tanto da essere chiamato Boleslao il Casto. Anche Jolanda, cresciuta in età, trovò marito nel paese di adozione della sorella. Si trattava si un altro Boleslao, duca di Kalisz, chiamato Boleslao il Pio. Cosi la figlia del re d’Ungheria, cresciuta in Boemia e sposata ad un nobile polacco, fu considerata ed amanta in quel paese, come nella sua patria.
Il regno di Jolanda e di Boleslao il Pio non ebbe lunga durata. Presto il marito di Jolanda morì. Ella aveva avuto tre figlie: ne sistemò due con convenienti matrimoni, e insieme con la terza figlia, che aspirava a vita religiosa, si ritirò presso le clarisse di Sandeck. In quel modesto convento viveva già la sorella, la vedova regina Cunegonda. Il silenzio del chiostro nascose così per molti anni le virtù delle tre donne, eccezionali per nascita e per vocazione. Nel 1292 Cunegonda morì. Jolanda, per sfuggire alle incursioni barbariche, lasciò quel monastero e riparò più ad occidente, nel convento delle clarisse di Gniezno. Era un convento fondato dal marito Boleslao il Pio, senza che questo certo immaginasse che tra quelle figlie di Santa Chiara, sotto il bigio saio francescano si sarebbe un girono nascosta anche la sua sposa. Benchè superiora, agiva come se fosse inferiore a tutte: praticò intensamente le virtù cristiane e religiose, specialmente  l’umiltà, la preghiera e la meditazione della passione di Cristo. Si dice pure che abbia avuto rivelazioni e apparizioni di Gesù crocifisso.
Seppe condurre le consorelle sulla via delle più eroiche virtù, precedendole nella pratica della penitenza e della contemplazione con generosità costante che era alimentata dalla meditazione quotidiana della Passione di Cristo. Lo sposo celeste la ricompensò mostrandosi a lei più volte e inebriandola delle delizie del suo amore. La solitudine non le impedì di occuparsi dei poveri, ai quali dava lietamente cibo e generose offerte.
Nel 1298 si ammalò gravemente e predisse l’ora della sua morte. Mentre le consorelle piangevano attorno al suo letto di dolore, le esortò alla fedeltà nell’osservanza della regola e alla perseveranza nel disprezzo delle cose terrene. Quindi parlò loro della magnifica ricompensa che l’attendeva in cielo. Fortificata con gli  ultimi sacramenti, si addormentò dolcemente nel Signore. Era l’11 giugno 1298. Contava 63 anni d’età. Il suo culto venne approvato da Leone XII il 26 settembre 1827.

12 Giugno             Beata Florida Cevoli

Ricorrenza:            12 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   11 novembre 1685
Anno della Morte: 12 giugno 1767

Beata Florida Cevoli, al secolo Lucrezia Elena (Pisa, 11 novembre 1685; † Città di Castello, 12 giugno 1767) è stata una religiosa italiana, dichiarata beata dalla Chiesa cattolica.



Biografia:

Nacque a Pisa 1'11 novembre 1685, figlia del conte Curzio Cevoli e della contessa Laura della Seta, fu battezata il giorno successivo con i nomi di Lucrezia Elena. Era una bambina di natura vivace, accorta e di intelletto precoce, il che diede l'impressione che si fosse anticipato in lei l'uso della ragione all'età di due anni. Il 24 giugno 1697 ricevette la Cresima. Dopo l'educazione nella numerosa famiglia dello spazioso palazzo, sui 13 anni, secondo il costume del tempo, fu affidata alle monache Clarisse di San Martino di Pisa. Vi rimase per cinque anni, completando la sua formazione generale, specialmente letteraria.

Nel 1703 il suo percorso spirituale continuò con la decisione di entrare nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello, e questo segnò un profondo cambiamento nella sua vita, che da agiata divenne povera ed ispirata alla regola di Santa Chiara.

Pertanto, dopo due anni di noviziato, il 10 giugno del 1705 Lucrezia Elena Cevoli prese i voti ed acquisì il nome di Florida.

Suor Florida fu tra le promotrici della causa di beatificazione della sua maestra Veronica Giuliani, della quale prese il posto di badessa dopo la sua morte avvenuta nel 1727.

A testimonianza di ciò, nel 1753 decise di far erigere un monastero proprio nella casa dei Giuliani a Mercatello sul Metauro.

Suor Florida morì il 12 giugno 1767, e la sua causa di beatificazione fu iniziata nel 1838 e nel 1910 papa Pio X dichiarò l'eroicità delle sue virtù, ma la sua beatificazione sarà proclamata molti anni dopo, in data 16 maggio 1993 per volontà di papa Giovanni Paolo II.

12 Giugno             Beato Guido Vagnottelli

Ricorrenza:            12 Giugno
Nazionalità:         Italia
Anno di Nascita:   1187
Anno della Morte: 1245

Beato Guido Vagnottelli, al secolo Guido Vagnottelli o Pagnottelli (Cortona, 1187 ca.; †Cortona, 1245), è stato un presbitero e religioso italiano appartenente all'ordine francescano.


Biografia:

Il Beato Guido Vagnottelli nacque a Cortona intorno al1187 da una famiglia discretamente agiata. Non si hanno notizie certe circa la sua giovinezza. Una Legenda scritta nella prima metà del XIII secolo riporta che nel 1211 incontrò San Francesco venuto a predicare a Cortona. Questi fu ospitato nella casa di Guido ed il giovane rimasto affascinato dall'ideale francescano di una vita vissuta nella povertà e nella condivisione, donò i propri beni ai poveri abbandonando tutto per farsi frate.

Dopo aver ricevuto il saio nelle pieve di Santa Maria, fondò con alcuni confratelli la prima comunità francescana della città. Questa prese dimora presso l'eremo Le celle dove Guido trascorse molti anni come eremita.

San Francesco lo inviò a predicare anche ad Assisi.

La Legenda riporta di fatti eccezionali compiuti da Guido: farina moltiplicata, acqua mutata in vino, un paralitico guarito per l'imposizione delle mani e una ragazza recuperata viva da un pozzo. Nell'estate nel 1226, alcuni mesi prima che morisse san Francesco, accompagnato da frate Elia, visitò Guido a Cortona raccomandandogli la cura umana e spirituale della città.

Sempre la stessa Legenda riferisce che San Francesco fosse apparso in sogno a Guido preannunciandogli la morte ormai imminente.

Guido morì nel 1245 e subito fu tenuto in grande venerazione da tutti. Il suo corpo venne sepolto nella pieve di Santa Maria, in un antico sarcofago romano del II secolo d.C.

Come spesso accadeva per le reliquie dei santi, una parte del corpo venne smembrata. La testa fu posta successivamente in una teca d'argento.

Papa Innocenzo XII ne autorizzò il culto dal momento che era già considerato santo in tutta l'Italia centrale.

Nel 1945, durante una ricognizione all'interno del sarcofago vennero rinvenute le reliquie di Guido, che furono ricongiunte alla testa.

L'intero corpo fu collocato sotto l'altare a lui dedicato nella Duomo di Cortona (l'antica pieve di Santa Maria) dove ancora oggi è esposto alla venerazione dei fedeli.

La sua memoria liturgica è fissata al 12 giugno.

13 Giugno             Sant'Antonio di Padova

Ricorrenza:            13 Giugno
Nazionalità:         Portogallo
Anno di Nascita:   15 agosto 1195
Anno della Morte: 13 giugno 1231

Sant'Antonio di Padova, detto anche Doctor Evangelicus (Lisbona, 15 agosto 1195; † Padova, 13 giugno 1231), è stato un presbitero portoghese naturalizzato italiano dell'Ordine dei Minori, proclamato Dottore della Chiesa da papa Pio XII.



Biografia:

Nacque in una famiglia di nobili portoghesi discendenti dal crociato Goffredo di Buglione.

Prima tra i canonici regolari agostiniani di Coimbra (1210), poi (1220) francescano, predicò dappertutto, nel Portogallo prima, poi in Italia, nutrendo le sue parole con la dottrina delle Sacre Scritture.

Nel 1221 incontrò, alla Porziuncola, San Francesco d'Assisi, che lo inviò all'eremo di Montepaolo, presso Forlì, città nella quale iniziò la sua attività di predicatore: per questo, prima di divenire "di Padova", era conosciuto come "Antonio da Forlì".

Professore di teologia e nello stesso tempo predicatore, combatté l'eresia catara, specialmente in Francia, con estremo vigore e con una eccezionale forza di convinzione. Fu trasferito poi a Bologna e quindi a Padova, città di cui è patrono.

Morì all'età di 35 anni in concetto di santità. All'indomani della sua morte innumerevoli miracoli fecero sì che egli fosse invocato dai fedeli come un infaticabile taumaturgo.

Nel 1232, l'anno successivo alla sua morte, venne canonizzato da papa Gregorio IX.

Papa Pio XII, che nel 1946 ha annoverato Sant'Antonio tra i dottori della Chiesa cattolica, gli ha dato il titolo di dottore evangelico, tanto era solito sostenere le sue affermazioni con citazioni del Vangelo.

La grande Basilica di Padova è dedicata a Sant'Antonio e viene comunemente ricordata in città come "Il Santo".

Viene ricordato dalla chiesa cattolica il 13 giugno; a Padova, in occasione della ricorrenza, si svolge un'imponente celebrazione con processione.


Da Fernando ad Antonio

La Chiesa di Sant'Antonio in Lisbona (Portogallo).Dell'infanzia di Sant'Antonio di Padova si conoscono poche cose con certezza: il nome di battesimo, Fernando (che significa "ardito nella pace"), e la città natale, Lisbona, che si diceva fosse in finibus mundi, ai confini del mondo. Già sulla data di nascita gli storici non concordano, anche se i più propendono per il 15 agosto 1195, deducendo tale data da quella certa della morte: 13 giugno 1231, e sottraendo ad essa gli anni di vita, trentasei, che gli attribuisce il "Liber miraculorum", scritto verso la metà del secolo XIV.

Scarno è pure il racconto che ci offre la biografia più antica, la Vita prima o Assidua, compilata da un anonimo frate nel 1232, dopo appena un anno dalla morte del Santo. E quel che scrive dice d'averlo appreso, in buona parte da Soerio II Viegas, vescovo di Lisbona dal 1210 al 1232.

« Mi hanno informato - ci fa sapere il biografo - che nella zona occidentale del regno di Portogallo sorge una città situata all'estremo confine del mondo. I suoi abitanti la chiamano Ulisbona, poiché secondo l'opinione corrente fu fondata da Ulisse. Entro la cerchia delle mura di questa città s'erge una chiesa d'ammirevole grandezza, dedicata alla gloriosa Vergine Maria, e vi riposano, custodite con grande onore, le spoglie preziose e venerate del beato martire Vincenzo. I fortunati genitori di Antonio possedevano, dirimpetto al fianco ovest di questo tempio una abitazione degna del loro stato, la cui soglia era situata proprio vicino all'ingresso della chiesa. Erano essi nel primo fiore della giovinezza allorché misero al mondo questo felice figlio; e al fonte battesimale gli posero nome Fernando. E fu ancora a questa chiesa, dedicata alla santa Madre di Dio, che lo affidarono affinché apprendesse le lettere sacre e, come guidati da un presagio, incaricarono i ministri di Cristo dell'educazione del futuro araldo di Cristo »

Il racconto è tutto qui, eppure ci dice parecchie cose. Lisbona era poco più di un borgo fortificato sulle colline prospicienti la foce del Tago, dirimpetto all'Oceano Atlantico, avamposto dei Crociati nella lotta contro i Saraceni, da quando nel 1147 re Alfonso I l'espugnò con il loro aiuto. La capitale del regno era invece 200 km più a nord, a Coimbra, in contrade più sicure. Nel mezzo del borgo, com'era normale che ci fosse, stava la Cattedrale: un edificio romanico della seconda metà del XII secolo, ritoccato poi con aggiunte gotiche dopo il terremoto del 1344 e in gran parte rifatto dopo quello del 1755; oggi è sede patriarcale e di fronte ad essa sorge una chiesa barocca dedicata al Santo di Padova, proprio sull'area che l'anonimo biografo descrive come la sua casa natale.

Accanto alla Cattedrale c'era la scuola episcopale, un'istituzione molto diffusa a quei tempi, in parte volta allo studio e in parte al servizio liturgico. Si sa che i genitori erano nel fiore della giovinezza al momento della nascita di Fernando e che possedevano una casa degna del loro stato. Quale stato? Allora come oggi possedere un'abitazione in centro, a ridosso della Cattedrale, non era impresa da poveretti. Sappiamo inoltre dal notaio padovano Rolandino, coevo del Santo ed autore di un'altra Cronaca, che Fernando era nato da una famiglia nobile e potente. Sua madre si chiamava Maria e suo padre Martino Alfonso, cavaliere del re e, secondo alcuni, discendente di Goffredo da Buglione (l'eroe crociato della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso).Sant'Antonio al momento dell'uscita in processione il 13 giugno, Chiesa di Maria SS. Immacolata di Catenanuova(EN).Ma chi erano veramente i genitori di Fernando? Sopravvissero al grande figlio, morto ancor giovane? Giunse in quella "periferia del mondo" la sua fama di sapienza e di santità? Ebbero la gioia di venerarlo sull'altare? Sono domande che ogni biografo si pone pur sapendo di non potervi rispondere. Ma queste non sono solo le risposte insolute di chi s'accinge a scrivere dell'infanzia di Sant'Antonio. Se poco si conosce di lui, bambino, ancor meno si sa del Fernando giovanotto.

« Il tempo che va dai dieci ai vent'anni è stato dimenticato anche dalla leggenda. Il pochissimo che siamo in grado di dirne è frutto di congetture, basate su scarse righe di documenti e sulla conoscenza dell'epoca e dell'ambiente. Finiti gli anni della scuola non sembra inverosimile che Fernando, primogenito e quindi erede di un nome illustre, sia stato indirizzato dal padre ad apprendere il mestiere delle armi insieme ad altri coetanei. Ma in quel modo, pur così brillante e prodigo di promesse, egli trovava un nonsoché di vuoto, d'inutile. Mentre gli amici ristagnavano beatamente nell'ozio e negli amori, sempre più soffocante diventava a Fernando quell'ambiente. »
(Vergilio Gamboso, espero antoniano)

Quando più tardi il Santo fustigherà i vizi dell'opulenta società patavina non farà che rievocare immagini di quegli anni giovanili. Dove c'è abbondanza di ricchezze e delizie - scriverà nei Sermoni -, lì cova la lebbra della lussuria... Essa suole abitare in coloro che sono tiepidi e oziosi.

A quindici anni, Fernando fece il grande passo. Sta scritto nell'Assidua:

« Il mondo già gli offriva occasioni di sperimentarne ogni giorno di più le follie; e quel piede che egli non ancora del tutto vi aveva sulla soglia, ritrasse pel timore che vi si attaccasse la polvere delle gioie terrene, così da recar ostacolo a chi veloce già correva con l'anima sulla via del Signore. »

La vocazione di Sant'Antonio assume valore di scelta coraggiosa perché Fernando ben sapeva quel che lasciava e quanto difficile fosse rinunciarvi senza l'aiuto di Dio. Ma quando, agli agi della casa paterna, preferì le austere mura del convento, non ebbe esitazioni, ammonito anche dalle parole di Gesù: "Chi mette mano all'aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno di Dio" (Lc 9,62).

Su di un'altura, poco fuori Lisbona, sorgeva (anzi sorge, perché pur rimaneggiata sussiste ancora) l'Abbazia di San Vincenzo, dono del re Alfonso I e di sua moglie Mafalda di Savoia ai Canonici Regolari (per questo erano chiamati Agostiniani), che allo studio e al raccoglimento nel chiostro alternavano la vita di parrocchia e l'apostolato fra la gente.

Fu alla porta di quel monastero che bussò, nel 1210, il giovane Fernando, accolto con soddisfazione dal priore Gonzalo. Più avanti negli anni, nei suoi Sermoniscriverà:

« Chi si ascrive a un ordine religioso per farvi penitenza, è simile alle pie donne che, la mattina di Pasqua, si recarono al sepolcro di Cristo. Considerando la mole della pietra che ne chiudeva l'imboccatura, dicevano: chi ci rotolerà la pietra? Grande è la pietra, cioè l'asprezza della vita di convento: il difficile ingresso, le lunghe veglie, la frequenza dei digiuni, la parsimonia dei cibi, la rozzezza delle vesti, la disciplina dura, la povertà volontaria, l'obbedienza pronta... Chi ci rotolerà questa pietra dall'entrata del sepolcro? Un angelo sceso dal cielo, narra l'evangelista, ha fatto rotolare la pietra e vi si è seduto sopra. Ecco: l'angelo è la grazia dello Spirito Santo, che irrobustisce la fragilità, ogni asperità ammorbidisce, ogni amarezza rende dolce con il suo amore. »

Rivestito del bianco saio degli Agostiniani, Fernando iniziò così il suo cammino verso il sacerdozio. Un inizio piuttosto "movimentato", stando a quanto si legge nell'Assidua:

« Vi dimorò per circa due anni, molestato dalle frequenti visite degli amici, così importune alle anime assetate di raccoglimento. Per liberarsi di queste cause di turbamento, decise di abbandonare la terra nativa in modo da servire il Signore in tranquillità, nella sicurezza di un porto straniero. E avendo ottenuto a fatica il permesso dal superiore, non mutò ordine, ma solo residenza, trasferendosi al monastero di Santa Croce in Coimbra. »

Finalmente in pace e senza l'appello delle visite importune, Fernando poté dedicarsi completamente agli studi e alla vita ascetica. Divenuto sacerdote, e poiché era versato nelle Sacre Scritture e nella predicazione, al monaco Fernando si prospettava una brillante carriera all'interno del suo Ordine. Se non che...

Nelle vite dei santi si tocca davvero con mano quanto sia veritiero il detto popolare: "l'uomo propone e Dio dispone". La Provvidenza ha dei percorsi tutti suoi, non coincidenti quasi mai con quelli ipotizzati dagli uomini. Sant'Antonio non fa eccezione. Due fatti ce lo confermano.


Il priore corrotto

Finché sul trono del Portogallo regnò Alfonso I, anche gli affari ecclesiastici del Paese filavano via lisci. Ma quando gli succedette il figlio Sancio I e peggio ancora, alla morte di costui (1211), il nipote Alfonso, le cose peggiorarono notevolmente. Alfonso II nominò a Santa Croce un priore condiscendente, un certo Giovanni, che oltre a gettare discredito sull'abito che portava, dando scandalo per la vita dissoluta, dilapidò in poco tempo le sostanze del monastero. Incorse anche nella scomunica papale, ma Papa Onorio III era troppo lontano per impensierirlo e poi, lì sul posto, godeva dell'appoggio del re.

A poco a poco la comunità monastica di Coimbra finì per spaccarsi in due correnti: da una parte gli amici del priore, dall'altra gli amici del Signore, tra cui Fernando, il cui stato d'animo immaginare. Proprio lui, che per non essere importunato dagli amici aveva deciso di cambiare convento!

Di certo il passaggio da Lisbona a Coimbra fu per lui come passare dalla padella alla brace. Ricordando quel tempo, il Santo dirà: "Il superiore è detto Casa del Padre, perché sotto di lui il suddito, come figlio entro la casa paterna, deve trovar riparo dalla pioggia della concupiscenza carnale, dalla tempesta della persecuzione diabolica, dall'arsura della prosperità mondana". L'esatto contrario di come si comportava il priore Giovanni!


Il martirio dei frati

A migliaia di chilometri da Coimbra viveva un altro grande santo, Francesco d'Assisi, che proprio in quegli anni stava approntando una spedizione missionaria fra i Musulmani d'Africa. Fu così che nel 1219, passando per la Francia, la Spagna e il Portogallo, partirono alla volta del Marocco cinque suoi frati: tre sacerdoti, Berardo, Pietro ed Ottone, e due fratelli laici, Adiuto e Accursio.

A Coimbra vennero accolti dalla regina Urraca, simpatizzante dei "poverelli", ai quali aveva donato il romitorio di Olivares poco lontano dalla città. Ma prima dei frati giunse la fama: il loro fondatore - si diceva - aveva abbandonato la vita ricca e spensierata per dedicarsi completamente al Signore; e ad essi aveva imposto di vivere in grande povertà, elemosinando per le strade e praticando alla lettera il Vangelo. Lo sconfinato amore per Dio e il prossimo conferiva loro un fascino particolare, che ammaliò subito il nostro Fernando.

Quando seppe - mesi dopo - del loro martirio in Marocco, provò grande dolore. Scrive l'Assidua che Fernando diceva in cuor suo: {{Oh, se l'Altissimo volesse far partecipe anche me della corona dei suoi martiri!". E quando i corpi dei cinque frati vennero traslati a Coimbra ed esposti ai fedeli nella chiesa reale di Santa Croce, Fernando fu tra i primi ad accorrere. Lì, davanti a quei martiri, prese una decisione che maturava da tempo: Fratelli carissimi, con vivo desiderio vorrei indossare il saio del vostro ordine.}}

Da Lisbona a Coimbra, ed ora lungo le strade del mondo, la Provvidenza, seppur per gradi, l'aveva condotto alla scelta vocazionale definitiva.

Lasciato il bianco saio agostiniano per quello grigio dei "poverelli", e volendo rimarcare con un gesto eclatante il radicale mutamento di vita, decise di cambiare il nome di battesimo: da Fernando in Antonio, per omaggiare il grande monaco orientale cui era dedicato il romitorio francescano di Olivares.


Naufrago in Sicilia

Rivestito del ruvido saio di sacco dei seguaci di Francesco, Antonio s'apprestava a lasciare il convento di Santa Croce, quand'ecco sulla soglia comparire un monaco agostiniano che gli grida in faccia tutta la sua amarezza per quella dipartita: "Va', va' pure con loro che diventerai santo!". E Antonio, di rimando: "Vorrà dire che quando sentirai che lo sono diventato ne loderai il Signore". Poi, chinato il capo, si unì ai nuovi confratelli e "scortato" da loro s'incamminò, a piedi scalzi, su per la collina sovrastante la città.

I mesi passavano veloci, ma un chiodo fisso lo tormentava. Non riusciva a togliersi dalla mente quei cinque frati, decapitati in Marocco, che ora riposavano laggiù in città, nella cripta del suo vecchio monastero. Passeggiando sulla collina degli ulivi gli pareva che il vento gli portasse le loro voci. Dapprima flebili poi sempre più forti, dicevano: "Antonio perché non prendi il nostro posto?". Dice l'Assidua che "lo zelo per la diffusione della fede lo stimolava con forza sempre più incalzante e la sete di martirio, che gli ardeva in cuore, non gli consentiva riposo". Gli rimordeva pure la coscienza: lui, quand'era ancora Fernando, laggiù in Santa Croce, davanti a quelle bare, aveva giurato di sostituirli nella terra dei Saraceni per spartire con essi la palma del martirio. E quando quelle voci trasportate dal vento divennero grida e tormento, Antonio lasciò il romitorio e corse dal superiore, quel Fra Giovanni Parenti, allora provinciale della Spagna e del Portogallo, che aveva incontrato il giorno della traslazione dei martiri; lo stesso che l'aveva accolto nell'ordine dei frati Minori. Aprì il suo cuore a Fra Giovanni ed ottenne il premesso di partire. Finalmente missionario! Nell'autunno del 1220 diede addio alla terra natale, che mai più avrebbe riveduto, e s'imbarcò con un confratello, Fra Filippino di Castiglia, alla volta del Marocco. Ma ancora una volta i piani d'Antonio erano destinati a scontrarsi con quelli di Dio.

La malaria, invece del martirio

Nei Sermoni c'è una pagina in cui Sant'Antonio parla del regno di Dio: "È il bene supremo, per questo dobbiamo cercarlo. Lo si cerca con la fede, con la speranza, con la carità".

Ebbene, Antonio sbarcando in Africa si sentiva Cavaliere di quel regno e ciò che andava cercando era di estenderne il dominio e di "arruolarvi nuovi soldati". Se questi erano i progetti di Antonio, la Provvidenza ne coltivava ben altri. E, come leggiamo nell'Assidua, "l'Altissimo, che conosce il cuore degli uomini, si oppose ai suoi progetti e, colpendolo con grave malattia, lo afflisse duramente per tutto l'inverno".

Costretto a letto dalle febbri malariche, Antonio non si dava pace: era venuto in Marocco per offrire la sua vita a Dio per la conversione dei Saraceni ed ora se la sentiva da lui togliere prim'ancora d'averne incontrato uno. Se la malaria lo fiaccava nel fisico, quell'ansia missionaria non appagata lo tormentava nello spirito, finché l'assalì il dubbio atroce d'aver tentato di forzare la volontà di Dio e che la sua venuta in Africa fosse da ascriversi a superbia, alla sua sete di gloria. Ma Antonio era uomo di profonda pietà: nella preghiera e nella meditazione sapeva mettere a nudo l'anima e trovarvi il giusto lenimento per le sue ferite. A poco a poco si convinse che accettare la volontà di Dio voleva dire abbandonarsi nelle sue mani.

Spiritualmente rasserenato, non gli restava ora che curare il corpo. La salute, però, andava di male in peggio e il clima torrido non gli dava requie. Fra Filippino lo convinse finalmente a rientrare a Coimbra, laddove, fra gli ulivi del romitorio, il clima sarebbe stato più propizio per una completa guarigione.

Neanche stavolta, però, il vento della Provvidenza soffiò per il verso giusto. Investita da una tremenda tempesta, la nave che riportava in patria Antonio e Filippino ruppe le vele e il timone. Smarrita la rotta e ormai alla deriva sulle onde del Mediterraneo, lo scafo finì per arenarsi sulla coste della Sicilia, poco sotto Messina. Soccorsi dai pescatori, i due frati vennero portati in un vicino convento dei Francescani.

Dai confratelli di Messina, Antonio apprese che nel mese di maggio, in occasione della Pentecoste, Francesco avrebbe radunato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale. L'invito a parteciparvi era esteso a tutti, e tutti l'accettarono di buongrado, compreso Antonio, che aveva qualche motivo in più per gioirne: finalmente avrebbe conosciuto l'uomo per il quale aveva abbandonato la carriera degli studi per seguirlo sulla strada della povertà; e poi, naufragando in Sicilia, era rimasto senza casa e senza superiori. Andando pellegrino ad Assisi, avrebbe reso omaggio a Francesco e ritrovato il suo Provinciale, Fra Giovanni Parenti. Così, nella primavera di quell'anno 1221, a piedi, accompagnato dai frati di Messina, Antonio cominciò a risalire l'Italia.

L'incontro con FrancescoSimone Martini, Sant'Antonio da Padova e san Francesco d'Assisi (1312 - 1317), affresco; Assisi, Basilica di San Francesco, chiesa inferioreCi vollero mesi di cammino per raggiungere l'Umbria ma, al pari dei suoi confratelli di Messina, l'unico conforto che mitigasse ad Antonio il faticoso viaggio era la gran voglia d'incontrare Francesco e d'abbeverarsi alla fonte genuina del suo insegnamento. Aveva conosciuto il "Poverello d'Assisi" attraverso la testimonianza di alcuni dei suoi seguaci, e facendo vita comune con essi aveva assaporato il profumo del Vangelo. Questo gli era bastato per lasciare l'agiato convento di Santa Croce e farsi francescano. Nella tranquillità del romitorio di Coimbra aveva poi ritrovato la pace e se stesso, e nella semplicità di quei frati uno stimolo a ricercare le cose di Dio con spirito nuovo. Scriverà nei Sermoni: "In un'acqua torbida e mossa chi vi s'affaccia non viene rispecchiato. Se vuoi che il viso di Cristo che ti guarda si rispecchi in te, esci dal tumulo delle cose esteriori, sia tranquilla la tua anima". Ed ora, arrivando ad Assisi, avrebbe potuto finalmente ammirare l'albero di cui aveva gustato i frutti, il cui nettare l'aveva rigenerato.

Man mano che la piccola comitiva s'avvicinava alla meta, andava numericamente ingrossandosi. E quando Antonio vi giunse, la valle mistica attorno alla Porziuncola risuonava già di canti e di preghiere. Ospitati dentro capanne improvvisate con canne e stuoie e sfamati da ventitré mense, più di tremila frati attendevano l'inizio del Capitolo Generale, che aveva per tema un versetto del Salmo 143: "Sia benedetto il Signore mio Dio, che addestra le mie mani alla battaglia". Presiedeva le riunioni plenarie, quell'anno, il cardinale Raniero Capocci (in assenza del "patron" dell'Ordine, il cardinale Ugolino dei Conti di Segni, futuro Papa Gregorio IX, il papa che canonizzerà Francesco), coadiuvato come consuetudine da frate Elia, l'efficiente braccio destro del Poverello.

Così descrive quell'adunata un testimone oculare, Fra Giordano da Giano:

« In questo Capitolo, Francesco (che era da poco tornato dopo un anno di missione in Oriente) predicò ai frati insegnando loro la virtù ed esortandoli a mostrare al mondo la pazienza e il buon esempio. Ma quant'era in quel tempo tra i frati la carità, la pazienza, l'umiltà, l'obbedienza e la letizia fraterna, chi mai potrà raccontarlo? Un Capitolo così, sia per la moltitudine dei religiosi come per la solennità delle cerimonie, io non vidi mai più nel nostro Ordine. E benché tanto fosse il numero dei frati, tuttavia con tale abbondanza la popolazione vi provvedeva, che dopo sette giorni i frati furono costretti a chiudere la porta e a non accettare più niente; anzi restarono altri due giorni per consumare le vivande già offerte e accettate. »

Il Capitolo durò per tutta l'Ottava di Pentecoste; molti i problemi sul tappeto: lo stato dell'Ordine, la richiesta di novanta missionari per la Germania, la discussione sulla nuova Regola. Le richieste di modifica della Regola primitiva furono per Francesco un cruccio ed una pena: lassisti e spiritualisti rischiavano di spaccare l'Ordine in due tronconi, né lui da solo - se ne rendeva conto - poteva porvi rimedio. L'Ordine s'era troppo ingrandito e ai giovani accorsi con entusiasmo difettava un'eguale adesione alla disciplina, mentre ai dotti risultavano strette le disposizioni sulla povertà assoluta. Con la mediazione del Cardinale si addivenne, però, ad un compromesso che salvaguardava ad un tempo l'autorità morale di Francesco e l'integrità dell'Ordine. La nuova Regola verrà poi approvata da Papa Onorio III il 29 novembre 1223.

Antonio si trovò quindi, suo malgrado, nel mezzo di discussioni che, per la sua giovane militanza nell'Ordine, forse poco comprendeva. Egli era venuto per incontrare il maestro, colui che aveva cambiato il corso della sua vita, e questo gli bastava. Era pure venuto nella speranza di ritrovare il suo antico superiore, ma tacendo gli storici dobbiamo arguire che l'incontro non sia avvenuto. Di certo sappiamo quanto scrive l'anonimo frate nell'Assidua:

« Concluso il Capitolo nel modo consueto, quando i ministri provinciali ebbero inviato i fratelli loro affidati alla propria destinazione, solo Antonio restò abbandonato nelle mani del ministro generale, non essendo stato chiesto da nessun provinciale in quanto, essendo sconosciuto, pareva un novellino buono a nulla. Finalmente, chiamato in disparte frate Graziano, che allora governava i frati della Romagna, Antonio prese a supplicarlo che, chiedendolo al ministro generale, lo conducesse con sé in Romagna e là gl'impartisse i primi rudimenti della formazione spirituale. Nessun accenno fece ai suoi studi, nessun vanto per il ministero ecclesiastico esercitato, ma nascondendo la sua cultura e intelligenza per amor di Cristo, dichiarava di non voler conoscere, amare e abbracciare altri che Gesù crocifisso. »

Frate Graziano, apprezzando l'umiltà d'Antonio, decise di prenderlo con sé. Oltretutto aveva giusto bisogno di un sacerdote per l'eremo di Montepaolo (vicino all'odierna Castrocaro), sulle colline del forlivese. Lassù, in mezzo ai boschi, una chiesetta, alcune capanne ed un orto ospitavano sei frati, tutti laici, che necessitavano di un confratello che celebrasse l'Eucaristia. Da tempo ne aspettavano uno, e arrivandovi Antonio gli fecero gran festa.

In compagnia di quei sei monaci, Antonio vivrà un intero anno. Aveva chiesto ed ottenuto che gli venissero affidati i lavori più umili, quali lavare pentole e pulire per terra. Preghiera e meditazione erano invece, per il resto della giornata, le occupazioni principali, nel nascondimento della sua cella ricavata in una grotta poco distante dall'eremo. Dice a proposito l'Assidua:

« Soddisfatto l'obbligo della preghiera mattutina comunitaria si ritirava in quella cella, portando con sé un piccolo pezzo di pane e una ciotola d'acqua. Così passava la giornata in solitudine, costringendo la carne a servire lo spirito; tuttavia, seguendo le prescrizioni della regola, sempre ritornava in comunità all'ora della riunione. Ma più di una volta, al richiamo della campana, mentre s'accingeva a raggiungere i fratelli, sfinito dalle veglie e spossato dall'astinenza, vacillava nel cammino e, non reggendosi, i abbatteva al suolo. »

Sarà il suo secondo noviziato. Il primo, quello di Coimbra, fu il periodo dell'approccio, dell'iniziazione; questo di Montepaolo fu scuola di vita. Lontano dalla città e dagli studi eruditi, a contatto diretto con la natura, la mente e il cuore d'Antonio si lasciarono plasmare dalla voce di Cristo, nella preghiera e nella contemplazione, e dall'esempio quotidiano dei confratelli, esperti maestri di regola francescana. Nel frattempo, le mani di Dio, in cui Antonio s'era definitivamente abbandonato, stavano preparando per lui gli anni più belli, quelli della vita pubblica, della predicazione e dell'apostolato diretto.

La chiamata venne improvvisa e - al solito - casuale. Sul finire dell'estate del 1222 (ma alcuni anticipano la data alla Quaresima) la comunità francescana scese a valle per assistere alle ordinazioni sacerdotali nella cattedrale di Forlì. L'Assidua racconta che "venuta l'ora della conferenza spirituale il Vescovo cominciò a pregare i frati Predicatori presenti affinché rivolgessero un discorso d'esortazione; ma quelli, uno dopo l'altro, si schermirono affermando che non era loro possibile né lecito improvvisare. Allora il superiore, volgendosi ad Antonio, gli impose d'annunciare ai convenuti quanto gli venisse suggerito dallo Spirito". Non che il superiore dell'eremo di Montepaolo stravedesse per la preparazione culturale d'Antonio, anzi lo stimava più adatto a strofinare pentole che ad esporre i sacri testi delle Scritture; però si ricordava di averlo sentito parlare - al di fuori della messa - in latino.

Antonio oppose resistenza fin che l'obbedienza non gli impose di salire sul pulpito. Si può immaginare quanto i sei fraticelli di Montepaolo si sentissero in imbarazzo osservando il loro confratello in procinto di predicare davanti al Vescovo, ai preti e al popolo di Forlì. Chissà che magra figura - ed essi con lui - avrebbe rimediato! Invece "la sua lingua, mossa dallo Spirito Santo, prese a ragionare di molti argomenti con ponderatezza, in maniera chiara e concisa".

Prim'ancora che la predica volgesse alla fine, la meraviglia e lo stupore avevano lasciato il posto all'ammirazione. Quella predica improvvisa fu un gran successo; la fama d'Antonio valicò i confini della Romagna e giunse fino ad Assisi. Da lì partì l'ordine di distogliere quel santo frate dai servizi di cucina per destinarlo definitivamente alla predicazione. Né dal canto suo Antonio si montò la testa; dirà: "Dobbiamo temere il lampo delle lodi umane; subito dobbiamo raccoglierci e chiuderci in noi stessi per non perdere, tra i clamori del mondo, il prezioso tesoro che va maturando nell'intimo della nostra anima".


La mula e gli eretici

Scendendo da Montepaolo, frate Antonio non sottovalutava affatto le difficoltà che avrebbe incontrato nello svolgimento del suo nuovo incarico. Profondo conoscitore della Sacra Scrittura ben sapeva che l'annuncio del messaggio cristiano avrebbe comportato sacrifici, incomprensioni, umiliazioni; i profeti, i martiri, lo stesso Gesù Crocifisso lo mettevano in guardia dai facili entusiasmi. Il mondo - ieri come oggi - mal sopporta chi diffonde parole di vita eterna, perché ascoltarle vuole dire convertirsi e, quindi, cambiare abitudini e mentalità; ma tutto questo comporta fatiche e rinunce: dubitava che fosse meglio soprassedere e tirare avanti nella mediocrità.

Mentre "passava per città e castelli, villaggi e campagne, dovunque spargendo i semi della vita con generosa abbondanza e con fervente passione", Antonio andava rimuginando in cuor suo le parole del Signore al profeta Isaia: "Grida a piena gola, non desistere. Come una tromba alza la tua voce, denuncia al mio popolo i suoi peccati!".

Antonio ne era convinto: ingiustizie e vizi andavano presi di petto, senza guardare in faccia nessuno; non ebbe pietà soprattutto per quelli che lui chiamava i "cani muti", per chi aveva l'obbligo, dinanzi a Dio, di guidare il gregge e di correggerne i costumi, e non lo faceva. Nei Sermoni scriverà: "La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell'odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell'odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo". Ed a questo impegno il Santo non venne mai meno.

Ecco una bella preghiera da lui composta per il predicatore:

« Oh Signore Gesù, riguarda il tuo testamento, che hai voluto confermare col tuo sangue. Dà a noi di parlare con fiducia la tua parola. Non abbandonare le anime dei tuoi poveri, che tu hai redente e che altre eredità fuori di te non hanno. Sorreggili, Signore, con la tua forza, perché sono i tuoi poveri. Guidali. Non abbandonarli, perché senza di te si smarrirebbero, ma dirigili fino al traguardo, affinché uniti perfettamente a te, possano giungere a te, fine supremo. »

Oltre all'opera moralizzatrice fra il popolo cristiano, una seconda e più proterva battaglia attendeva frate Antonio: quella contro gli eretici.

Fra i movimenti eretici più diffusi in quel secolo, bisogna menzionare quella degli Albigesi, che prendeva il nome dalla città di Albi nella Francia meridionale; quella dei Catari, che si diffondeva in varie parti d'Italia e della Francia e quella dei Patarini in Lombardia.

Un profondo desiderio di rinnovamento spirituale le animava tutte e tre, ma una visione angelicata del Cristo - ad esempio - in cui vedevano il Maestro e non il Redentore e un'aperta ostilità nei confronti di tutto ciò che era materiale e terreno, le poneva in contrasto con l'insegnamento della Chiesa, che esse identificavano nel potere temporale del Papa e nei preti corrotti.

Anche il francescanesimo era nato come movimento di rinnovamento spirituale, ma la tempra e la probità di Francesco lo seppe mantenere nell'alveo genuino del Vangelo. Il popolo medievale, affascinato da questi segnali di rinascita, ma digiuno di nozioni teologiche, era spesso vittima di movimenti e sette ereticali. Antonio, con la predicazione e con l'esempio, fu un campione nel frapporre argini sicuri tra il popolo e le eresie, che combatté con accanimento, tanto da meritarsi l'appellativo di martello degli eretici.

A salvaguardia della fede non bastava, però, un solo condottiero (anche se battagliero come lui), ma un esercito intero: di qui l'urgenza di promuovere la preparazione teologica dei frati perché fossero in grado di essere maestri di verità fra il popolo. Alla caparbia ostinazione di frate Antonio si deve, tra l'altro, la fondazione nel 1223 del primo studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola.

Dapprima, Francesco, che allo studio preferiva la preghiera, si manifestò scettico di fronte a quel progetto di scuola, ma pressato dagli eventi finì poi per dare il suo assenso, addirittura per iscritto: "A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com'è prescritto nella regola. Stammi bene".

L'approvazione di Francesco confermò ad Antonio che stava viaggiando nel solco tracciato dalla Provvidenza, la quale non mancherà di sostenere la sua predicazione - all'occorrenza - con miracoli e prodigi.


Per le contrade di Romagna

Antonio ricevette l'incarico di predicare nell'autunno del 1222 e il territorio affidatogli comprendeva, oltre alla Romagna, l'Emilia, la Marca Trevigiana, la Lombardia e la Liguria. Ma fu la Romagna a raccogliere le primizie del suo nuovo apostolato. L'Assidua racconta che Antonio "per volere del cielo raggiunse nella città di Rimini e, vedendo che molti erano ingannati dagli eretici, cominciò a predicare con ardore; la sua parola vigorosa e la dottrina salutare misero radici così profonde nel cuore degli uditori che una folla di credenti si riaccostò lealmente al Signore".

Il capo di quegli eretici, un certo Bonillo, non si lasciava, però, intimorire né convincere dalle parole di Antonio; e non avendo argomentazioni logiche per confutare le sue tesi, gli lanciò una pubblica sfida:

« Frate! Te lo dico davanti a tutti: crederò nell'Eucaristia se la mia mula, che terrò digiuna per tre giorni, mangerà l'Ostia che gli offrirai tu piuttosto che la biada che gli darò io. »

Senza scomporsi, il Santo accettò la sfida. Quattro giorni dopo, ai riminesi ch'erano accorsi in piazza per la grande sfida si parò dinanzi una mula macilenta, malferma sulle gambe per il prolungato digiuno, che tra lo stupore di tutti - e ancor più del suo padrone - rifiutò la biada e andò ad inginocchiarsi ai piedi di frate Antonio.

Né questo è l'unico fatto prodigioso di cui ci parlano le cronache antoniane. Gli eretici, intimoriti dalla sapienza dell'oratore, evitavano di scontrarsi con lui nei pubblici dibattiti; anzi, cercavano di fargli il vuoto attorno, dissuadendo chiunque, con la forza e con l'inganno, dal convenire in piazza per ascoltarlo. Stanco di vedersi "sottrarre" il popolo, un giorno Antonio prese la via del mare e là, dove sfocia la Marecchia, si mise a predicare ai pesci, che facendo capolino tra le onde, si sistemarono per file ordinate, assentendo a bocca aperta alle parole di frate Antonio. La notizia del prodigio passò di bocca in bocca e le piazze si riempirono nuovamente per ascoltare quel santo predicatore.

Leggiamo negli scritti del Santo: "Come le folgori si sprigionano dalle nubi, così dai santi predicatori emanano opere meravigliose. Scoccano le folgori quando dai predicatori balenano i miracoli; ritornano le folgori quando i predicatori non attribuiscono le loro forti gesta a se stessi, ma alla grazia di Dio".

Notizia delle folgori e dei miracoli giunse anche all'orecchio di San Francesco. E quando il Poverello d'Assisi decise, in obbedienza a Papa Onorio III, d'inviare missionari nella Francia meridionale per convertire i catari e gli albigesi, pensò subito ad Antonio.


In Francia contro gli eretici

In terra francese, Antonio giunse nel tardo autunno del 1224 e vi rimase un paio d'anni, fino alla morte del Santo Fondatore.

La sua fama, però, di martello degli eretici l'aveva preceduto; scrive l'Assidua: "Nessun riguardo alle persone lo piegava, né si lasciava sedurre da alcun plauso umano; ma, secondo la parola del profeta, simile ad un carro per trebbiare, munito rostri taglienti, egli spianò i monti e ridusse le colline in polvere".

La Provenza, la Linguadoca, la Guascogna sono le regioni che più di altre beneficarono della predicazione di frate Antonio; Arles, Montpellier, Tolosa le città più popolate dagli eretici.

A riguardo della sua arte oratoria, un cronista dell'epoca, il francese Giovanni Rigauldt, dice che "gli uomini di lettere ammiravano in lui l'acutezza dell'ingegno e la bella eloquenza (..) Calibrava il suo dire a seconda delle persone, così che l'errante abbandonava la strada sbagliata, il peccatore si sentiva pentito e mutato, il buono era stimolato a migliorare, nessuno, insomma, si allontanava malcontento".

È difficile ricostruire, dato il silenzio delle fonti, l'itinerario antoniano in terra di Francia. Si sa per certo che nel novembre del 1225 partecipò al Sinodo di Bourges, convocato dal Primate d'Aquitania per valutare la situazione della Chiesa francese e per pacificare le regioni meridionali. All'arcivescovo Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, Frate Antonio, invitato quel giorno a predicare, disse a bruciapelo: "Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale... L'esempio della vita dev'essere l'arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna..". Quel che il Santo disse poi non ci è pervenuto; si sa, però, che l'arcivescovo di Bourges, colpito dalle parole d'Antonio, si gettò ai suoi piedi chiedendo perdono per i suoi peccati.

Le doti di Antonio erano apprezzate anche dentro le mura di casa, tra i francescani, tanto che il Provinciale della Provenza, Fra Giovanni Bonelli da Firenze, lo nominò dapprima Guardiano del convento di Le-Puy e poi Custode (superiore, cioè) di un gruppo di conventi attorno a Limoges.

Lassù nel Limosino, vicino a Brive, aveva scoperto, in un bosco di castagni e di querce, una grotta che gli ricordava gli anni passati nel romitorio di Montepaolo, e lì "amava ritirarsi, da solo, in una grande austerità di vita, applicandosi alla contemplazione e alla preghiera".

Ancora oggi, Brive è un centro di forte spiritualità antoniana, anche in virtù del ricordo di molti miracoli operati, il più celebrato dei quali è quello della bilocazione(un fenomeno soprannaturale che premette la presenza contemporanea di una persona in due luoghi diversi). Antonio era sceso a Montpellier per il sermone di Pasqua, quando all'improvviso - a metà della predica - gli sovvenne che a quell'ora i suoi confratelli di Brive (a centinaia di chilometri di distanza) stavano riuniti in coro per la consueta recita del breviario. Senza scomporsi, zittì per alcuni secondi... poi riprese a predicare: in quegli attimi di silenzio si materializzò come d'incanto tra i confratelli di Brive, dove intonò l'Alleluia pasquale e subito dopo disparve.

Nel romitorio di Brive si concluderà la sua esperienza francese. Il 3 ottobre 1226, al tramonto, in una cella della Porziuncola, moriva Francesco d'Assisi, il capo spirituale dei francescani, a soli 44 anni. La notizia della morte fu portata in Francia da una lettera circolare di frate Elia, vicario generale dell'Ordine, che fissava per la Pentecoste dell'anno seguente il Capitolo per la nomina del successore. L'invito per quel Capitolo era esteso anche ad Antonio, superiore dei conventi di Limoges.


Padova, seconda patria

Il primo sole di primavera già riscaldava le giornate quando Antonio s'accomiatò - non senza qualche rimpianto - dai suoi frati della Custodia di Limoges per raggiungere Assisi. Il Santo presagiva che quel distacco sarebbe stato definitivo e che la Provvidenza lo stava chiamando altrove.

L'appuntamento per il Capitolo Generale era ormai prossimo e il viaggio si prospettava lungo e disagevole. Come frate Antonio abbia raggiunto - se per mare o per terra - l'Umbria non c'è dato sapere. Tacendo le fonti storiche, però, ancora una volta parla la leggenda. Un'antica tradizione popolare racconta, con dovizia di particolari, che Antonio prese il mare a bordo di un veliero e che una violenta tempesta lo sospinse - per la seconda volta - sulle coste della Sicilia.

Nella chiesa di Santa Maria, a Cefalù, si conserva un calice che egli avrebbe usato per celebrare l'Eucaristia. Lo testimonia un'iscrizione marmorea colà conservata: "Vieni, vedi et honora / tra queste sacre mura / il calice in cui bevve / e la campana sonora / di Antonio il padovano: / memoria sono e doni della sua mano".

La campana menzionata è quella "miracolosa" di un vicino convento: regalo d'Antonio per quei frati che tanto desideravano possederne una. Il miracolo sta nel trasporto: avutala lui stesso in dono, per portarla fin lì se l'era dovuta caricare sulle spalle!

Un altro calice è conservato a Vizzini, nel convento che sorge accanto alla chiesa dell'Annunziata, e nel cui chiostro si può ammirare una piccola grotta dentro la quale - si dice - avrebbe soggiornato per qualche tempo Antonio.

A Messina, invece, nella bella chiesa dell'Immacolata è conservata una pietra spruzzata dal sangue del Santo durante una delle sue flagellazioni penitenziali.

Ma lasciamo la Sicilia e risaliamo ad Assisi. Di certo, Antonio lo troviamo lassù il 30 maggio 1227, festa di Pentecoste e giorno scelto per l'apertura del Capitolo Generale, che doveva eleggere il successore di San Francesco.

Tutti s'aspettavano che da quel Capitolo uscisse eletto frate Elia, il vicario generale di Francesco e suo fedele compagno di missione in Oriente. Ed invece non fu così. Geniale organizzatore ma di temperamento piuttosto focoso, i superiori dell'Ordine gli preferirono il più prudente Fra Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e Provinciale della Spagna.

Fra Giovanni era il superiore che accolse Antonio tra i francescani e che il Nostro sperava d'incontrare già nel Capitolo del 1221. Quell'incontro mancato di sei anni prima avvenne, invece, all'indomani dell'elezione del nuovo Ministro Generale. Quella volta, Antonio non dovette aspettare che tutti i frati se ne fossero tornati nelle loro province per cercarsi un superiore che - al pari di Fra Graziano - lo prendesse con sé. La prima mossa la fece Fra Graziano, che ben conosceva le doti intellettuali e le virtù del suo giovane frate portoghese. Chiamatolo, lo nominò Ministro Provinciale per l'Italia settentrionale; in pratica, la seconda carica - per importanza - dopo la sua.

Antonio aveva 32 anni e soltanto altri quattro gliene riservava la Provvidenza: saranno, però, gli anni che tramanderanno nei secoli la sua santità.


Dal Friuli alla Liguria

Come tutte le cariche, anche quella d'Antonio assommava gli oneri agli onori. Il prestigio che godeva nell'Ordine da quel momento avrebbe dovuto dimostrarlo sul campo.

Come Antonio abbia corrisposto ai suoi doveri di superiore ce lo riferisce una delle cronache antiche, la Benignitas:

« Resse con lode per più anni il servizio dei frati, e sebbene per eloquenza e dottrina si può dire superasse ogni uomo d'Italia, tuttavia nell'ufficio di prelato si mostrava cortese in modo mirabile e governava i suoi frati con clemenza e benignità. »

Giovanni Rigauld, il suo biografo francese, dirà che nonostante la carica di Guardiano "non sembrava affatto superiore, ma compagno dei frati; voleva essere considerato uno di loro, anzi inferiore a tutti. Quando era in viaggio, lasciava la precedenza al suo compagno (..) E pensando che Cristo lavò i piedi ai suoi discepoli, lavava anche lui i piedi ai frati e si adoperava a tenere puliti gli utensili della cucina...".

Queste parole trovano eco nei Sermoni, scritti in quegli anni dal Santo, dove si legge:

« La vita del prelato deve splendere d'intima purezza, dev'essere pacifica con i sudditi, che il superiore ha da riconciliare con Dio e tra loro; modesta, cioè di costumi irreprensibili; colma di bontà verso i bisognosi. Invero, i beni di cui egli dispone, fatta eccezione del necessario, appartengono ai poveri, e se non li dona generosamente è un rapinatore, e come rapinatore sarà giudicato. Deve governare senza doppiezza, cioè senza parzialità, e caricare se stesso della penitenza che toccherebbe agli altri (..) Inargentino i prelati le loro parole con l'umiltà di Cristo, comandando con benignità e affabilità, con previdenza e comprensione. Ché non nel vento gagliardo, non nel sussulto del terremoto, non nell'incendio è il Signore, ma nel sussurro di una brezza soave ivi è il Signore. »

E ancora: "Assai più vi piaccia essere amati che temuti. L'amore rende dolci le cose aspre e leggere le cose pesanti; il timore, invece, rende insopportabili anche le cose più lievi".

La Regola francescana imponeva ai Ministri Provinciali di visitare i conventi e i religiosi affidati alle loro cure:

« I frati, che sono ministri e servi degli altri frati, visitino e ammoniscano i loro fratelli e li correggano con umiltà e carità (..) Benché sia permesso di provvedersi un buon corredo di cultura, pur si ricordi più di ogni altro di essere complice nei costumi e nel contegno, favorendo così la virtù. Abbia in orrore il denaro, rovina principale della nostra professione e perfezione; sapendo di essere capo di un Ordine povero e di dover dare il buon esempio agli altri, non si permetta alcun abuso in fatto di denaro. Non sia appassionato raccoglitore di libri e non sia troppo intento allo studio e all'insegnamento, per non sottrarre all'ufficio ciò che dedica allo studio. Sia un uomo capace di consolare gli afflitti, perché è l'ultimo rifugio dei tribolati, onde evitare che, venendo a mancare i rimedi per guarire, gli infermi non cadano nella disperazione. Per piegare i protervi alla mansuetudine non si vergogni di umiliare e abbassare se stesso rinunciando in parte al suo diritto per guadagnare l'anima. »

Come compagno e collaboratore, Antonio aveva scelto frate Luca Belludi, un giovane padovano che aveva conosciuto e apprezzato quando ancora girava per quelle terre come predicatore. Con lui iniziò la visita pastorale nell'immensa Provincia. Cominciò dall'estremità orientale, da Trieste: di lì sconfinò in Istria e Dalmazia suscitando numerose vocazioni e aprendo nuovi conventi a Pola, Muggia e Parendo; rientrato in Friuli, passò per Udine, Cividale, Gorizia e Gemona.

In quest'ultimo paese risuscitò un ragazzo. Mentre con alcuni confratelli stava costruendo una cappella, vedendo passare un carro quasi vuoto, nell'intento d'alleviare un po' di fatica, chiese al carrettiere che li aiutasse a trasportare pietre e mattoni. "Lo farei volentieri - mentì quello - ma sul carro c'è mio figlio morto e lo sto portando al cimitero dove m'aspettano per la sepoltura". Il Santo si scusò e si rimise al lavoro. In realtà, il ragazzo dormiva sdraiato sul carro, ma quando suo padre cercò di svegliarlo per farsi con lui quattro risate, lo trovò morto per davvero. Preso dallo sconforto e dal rimorso, fece dietrofront e spronò il cavallo alla ricerca dei frati. Raggiuntili, si gettò ai piedi del Santo supplicandolo di richiamare in vita il figliolo. Le cronache raccontano che Antonio alla fine lo perdonò, ottenendo da Dio che il ragazzo tornasse in vita.

Lasciata Gemona il Santo si recò in visita alle comunità di Conegliano, Treviso, Venezia ... Ed eccolo finalmente a Padova, prima di proseguire per i conventi dell'Emilia, della Lombardia e della Liguria.


A Padova, la città del cuore

Nella quaresima del 1228 eccolo a Padova, la sua seconda patria, la città alla quale legherà per sempre il suo nome. A Lisbona nasce Fernando, erede di un nobile casato; a Padova muore Antonio, il Santo delle grazie. "Exulta, Lusitania felix; o felix Padua gaude... Esulta, contento, o Portogallo; rallegrati Padova perché avete generato alla terra e al cielo un uomo che non brilla meno di una stella fulgente". Così chiamerà Papa Pio XII nel 1946 nel proclamare Sant'Antonio "dottore della Chiesa universale".

La Padova di quel tempo ce la descrive il poeta padovano Diego Valeri, nativo di Piove di Sacco: "Era una piccola città medievale, poco più che un nobile borgo, compatto, fosco, irto di torri, dove le vie anguste, fiancheggiate da portici alti e bassi, si svasavano ai piedi di una chiesa romanica o sfociavano in vasti spiazzi su cui cresceva l'erba. Il Palazzo delle Ragione era ancora uno scheletro e l'università mandava appena i primi vagiti". In questa città pressoché al centro dello scacchiere della sua Provincia, Antonio risiedeva appena libero dagli impegni di apostolato.

Poco fuori città, ad Arcella, sorgeva un convento di clarisse con accanto un ospizio di frati che il Santo ampliò grazie ad un pezzo di terra donatogli dal vescovo Iacopo Corrado. Qui amava ritirarsi a pregare e a studiare: in quel romitorio comincerà a scrivere i Sermoni domenicali. Antonio non smise mai, però, di dedicarsi alla predicazione e al ministero sacerdotale, anche se poco era il tempo che la carica di superiore gli lasciava a disposizione. A Padova, con l'aiuto di Fra Luca Belludi, seppe coltivare preziose amicizie che gli saranno d'aiuto nella sua carità verso i poveri, soprattutto nel suo secondo e definitivo soggiorno.

Antonio amava Padova e ne era riamato. Tutti lo volevano, tutti accorrevano alle sue prediche. Un cronista coevo, certo Rolandino, c'informa che "il Beato Antonio predicava la parola di Dio con voce melliflua...'". 
Divenne amico del superiore dei benedettini, l'abate Giordano Forzatè, e del conte Tiso di Camposampietro, facoltoso e generoso benefattore dei francescani. Nel giardino dei conti Papafava e dei Carraresi la tradizione colloca la pietra sulla quale Antonio saliva per predicare.

Seppure di pochi mesi soltanto, il primo soggiorno patavino di Antonio fu sufficiente per stabilire preziosi legami spirituali che gli fanno decidere, una volta scaduto il mandato di Ministro Provinciale nel 1230, di ritornarvi definitivamente.

Gli amici migliori, per vita e pietà cristiana, li raccolse in una specie di confraternita, che dal nome della chiesa di Santa Maria della Colomba, dov'erano soliti ritrovarsi, presero il nome di "Colombini". Avevano per divisa un saio bigio e si dedicavano alle opere caritative a favore dei poveri.

Tre anni durò quel suo girare per i conventi, da una regione all'altra. Tra anni faticosi, ma spesi bene. Antonio incarnò, agli occhi dei suoi confratelli, la regola francescana vissuta quotidianamente. Il profilo del superiore, che Antonio traccia nei Sermoni, è il suo profilo: "Colui che è costituito superiore deve eccellere per purezza di vita, modellata su una larga cognizione delle Sacre Scritture; deve saper parlare con facilità e facondia; essere fervoroso nell'orazione, misericordioso verso i propri dipendenti, pur mantenendo la perfetta disciplina tra loro, curando sollecitamente le anime che gli sono affidate. Egli deve saper usare la verga dorata della benignità con la quale, mentre corregge, usa la dolcezza di un padre, anzi di una madre".


Arca del Testamento

Durante il suo mandato di Superiore dell'Italia settentrionale, Antonio lasciò la Provincia soltanto in due occasioni, nel 1228 e nel 1230: entrambe le volte - per diversi mesi - le mete furono Roma e Assisi. Dicono i biografi che il Santo si lasciasse distogliere malvolentieri dalla cura dei suoi frati. Antonio Scandaletti, uno fra gli scrittori più recenti, scrive addirittura che "ad Antonio non dev'essere piaciuto frequentare né Roma né Assisi". Egli argomenta il suo ragionamento così:

« Amava certamente poter pregare sulla tomba del primo degli apostoli, oppure scambiare opinioni e fare progetti sui temi e sui modi dell'evangelizzazione, cioè sulle cose che davvero gli stavano a cuore, con qualche buon prelato della