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SPECCHIO DI PERFEZIONE
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Traduzione di
VERGILIO GAMBOSO
Note di
FELICIANO OLGIATI
LO SPECCHIO di perfezione fu
pubblicato, per la prima volta nella sua autonoma integrità, da Paul Sabatier
nel 1898 come Leggenda antichissima di san Francesco, e più tardi come Memorie
di frate Leone. Nessuno sostiene più oggi che questa importantissima e
pregevolissima raccolta di gesti, di fatti, di discorsi di Francesco sia opera
individuale di frate Leone. Alla datazione sabatierana del 1227 è stata
sostituita, giustamente, quella del 1318, quale termine ultimo dell'ormai
famosa redazione più ampia. Non meno della Leggenda antica perugina -- con
la quale ha in comune 53 capitoli--è anch'essa una " compilazione"
risultata da quelle sillogi, piccole o grandi, messe insieme tra la fine del
Duecento e l'inizio del Trecento con testimonianze scritte e orali dei compagni
di Francesco, dando così ragione delle ricorrenti pericopi "scrissero
", " fecero scrivere ", " riferirono " (cfr.
Introduzione, qui, p 258) .
Per la scelta dei testi che
trascrive, per il piano che utilizza nel metterli in opera e per qualche
commento che inserisce, " il compilatore si colloca--più decisamente di
chi raccolse la Leggenda antica
perugina--tra gli Spirituali, anche se l'esame delle varianti che apporta
alle testimonianze già note, lo mostrerebbe mosso più da sollecitazioni
stilistico-esegetiche che da preoccupazioni polemiche [...]. La sua nondimeno è
una testimonianza preziosissima su di un preciso momento storico attraversato
dall'interpretazione dell'ideale francescano, nonché dell'immagine che del
fondatore gli Spirituali si erano formata " (ID., qui, p. 258). I
riferimenti a certi stati d'animo di Francesco si fanno più espliciti e
pressanti che nella Leggenda antica, ma non ne modificano
sostanzialmente l'immagine.
Il nostro volgarizzamento è
stato condotto sull'edizione critica definitiva curata da P. Sabatier, Le Speculum perfectionis ou Mémoires de frère Léon
sur la seconde partie de la vie de saint François d'Assise, I, Manchester
1928 (testo), 11, 1931 (apparato critico).
Incomincia lo
Specchio di perfezione
dello stato di
Frate Minore
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1.
[COME IL BEATO FRANCESCO RISPOSE AI MINISTRI CHE NON VOLEVANO ESSERE OBBLIGATI
A OSSERVARE LA REGOLA CHE STAVA FACENDO]
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1677
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[Il beato Francesco
compose tre Regole: quella confermata, senza però la Bolla pontificia da papa
Innocenzo III; un'altra più breve, che andò smarrita; quella infine che papa
Onorio III approvò con la Bolla, e dalla quale molte cose furono soppresse a
iniziativa dei ministri, contro il volere di Francesco.]
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1678
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Dopo che la seconda Regola composta dal beato Francesco andò
perduta, egli con frate Leone d'Assisi e frate Bonizo da Bologna salì sopra un
monte, per comporre un'altra Regola che egli dettò ispirato da Cristo.
Molti
ministri si raccolsero allora intorno a frate Elia, vicario di Francesco, e gli
dissero: " Siamo venuti a sapere che questo fratello Francesco fa una
nuova Regola, e abbiamo paura che la faccia troppo rigorosa, così che non
possiamo osservarla. Vogliamo quindi che tu vada su da lui e gli dica che non
intendiamo essere obbligati a quella Regola; se proprio vuole, la componga per
sé, non per noi ".
Rispose
Elia che non voleva recarvisi, temendo la riprensione del beato Francesco.
Insistendo quelli perché ci andasse, rispose che non voleva andarci senza di
loro. Ci andarono pertanto tutti insieme. Quando furono nei pressi del luogo
ove Francesco dimorava, frate Elia lo chiamò. Rispondendogli e vedendo il
gruppo dei ministri, Francesco domandò: " Cosa desiderano questi frati?
". E frate Elia: " Questi sono i ministri, che avendo saputo che stai
facendo una nuova Regola e temendo che sia troppo severa, dicono e protestano che
non vogliono sentirsi obbligati ad essa, e perciò tu la faccia per te, non per
loro ".
Francesco
rivolse la faccia al cielo, e parlò a Cristo così: "Signore, non ti dicevo
giustamente che non mi avrebbero creduto? ". Allora tutti udirono
nell'aria la voce di Cristo che rispondeva: "Francesco, nulla vi è di tuo
nella Regola, poiché tutto quello che vi sta è mio. E voglio che sia osservata
alla lettera, alla lettera, alla lettera, senza commenti, senza commenti, senza
commenti! ". E soggiunse: " So bene quanto può la fragilità umana e
so in quale misura intendo aiutarli. Quelli dunque che non vogliono osservarla,
escano dall'Ordine ".
Allora il
beato Francesco si volse a quei frati e disse: " Avete udito? Avete udito?
Volete che ve lo faccia ripetere? ". I ministri, riconoscendo la propria
colpa, si allontanarono spaventati e confusi.
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PARTE PRIMA
LA POVERTA' PERFETTA
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2.
COME IL BEATO FRANCESCO DICHIARO LA VOLONTA' E INTENZIONE CH' EGLI EBBE DAL PRINCIPIO ALLA FINE CIRCA L' OSSERVANZA DELLA POVERTA'
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1679
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Frate Rizzerio della Marca, nobile per nascita e
più nobile per santità, amato con grande affetto da Francesco, lo visitò un
giorno nel palazzo del vescovo di Assisi. Fra gli argomenti dei quali parlò con
il Santo intorno allo stato della Religione e all'osservanza della Regola, lo
interrogò in particolare su questo punto: << Dimmi, o Padre, che intenzione hai avuto da principio, quando
cominciasti ad avere dei fratelli, e qual'è l'intenzione che hai ora e credi
d'avere fino al giorno della tua morte. Così sarò assicurato della tua
intenzione e volontà prima e ultima. Noi frati chierici possediamo tanti libri:
possiamo tenerceli, dicendo che appartengono alla Religione?". Gli rispose Francesco: " Fratello, ecco
la mia prima intenzione e ultima volontà--e volesse il cielo ch'io fossi
riuscito a convincerli! -- che cioè nessun frate abbia se non l'abito che la
Regola autorizza, con il cordiglio e le brache ".
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1680
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Qualche frate obbietterà: " Ma perché il beato
Francesco al suo tempo non fece osservare così rigorosamente la povertà dai
frati, come ebbe a dirlo a frate Rizzerio? ". Ebbene, noi che siamo
vissuti con lui, risponderemo come udimmo dalla sua bocca. Egli stesso diceva
ai frati queste e molte altre cose, e numerose prescrizioni inserì nella Regola,
dopo averle ricevute dal Signore con assidua preghiera e riflessione,
nell'interesse della Religione. E affermava che erano cose del tutto conformi
al volere del Signore. Senonché dopo averle indicate ai fratelli, parvero a
questi degli obblighi gravosi, impossibili a osservarsi. Essi ignoravano quello
che sarebbe accaduto dopo la morte del Santo!
Poiché temeva molto che scoppiassero scandali,
sia a motivo suo che a motivo dei frati, non volle fare contese e a malincuore
accondiscendeva alla loro volontà, scusandosene poi davanti a Dio. Ma affinché non
tornasse infeconda a Dio la parola che Egli poneva nella bocca di Francesco
per utilità dei fratelli, il Santo volle anzitutto farla fruttare in se stesso,
e così ottenne la ricompensa divina. E trovò finalmente tranquillità e
consolazione di spirito.
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3.
COME RISPOSE AL MINISTRO CHE VOLEVA TENERE DEI LIBRI CON IL SUO PERMESSO E COME I MINISTRI, A SUA INSAPUTA, FECERO TOGLIERE DALLA REGOLA IL CAPITOLO SULLE PROIBIZIONI DEL VANGELO
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1681
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Nel tempo in cui Francesco era tornato dalle terre
d'oltremare, un ministro venne a parlare con lui intorno alla povertà. Voleva
costui conoscere la sua volontà e il suo pensiero, massime perché allora era
compreso nella Regola un capitolo sulle proibizioni imposte dal santo Vangelo: Non
porterete nulla sul vostro cammino, ecc.
Il beato
Francesco rispose: " Io sono del parere che i fratelli non debbano
possedere nulla, se non una tonaca con il cordiglio e le brache, come
stabilisce la Regola; e possano portare le calzature quando siano costretti da
necessità "
Replicò il
ministro: " Che farò io, che ho tanti libri del valore di più che
cinquanta libbre? ". Disse questo, perché voleva tenere quei libri con
libera coscienza. E ora provava rimorso, sentendo che Francesco interpretava
così strettamente il capitolo sulla povertà. Il Santo riprese: " Non
voglio, né debbo né posso andare contro la mia coscienza e contro la perfezione
del santo Vangelo che abbiamo professato ". Ascoltando ciò, il frate ministro
fu preso da tristezza.
Vedendolo
così sconvolto, Francesco con grande fervore di spirito ribatté, intendendo
nella persona di lui rivolgersi a tutti i frati: " Voi volete essere
ritenuti dalla gente frati minori ed essere chiamati osservatori del santo
Vangelo; mentre in realtà volete avere la borsa piena di denari! ".
1682 Nondimeno, sebbene i ministri provinciali sapessero che
i frati secondo la Regola, erano obbligati a osservare il Vangelo, fecero
radiare dalla Regola stessa quel capitolo: Non porterete nulla sul vostro
cammino, ecc., illudendosi così di non essere tenuti alla perfetta
osservanza del Vangelo.
Venuto a
conoscenza della cosa per illuminazione dello Spirito Santo, Francesco osservò
alla presenza di alcuni fratelli: " I frati ministri s'immaginano di
ingannare il Signore e me, ma affinché sappiano che tutti i frati sono
obbligati a osservare perfettamente il Vangelo, voglio che in principio e in
fine della Regola sia scritto che i frati sono tenuti a osservare fermamente il
santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo. Inoltre, allo scopo che i
fratelli siano inescusabili, dopo che ho loro annunziato e continuo ad
annunziare quanto Dio ha posto sulle mie labbra per mia e loro salvezza, io
voglio osservare sempre con i fatti tali prescrizioni, alla presenza di Dio e
con il suo aiuto ".
Davvero
egli osservò alla lettera tutto il santo Vangelo, dai primordi, quando cominciò
ad avere dei fratelli, fino al giorno della morte.
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4.
DEL NOVIZIO CHE VOLEVA AVERE UN SALTERIO CON IL CONSENSO DEL SANTO
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1683
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In altra occasione, un novizio che sapeva leggere, per
quanto non bene, il salterio, aveva ottenuto dal ministro generale il permesso
di averlo. Sentendo dire però che Francesco non voleva che i suoi frati fossero
bramosi di sapere e di libri, non era contento di tenere il salterio senza il
consenso del Santo. Francesco venne a passare nel luogo dove il novizio viveva.
Costui gli disse: " Padre mi sarebbe di gran consolazione avere un
salterio. Il ministro generale me lo ha, sì, concesso; vorrei tuttavia averlo
anche con il tuo consenso ".
La risposta
di Francesco fu: " Carlo imperatore e Orlando e Oliviero e tutti i
paladini e i prodi che furono valorosi in battaglia, combattendo contro
gl'infedeli fino alla morte con fatiche e travaglio grande, ebbero su quelli
memoranda vittoria e finalmente questi santi martiri caddero in battaglia per
la fede di Cristo. Invece, vi sono molti che con il solo racconto delle gesta
compiute da quelli, vogliono raccogliere onori e lodi presso la gente. Anche
tra noi ci sono molti i quali, leggendo e predicando le opere compiute dai
santi, vogliono ricevere onore e lode ". Con queste parole voleva dire che
non bisogna preoccuparsi di libri e di scienza, ma di azioni virtuose, poiché la
scienza gonfia mentre la carità edifica.
Giorni
dopo, Francesco sedeva accanto al fuoco. Il novizio gli fece nuovamente parola
del salterio. E Francesco " Vedi, quando avrai avuto il salterio, bramerai
avere ii breviario. E avuto il breviario, ti assiderai in cattedra come un
solenne prelato, e ordinerai al tuo fratello: " Portami il breviario!
".
E dicendo
questo, con grande fervore di spirito Francesco prese della cenere, se la pose
sul capo, poi girando la mano sulla testa come uno che se la sta lavando,
diceva: " Io il breviario! io il breviario! ". Così ripeté molte
volte, passando la mano sul capo. Il novizio arrossì, allibito.
Francesco riprese: " Fratello, anche a me
capitò di desiderare libri. Ma per conoscere la volontà del Signore in
proposito, presi il libro dei Vangeli e pregai il Signore che alla prima
apertura mi mostrasse la sua volontà. Finita la preghiera, alla prima apertura
del libro, mi cadde sotto lo sguardo quella parola: " A voi fu dato di
conoscere il mistero del regno di Dio, ma agli altri viene proposto in forma di
parabole". Aggiunse: " Tanti sono quelli che volentieri si
elevano alla scienza, che sarà beato chi si farà ignorante per amore del
Signore Dio ".
Trascorsero
più mesi. Mentre Francesco stava a Santa Maria della Porziuncola, presso la
cella dietro la chiesa, sulla strada, quel frate tornò alla carica a proposito
del salterio. Gli disse Francesco: " Vai, e fa' come ti dirà il frate
ministro ".
Sentito
questo, quel frate riprese il cammino, per tornare al luogo donde era venuto.
Francesco, rimasto sulla strada rifletteva a quello che aveva detto e
d'improvviso gli gridò dietro: " Aspettami, fratello, aspetta! ". Lo
raggiunse e gli disse: " Torna indietro con me, fratello, e indicami il
posto dove ti ho detto che tu farai per il salterio secondo la prescrizione del
tuo ministro ".
Appena
giunti a quel posto, il beato Francesco s'inginocchiò davanti a quel frate e
disse: " E mia colpa, fratello, è mia colpa! poiché chiunque vuol essere
frate minore non deve avere che la tonaca, la corda e le brache, come permette
la Regola, e calzature per quelli che vi siano costretti da manifesta necessità
".
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1684
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Da allora, a quanti venivano a lui per avere il suo
consiglio su questo argomento, rispondeva così. E sovente soggiungeva: "
Un uomo è tanto sapiente quanto opera, ed è pio e bravo predicatore nella
misura in cui mette in pratica; poiché l'albero si riconosce ai suoi frutti ".
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5.
POVERTA' CIRCA I LIBRI, I LETTI, GLI EDIFICI E GLI UTENSILI
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1685
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Il beato padre ammaestrava i frati a cercare nei libri non
il valore materiale ma la testimonianza del Signore non la bellezza ma il
profitto spirituale. E volle che di libri ne tenessero pochi e in comune, a
disposizione dei fratelli che ne avessero bisogno
Nei
giacigli nei letti era così copiosa la povertà, che se qualcuno poteva
stendere sulla paglia qualche straccio, lo riteneva un talamo.
Insegnava
ai frati a prepararsi abitazioni anguste e poverelle, capanne di legno e non di
pietre, di umile fattura. E non solo odiava le case confortevoli, ma detestava
gli utensili abbondanti e ricercati.
Non amava
che nelle mense e nella suppellettile ci fosse sentore di mondanità, affinché
ogni cosa profumasse di povertà e indicasse che siamo dei pellegrini e degli
esuli.
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6.
COME FECE USCIRE TUTTI I FRATI DA UN'ABITAZIONE CHE ERA DETTA CASA DEI FRATI
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1686
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Passando per Bologna, sentì che vi era stata da poco
edificata una casa di frati. Immediatamente, appena udito che quell'abitazione
era creduta proprietà dei frati volse il cammino fuori città e comandò
seccatamente che tutti i frati ne uscissero in fretta e non abitassero più
colà.
Uscirono allora tutti i frati, tanto che anche gli ammalati
furono messi fuori. Ma messer Ugolino, vescovo di Ostia e legato papale in
Lombardia, affermò pubblicamente che quella casa era sua. Un frate che era
infermo e fu cacciato fuori, rende testimonianza del fatto e lo narrò in
scritto.
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7.
COME VOLLE ABBATTERE UNA CASA CHE IL POPOLO DI ASSISI AVEVA COSTRUITO
PRESSO SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA
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1687
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Avvicinandosi il Capitolo generale, che si teneva ogni anno
presso la Porziuncola, considerando il popolo di Assisi che i frati si
moltiplicavano ogni giorno e tutti annualmente convenivano colà e non
disponevano che di un piccolo abituro coperto di paglia, con le pareti di vimini
e di fango, riunirono il consiglio del comune e in pochi giorni con gran fretta
e devozione eressero ivi una grande casa in pietre e calce, senza il consenso
di Francesco, allora assente.
Tornando il beato Francesco da altra regione ed essendo
giunto alla Porziuncola per il Capitolo, si meravigliò forte al vedere quella
casa. Temeva che, sull'esempio di quella, gli altri frati nei luoghi in cui
dimoravano o si sarebbero allogati, facessero similmente edificare grandi
abitazioni, mentre voleva che la Porziuncola fosse sempre modello ed esempio a
tutti gli altri luoghi dell'Ordine. E perciò prima che il Capitolo fosse
concluso, salì sul tetto di quella casa ordinando ai frati di arrampicarsi su,
e con loro cominciò a gettare per terra le lastre di cui era coperta, volendo
distruggerla fino alle fondamenta.
Alcuni soldati di Assisi che stavano lì a fare la guardia a
motivo della moltitudine dei forestieri accorsi per assistere al Capitolo,
vedendo che Francesco con altri frati voleva demolire quella casa, andarono
subito a lui e gli fecero osservare: " Fratello, questa casa appartiene al
comune di Assisi, e noi siamo qui a nome del comune stesso. Ti proibiamo perciò
di distruggere la nostra casa ". Udendo ciò, Francesco rispose loro:
" Se è vostra, non la voglio toccare ". E immediatamente scese lui
con gli altri frati.
Da allora il popolo di Assisi stabilì che chiunque fosse
podestà curasse la manutenzione di quell'edificio. E ogni anno per gran tempo
fu osservato tale statuto.
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8.
COME RIMPROVERO' IL SUO VICARIO PERCHÉ FACEVA EDIFICARE ALLA PORZIUNCOLA
UNA PICCOLA CASA, DOVE DIRE L' UFFICIO
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1688
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In altra occasione, il vicario del beato Francesco cominciò
a far edificare colà una piccola casa, dove i frati potessero riposare e
recitare le ore liturgiche, poiché per la moltitudine dei frati che venivano a
quel luogo, essi non avevano dove poter dire l'ufficio.
Si deve sapere che tutti i frati dell'Ordine accorrevano là,
dal momento che nessuno veniva ricevuto nella fraternità se non alla
Porziuncola. Quella casa dunque era quasi finita, quando Francesco fu di
ritorno. Stava egli nella cella e sentì il rumore dei lavoranti; chiamato il
compagno, gli domandò cosa stessero facendo quei fratelli. Questi gli raccontò come
stavano le cose.
Fece chiamare subito il suo vicario e gli disse: "
Questo luogo è il modello e l'esempio di tutto l'Ordine, fratello. Voglio
perciò che i frati di qui sopportino le tribolazioni e i disagi per amore del
Signore Dio, e gli altri frati che vengono qua, riportino alle loro dimore il
buon esempio di povertà. Poiché se noi qui avessimo i nostri agi, anche gli
altri sarebbero stimolati a fare costruzioni nei propri luoghi, scusandosi:
--Se presso Santa Maria della Porziuncola, che è il primo luogo dell'Ordine,
vengono eretti edifici cosi, possiamo anche noi farli su nei luoghi nostri>>.
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9.
PERCHÉ NON VOLEVA IL BEATO FRANCESCO STARE IN UNA CELLA CONFORTEVOLE
O CHE FOSSE DETTA SUA
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1689
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Un fratello di viva spiritualità e amico intimo di Francesco
fece fare nell'eremitaggio ove dimorava una cella un po' appartata, dove
Francesco potesse raccogliersi in orazione quando andasse là. Ci venne di
fatto, e quel frate lo condusse alla celletta. Francesco protestò: "
Questa cella è troppo bella! ".
Era fatta di legni dirozzati con l'ascia e la pialla. Egli
seguitò: "Se vuoi che ci rimanga, falla rivestire dentro e fuori con
salici e rami d'albero ". Quanto più case e celle erano povere, tanto più
volentieri ci abitava.
Il frate fece così, e Francesco vi sostò alcuni giorni. Ma
una volta che il Santo era uscito dalla cella, un frate andò a vederla e poi
venne al posto dove si trovava Francesco. Vedendolo, questi gli chiese: "
Donde vieni, fratello? ". Rispose: " Vengo dalla tua cella ". E
Francesco: " Poiché hai detto che è mia d'ora innanzi ci starà un altro, e
non io ".
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1690
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Noi che siamo
stati con lui, spesso lo udimmo dire quelle parole: Le volpi hanno la tana e
gli uccelli del cielo il nido; ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il suo
capo. Soggiungeva: " Il Signore, quando stette nel deserto e pregò e
digiunò quaranta giorni e quaranta notti, non si fece costruire cella o casa,
ma dimorò fra le rocce del monte ". E perciò sull'esempio di Lui non volle
avere casa né cella che fosse detta sua, né mai fece in modo che gliela costruissero.
Se talora accadeva che avesse detto ai fratelli: "Andate, apprestatemi
quella cella ", non ci voleva poi rimanere, per quelle parole del Vangelo:
Non vogliate essere preoccupati, ecc.
E vicino a morte fece scrivere nel suo Testamento che le celle
e le abitazioni dei frati fossero di legno e fango soltanto, per meglio
conservare la povertà e l'umiltà.
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10.
DEL MODO DI SCEGLIERE I LUOGHI NELLE CITTA' E DI EDIFICARVI SECONDO L' INTENZIONE
DEL BEATO FRANCESCO
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1691
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Trovandosi Francesco una volta nei pressi di Siena a causa
della malattia agli occhi, messer Bonaventura, che diede ai frati il terreno su
cui fu edificato il luogo, gli disse: " Che ti sembra di questo luogo,
padre? ". A lui disse Francesco:" Vuoi che ti dica in che modo
devono essere edificati i luoghi dei frati? ". Rispose: " Lo voglio,
padre ".
Prese a dire il Santo: " Quando i frati arrivano in una
città dove non hanno un luogo, e trovano qualcuno che vuol dare loro tanto terreno
da potervi edificare un luogo e avere l'orto e tutte le cose indispensabili,
per prima cosa considerino quanta terra sia loro sufficiente, sempre avendo di
mira la povertà e il buon esempio che siamo tenuti a dare in ogni cosa ".
Diceva così perché non voleva assolutamente che nelle case o
chiese, orti o altre cose di loro uso, i frati debordassero dai limiti della
povertà, possedendo cioè qualcosa con diritto di proprietà, ma dovunque
dimorassero come gente di passaggio e forestiera. A tal fine voleva che
i frati non si riunissero in comunità numerose, poiché gli sembrava difficile
che in un gruppo troppo grande si potesse osservare la povertà. Questo fu il
suo ideale dal principio della sua conversione sino alla fine: che in ogni cosa
la povertà' fosse osservata appassionatamente.
Continuò: " Dopo considerata la terra indispensabile
per il luogo, i frati dovranno andare dal vescovo della città e dirgli:
Messere, un benefattore vorrebbe darci quel terreno, per amore di Dio e per la
salvezza della sua anima, e ivi potremmo edificare il nostro luogo. Perciò
ricorriamo a voi per primo, poiché siete padre e signore delle anime di tutto
il gregge a voi affidato e di tutti i nostri fratelli che dimoreranno in questo
luogo. Noi vogliamo costruire colà con la benedizione di Dio e la vostra
".
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1692
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Questo diceva Francesco perché il bene che i frati intendono
fare tra le anime, meglio lo conseguono vivendo in armonia con il clero,
guadagnandosi questo e il popolo, anziché, inimicandosi il clero, conquistare
le moltitudini. Diceva: " Il Signore ci ha chiamati in aiuto della sua
fede del clero e dei prelati della santa Chiesa romana. Siamo perciò obbligati
ad amarli, onorarli, venerarli per quanto ci è possibile. Si chiamano frati minori
perché come col nome, così con l'esempio e con i fatti devono essere
piccoli più che tutti gli uomini del mondo.
E poiché fin dall'inizio della mia nuova vita il Signore
pose sulla bocca del vescovo di Assisi la sua parola affinché mi consigliasse e
desse forza nel servizio di Dio, per questo e per i molti altri carismi che
vedo nei prelati, io voglio amare non solo i vescovi, ma anche i sacerdoti
poverelli, e venerarli e considerarli miei padroni. E dopo ricevuta la
benedizione del vescovo, vadano e scavino tutto intorno un grande fossato nel
terreno ricevuto e vi piantino una folta siepe a guisa di muro, in segno di
santa povertà e umiltà.
Facciano poi costruire case poverelle di fango e legno, e
alcune celle dove i fratelli possano pregare e lavorare per maggiore
edificazione e per schivare l'oziosità. Facciano anche erigere piccole chiese;
non debbono farne di grandi, con il motivo di predicare al popolo o altra
ragione, poiché è segno di maggiore umiltà e di più toccante esempio che vadano
a predicare nelle altre chiese. Se talora prelati, chierici e religiosi o
secolari verranno alle loro dimore, le cellette e le piccole umili chiese
saranno esse stesse una predica, e i visitatori saranno edificati più da ciò
che dalle parole ".
Soggiunse: " Molte volte i frati fanno fare grandi
edifici, violando la nostra santa povertà, provocando mormorazioni e malesempio
in molti. Ogni volta che, per avere un luogo migliore e più degno di rispetto,
o per un afflusso più grande di popolo essi, stimolati da cupidigia e avidità,
abbandonano quei rifugi o edifici e li fanno abbattere per farne altri grandi e
imponenti, restano molto scandalizzati e contristati i fedeli che hanno dato
l'elemosina e gli altri che vedono queste esagerazioni. E miglior cosa quindi
che i frati costruiscano piccoli edifici poverelli, osservando il loro ideale e
dando buon esempio al prossimo, anziché agire contro quanto hanno promesso e
così dare malesempio agli altri. Che se talvolta i frati lasciassero i loro
modesti ospizi, presentandosi l'occasione di un rifugio più decoroso, lo
scandalo sarebbe minore ".
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11.
COME I FRATI, SPECIE PRELATI E DOTTI, CONTRASTARONO IL BEATO FRANCESCO
CHE VOLEVA ABITAZIONI E LUOGHI POVERI
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1693
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Francesco aveva stabilito che le chiese dei frati fossero
piccole e le loro abitazioni fatte soltanto di legno e fango, in segno di santa
povertà e umiltà. E volle che si cominciasse a fare cosi nel luogo di Santa
Maria della Porziuncola, particolarmente quanto alle case costruite di legno e
fango, affinché rimanesse modello a tutti i frati presenti e futuri, poiché
quello era il primo e principale luogo di tutto l'Ordine.
Alcuni frati non condividevano questa idea, dicendo che in
alcune regioni il legname era più caro che le pietre, e non reputavano saggio
apprestare abitazioni di legno e fango. Francesco non voleva fare polemiche,
perché era gravemente malato e vicino a morire. Perciò allora fece scrivere nel
suo Testamento: " Si guardino i frati dall'accettare chiese, abitazioni e
ogni altro ambiente che venga costruito a loro uso, se non sia in carattere con
la santa povertà. E vi dimorino come ospiti e forestieri ".
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1694
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Noi infatti che fummo con lui quando dettò la Regola e quasi
tutti gli altri suoi scritti, facciamo testimonianza che nella Regola e negli
altri suoi scritti (in cui molti frati furono contrari, specie prelati e
dotti), disse molte cose che oggi sarebbero assai utili e necessarie a tutto
l'Ordine. Ma poiché egli molto paventava lo scandalo, condiscendeva suo
malgrado alla volontà dei fratelli.
Spesso tuttavia esclamava: " Guai a quei frati che mi
contrastano in quello che conosco fermamente corrispondere al volere di Dio,
per la maggiore utilità e necessità di tutto l'Ordine, sebbene controvoglia io
accondiscenda alla loro volontà ". E spesso si confidava con i compagni:
" In questo sta il mio dolore e la mia afflizione: che in quelle cose che
con molta perseveranza di preghiera e di riflessione ottengo da Dio, per sua
misericordia e per utilità presente e futura di tutta la fraternità, e da Lui
stesso ho prova che sono conformi al suo volere, alcuni frati, fidando sulla loro
scienza e su errato intendimento, mi sono contrari, e svuotano il nostro
ideale, dicendo: Queste cose sono da mantenersi, ma queste altre no ".
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12.
COME REPUTAVA FURTO CHIEDERE L' ELEMOSINA E USARNE OLTRE IL BISOGNO
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1695
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Frequentemente Francesco diceva queste parole ai suoi
fratelli: " Non sono mai stato ladro di elemosine, nel chiedere o
nell'usarne oltre il bisogno. Presi sempre meno di quanto mi occorreva,
affinché gli altri poveri non fossero privati della loro parte; ché fare il
contrario, sarebbe rubare ".
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13.
COME CRISTO GLI DISSE DI NON VOLERE CHE I FRATI POSSEDESSERO COSA ALCUNA NÉ IN COMUNE NÉ IN PRIVATO
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1696
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I frati ministri cercavano di persuaderlo affinché
concedesse qualcosa ai frati almeno in comune, cosi che gruppi tanto numerosi
avessero delle riserve. Francesco allora invocò nell'orazione Cristo e lo
interrogò sull'argomento; e il Signore rispose immediatamente: " Io
toglierò ogni cosa posseduta in privato e in comune. A questa famiglia sarò
sempre pronto a provvedere, per quanto essa cresca, e sempre la sosterrò finché
nutrirà speranza in me "
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14.
SUO DISPREZZO DEL DENARO E COME PUNI' UN FRATE PER QUESTO
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1697
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Da vero amico e imitatore di Cristo, Francesco disprezzava
pienamente tutte le cose del mondo, ma in modo particolare detestava il denaro,
e indusse i fratelli con la parola e l'. a sfuggirlo come il demonio. I
frati erano educati a considerare dello stesso valore denaro e rifiuti
Accadde un giorno che un secolare entrasse a pregare nella
chiesa della Porziuncola e ponesse un'offerta di denaro presso la croce.
Allontanandosi quello, un frate raccattò con tutta semplicità i soldi, e li
gettò sul bordo inferiore della finestra. Il fatto fu riferito a Francesco e
quel frate, vistosi scoperto, domandò perdono e prosternato a terra si offrì
alle percosse.
Lo riprese il beato Francesco, e molto duramente lo
rimproverò di aver toccato denaro. Poi gli comandò di toglierlo con la bocca
dalla finestra e di deporlo, sempre con la bocca, sopra lo sterco di un asino.
Mentre quel frate si affrettava con gioia a compiere il comando, tutti quelli che
videro e ascoltarono, furono ricolmi di grande timore. E da allora tennero
ancor più a vile il denaro assimilato a sterco d'asino; e con nuovi esempi ogni
giorno erano stimolati a disprezzarlo sempre più decisamente.
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15.
COME EVITARE LE VESTI TROPPO DELICATE E ABBONDANTI, E COME NELLE STRETTEZZE SI DEVE USARE PAZIENZA.
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1698
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Rivestito di fortezza dal cielo, Francesco era
riscaldato più dal fuoco della grazia divina nell'intimo, che dalle vesti nel
corpo. Non poteva soffrire chi era troppo coperto di vesti o chi senza
necessità usava, nell'Ordine, indumenti delicati. Affermava che un bisogno
indotto non dalla ragione, bensì dal capriccio, è sintomo che lo spirito
langue. Diceva: " Quando lo spirito è tiepido e a poco a poco si raffredda
nella grazia, per forza la carne e il sangue saltano su a imporre le loro
esigenze ". E ancora:”Che altro rimane, quando l'anima è priva delle delizie
spirituali, se non che la carne ritorni ai suoi piaceri? Allora le brame
animalesche si ammantano di necessità e il senso carnale deforma la coscienza.
Se il mio fratello è preso da vera necessità e tosto si
affaccenda a soddisfarla, che premio meriterà? Gli capitò l'occasione di
merito, ma egli dimostrò chiaramente che non lo gradiva. Non sopportare
pazientemente la carenza di cose anche necessarie, non è altro che voler
tornare in Egitto ".
In nessun caso ammetteva che i frati avessero più di due tonache,
che però concedeva fossero rattoppate con pezze. Diceva che le stoffe ricercate
le aveva in orrore, e ruvidamente rimproverava quelli che facevano il
contrario. E per eccitarli con il suo esempio, portava sempre cuciti sulla sua
tonaca dei pezzi di sacco grossolano. E, morente, comandò che la tonaca per le
esequie fosse ricoperta di sacco.
Invece ai frati, costretti da malattia o altra necessità,
concedeva che portassero sulla carne un'altra tonaca morbida, purché
conservassero di fuori un vestito rozzo e senza valore. Diceva pertanto con
vivo rammarico: " Tanto ancora si rilasserà l'austerità e dominerà la
mollezza, che i figli di un padre povero non si vergogneranno di portare panni
di scarlatto cambiando soltanto il colore ".
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16.
COME NON VOLEVA SODDISFARE IL PROPRIO CORPO IN QUELLE COSE DI CUI PENSAVA
CHE GLI ALTRI FRATI MANCASSERO
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1699
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Soggiornando Francesco nel romitorio di Sant'Eleuterio
presso Rieti, a motivo del freddo pungente cucì all'interno della sua tonaca e
di quella del suo compagno alcune pezze. Poiché egli abitualmente non indossava
che la sola tonaca, il suo corpo cominciò allora a provare un po' di benessere.
Poco dopo, di ritorno dall'orazione, con gran letizia disse
al compagno: a Bisogna che io sia modello ed esempio a tutti i fratelli, e
perciò, sebbene al mio corpo sia necessaria una tonaca rappezzata, bisogna
nonostante ciò ch'io ponga mente agli altri miei fratelli, a cui è necessaria
la stessa cosa, e forse non l'hanno né possono averla. Bisogna che io mi metta
nelle loro condizioni, e sopporti le stesse privazioni che patiscono loro,
affinché vedendo questo in me, siano animati a sopportarle con gran pazienza .
Quante e quanto grandi cose necessarie egli negasse al suo
corpo per dare il buon esempio ai fratelli, onde essi con più pazienza
sopportassero la loro indigenza, noi che siamo vissuti con lui non siamo in
grado di spiegare con parole e con scritti. Dopo che i frati cominciarono a
moltiplicarsi, Francesco impiegò un grande incessante zelo nell'insegnar loro,
più a fatti che a parole, quello che dovevano fare o evitare.
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17.
COME SI VERGOGNAVA SE VEDEVA QUALCUNO PIU' POVERO DI LUI
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1700
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Ebbe una volta a imbattersi in un mendicante e, notandone la
povertà, disse al suo compagno: " Gran vergogna suscita in noi la povertà
di quest'uomo e molto rimprovera la nostra povertà. Mai mi vergogno tanto, come
quando trovo qualcuno più miserello di me, avendo io scelto la santa povertà
per mia signora e per mia delizia e ricchezza spirituale e materiale; e in
tutto il mondo è corsa questa fama: che cioè io ho fatto professione di povertà
davanti a Dio e agli uomini ".
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18.
COME INDUSSE E AMMAESTRO I PRIMI FRATI A RECARSI A CHIEDERE L' ELEMOSINA
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1701
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Quando il beato Francesco cominciò ad avere dei fratelli,
talmente si allietava della loro conversione e che il Signore gli avesse dato
una compagnia buona, tanto li amava e venerava, che non diceva loro di andare
all'elemosina soprattutto perché gli pareva che se ne vergognassero. E così,
indulgendo alla loro ritrosia, andava ogni giorno lui solo ad accattare. Ma
questo lo affaticava troppo, perché nel mondo aveva menato una vita delicata,
inoltre aveva una complessione fragile, e si era ancor più indebolito per
l'eccesso dei digiuni e dell'austerità.
Visto che non riusciva a reggere da solo a tale strapazzo e
considerando che anche gli altri erano chiamati a quella fatica, sebbene se ne
vergognassero, poiché non si erano ancora pienamente immedesimati dell'ideale
né erano cosi sensibili da dire: " Vogliamo noi pure venire a chieder la
carità ", disse loro: " Fratelli e figli carissimi, non vergognatevi
di andare per l'elemosina, poiché il Signore stesso si fece povero per amore
nostro in questo mondo, e sull'esempio suo noi scegliamo la vera povertà. Questa
è l'eredità che il Signore nostro Gesù Cristo acquistò e lasciò a noi e a tutti
quelli che, seguendo il suo esempio, vogliono vivere nella santa povertà. In
verità vi dico, che molti fra i più nobili e dotti di questo mondo verranno
alla nostra fraternità, e stimeranno grande onore e grazia andare per l'elemosina.
Andate dunque a carità, fiduciosi e lieti nell'animo, con la benedizione di
Dio. E dovete provare più gioia elemosinando, che un uomo il quale per un soldo
desse in cambio cento denari, poiché offrite, a quanti domandate la carità,
l'amore di Dio, in contraccambio, dicendo: " Per amore del Signore Dio,
fateci la carità!". E al confronto di questo amore, cielo e terra sono un
nulla ".
Poiché però i frati erano pochi, non poté inviarli a due a due,
ma ciascuno separatamente, per castelli e villaggi.
E tornando essi con le elemosine che avevano racimolato,
ognuno le mostrava a Francesco. E uno diceva all'altro: " Io ho raccolto
più elemosine di te! ". Si allietò Francesco, vedendoli così ilari e
giocondi. E da allora ognuno domandava spontaneamente di andare alla questua.
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19.
COME NON VOLEVA CHE I FRATI FOSSERO ANSIOSI NEL PROVVEDERE AL DOMANI
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1702
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In quello stesso tempo Francesco viveva con i compagni in
tale povertà da osservare in tutto e per tutto alla lettera il Vangelo, e ciò
dal giorno in cui il Signore gli rivelò che lui e i fratelli vivessero secondo
l'ideale evangelico. Proibì quindi al frate che faceva la cucina di porre la
sera i legumi a bagno in acqua calda, dovendoli dare da mangiare ai frati nel
giorno seguente, come si usa fare; e ciò per osservare la parola del Vangelo:
" Non vogliate essere preoccupati per il domani ".
E così quel frate li metteva a bagno dopo la recita del
mattutino, quando albeggiava il giorno in cui i legumi dovevano essere
mangiati. E per lungo tempo parecchi frati in molti luoghi osservarono questa
consegna, specialmente in città, non volendo raccogliere o ricevere più
elemosine di quelle indispensabili per un solo giorno.
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20.
COME RIMPROVERO' CON LA PAROLA E L' ESEMPIO I FRATELLI CHE AVEVANO IMBANDITA RICCA MENSA NEL GIORNO DI NATALE
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1703
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Un ministro dei frati si era recato da Francesco, per
celebrare con lui la solennità del Natale, nel luogo di Rieti. E i frati, per
festeggiare il ministro e la ricorrenza, prepararono le mense in maniera
alquanto distinta e ricercata il giorno di Natale, stendendo belle tovaglie con
vasellame di vetro.
Scendendo Francesco dalla cella per desinare, vide che erano
state poste mense più elevate e preparate con cura. Tosto si allontanò
nascostamente, prese il bastone e il cappello di un povero venuto colà quel
giorno e, chiamato sottovoce uno dei suoi compagni, uscì fuori dalla porta del
luogo, a insaputa dei frati. Il compagno restò dentro, vicino alla porta.
Intanto i frati entrarono alla mensa, poiché Francesco aveva ordinato che non
lo aspettassero, quando non fosse giunto all'ora della refezione.
Rimasto fuori un po' di tempo, bussò alla porta e il suo
compagno tosto gli aprì; il Santo, avanzando col cappello sul dorso e il
bastone in mano, andò all'uscio della stanza in cui i frati desinavano. E come
un pellegrino e povero implorava: " Per amore del Signore Dio, fate
l'elemosina a questo pellegrino povero e malato! ". Il ministro e gli
altri lo riconobbero subito. Il ministro gli rispose: " Anche noi siamo
poveri, fratello, e poiché siamo in molti le elemosine che abbiamo sono sufficienti
al nostro bisogno. Ma per amore di quel Dio, che hai nominato, entra nella
stanza e divideremo con te le elemosine donateci da Dio ".
Entrò Francesco e si fermò in piedi davanti alla tavola dei
frati; il ministro gli diede la scodella in cui mangiava e del pane. Egli li
prese umilmente, sedette vicino al fuoco, di fronte ai fratelli seduti a
tavola, e sospirando disse loro: << Vedendo una mensa apprestata con
tanta eleganza e ricercatezza, ho pensato che non fosse la tavola di religiosi
poveri che ogni giorno vanno a carità di porta in porta. A noi, miei cari, si
addice seguire l'esempio della umiltà e povertà di Cristo più che agli altri
religiosi, poiché a questo siamo chiamati e questo abbiamo promesso davanti a
Dio e agli uomini. Adesso sì mi sembra di star seduto come si conviene a un
frate minore, poiché le solennità del Signore sono più onorate con l'indigenza
e la povertà, per mezzo della quale i santi si guadagnarono il cielo, anziché
con la raffinatezza e la ricerca del superfluo, a causa delle quali l'anima si
allontana dal cielo ".
Di ciò arrossirono i fratelli, considerando ch'egli parlava
la purissima verità. E alcuni cominciarono a piangere forte, vedendo Francesco
seduto per terra, e come puramente e santamente aveva voluto correggerli e
ammaestrarli. Ammoniva invero i frati ad avere mense basse e semplici, in modo
che i secolari ne traessero edificazione, e se qualche povero sopraggiungesse
invitato dai frati, potesse sedersi alla pari e vicino a loro, non il povero
per terra e i frati più in alto.
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21.
COME IL CARDINALE DI OSTIA PIANSE E RIMASE EDIFICATO DALLA POVERTA' DEI FRATI
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1704
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Il cardinale di Ostia, che fu poi papa Gregorio, essendo
venuto al Capitolo dei frati a Santa Maria della Porziuncola, entrò nella loro
abitazione con molti cavalieri ed ecclesiastici per vedere il dormitorio dei
frati. Osservando che i frati giacevano per terra e non avevano niente sotto di
sé, eccettuata un po' di paglia e alcune coltri miserabili e quasi tutte a
brandelli e nessun cuscino, scoppiò in un pianto dirotto alla presenza di
tutti, dicendo: a Ecco, qui dormono i frati. E noi abbiamo tante cose
superflue. Che sarà di noi? ". E lui e gli altri restarono molto edificati.
E non vide alcuna mensa, poiché i frati mangiavano per terra; infatti fino a
quando visse il beato Francesco, tutti i frati sempre in quel luogo mangiavano
per terra.
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22.
COME ALCUNI CAVALIERI EBBERO IL NECESSARIO ELEMOSINANDO DI PORTA IN PORTA,
SECONDO IL CONSIGLIO DEL BEATO FRANCESCO
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1705
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Stando Francesco nel luogo di Bagnara, sopra la città di
Nocera, cominciarono i suoi piedi a enfiarsi fortemente per l'idropisia; e ivi
ammalò gravemente. Venuti a conoscere la cosa gli abitanti di Assisi, alcuni
cavalieri vennero precipitosamente a quel luogo per condurre il Santo ad
Assisi, per paura che morisse là e altri avessero il santo corpo di lui.
Mentre lo riconducevano, fecero sosta in un borgo del contado
assisano per pranzare; Francesco si riposò nella casa di un povero che
volentieri lo aveva accolto, mentre i cavalieri giravano per il paese a
comprare le cose loro necessarie, ma senza poterle trovare. Tornarono perciò da
Francesco e gli dissero facendo gli spiritosi: a Fratello, è necessario che voi
ci diate delle vostre elemosine, poiché non troviamo niente da mangiare ".
Con grande fervore di spirito il Santo rispose: a Per questo non avete trovato:
perché confidate nelle vostre mosche cioè nel denaro, e non in Dio. Tornate ora
alle case dove andaste per comprare e, lasciando cadere il rispetto umano,
domandate la carità per amore di Dio, e quelli per ispirazione divina vi
daranno in abbondanza ".
Quelli andarono, chiesero l'elemosina come aveva consigliato
Francesco, e fu loro donato con grande letizia e generosità. Capirono allora
che il fatto aveva del miracoloso e tornarono da Francesco pieni di gioia,
lodando il Signore.
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1706
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Secondo il Santo, era cosa molto nobile e degna davanti a
Dio e davanti agli uomini, chiedere l'elemosina per amore del Signore Dio.
Invero, tutte le cose che il Padre creò a utilità dell'uomo, dopo il peccato
vengono concesse come in elemosina a degni e indegni per amore del diletto suo
Figlio. Diceva che dovrebbe il servo di Dio domandar la carità più volentieri e
gioiosamente di uno che, per la sua ricchezza e cortesia, andasse dicendo: a
chiunque mi darà una moneta che vale un solo denaro, io darò mille marchi
d'oro! ". In realtà, il servo di Dio chiedendo l'elemosina offre in cambio
l'amore di Dio a quelli cui si rivolge; e, a confronto con l'amore di Dio, sono
un nulla le cose del cielo e della terra.
Con questo spirito, prima che i frati si fossero
moltiplicati e anche dopo, quando andava a predicare per il mondo, se era
invitato da qualche nobile o ricco per vitto e alloggio, sempre all'ora del
pasto usciva per questuare e poi tornava alla casa ospitale, e ciò per dare
buon esempio e in omaggio alla signora Povertà.
E molte volte colui che aveva invitato il Santo, lo pregava
di non uscire per elemosina. Egli rispondeva a Non voglio lasciare la mia
dignità regale, la mia eredità, la professione mia e dei miei fratelli, che è
di andare elemosinando di porta in porta". E talora l'ospitante in persona
si univa a lui e prendeva le elemosine che Francesco veniva ricevendo: poi, per
devozione verso il Santo, le conservava come reliquie. Colui che ha scritto
questi ricordi, vide molte volte queste cose e ne fa testimonianza.
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23.
COME ANDO' PER ELEMOSINA PRIMA Dl SEDERSI ALLA MENSA DEL CARDINALE
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1707
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Una volta, avendo Francesco fatto visita al cardinale di
Ostia, che fu poi papa Gregorio, all'ora del desinare andò, quasi di soppiatto,
a questuare di porta in porta. Quando rientrò, il cardinale si era già
accomodato a tavola con molti cavalieri e nobili. Entrato che fu, Francesco
pose sulla mensa davanti al cardinale le elemosine che aveva raccolto e sedette
accanto a lui, poiché quel prelato voleva che Francesco gli sedesse sempre
vicino. Il cardinale restò un poco male che egli fosse andato a raccogliere
elemosine, e le avesse poi poste sulla mensa; ma non disse nulla, per non urtare
i convitati.
Quand'ebbe mangiato qualche boccone, Francesco prese le sue
elemosine e le distribuì in nome del Signore a ognuno dei cavalieri e dei
cappellani del cardinale. Tutti le ricevettero con grande letizia e devozione,
levandosi il cappuccio o altro copricapo; alcuni ne mangiarono, altri riposero
quei frustoli in segno di devozione. Molto si rallegrò di questo il cardinale
di Ostia, tanto più che quelle elemosine non erano di pane di frumento.
Dopo il pranzo, egli andò alla sua camera conducendo con sé
Francesco e, levando le braccia, lo strinse con viva gioia ed esultanza,
dicendo: " Perché, fratello mio semplicione, mi hai fatto arrossire,
andando alla questua mentre eri ospite in casa mia, che è la casa dei tuoi
frati? ".
Il beato Francesco gli rispose: " Ma no, messere; io vi
ho reso un grandissimo onore, poiché quando il suddito fa il suo dovere e
soddisfa all'obbedienza verso il suo signore fa onore al suo signore! ". E
seguitò: " Devo essere modello ed esempio dei vostri poveri, soprattutto
perché so che in questo Ordine ci sono e ci saranno frati, minori di nome e di
fatto, che per amore di Dio e ispirazione dello Spirito Santo, che in ogni cosa
li ammaestrerà, si chineranno a ogni umiltà e sottomissione e servizio dei loro
fratelli. Purtroppo ci sono e ci saranno di quelli che, trattenuti dal rispetto
umano o per cattive abitudini, sdegnano e sdegneranno di umiliarsi e adattarsi
a andare alla questua o a fare altri umili lavori. E per questo, occorre che io
insegni con i fatti a quelli che sono e saranno nell'Ordine, affinché in questa
vita e nell'altra siano inescusabili davanti a Dio.
Trovandomi in casa vostra, che siete il nostro signore e
nostro Papa, o presso altri personaggi altolocati e ricchi di questo mondo, che
per amore del Signore Dio con viva devozione non solo mi ricevete nelle vostre
dimore ma mi imponete la vostra ospitalità, io non voglio vergognarmi di uscire
per elemosinare. Voglio invece considerare, secondo Dio, che questa è la più
sublime nobiltà e regale dignità un gesto di onore verso colui che, pur essendo
Signore di tutto, volle per amore nostro farsi servo di tutti; ed essendo ricco
e glorioso nella sua maestà, venne povero e disprezzato nella nostra misera
condizione.
Orbene, io voglio che i frati presenti e futuri sappiano che
ho maggior consolazione dell'anima e del corpo quando siedo a una povera mensa
di frati e mi vedo dinanzi le povere elemosine accattate di porta in porta per
amore di Dio, che quando sto alla tavola vostra e di altri signori, preparata
con laute pietanze. Infatti, il pane dell'elemosina è pane santo, santificato
dall'amore e dalla lode di Dio, poiché quando un fratello va alla cerca, dice
innanzi tutto:--Sia lodato e benedetto il Signore Dio!--Poi aggiunge:--Fateci
l'elemosina per amore del Signore.--".
Fu molto commosso il cardinale udendo questo discorso, e gli
disse: "Figlio mio, fai quello che ti sembra buono, poiché Dio è con te e
tu con Lui! "
Tale era proprio la volontà di Francesco, e ripetute volte
ebbe a dire che un frate non doveva stare a lungo senza andare per elemosina, a
motivo del grande merito che ne avrebbe ricavato e per non vergognarsi poi di
andare alla cerca. E certo, quanto più un frate era stato nobile e di alta
condizione nel mondo, tanto maggiormente Francesco si rallegrava e prendeva
edificazione di lui, vedendolo andare a carità e compiere gli umili lavori che
allora facevano i frati.
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24.
DEL FRATELLO CHE NON PREGAVA NÉ LAVORAVA, PERO' MANGIAVA GAGLIARDAMENTE
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1708
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Nei
primordi dell'Ordine, quando i frati dimoravano a Rivotorto nei paraggi di
Assisi, c'era tra loro un tale che poco pregava, non lavorava né voleva andare
per elemosina, ma mangiava forte.
Badando a
queste cose, Francesco conobbe per rivelazione dello Spirito Santo che quello
era un uomo mondano, e allora gli disse: "Va' per la tua strada, frate
mosca, poiché vuoi mangiare la fatica dei tuoi fratelli e rimanere ozioso nel
lavoro di Dio, come il fuco ozioso e sterile, che non lavora e nulla porta
all'alveare, e poi divora la fatica e il miele raccolto dalle api lavoratrici!
".
Quello se
ne andò per la sua strada, ed essendo uomo mondano, non domandò e non ottenne
misericordia.
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25.
COME USCI' ESULTANTE INCONTRO A UN POVERO, CHE PASSAVA CON LE ELEMOSINE LODANDO DIO
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1709
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Un'altra volta, trovandosi Francesco alla Porziuncola, un
povero, di profonda vita spirituale, camminava per via con le sue elemosine, e intanto
lodava DiO a voce alta con grande letizia.
Quando il mendicante fu nei pressi della chiesa di Santa
Maria, Francesco lo udì, e immediatamente con vivo ardore e gioia gli si fece
incontro sulla strada, e tutto felice baciò l'omero sul quale portava la
bisaccia con l'elemosina. Prese poi quella bisaccia, se la pose sul proprio
omero e così la portò nella dimora dei frati. E in loro presenza disse: "
Così voglio che ogni mio frate vada e ritorni con l'elemosina, felice e
contento e lodando Dio ".
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26.
COME GLI FU RIVELATO DAL SIGNORE CHE I FRATI DOVEVANO CHIAMARSI "MINORI ", E DOVEVANO ANNUNZIARE LA PACE E LA SALVEZZA
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1710
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In altra occasione disse il beato Francesco: " L'Ordine
e la vita dei frati minori può assomigliarsi a un piccolo gregge, che il Figlio
di Dio, in questi ultimi tempi, chiese al suo Padre celeste dicendo: -- Padre,
vorrei tu creassi e dessi a me un nuovo popolo e umile in quest'ora ultima, e
che fosse dissimile per umiltà e povertà da tutti gli altri che l'hanno
preceduto, e fosse contento di non possedere che me--. Rispose il Padre al
figlio diletto:--Figlio mio, ti è concesso quanto hai domandato--".
Diceva ancora Francesco che Dio volle e rivelò a lui che i
frati si chiamassero " minori ", perché questo è il popolo povero e
umile, che il Figlio chiese al Padre suo. E di questo popolo che il Figlio di
Dio parla nel Vangelo: Non temete, o piccolo gregge, poiché piacque al Padre
vostro dare a voi il Regno. E ancora: Quello che avrete fatto a uno dei
miei fratelli minori, lo avete fatto a me. Sebbene il Signore alludesse qui
a tutti i poveri in spirito, in modo particolare però predisse che sarebbe
venuta nella sua Chiesa la schiera dei fratelli minori.
Perciò come fu rivelato a Francesco che il suo dovesse
chiamarsi Ordine dei frati minori, così fece scrivere nella prima Regola, che
egli portò a papa Innocenzo III, il quale l'approvò e concesse, annunziandolo
poi pubblicamente nel Concistoro.
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1711
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Il Signore gli rivelò inoltre il saluto che i frati dovevano
dire, e Francesco lo fece notare nel suo Testamento così: " Il Signore mi
rivelò che dovessi dire come saluto: Il Signore ti dia pace! ".
Nei primordi dell'Ordine, andando Francesco con un fratello
che apparteneva ai primi dodici, costui salutava uomini e donne per via e
quelli che stavano nei campi con le parole: Il Signore vi dia pace! Ma
poiché la gente non aveva ancora udito dalla bocca di alcun religioso un tale
saluto, molto se ne stupiva. Altri, seccati, replicavano: " Cosa vuol dire
questo vostro saluto? ". Talmente che quel frate cominciò a sentirsi
imbarazzato, e disse a Francesco: "Concedimi di dire un altro saluto
".
Rispose Francesco: " Lasciali dire, ché non comprendono
le cose di Dio. Ma non te ne vergognare, perché perfino nobili e principi di
questo mondo mostreranno riverenza a te e agli altri frati in grazia di questo
saluto. Invero, cosa grande è che il Signore abbia voluto avere un nuovo e
piccolo popolo, differente nella vita e nel parlare da tutti quelli venuti
prima, e contento di non possedere che Lui solo, altissimo e glorioso ".
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PARTE SECONDA
DELLA CARITA', COMPASSIONE E CONDISCENDENZA VERSO IL PROSSIMO
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27.
SUA TENEREZZA VERSO UN FRATELLO CHE MORIVA DI FAME, E COME MANGIO' CON LUI E AMMONI' I FRATELLI A USARE DISCREZIONE NELLA PENITENZA
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1712
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Nel tempo in cui Francesco cominciò ad avere dei fratelli e
abitava con essi a Rivotorto presso Assisi, una volta, sulla mezzanotte, mentre
stavano riposando, un frate si mise a gridare: "Muoio! muoio! ".
Tutti si svegliarono stupefatti e spaventati. Francesco si alzò e disse:
<< Fratelli, levatevi e accendete un lume ". Acceso che fu il lume,
il Santo interrogò: << Chi ha detto: Muoio? >>. Quel frate rispose:
" Sono stato io ". E Francesco: " Ma che hai? di che cosa stai
morendo? ". E quello: " Muoio di fame! ".
Allora Francesco fece preparare la mensa e, da uomo pieno di
affetto e sensibilità, si mise a mangiare con lui, affinché non si vergognasse
di prendere cibo da solo. Volle anzi che tutti gli altri frati partecipassero
al pasto.
Come tutti i presenti, anche quel fratello si era da poco
convertito al Signore, e come loro soleva affliggere il corpo oltre misura. Dopo
la refezione, disse Francesco: " Carissimi, vi esorto a studiare ognuno la
propria complessione, poiché sebbene qualcuno possa sostentarsi con meno cibo
che un altro, voglio tuttavia che colui il quale ha bisogno di un nutrimento
più abbondante, non lo imiti in questo. Ciascuno, conoscendo il proprio stato
fisico, dia al suo corpo il sostentamento necessario, così che sia in grado di
servire allo spirito. Come siamo obbligati ad astenerci dal cibo superfluo che
appesantisce il corpo e l'anima, cosi dobbiamo rifuggire un digiuno esagerato,
poiché il Signore vuole misericordia e non sacrificio ".
Soggiunse: " Quello che ho fatto io, fratelli carissimi
cioè di mangiare insieme al fratello mio affinché non si vergognasse a cibarsi
da solo, è stato ispirato dalla grande necessità e da amore. Però in avvenire
non voglio comportarmi così; non sarebbe degno di religiosi né conveniente.
Quindi voglio e ordino che ogni fratello doni al suo corpo il necessario, a
misura della nostra povertà ".
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1713
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I primi frati
e quelli che vennero dopo di loro per lungo tempo, affliggevano il loro corpo
fuor d'ogni misura astenendosi da cibo e bevande, rinunciando al sonno, non
riparandosi dal freddo, vestendo ruvidi panni, lavorando con le loro mani,
portando sulla carne cerchi di ferro e aspre corazze e cilizi. Il padre santo,
considerando che con tali durezze ascetiche i fratelli rischiavano di ammalarsi
e altri erano già caduti infermi, in un Capitolo proibì che si portasse sulle
carni altro che la tonaca.
Noi, che siamo vissuti con lui, possiamo attestare che in
tutto il corso della sua vita egli fu verso i fratelli discreto e moderato, in
modo però ch'essi non deviassero mai dalla povertà e dallo spirito del nostro
Ordine. Lui però, il nostro padre santissimo, dal momento della conversione e
fino alla morte, fu austero verso il suo corpo, sebbene fosse di costituzione
fragile e, quando viveva nella sua famiglia, fosse costretto a usarsi molti
riguardi.
Osservando una volta come i frati violavano la povertà e la
frugalità nei cibi e in ogni cosa, in una predica rivolta ad alcuni frati, ma
diretta a tutti, ebbe a dire: " I miei fratelli non pensano che al mio corpo
sarebbe necessaria un'alimentazione migliore; ma poiché bisogna che io sia
modello ed esempio a tutti i frati, voglio esser contento di scarsi e miseri
cibi, e usare d'ogni altra cosa secondo povertà, aborrendo tutto ciò che sia
costoso e ricercato ".
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28.
COME CONDISCESE A UN FRATE MALATO, MANGIANDO UVA CON LUI
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1714
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Un'altra volta, trovandosi Francesco nello stesso luogo, un
fratello, molto spirituale e da tempo nell'Ordine, era malato e senza forze.
Francesco ebbe compassione di lui. Allora i frati sia sani che malati con
grande letizia vivevano nella povertà come fossero nell'abbondanza; nelle
infermità non usavano medicine e neppure le richiedevano, anzi prendevano
volentieri cose nocive alla salute. Sicché Francesco disse fra sé: " Se
questo fratello, di buon mattino, mangiasse dell'uva matura, credo che ne
avrebbe giovamento ". Così pensò e così fece. Si alzò di fatto un giorno
di buon'ora, chiamò segretamente quel frate, lo condusse in una vigna vicina al
luogo e scelse una vite dai grappoli maturi. E sedendosi accanto a quella, cominciò
a mangiare l'uva insieme con lui affinché non si vergognasse a mangiar da solo.
Così il frate riprese forza, e insieme lodarono il Signore.
Quel frate si ricordò per tutta la vita della compassione e
dell'affetto che il padre santo gli aveva dimostrato, e con devozione grande
ricordava piangendo ai fratelli quel fatto.
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29.
COME SPOGLIO' SÉ E IL COMPAGNO PER VESTIRE UNA POVERA VECCHIA
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1715
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Presso Celano,
in tempo d'inverno, Francesco indossava un panno a guisa di mantello,
prestatogli da un amico dei frati. E venne a lui una vecchietta, chiedendo
l'elemosina. Egli immediatamente si tolse di dosso quel panno e sebbene non
fosse suo, lo donò alla povera vecchia, dicendo: " Va', e fattene un
vestito, poiché ne hai molto bisogno ".
La vecchietta sorrise e stupefatta, non so se per timore o
per gioia, prese il panno dalle mani di lui, e preoccupata che indugiando non
rischiasse di perdere il dono, si allontanò in fretta e tagliò il panno con le
forbici. Ma accorgendosi che la stoffa non bastava per confezionare un vestito,
ricorse alla bontà del Santo, per mostrargli che il panno era troppo scarso. Il
Santo volse gli occhi al compagno che portava sulle spalle un mantello uguale
al suo, e gli disse: "Senti cosa dice questa poverella? Sopportiamo il
freddo per amor di Dio, e lascia a questa povera quel panno, così che possa completare
il suo vestito ". Il compagno se ne privò subito, proprio come aveva fatto
il Santo. Così entrambi restarono senza mantello, per vestire la poverella.
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30.
COME STIMAVA FURTO NON DARE IL MANTELLO A CHI NE AVEVA PIU' BISOGNO
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1716
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Tornando da Siena, incontrò un povero e disse al compagno:
"Dobbiamo restituire il mantello a questo poveretto, a cui appartiene. Noi
lo abbiamo preso a prestito, fino a che non trovassimo uno più povero di noi.
Ma il compagno, vedendo il bisogno del caritatevole padre,
si opponeva tenacemente che se ne privasse per provvedere a un altro. E
Francesco: " Non voglio esser ladro! Saremmo infatti accusati di furto, se
non dessimo il mantello a chi è più bisognoso ". Così il Santo regalò al
povero il proprio mantello.
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31.
A CHE PATTO DIEDE UN MANTELLO NUOVO A UN POVERO
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1717
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Presso la Celle di Cortona, Francesco portava un mantello
nuovo, che i frati avevano acquistato apposta per lui. Giunse al luogo un
povero, piangendo la moglie morta e la famiglia misera e derelitta.
Preso da compassione,il Santo disse: " Ti dò il mantello, a patto che tu non lo ceda a nessuno,
se non sia disposto a comprarlo pagandolo bene ". Udendo Ciò, i frati
corsero verso il povero per togliergli il mantello. Ma lui, facendosi coraggio
sotto lo sguardo di Francesco, teneva stretto a due mani l'indumento. Alla fine
i frati riscattarono il mantello, consegnando al povero il prezzo dovuto
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32.
COME UN POVERO, PER UN' ELEMOSINA DEL BEATO FRANCESCO, CESSO' DALL' ODIARE E INGIURIARE IL SUO PADRONE
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1718
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Presso Colle, nel contado di Perugia, Francesco incontrò un
uomo, che aveva conosciuto in precedenza, mentre viveva nel mondo. E gli disse:
" Come va, fratello?".
Ma quello, tutto in collera, prese a scagliare maledizioni
contro il suo padrone: " Per colpa del mio padrone, che Dio lo maledica,
non può andarmi che male, poiché mi ha rapinato ogni mio avere ".
Vedendo Francesco che quello persisteva nel suo odio
mortale, ebbe pietà dell'anima sua e gli rispose: " Fratello, per amore di
Dio perdona al tuo padrone! Libera la tua anima, e forse colui ti restituirà
gli averi che ti ha tolto. Altrimenti, perduti i tuoi beni, tu perderai anche
l'anima tua ". Ma l'altro insistette: " Non potrò perdonargli
sinceramente, finché non mi abbia restituito il mio ".
Allora Francesco gli disse: a Ecco, ti dono questo mantello, e ti prego
di perdonare al tuo padrone per amore del Signore Dio ". Subito il cuore
di quell'uomo fu raddolcito e, indotto dal beneficio, smise di ingiuriare il
padrone.
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33.
COME MANDO' IL SUO MANTELLO A UNA POVERA DONNA CHE SOFFRIVA D' OCCHI COME LUI
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1719
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Una poverella venne da Machilone a Rieti per curarsi una
malattia agli occhi. Quando il medico andò da Francesco, gli riferì:
"Fratello, è venuta da me una donna malata di occhi, ed è tanto povera che
devo io farle le spese ".
A sentir questo, il Santo ne fu commosso e fatto chiamare uno
dei frati, che era il suo guardiano, gli disse: " Frate guardiano, bisogna
che restituiamo quello che non è nostro ". E quello: " Cos'è che non
è nostro, fratello? ". Rispose: " Questo mantello qui che abbiamo
preso a prestito da quella donna povera e malata, bisogna le venga reso
>>. Concluse il guardiano: " Fratello, fai quello che ti sembra
meglio ".
Allora Francesco, tutto felice, fece venire un suo amico di
molta spiritualità, e gli disse: " Prendi questo mantello e dodici pani,
va' da quella povera donna malata d'occhi e dille:--Quel povero a cui hai
prestato questo mantello ti ringrazia. Riprendilo: è tuo--".
Quello andò e ripeté alla donna le parole di Francesco. Ma
la donna, temendo di esser presa in giro, gli disse tra impaurita e
infastidita: " Lasciami in pace. Non capisco quello che dici ". Ma
lui le consegnò il mantello e i dodici pani. Essa, constatando che aveva parlato
sul serio, accettò con commozione e rispetto, felice, lodando il Signore. E
temendo che il regalo le venisse portato via, si levò di nascosto nella notte e
tornò con gioia a casa sua. Francesco aveva stabilito con il guardiano che ogni
giorno, finché fosse rimasta lì, le venissero pagate le spese.
Noi che siamo vissuti con lui, possiamo testimoniare di che
infinita carità e bontà egli fosse verso malati e sani, non solo suoi frati, ma
tutti i poveri. E le cose più strettamente necessarie al suo corpo, che i frati
talora acquistavano con non poco zelo e fatica, egli rabbonendoci prima perché
non ci agitassimo, dava con molta letizia intima ed anche esteriore ai poveri,
privandone se stesso.
E per questo il ministro generale e il guardiano suo gli avevano
ordinato di non dare a nessuno, senza loro permesso, la sua tonaca.
Perché spesso i frati, sospinti da devozione, gli chiedevano
la tonaca e lui subito la dava, talvolta dividendola, e una parte conservando
per sé (poiché non indossava che la sola tonaca), una parte dandola in regalo.
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34.
COME DIEDE UNA TONACA AI FRATI, CHE GLIELA CHIEDEVANO PER AMORE DI DIO
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1720
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Una volta, che andava
predicando in una regione, gli si fecero incontro due frati francesi i quali,
avendo ricevuto da lui una grande consolazione, gli chiesero la sua tonaca per
amore di Dio. Non appena sentì nominare l'amor di Dio, Francesco si levò la
tonaca e la consegnò a loro rimanendo svestito per qualche ora.
Poiché quando gli veniva ricordato l'amore di Dio, sia che gli
si chiedesse la corda o la tonaca o qualunque altra cosa, non diceva mai di no
a nessuno. E molto gli dispiaceva e spesso rimproverava i frati allorché li
udiva nominare inutilmente l'amore di Dio. Diceva: " Così stupendamente
alto e prezioso è l'amore di Dio, che non dovrebbe essere nominato che
raramente, per grande necessità e con molta riverenza ".
E uno di quei frati si levò la propria tonaca e la diede a
lui. Similmente quando dava la tonaca o una parte di essa a qualcuno, pativa
gran privazione e tribolazione, poiché non poteva averne tanto presto un'altra,
specie esigendo che sempre fosse poverissima e talora rappezzata dentro e fuori.
E mai, o di rado, si adattava a indossare una tonaca confezionata di panno
nuovo, ma si faceva dare da un altro frate la veste portata per lungo tempo.
Talvolta prendeva una parte della tonaca da un frate, e l'altra parte da un
altro. All'interno ci adattava talora un panno nuovo, a motivo delle sue molte
malattie e per riparare dal freddo lo stomaco e la milza.
Conservò questa povertà e la osservò fino a quando migrò al
Signore. Pochi giorni avanti il suo trapasso, poiché era idropico e quasi
disseccato e afflitto da numerose infermità, i frati gli prepararono parecchie
tonache affinché, secondo il bisogno, potesse mutarle giorno e notte.
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35.
COME VOLLE DARE DI NASCOSTO A UN POVERO UNA PEZZA DI PANNO
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1721
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Un povero venne al beato Francesco e chiese ai fratelli per
amore di Dio un pezzo di panno. Ciò udendo, il Santo disse a un frate: "
Cerca per la casa, se puoi trovare qualche pezzo di panno, e dallo a quel
povero ". Dopo aver girato tutta la casa, quel frate disse che non se ne trovava.
Ma Francesco, affinché quel mendico non se ne tornasse a
mani vuote, andò in un luogo appartato, perché il guardiano non glielo
impedisse, e sedendo prese un coltello e cominciò a tagliare alla sua tonaca
una pezza cucita al di dentro, per poterla consegnare a quel povero.
Senonché il guardiano si accorse di quanto succedeva, andò
difilato da lui e gli fece proibizione di far ciò, poiché era malato, e poi
faceva un gran freddo che Francesco pativa tanto. Gli disse Francesco: "
Se vuoi che non dia un pezzo della mia veste, occorre assolutamente che tu
gliene procuri in altra maniera a quel fratello povero ". Così i frati diedero
al mendicante un po' di stoffa strappata ai loro indumenti, cedendo
all'insistenza del Santo.
Quando andava per il mondo a predicare, camminando a piedi,
o stando in groppa a un asino quando era infermo, o anche montato a cavallo
quando gli era strettamente necessario (giacché altrimenti non si permetteva di
cavalcare, e fece un'eccezione solo poco prima della morte), se qualche frate
gli imprestava un mantello, non lo voleva accettare che a patto di poterlo
donare a qualunque povero incontrasse o venisse a lui, quando il cuore gli
faceva intuire che fosse necessario.
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36.
COME DISSE A FRATE EGIDIO DI DARE IL MANTELLO A UN POVERO
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1722
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Nei primordi
dell'Ordine, sostando Francesco a Rivotorto con i due compagni, che soli allora
aveva ecco un uomo di nome Egidio, che fu il terzo fratello, venire a lui per
abbracciare la sua vita.
Egli rimase alquanti giorni con i vestiti che aveva portato
nel mondo. Arrivò a quel luogo un povero a chiedere l'elemosina al beato
Francesco. Questi, rivolgendosi a Egidio, gli disse: " Dona al fratello
povero il tuo mantello ". Ed Egidio con grande gioia se lo tolse di dosso
e lo consegnò al mendicante.
Immediatamente Dio fece scendere una grazia nuova nel cuore
di Egidio, che aveva dato al povero il suo mantello. Così, accolto nella
fraternità dal beato Francesco, egli sempre avanzò nella virtù fino a toccare
la più alta perfezione.
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37.
DELLA PENITENZA CHE INFLISSE A UN FRATELLO CHE AVEVA GIUDICATO MALE UN POVERO
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1723
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Andato Francesco a
predicare, in un luogo di frati presso Rocca di Brizio, accadde che nel giorno
stesso in cui aveva da predicare, si presentasse a lui un povero ammalato.
Preso da compassione, Francesco cominciò a parlare al suo compagno della
povertà e della malattia di quello. Il compagno però rispose: "Fratello, è
vero che costui sembra tanto povero, ma forse in tutta la provincia non esiste
un uomo che, nel desiderio, sia più ricco di lui ".
Subito, Francesco lo rimproverò duramente, sicché il
compagno confessò la sua colpa. Francesco riprese: " Vuoi fare la
penitenza che ti imporrò? ". Replicò il compagno: " La farò
volentieri ". Francesco riprese: " Va', svesti la tonaca e gettati
così ai piedi del povero e digli in qual modo hai peccato contro di lui,
denigrandolo; e digli che preghi per te "
Il compagno andò e fece tutto quello che Francesco gli aveva
indicato. Fatto ciò, indossò la tonaca e tornò dal Santo. Francesco disse:
" Vuoi sapere in che modo hai peccato contro il povero, anzi contro Gesù?
Ebbene, quando vedi un povero, pensa a Colui nel nome del quale viene, Cristo,
che prese sopra di sé la nostra povertà e infermità La povertà e infermità di
questo meschino è infatti come uno specchio nel quale dobbiamo vedere e
contemplare con tenerezza l'infermità e povertà che il Signore nostro Gesù
Cristo portò nel suo corpo per la nostra salvezza ".
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38.
COME FECE DARE UN NUOVO TESTAMENTO A UNA DONNA POVERA, MADRE DI DUE FRATI
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1724
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Mentre dimorava a Santa Maria della Porziuncola, una donna
povera e anziana, che aveva due figli nell'Ordine, venne a chiedere l'elemosina
al beato Francesco.
Subito il Santo disse a frate Pietro di Cattanio, allora
ministro generale: " Possiamo trovare qualcosa da offrire a nostra madre?
". Era solito dire che la madre di un frate era madre sua e di tutti i
fratelli. Gli rispose Pietro: " In casa non c'è niente da poterle dare,
poiché lei vorrebbe un'elemosina con cui alimentarsi. E in chiesa abbiamo
soltanto un Nuovo Testamento nel quale facciamo le letture durante il mattutino
". In quel tempo i frati non avevano breviari né molti salterii.
Concluse Francesco: " Allora, da' a nostra madre il
Nuovo Testamento, affinché lo possa vendere per sovvenire alle sue necessità.
Io credo fermamente che piacerà a Dio e alla beata Vergine questo gesto più che
il farci delle letture ". E così glielo diede.
Potrebbe essere detto e scritto di Francesco quanto si legge
a proposito di Giobbe; La compassione uscì dall'utero materno ed è cresciuta
insieme a lui. E a noi, che siamo vissuti con. lui, sarebbe lungo e difficoltoso
scrivere e narrare non solo le cose che dell'amore e della bontà di lui verso i
fratelli e gli altri poveri apprendemmo dagli altri, ma anche quelle che
abbiamo visto con i nostri occhi.
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PARTE TERZA
DELLA PERFETTA UMILTA' E OBBEDIENZA IN LUI E NEI FRATI
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39.
COME SI DIMISE DAL SUPERIORATO E NOMINO' MINISTRO GENERALE FRATE PIETRO DI CATTANIO
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1725
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Per osservare la virtù della santa umiltà Francesco, pochi
anni dopo la conversione, davanti ai fratelli raccolti in Capitolo si dimise dal
superiorato dicendo: " Da questo momento io sono morto, per voi. Ma ecco
frate Pietro di Cattanio, al quale io e voi tutti dobbiamo obbedire ". E
prosternandosi in terra davanti a lui, gli promise obbedienza e rispetto.
I frati tutti si misero a piangere e alti gemiti strappava
loro il profondo dolore, poiché si vedevano diventati orfani, in certo senso,
di un Padre tanto amato.
Si rialzò il Santo e levando gli occhi al cielo, giungendo
le mani, disse: " Signore, affido a te la famiglia che fino ad ora hai
consegnato alla mia cura e che adesso, per la malattia che tu sai, dolcissimo
Signore, non essendo più in grado di provvedervi, io affido ai ministri. Essi
dovranno render conto nel giorno del giudizio dinnanzi a te, Signore, se
qualche frate, per loro negligenza, malesempio o correzione troppo aspra, si
sia perduto ".
Da quel momento, Francesco rimase suddito fino alla morte,
comportandosi in ogni cosa più umilmente d'ogni altro frate.
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40.
COME RINUNCIO' ANCHE AI SUOI COMPAGNI, NON VOLENDO AVERE UN COMPAGNO SPECIALE
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1726
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Un'altra volta passò al suo vicario tutti i suoi compagni,
dicendo: " Non voglio apparire un privilegiato, con questa prerogativa di
potermi scegliere liberamente un compagno. I fratelli mi accompagnino da luogo
a luogo, come Dio li ispirerà ". E soggiunse: " Ricordo di aver visto
un cieco, il quale non aveva altra guida nel suo cammino che un cagnetto; bene,
io non voglio apparire più privilegiato di quello ".
Questa fu
sempre la sua gloria: che rinunciando a ogni apparenza di privilegio e di
orgoglio, abitasse in lui la virtù di Cristo.
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41.
COME RINUNCIO' ALLA GUIDA DELL' ORDINE A CAUSA DEI CATTIVI SUPERIORI
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1727
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Interrogato una volta da un frate, perché avesse allontanato
così i frati dalla sua cura affidandoli ad altre mani, quasi non gli
appartenessero, rispose: " Figlio mio, io amo i fratelli con tutto me
stesso, e più ancora li amerei né mi renderei estraneo ad essi, se seguissero
le mie orme. Ma ci sono alcuni superiori che li attirano su altre strade, proponendo
loro l'esempio degli antichi e poco tenendo conto dei miei ammaestramenti. Ma
che cosa e in che maniera essi agiscono, apparirà chiaramente alla fine ".
E poco dopo, essendo stato assalito da grave malattia con
grande fervore di spirito si drizzò sul letto e disse ad alta voce: " Chi
sono quelli che mi strappano dalle mani il mio Ordine e i miei fratelli? Se
potrò venire al Capitolo generale, mostrerò loro qual' è la mia volontà ".
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42.
COME UMILMENTE PROCURAVA DELLA CARNE PER I FRATI MALATI E LI AMMONIVA AD ESSERE UMILI E PAZIENTI
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1728
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Non si
vergognava il beato Francesco di andare a procurarsi, negli spacci delle città,
della carne per un fratello malato. Tuttavia, esortava gli infermi a sopportare
pazientemente le privazioni e a non lamentarsi, quando mancasse loro qualcosa.
Nella prima Regola fece scrivere: " Prego i miei
fratelli che, nelle loro malattie, non siano insofferenti verso i fratelli né
se la prendano con Dio, e neppure siano assillati dal desiderio di medicine né
troppo bramino di alleviare i dolori a una carne che ben presto morrà ed è
ostile all'anima. Invece, ringrazino per ogni cosa e non desiderino che di
essere nella condizione voluta da Dio.
Quelli che Dio ha predestinato alla vita eterna, ve li
prepara con la sferza delle avversità e malattie, come ebbe a dire lui stesso: "Quelli
che io amo, li flagello e castigo".
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43.
DELL' UMILE RISPOSTA DATA DAI BEATI FRANCESCO E DOMENICO, QUANDO FURONO ENTRAMBI INTERROGATI DAL CARDINALE SE VOLEVANO CHE I LORO FRATI FOSSERO PRELATI DELLA CHIESA
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1729
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Trovandosi in Roma quei due splendidi astri dell'universo,
Francesco e Domenico, incontrarono il vescovo di Ostia (che in seguito diventò
sommo pontefice) e parlarono a gara cose stupende di Dio. Il cardinale poi disse
loro: " Nella Chiesa primitiva, pastori e prelati erano poveri, ardenti di
carità e non di cupidigia. Perché dunque non facciamo vescovi e prelati i
vostri frati, che spiccano fra tutti per l'insegnamento e l'esempio? ".
Sorse tra i due Santi un'umile e devota contesa, non di
prevenirsi, anzi con vicendevole deferenza invitandosi l'un l'altro a
rispondere. Vinse finalmente l'umiltà di Francesco a non rispondere per primo,
e vinse anche Domenico che fu costretto per obbedienza a dire il suo parere per
primo. Disse dunque: " Messere, i miei frati sono già innalzati, se
vogliono riconoscerlo; comunque, non permetterò mai, fin dove posso, che conseguano
queste dignità ".
A sua volta Francesco, inchinandosi davanti al cardinale,
disse: "Messere, i miei frati si chiamano minori affinché non presumano
diventare maggiori. La loro vocazione insegna loro a restare al livello comune
e a seguire le orme dell'umiltà di Cristo, affinché in tal modo possano alla
fine essere esaltati più che gli altri allo sguardo dei santi. Se voi volete
che producano frutto nella Chiesa di Dio, teneteli e conservateli nello stato
voluto dalla loro vocazione; qualora salgano in alto, ricacciateli con forza in
basso, e non permettete mai che essi ascendano a una qualunque prelatura
".
Queste furono le risposte dei due Santi. Finite le quali il
vescovo di Ostia restò profondamente edificato e ne ringraziò immensamente Dio.
Mentre i due si allontanavano insieme, Domenico chiese a
Francesco che gli facesse il favore di donargli la corda di cui era cinto.
Francesco ricusò per umiltà, come Domenico chiedeva spinto da carità. Vinse
tuttavia la sincera devozione del chiedente, e così Domenico cinse la corda
sotto la sua tonaca e da allora devotamente la portò: I'aveva ottenuta per
insistenza di affetto.
Poi l'uno pose le mani fra quelle dell'altro,
raccomandandosi dolcemente a vicenda con fervore. Domenico disse a Francesco:
"Vorrei, fratello Francesco, che il tuo e il mio divenissero un Ordine
solo, e che noi vivessimo nella Chiesa sotto la stessa regola ".
Nel separarsi l'uno dall'altro, Domenico disse ai molti che
erano presenti: " In verità vi dico, che tutti i religiosi dovrebbero
imitare questo uomo santo, Francesco, tanta è la perfezione della sua santità
".
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44.
COME VOLLE, PER FONDARLI NELL' UMILTA', CHE I SUOI FRATI SERVISSERO I LEBBROSI
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1730
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Agli inizi della sua nuova vita, Francesco, con l'aiuto di Dio,
da sapiente edificatore, mise le fondamenta di se stesso sopra salda roccia,
vale a dire sulla profonda umiltà e povertà del Figlio di Dio, chiamando il suo
l'Ordine dei frati minori a motivo della massima umiltà.
Perciò fin dall'avvio del suo movimento, volle che i frati
dimorassero negli ospedali dei lebbrosi per servirli. e così ponessero il
fondamento dell'umiltà. Quando entravano nell'Ordine, nobili o no, tra le altre
cose che venivano loro esposte, si diceva ch'era necessario servissero i lebbrosi
e abitassero nelle loro case. Prescrizione che si contiene nella prima Regola:
" Non vogliate possedere nulla sotto il cielo, se non la santa povertà, in
virtù della quale siete nutriti da Dio, in questo mondo, di cibi per il corpo e
per lo spirito, e in futuro conseguirete l'eredità celeste ".
Così dunque, per sé e per gli altri, egli stabilì l'Ordine
sulla più perfetta umiltà e povertà. E pur essendo un alto prelato nella Chiesa
di Dio, scelse e volle esser messo in disparte, non solo nella gerarchia ecclesiastica,
ma anche in mezzo ai suoi fratelli. Nel suo ideale e nel suo desiderio, questo
umiliarsi è la più grande elevazione davanti a Dio e agli uomini.
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45.
COME VOLEVA SI ATTRIBUISSE A DIO SOLTANTO ONORE E GLORIA PER TUTTE LE BUONE PAROLE E OPERE SUE
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1731
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Avendo
Francesco predicato al popolo di Terni in una piazza della città, finito il
discorso, il vescovo del luogo, uomo prudente e di viva spiritualità, si alzò e
disse alla gente: " Il Signore, fin da quando piantò e costruì la sua Chiesa,
sempre la illuminò con santi uomini, che l'hanno onorata con la parola e
l'esempio. E ai nostri tempi, la rende luminosa per mezzo di questo poverello,
umile e illetterato uomo, Francesco. Per questo siete obbligati ad amare il
Signore, a onorarlo, a sfuggire i peccati: invero, Dio non ha fatto una cosa
simile per nessun'altra nazione ".
Pronunziate tali parole, il vescovo discese dal luogo dove
aveva parlato e entrò nella cattedrale. Francesco gli si avvicinò, gli fece
l'inchino e cadendo ai suoi piedi esclamò: " Messer vescovo, vi dico
sinceramente che nessun uomo mi ha fatto tanto onore sulla terra, quanto me ne
avete fatto voi oggi; poiché gli altri dicono: -- Questo è un santo! --,
attribuendo così a me e non al Creatore la gloria e la santità. Ma voi, quale uomo
di gran discernimento, avete separato ciò che è prezioso da ciò che è
vile".
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1732
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Quando lo esaltavano e chiamavano santo, Francesco
rispondeva: "Non sono ancora sicuro che non avrò figli e figlie! Poiché in
qualunque momento il Signore può riprendersi il tesoro che mi ha affidato. E
allora, che altro mi rimarrebbe se non il corpo e l'anima, che hanno anche i non
credenti? Anzi, sono convinto che se il Signore avesse largito tanti benefici a
un qualunque delinquente o non credente quanti ne ha conferiti a me, quelli
sarebbero più fedeli che io non sia.
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1733
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E come in una pittura su tavola, raffigurante il Signore o la
beata Vergine, si onora il Signore e la beata Vergine, non già il legno o la
pittura in sé; così il servo di Dio è una pittura di Dio, nella quale è onorato
Dio per il suo beneficio. Il servo nulla deve attribuire a se stesso, poiché in
confronto a Dio è meno che legno e pittura. Nulla è completamente puro, e
perciò a Dio solo va dato onore e gloria, a noi vergogna e tribolazione, finché
viviamo tra le miserie di questa vita ".
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46.
COME VOLLE, FINO ALLA MORTE, AVERE COME GUARDIANO UNO DEI SUOI COMPAGNI,
E VIVERE SUBORDINATO
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1734
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Volendo vivere in perfetta umiltà e soggezione fino alla
morte, parecchio tempo prima del suo trapasso disse al ministro generale:
"Vorrei che tu trasmetta l'autorità che hai su di me a uno dei miei
compagni, affinché gli obbedisca al tuo posto. Per il vantaggio che mi reca la
virtù dell'obbedienza, voglio che essa resti sempre con me, in vita e in morte
". Così fino alla sua morte, ebbe come guardiano uno dei compagni e gli
obbediva in luogo del ministro generale.
Una volta disse ai compagni: " Questa grazia, tra
altre, mi ha fatto il Signore: che obbedirei con lo stesso slancio a un novizio
entrato oggi stesso nell'Ordine, come a chi sia primo e più anziano nella
nostra fraternità, se mi fosse assegnato come guardiano. Il suddito deve
considerare il suo superiore non come un uomo, ma come Dio, per amor del quale
si è a lui sottomesso ".
Disse poi: " Non c'è superiore in tutto il mondo che
tanto sia temuto dai sudditi, quanto il Signore farebbe che fossi temuto io dai
miei fratelli, se lo volessi. Ma il Signore mi ha donato questa grazia, di
voler essere contento di tutto, come il più piccolo nell'Ordine ".
E vedemmo questo con i nostri occhi, noi che siamo vissuti
con lui. Se talora alcuni frati non avevano soddisfatto alle sue necessità o
gli avevano rivolto parole da cui un uomo suole sentirsi ferito, Francesco
andava subito a pregare e, tornando, non voleva ricordarsi di nessun torto. E
mai diceva: " Il tale non mi ha soddisfatto, quell'altro mi ha detto
questa parola ".
Perseverando in questo spirito, quanto più si avvicinava
alla morte, tanto più era sollecito nel pensare in che modo potesse vivere e
morire in ogni umiltà e povertà e nella perfezione di tutte le virtù.
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47.
DEL PERFETTO MODO DI OBBEDIRE DA LUI INSEGNATO
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1735
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Diceva il Padre santissimo ai suoi frati:
" Carissimi fratelli, obbedite al comando alla prima
parola, non aspettate che vi si ripeta l'ordine. Non avanzate a pretesto
l'impossibilità, poiché anche se io vi comandassi qualcosa di superiore alle
vostre forze, la santa obbedienza supplirà ".
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48.
COME PARAGONAVA IL PERFETTO OBBEDIENTE A UN CADAVERE
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1736
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Un'altra volta sedendo tra i suoi compagni sospirava: "
C'è appena qualche religioso al mondo, che obbedisca bene al suo prelato ".
Subito i compagni domandarono: " Padre, di' a noi qual
è perfetta e somma obbedienza ". In risposta, il Santo si mise a descrivere
il vero e perfetto obbediente, paragonandolo a un morto: " Prendi un corpo
esanime e mettilo dove ti piace. Se lo muovi, vedrai che non rilutta, se lo
lasci fermo, lui non mormora; lo butti via di là, lui non reagisce. Lo assidi
in cattedra, e lui invece che guardare in su, ciondola il capo giù; lo avvolgi
nella porpora, si fa ancora più pallido. L'autentico obbediente, se lo sposti,
non chiede il perché, non si cura dove venga messo, non insiste per essere
inviato altrove. Promosso a una carica, conserva la Sua umiltà solita; più lo
si onora, più si ritiene indegno ".
Francesco diceva sacre le obbedienze ingiunte con spontanea schiettezza,
non quelle richieste. Riteneva somma obbedienza, non inquinata dalla carne e
dal sangue, quella di recarsi per ispirazione divina tra gli infedeli per
salvare le anime o per desiderio del martirio. Chiedere tale obbedienza egli
giudicava fosse molto gradito a Dio.
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49.
COME E' PERICOLOSO SIA DARE ORDINI IN MANIERA PRECIPITOSA, SIA NON OBBEDIRE AL COMANDO
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1737
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Il padre santo era convinto che raramente bisogna comandare
per obbedienza, poiché non si deve scoccare immediatamente il dardo, che va
usato come ultima risorsa. Diceva: " Non bisogna mettere subito mano alla
spada! ". E aggiungeva: "Chi non obbedisce senza indugi al precetto
dell'obbedienza, è uno che non ha timore di Dio né rispetto per gli uomini, a
meno che non abbia un motivo evidente per tardare".
Niente di più vero, giacché l'autorità del comando in un
superiore irragionevole che altro è, se non una spada nella mano di un pazzo? E
d'altra parte, cos'è più desolante di un religioso che trascuri o disprezzi
l'obbedienza?
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50.
COME RISPOSE Al FRATI CHE VOLEVANO PERSUADERLO A CHIEDERE IL PRIVILEGIO
PER POTER PREDICARE LIBERAMENTE
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1738
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Alcuni frati dissero al beato Francesco: " Padre, non
vedi che i vescovi a volte non ci permettono di predicare e ci fanno stare per più
giorni senza far nulla in una città, prima di autorizzarci ad annunziare la
parola del Signore? Meglio sarebbe che tu impetrassi dal signor Papa un
privilegio su questo punto: si tratta della salvezza delle anime ".
Egli rispose loro rimproverandoli duramente: " Voi,
frati minori, non conoscete la volontà di Dio e non permettete che io converta
il mondo nel modo stabilito da Dio. Io voglio convertire per primi i prelati a
mezzo della santa umiltà e riverenza; essi, vedendo la nostra santa vita e il
nostro umile rispetto verso di loro, vi pregheranno di predicare e convertire
il popolo, e lo inviteranno alla vostra predicazione molto meglio che con
questi privilegi, che vi trascinano alla superbia.
E se starete lontani da ogni cupidigia e avrete convinto il
popolo a soddisfare ai suoi doveri verso le chiese, i vescovi vi pregheranno di
ascoltare le confessioni della loro gente, sebbene di ciò non dobbiate curarvi,
poiché se sono veramente convertiti troveranno con facilità dei confessori. Io
voglio da Dio questo privilegio per me: di non avere dall'uomo privilegio
alcuno, fuorché di portare a tutti rispetto e, in ossequio alla santa Regola,
convertire gli uomini più con l'esempio che con le parole ".
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51.
COME SI RICONCILIAVANO I FRATI Dl QUEL TEMPO, QUANDO UNO AVESSE RATTRISTATO L' ALTRO
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1739
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Affermava san Francesco che i frati minori erano stati
inviati dal Signore in questi ultimi tempi, affinché dessero esempi di luce a quanti
erano avvolti nella caligine dei peccati. Diceva di percepire profumi soavissimi
e di esser inebriato dall'emanazione di un unguento prezioso, allorché udiva le
meraviglie compiute da tanti santi frati sparsi nel mondo.
Un giorno capitò che un frate, alla presenza di un nobiluomo
dell'isola di Cipro, scagliò delle ingiurie contro un altro frate. Quando il
primo vide amareggiato colui verso il quale aveva inveito, se la prese subito
contro se stesso, accattò un pezzo di sterco d'asino, se lo cacciò in bocca e
lo morse dicendo: " Mastichi sterco la lingua che ha sprizzato sul fratello
il veleno della rabbia ". Quel nobile, a tale scena, restò attonito e
fortemente edificato; e in seguito mise se stesso e le sue cose a disposizione
dei frati.
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1740
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Era abitudine comune che, quando qualche fratello
ingiuriasse o contristasse un altro, immediatamente si gettava a terra baciando
i piedi dell'offeso e domandava umilmente perdono. E il padre santo esultava quando
sentiva che i suoi figli sapevano offrire simili esempi di santità e colmava di
commoventi benedizioni quelli che, con la parola e con l'esempio, inducevano i
peccatori all'amore di Cristo. Essendo riboccante di zelo verso le anime,
voleva che i suoi figli somigliassero pienamente a lui.
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52.
COME CRISTO SI LAMENTO' CON FRATE LEONE, COMPAGNO DI SAN FRANCESCO,
DELL' INGRATITUDINE E DELL' ORGOGLIO DEI FRATI
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1741
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Il Signore nostro Gesù Cristo parlò una volta a frate Leone,
compagno di san Francesco: " Frate Leone, ho da lamentarmi dei frati
". Domandò Leone: " Per quale motivo, Signore? ". E il
Signore: "Per tre cose: perché non sono riconoscenti dei benefici che così
largamente e generosamente riverso su di loro, che, come tu sai, non
seminano e non mietono. E perché tutto il giorno lo passano a mormorare e
senza far niente. Perché spesso si provocano l'un l'altro all'ira, e non
tornano all'amore reciproco né perdonano le ingiurie ricevute ".
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53.
COME UMILMENTE E SINCERAMENTE RISPOSE A UN DOTTORE DELL' ORDINE DEI PREDICATORI, CHE LO INTERROGAVA SU UN PASSO DELLA SCRITTURA
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1742
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Mentre dimorava presso Siena, venne a lui un dottore in
teologia, dell'Ordine dei Predicatori persona umile e di profonda spiritualità.
Essendosi intrattenuto con Francesco su parole del Signore, il maestro lo interrogò
sul passo di Ezechiele: Se non smascheri all'empio la sua empietà, chiederò
conto a te dell'anima di lui. Disse: " Conosco molti, o padre buono,
che vivono in peccato mortale, e ai quali non denuncio il loro stato perverso.
Dovrò io rendere conto della loro perdizione? ". Francesco rispose umilmente di essere ignorante, e che gli
conveniva piuttosto farsi ammaestrare anziché commentare questa frase biblica.
Il maestro insistette: "Fratello, effettivamente ho udito la spiegazione
di queste parole data da alcuni specialisti; eppure, sarei felice di sentire la
tua opinione in proposito ".
Allora Francesco disse: "Se il passo va inteso in
generale, io lo spiegherei così. Il servo di Dio deve talmente ardere e risplendere
di vita e santità in se stesso, da biasimare con la luminosità dell'esempio e
con la lingua di un santo comportamento, tutti i malvagi In tal modo, secondo
me, lo splendore di lui e il profumo della sua reputazione svelerà a tutti le
loro iniquità ".
Il dottore si accomiatò molto edificato, e disse ai Compagni
di Francesco: " Fratelli miei, la teologia di quest'uomo, attinta a purità
e contemplazione, è aquila che vola; mentre la nostra scienza striscia col
ventre a terra ".
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54.
DELLA UMILTA' E PACE CHE I FRATI DEVONO AVERE CON GLI ECCLESIASTICI
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1743
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Sebbene Francesco
volesse che i suoi figli fossero in pace con tutti gli uomini e si facessero
piccoli davanti a tutti, tuttavia insegnò loro con la parola e mostrò con
l'esempio ad essere umili soprattutto verso il clero.
Diceva: " Noi siamo stati inviati in aiuto al clero per
la salvezza delle anime. E se loro hanno delle lacune, tocca a noi supplirvi.
Sappiate che ognuno riceverà dal Signore la mercede a misura del suo lavoro,
non in rapporto al grado. Miei fratelli, la cosa più gradita a Dio è la
conquista delle anime, e noi possiamo più agevolmente conseguire questo fine
vivendo in pace col clero, anziché in discordia. Se poi osano impedire la
salvezza dei popoli, spetta a Dio vendicarsi, sarà lui a ripagarli come
meritano, al momento opportuno .
Siate perciò sottomessi ai prelati affinché, per quanto sta
in voi, non abbia a destarsi una riprovevole gelosia. Se voi vi sarete
comportati da figli della pace, conquisterete a Dio il clero e il popolo, e
questo è ben più gradito al Signore che conquistare il popolo scandalizzando il
clero. Ricoprite, quindi, i loro sbagli, supplite alle loro deficienze; e
quando avrete agito così, siate ancora più umili ".
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55.
COME ACQUISTO' UMILMENTE LA CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI DALL' ABATE DI SAN BENEDETTO IN ASSISI E VOLLE CHE I FRATI VI ABITINO SEMPRE E VIVANO IN UMILTA'
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1744
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Vedendo il beato
Francesco che il Signore voleva moltiplicare il numero dei frati, disse loro:
" Carissimi fratelli e figlioli miei, vedo che il Signore ci vuole
moltiplicare! Mi sembra perciò saggio e religioso che acquistiamo una chiesa
dal vescovo, o dai canonici di San Rufino o dall'abate di San Benedetto. Ivi i
fratelli potranno recitare le ore liturgiche e lì presso avere una piccola
casetta poverella, costruita di fango e vimini, dove riposare e lavorare. Il
luogo dove stiamo ora non è conveniente né sufficiente ai frati, adesso che il
Signore ci sta moltiplicando; tra l'altro, non abbiamo una chiesa dove poter
dire l'ufficio. Se poi qualche frate venisse a morte, non sarebbe dignitoso
sotterrarlo qui e nemmeno in una chiesa del clero secolare ". I frati
approvarono tutte queste parole.
Andò Francesco dal vescovo di Assisi e gli riferì quanto sopra.
Gli rispose: "Francesco, non ho nessuna chiesa che sia in mio potere
cedervi ". La stessa cosa dissero i canonici.
Allora si recò dall'abate benedettino del monte Subasio, ed
espose a lui la stessa richiesta. L'abate, mosso da compassione, dopo aver tenuto
consiglio con i suoi monaci guidato dalla grazia e volontà divina, concesse al
beato Francesco e ai suoi frati la chiesa della Beata Maria della Porziuncola,
che era la più piccola e povera chiesa che avevano. E disse l'abate: "
Ecco, fratello, abbiamo esaudito la tua richiesta. Se il Signore moltiplicherà
il vostro gruppo, vogliamo che questo luogo sia a capo di tutte le vostre chiese
".
Francesco e i suoi frati furono d'accordo su questa
condizione. Il Santo fu molto felice per il posto concesso ai frati, soprattutto
perché la chiesa era dedicata alla Madre di Cristo, ed era così piccola e
povera, e inoltre perché era denominata Porziuncola, quasi preconizzando che
sarebbe capo e madre dei poveri frati minori. Si chiamava con quell'appellativo
fin da tempi remoti, alludendo alla modesta estensione della proprietà.
Francesco era solito dire: " Per questo ha voluto il
Signore che ai frati non fosse ceduta nessun'altra chiesa, e che i primi frati
non erigessero una chiesa nuova e non avessero che quella. Con l'arrivo dei
frati minori si è realizzata una profezia ".
E sebbene fosse piccola e diroccata, tuttavia per lungo tempo
gli abitanti di Assisi e di tutta quella zona ebbero gran devozione a quella
chiesa. Oggi le sono ancor più affezionati, e l'attaccamento cresce ogni
giorno.
Da quando i frati si stabilirono colà, il Signore quasi
quotidianamente moltiplicava il loro numero, e la loro buona fama si sparse
mirabilmente per tutta la valle Spoletana e per molte parti del mondo. In
antico era chiamata Santa Maria degli Angeli perché, come si dice, vi furono
spesso uditi canti angelici.
L'abate e i monaci avevano concesso la chiesa a Francesco e
ai suoi frati per pura generosità; ma il Santo da saggio ed esperto costruttore
che vuole fondare la propria casa, cioè l'Ordine, sulla salda roccia della
totale povertà, mandava ogni anno a quell'abate e ai monaci un canestro di piccoli
pesci, chiamati lasche, in segno di grande umiltà e povertà, come ad attestare
che i frati non avevano in proprietà nessun luogo e non intendevano dimorare in
alcun posto che non fosse sotto il dominio altrui, e quindi non avessero
facoltà di alienarlo. Quando dunque i frati portavano annualmente ai monaci
quei pesciolini, i monaci, in omaggio all'umiltà di Francesco che compiva quel
gesto di sua spontanea volontà, ricambiavano il dono con una giara di olio.
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1745
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Noi, che siamo
vissuti con il beato Francesco, attestiamo che egli affermò, parlando di quella
chiesa, come gli era stato rivelato che, per le molte prerogative largite ivi
dal Signore, la beata Vergine amava affettuosamente questa fra tutte le altre
chiese del mondo. E per questo motivo, il Santo aveva massima riverenza e
devozione verso la chiesetta e, affinché i frati sempre ne conservassero in
cuore la memoria, alla sua morte fece scrivere nel Testamento che i frati
condividessero il suo attaccamento. Infatti, vicino ormai a morire, davanti al ministro
generale e ad altri fratelli dettò: " Ordino che il luogo di Santa Maria
della Porziuncola sia lasciato per testamento ai frati, in modo che sia da loro
tenuto nella massima devozione e riverenza ".
I nostri antichi frati eseguirono questa volontà. Sebbene
questo luogo sia già santo e prediletto da Cristo e dalla Vergine gloriosa,
tuttavia i frati incentivavano quel carattere di santità pregando
ininterrottamente e conservando il silenzio giorno e notte. Se talvolta
parlavano, nei limiti stabiliti dalla legge del silenzio, lo facevano
invariabilmente con la più viva devozione, trattando solo di argomenti
concernenti la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Se accadeva che
qualcuno cominciasse a dire parole oziose e inutili, benché ciò succedesse di
raro, veniva immediatamente corretto da un fratello.
Mortificavano la loro carne con molti digiuni, con veglie
numerose, patendo il freddo a causa degli indumenti insufficienti, lavorando
con le proprie mani. Molte volte, per non stare in ozio, aiutavano i poveri
contadini nelle fatiche dei campi, e venivano retribuiti con del pane offerto
per amore di Dio. Con queste e altre virtù santificavano quel luogo e
mantenevano nella santità se stessi.
Ma più tardi, per il via vai di frati e di secolari che vi
affluivano più numerosi del consueto, e perché i frati sono più freddi
nell'orazione e nelle opere virtuose, e hanno minore ritegno nel proferire
parole oziose e chiacchiere sulle novità di questo mondo, questo luogo non
viene più tenuto in quella riverenza e devozione, come si era fatto fino allora
e come si vorrebbe.
Come Francesco ebbe detto quelle parole, acceso subitamente
da grande fervore concluse: " Voglio pertanto che questo luogo sia sempre
sotto il diretto potere del ministro generale e servo, affinché egli abbia la
più gran cura e preoccupazione nel provvedere ivi una fraternità buona e santa.
Che i chierici siano scelti fra i migliori, i più santi e virtuosi dei fratelli,
coloro che sanno dire meglio l'ufficio liturgico, in maniera che non solo i
secolari, ma anche gli altri frati vedano e ascoltino volentieri e con gran
devozione.
Voglio ancora che i fratelli laici siano scelti, per loro
servizio, fra gli uomini santi, discreti, umili e virtuosi. Voglio altresì che
nessuna persona e nessun frate entri in questa fraternità, ad eccezione del
ministro generale e dei suoi assistenti. Ed essi non parlino con nessuna persona,
se non con i frati addetti al loro servizio e con il ministro generale quando
venga a visitarli. E i fratelli laici siano obbligati a non dire loro parole
oziose e a non riferire le novità di questo mondo e insomma nulla che non sia
utile alle anime loro
E voglio fermamente che nessuno entri in questo luogo, così
che i frati ivi dimoranti meglio conservino la loro purità e santità, e nulla
si faccia o dica di inutile, ma tutto il luogo rifulga di purezza e santità, in
inni e lodi al Signore. E quando qualcuno dei frati migrerà al Signore, voglio
che al suo posto sia inviato dal ministro generale un altro fratello, dovunque
dimori. Ché se le altre comunità si allontanano da purità e onestà, voglio che
questo luogo benedetto rimanga sempre specchio e buon esempio dell'intero
Ordine, come un candelabro sempre ardente e luminoso dinanzi al trono di Dio e
alla beata Vergine. E a motivo di ciò, il Signore sia misericordioso verso le
mancanze e colpe di tutti i frati, e protegga questo Ordine, sua piccola pianta
".
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56.
DELL' UMILE RIVERENZA CHE MOSTRAVA VERSO LE CHIESE, SCOPANDOLE E RIPULENDOLE
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1746
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Mentre stava presso Santa Maria della Porziuncola e i frati
erano ancora pochi Francesco andava per i villaggi e le chiese dei dintorni di
Assisi, annunziando e predicando agli uomini che facessero penitenza. Portava
con sé una scopa per pulire le chiese sudicie. Ci soffriva molto quando vedeva
una chiesa non linda come avrebbe voluto.
E perciò, finita la predica, faceva riunire in disparte, per
non essere udito dalla gente i preti che erano presenti, e parlava loro della
salvezza delle anime e soprattutto che fossero solleciti nel conservare pulite
le chiese e tutta la suppellettile che si adopera per celebrare i divini
misteri.
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57.
DEL CONTADINO CHE LO TROVO' MENTRE SCOPAVA UNA CHIESA E COME, CONVERTITOSI
ENTRO' NELL' ORDINE E FU UN SANTO FRATE
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1747
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Andato nella chiesa d'un
villaggio del contado di Assisi, Francesco cominciò a scoparla e pulirla
umilmente. Se ne sparse tosto la voce per tutto il villaggio, poiché la gente
lo vedeva volentieri e ancor più volentieri lo ascoltava. Venuto a sapere la
cosa un contadino di mirabile semplicità, di nome Giovanni, che stava arando il
suo campo, andò difilato da Francesco e lo trovò a scopare la chiesa con tutta
umiltà e devozione. E gli disse: " Fratello dammi la scopa, voglio
aiutarti ". Gliela prese dalle mani e finì le pulizie.
Poi sedettero insieme. Disse il contadino: " Fratello,
è già gran tempo che ho volontà di servire Dio, specialmente dopo aver udito
parlare di te e dei tuoi frati; ma non sapevo come venire con te. Ora però, dal
momento che è piaciuto a Dio che ti vedessi, voglio fare tutto quello che
piacerà a te ".
Il beato Francesco, considerando il fervore di quell'uomo,
esultò nel Signore, specie perché a quel tempo aveva pochi frati e gli sembrava
che quello, per la sua semplice purità, sarebbe un buon religioso. Gli rispose
dunque: " Fratello, se vuoi far parte della nostra vita e della nostra
fraternità, bisogna che tu ti espropri di tutte le cose che possiedi
onestamente, e le dia ai poveri, secondo la prescrizione del Vangelo. La stessa
cosa hanno fatto tutti i miei frati che l'hanno potuto ".
Sentito questo, Giovanni si recò subito nel campo dove aveva
lasciato i buoi, li sciolse, e ne condusse uno davanti a Francesco, e gli
disse: " Fratello, per tanti anni ho lavorato per mio padre e i miei di
casa, e sebbene la mia parte di eredità sia ben piccola, voglio che tu riceva
questo bue da me e lo doni ai poveri nel modo che ti piacerà ".
Vedendo i genitori e i fratelli (questi erano ancora
piccoli) che Giovanni voleva abbandonarli, cominciarono tutti a piangere così
forte e a innalzare voci così lamentose, che Francesco ne fu mosso a pietà. Era
una famiglia numerosa e miserabile. Francesco disse loro: " Preparate del
cibo per tutti, mangeremo insieme, e non piangete, poiché vi renderò felici
". Quelli subito apparecchiarono la mensa e tutti insieme mangiarono con
grande allegria.
Finito che ebbero di mangiare, Francesco disse: "
Questo vostro figlio vuole servire Dio, e di ciò non dovete contristarvi, ma
essere contenti. Infatti, state per avere un grande onore e un gran vantaggio
per le vostre anime, non solo davanti a Dio ma anche davanti alla gente, poiché
Dio sarà onorato da uno del vostro sangue e tutti i nostri frati saranno vostri
figli e vostri fratelli. Io non posso e non devo ridarvi vostro figlio, perché è
creatura di Dio e lui intende servire il suo Creatore, un servire che è
regnare. Ma, a vostro conforto, io voglio che egli ceda a voi, che siete
poveri, questo bue che gli appartiene; sebbene, secondo il Vangelo, dovesse
darlo ad altri ". E quelli furono consolati dalle parole di Francesco,
specialmente perché venne loro lasciato il bue, poiché erano molto poveri.
A Francesco piaceva immensamente la pura e santa semplicità
in sé e negli altri; così rivestì del saio Giovanni e lo conduceva in giro con
sé come compagno. Era questi di tale semplicità, che si faceva un dovere di
imitare tutto quello che faceva Francesco. Quando il Santo stava in qualche
luogo in una chiesa in preghiera, Giovanni voleva osservarlo, per uniformarsi
fedelmente a tutti i suoi atti e gesti. Se Francesco piegava le ginocchia o
alzava le mani al cielo, o sputava o sospirava, anche lui faceva lo stesso. Quando
Francesco se ne accorse cominciò gaiamente a rimproverarlo di tanta semplicità.
Giovanni gli rispose: " Fratello, ho promesso di fare tutto quello che fai
tu, e perciò bisogna che io mi uniformi a te in ogni cosa ".
Vedendo in lui tale purezza e semplicità, Francesco ne era
ammirato e straordinariamente felice. Giovanni faceva tali progressi nella
virtù, che Francesco e tutti gli altri frati erano stupiti di quella
perfezione. E dopo breve tempo, Giovanni morì in questo santo slancio di virtù.
E Francesco, quando in seguito narrava la vita di lui con grande gioia di mente
e di cuore, non lo chiamava " frate Giovanni ", ma " santo
Giovanni ".
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58.
COME PUNI' SE STESSO, MANGIANDO NELLA SCODELLA DI UN LEBBROSO
PERCHÉ GLI AVEVA FATTO VERGOGNA
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1748
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Di ritorno alla chiesa della Porziuncola, Francesco trovò
fratello Giacomo il semplice in compagnia di un lebbroso devastato dalle
ulceri. Era stato lui ad affidargli quel lebbroso e tutti gli altri che
incontrasse, perché si sentiva come il medico di quei poveretti e toccava,
ripuliva, curava le loro piaghe senza nausea. A quei tempi i frati dimoravano
nei lebbrosari.
Disse Francesco a Giacomo con tono quasi di rimprovero:
" Non dovresti condurre fuori dal loro ospedale questi cristiani, perché
non è conveniente né per te né per loro! ". Voleva, sì, che li servisse,
ma non che menasse fuori dal lebbrosario quelli che erano coperti di piaghe,
poiché la gente ne aveva orrore. Ma Giacomo era così ingenuo, che li
accompagnava dall'ospedale fino alla chiesa della Porziuncola, come avrebbe
fatto con dei frati. Francesco soleva chiamare i lebbrosi " fratelli
cristiani ".
Ma subito Francesco si pentì delle parole che aveva
proferito, pensando che il lebbroso era stato umiliato per il rimprovero
rivolto al fratello Giacomo. E però, volendo dare soddisfazione a Dio e al
lebbroso, confessò la sua colpa a frate Pietro di Cattanio, allora ministro
generale, e aggiunse: " Voglio che tu approvi la penitenza che ho scelto
di fare per questo peccato, e che non mi contraddica ". Rispose Pietro:
"Fratello, fa' quello che ti piace ". Egli aveva tanta venerazione e
timore, che non osava contraddire Francesco, sebbene spesso ne restasse
afflitto
Allora Francesco disse: " Questa sia la mia penitenza:
che io mangi con il fratello cristiano nella stessa scodella ". E sedette
a mensa con il lebbroso e gli altri frati, e tra Francesco e il lebbroso fu posto
un unico piatto.
Era quell'infermo tutto piaghe, faceva ribrezzo, specie per
le dita contratte e sanguinolente, con le quali tirava su i bocconi dal piatto;
e quando vi immergeva le mani, ne colava sangue e pus. Vedendo questa scena,
frate Pietro e gli altri ne furono profondamente contristati, ma non osavano
dir nulla, per timore e riverenza verso il santo padre.
Chi scrive questo episodio, ha visto la scena e ne è
testimone .
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59.
COME MISE IN FUGA I DEMONI CON PAROLE DI UMILTA'
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1749
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Una volta andò Francesco alla chiesa di San Pietro di
Bovara, presso il castello di Trevi, nella valle Spoletana, e con lui c'era
frate Pacifico, che al secolo veniva chiamato: " Re dei versi ", uomo
nobile, cortese e maestro nell'arte del canto.
Quella chiesa era abbandonata. Disse Francesco a frate
Pacifico: "Torna pure al lebbrosario poiché stanotte voglio rimanere qui
da solo. Tornerai da me domani di buon'ora ".
Essendo rimasto solo e avendo recitato compieta e altre
orazioni, voleva riposarsi e dormire, ma non vi riuscì. La sua anima cominciò
ad aver paura, il suo corpo a tremare, avvolto da suggestioni diaboliche. Il
Santo uscì di chiesa e si fece il segno della croce, dicendo: " Da parte
di Dio onnipotente, io vi ingiungo, o demoni, che esercitiate sul mio corpo il
potere concesso a voi dal Signore Gesù Cristo, poiché sono pronto a sopportare
qualunque cosa. Essendo il mio corpo il peggior nemico che io abbia, prendete
pure vendetta del mio peggiore nemico ".
E tosto quelle suggestioni cessarono del tutto, e tornato al
luogo ove s'era messo a giacere, dormì in pace.
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60.
DELLA VISIONE CONTEMPLATA DA FRATE PACIFICO IN CUI UDI' CHE IL TRONO DI LUCIFERO
ERA RISERVATO ALL' UMILE FRANCESCO
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1750
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Sul far del mattino frate Pacifico tornò a lui. Francesco stava
allora in orazione davanti all'altare, e Pacifico si pose ad aspettarlo fuori
del coro, in preghiera dinnanzi al Crocifisso. E messosi a pregare, fu elevato
e rapito in cielo,--se con il corpo o fuori del corpo, solo Dio lo sa,
--e vide in cielo molti troni, fra i quali uno più alto e glorioso di tutti,
fulgente e adorno d'ogni sorta di pietre preziose. Ammirandone la bellezza,
cominciò a pensare fra di sé di chi fosse quel trono. E subito uscì una voce:
" Questo fu il trono di Lucifero, e in luogo di lui vi si assiderà l'umile
Francesco ".
Tornato in sé, ecco uscire verso di lui Francesco. Pacifico
gli cadde ai piedi con le braccia strette a croce. Considerandolo come già in
cielo, assiso su quel trono, gli disse: " Padre, perdonami, e prega il
Signore che abbia pietà di me e rimetta i miei peccati ". Francesco tese
la mano e lo tirò su, e comprese che nella preghiera aveva avuto una visione.
Appariva infatti tutto trasfigurato e parlava a Francesco, non come a uno
vivente nella carne, ma quasi già regnante in cielo.
Poiché Pacifico non voleva raccontare al Santo la visione,
cominciò a parlare di argomenti del tutto estranei e tra l'altro domandò:
"Fratello, che pensi di te stesso?". Rispose Francesco: << Mi
sembra di essere più peccatore di chiunque altro al mondo ". Immediatamente
all'anima di Pacifico fu detto: " Da ciò puoi conoscere che la visione
risponde a verità. Come Lucifero venne cacciato da quel trono per la sua superbia,
così Francesco meriterà per la sua umiltà di essere esaltato e di assidervisi
".
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61.
COME SI FECE TRASCINARE NUDO, CON LA CORDA AL COLLO, DAVANTI AL POPOLO
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1751
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Un'altra volta, essendo un po' migliorato da una gravissima
malattia, gli parve di aver mangiato qualcosa di speciale durante quella
infermità, sebbene si fosse nutrito scarsamente. Levatosi un giorno, pur non
interamente riavutosi dalla febbre quartana, fece convocare il popolo di Assisi
in piazza per la predica. Finito il discorso, comandò al popolo che nessuno si
movesse di là fino ai suo ritorno. Entrato nella cattedrale di San Rufino con
molti fratelli, fra cui Pietro di Cattanio ch'era stato canonico di quella
chiesa e poi eletto ministro generale da san Francesco, ordinò allo stesso
Pietro, in nome dell'obbedienza, di fare senza contrasto quanto stava per dirgli.
Frate Pietro rispose: " Fratello, non posso e non devo volere e fare di me
e di te che quello che ti piace ".
Allora Francesco si spogliò della tonaca e ordinò di trascinarlo
nudo, con una corda legata al collo, alla presenza del popolo, fino al posto
dove aveva predicato. A un altro frate comandò di procurarsi una scodella piena
di cenere e di salire al luogo dove aveva predicato e, quando l'avessero
trascinato colà gettargliela in faccia. Ma questi non obbedì, per la troppa
compassione e pietà che provava verso il Santo.
E frate Pietro afferrando la corda legata al collo di lui,
se lo trascinava dietro secondo l'ordine ricevuto, ma piangendo ad alta voce,
mentre gli altri frati gli facevano coro con lacrime di compassione e di
amarezza.
Quando fu così trascinato nudo, davanti al popolo, al luogo
dove aveva predicato, il Santo disse: " Voi e tutti quelli che seguendo il
mio esempio lasciano il mondo ed entrano nell'Ordine, credete che io sia un
uomo santo. Ma confesso a Dio e a voi che durante questa mia infermità ho mangiato
carne e brodo di carne ". Quasi tutti cominciarono a piangere, toccati da
viva compassione, specie perché era d'inverno e faceva freddo intenso, e non
era ancora guarito dalla febbre quartana.
Si battevano il petto e si accusavano: " Se per una necessità
giusta ed evidente questo santo uomo si dichiara in colpa, sottomettendo il suo
corpo a tale scempio, lui che ben sappiamo condurre una vita santa e che
vediamo vivo in un corpo che gli è quasi premorto a causa della durissima
astinenza ed austerità: cosa faremo noi miserabili, che tutto il tempo della
nostra vita siamo vissuti e continuiamo a vivere secondo il desiderio della
carne? ".
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62.
COME VOLEVA CHE FOSSE NOTO A TUTTI QUANDO IL SUO CORPO RICEVEVA
DEI TRATTAMENTI SPECIALI
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1752
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Facendo la quaresima di san Martino in un romitaggio, prese
dei cibi conditi con lardo, a causa delle sue malattie per le quali l'olio era
dannoso. Finita la quaresima, mentre predicava a una grande folla, disse
esordendo: " Voi siete venuti a me con gran devozione, credendo che io sia
un sant'uomo; ma confesso a Dio e a voi, che durante questa quaresima ho mangiato
cibi conditi con lardo ".
Quasi sempre, anche quando andava a mensa presso qualche
secolare, oppure quando i frati gli cucinavano una portata delicata per
alleviare i suoi disturbi, subito Francesco, alla presenza della gente o dei
frati che non sapevano la cosa, diceva: " Ho mangiato questo cibo ", perché
non voleva nascondere agli uomini quello che era manifesto a Dio. Similmente,
ogni volta che davanti a qualsiasi religioso o secolare egli aveva dei moti di
orgoglio, vanità o altro vizio, lo confessava davanti a loro senza por tempo di
mezzo, nudamente senza celar nulla.
Disse una volta ai suoi compagni: " Negli eremitaggi e negli
altri luoghi ove dimoro, io voglio vivere come se tutti gli uomini mi
vedessero. Poiché se credono che io sia un santo e non facessi la vita che si
conviene a un santo sarei un ipocrita ".
Uno dei compagni, che era suo guardiano, impietosito per la sua
malattia di milza e di stomaco, volle cucire alI'interno della sua tonaca un
pezzo di pelle di volpe. Francesco ribatté: " Se vuoi che io porti una
pelle di volpe sotto la mia veste, fa' in modo che sia messo anche di fuori un
pezzo di quella pelle, così che tutti conoscano da ciò che tengo anche al di
dentro una pelle di volpe ". Così volle fosse fatto, ma poco la portò, sebbene
gli fosse molto necessaria .
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63.
COME SI ACCUSO' IMMEDIATAMENTE DELLA VANITA' PROVATA NEL FARE UN' ELEMOSINA
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1753
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Mentre camminava per Assisi, una povera vecchia gli chiese
l'elemosina per amore di Dio. Ed egli le diede subito il mantello che portava sulle
spalle. E senza indugio confessò, dinanzi a quelli che lo seguivano, come ne
aveva provato un senso di vanità.
Noi, che siamo vissuti con lui, abbiamo visto e udito tanti
altri esempi, simili a questo, della profonda umiltà di lui, e non possiamo narrarli
tutti a voce o in scritto.
Era suo ideale e sua passione di non essere ipocrita davanti
a Dio. E sebbene spesso, per le sue malattie, gli fosse necessaria qualche
pietanza, tuttavia pensava di dovere mostrare sempre il buon esempio ai fratelli
e agli altri, e perciò sopportava pazientemente ogni indigenza, per togliere a
tutti il pretesto di mormorare.
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64.
COME DESCRISSE IN SE STESSO LO STATO DI PERFETTA UMILTA'
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1754
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Avvicinandosi il tempo del Capitolo, Francesco disse al suo
compagno: " Non mi sembrerebbe di essere frate minore, se non fossi nello
stato d'animo che sto per dirti. Ecco, i fratelli m'invitano al Capitolo con
grande affetto e, commosso da questa bontà, vado con loro. Riunitici, mi
pregano di annunziar loro la parola di Dio e di predicare. Mi alzo e mi metto a
parlare secondo mi ha ispirato lo Spirito Santo.
Finito il sermone, supponiamo che tutti mi gridino dietro:--Non
vogliamo che tu abbia potere sopra di noi; non hai l'eloquenza che ci vuole,
sei troppo semplice e incolto. Ci vergognamo di avere un superiore così alla
buona e scadente. E quindi d'ora innanzi non avere la pretesa di esser chiamato
nostro superiore--. E così mi cacciano con vituperio e disprezzo.
Ebbene, non sarei un autentico frate minore, se non fossi
sereno quando mi umiliano e mi scacciano non volendomi loro superiore, come
quando mi venerano ed onorano, dal momento che in entrambi i casi si realizzano
egualmente il vantaggio e l'utilità loro. Se ho goduto quando mi esaltano e mi
onorano per il loro bene e sospinti da devozione ( e questo trattamento può
essere pericoloso per la mia anima), tanto più devo esser felice per il
vantaggio e il bene della mia anima allorché mi disprezzano, dove il profitto
per il mio spirito è sicuro ".
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65.
COME VOLLE ANDARE UMILMENTE IN TERRE LONTANE, COME VI AVEVA MANDATO ALTRI FRATI, E COME INSEGNO' LORO AD ANDARE PER IL MONDO CON UMILTA' E DEVOZIONE
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1755
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Finito il Capitolo nel quale molti frati furono inviati in
terre oltremare, Francesco, restato con alcuni, disse: " Fratelli
carissimi, bisogna che io sia modello ed esempio a tutti i frati. Se dunque li
ho mandati in regioni lontane a sopportare travagli e umiliazioni, fame e sete
e altre avversità, è giusto, e la santa umiltà lo richiede che vada io pure in
qualche terra lontana, affinché i fratelli affrontino più pazienti le
difficoltà, quando sentono che io sopporto le stesse traversie. Andate dunque e
pregate il Signore, affinché mi conceda di scegliere la regione che sia
maggiormente a sua lode, a vantaggio delle anime ed a buon esempio per il
nostro Ordine ".
Era abitudine del santo padre, quando era in procinto di
partire alla volta di qualche terra, di pregare prima il Signore e di mandare
dei fratelli a pregare, affinché il Signore lo ispirasse a dirigersi dove più
piacesse a Lui. Quei frati si ritirarono a pregare; e, finita l'orazione,
tornarono a lui. Francesco tutto giulivo disse loro: " In nome del Signore
nostro Gesù Cristo e della gloriosa vergine Maria madre di lui, e di tutti i
santi: scelgo la terra di Francia, nella quale vive gente cattolica,
soprattutto perché i francesi, fra gli altri cattolici, mostrano gran riverenza
al corpo di Cristo, cosa a me gratissima, e quindi mi troverò ben felice in
mezzo a loro ".
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1756
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Così ardente amore e devozione nutriva Francesco per il
corpo di Cristo, che avrebbe voluto scrivere nella Regola che i frati, nelle
province in cui dimoravano, avessero cura e zelo grande di questo sacramento,
ed esortassero i sacerdoti a conservare l'Eucaristia in luogo adatto e decoroso,
e qualora il clero si mostrasse negligente, vi sopperissero i frati.
Era sua volontà altresì di aggiungere nella Regola che
dovunque i frati trovassero i nomi del Signore e le parole della consacrazione
eucaristica non custodite con amore, le raccogliessero per riporle in luogo
decoroso, onorando così il Signore nelle parole pronunziate da lui. E sebbene
queste prescrizioni non fossero accolte nel testo della Regola, perché i
ministri non vedevano di buon occhio far carico ai frati di queste direttive, tuttavia
nel suo Testamento e in altri suoi scritti volle esprimere ai frati la sua
volontà sulI'argomento.
Una volta volle mandare alcuni frati per tutte le province,
a portare molte pissidi belle e splendenti, affinché dovunque trovassero il
corpo del Signore conservato in modo sconveniente, lo collocassero con onore in
quelle pissidi. E anche volle mandare altri frati per tutte le regioni con
molti e buoni ferri da ostie, per fare delle particole belle e pure.
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1757
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Dopo aver scelto i frati che intendeva condurre con sé,
Francesco disse loro: " In nome di Dio, andate a due a due con umiltà e
modestia, osservando il silenzio dal mattino fino all'ora terza, pregando Dio
nei vostri cuori, non pronunziando tra voi parole oziose e inutili. Pur essendo
in cammino, il vostro comportamento sia umile e dignitoso come se foste in un
romitorio o in una cella. Poiché, dovunque siamo e andiamo, noi abbiamo la
cella sempre con noi: fratello corpo è la nostra cella, e l'anima è l'eremita
che vi abita per pregare il Signore e meditare su lui. Se l'anima non è in
tranquillità nella sua celletta, di ben poco giovamento è quella fabbricata con
le mani ".
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1758
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Arrivato a Firenze, Francesco v'incontrò messer Ugo vescovo
di Ostia, che fu poi papa Gregorio (64) Questi, avendo udito che Francesco
intendeva recarsi in Francia, glielo proibì, dicendo: " Fratello, non
voglio che tu vada di là dai monti, poiché molti prelati ne approfitterebbero
per contrastare il tuo movimento alla curia romana. Io e altri cardinali, che amiamo
il tuo Ordine, lo proteggeremo e aiuteremo più agevolmente, se tu rimani nei
limiti di questa provincia ".
Gli rispose
Francesco: " Messere, è per me grande vergogna, I'aver mandato altri miei
fratelli in terre lontane, e io rimanere qua, non partecipando alle tribolazioni
che essi patiranno per il Signore ".
Il
cardinale gli replicò quasi rimproverandolo: " E perché hai inviato i tuoi
frati così lontano a morire di fame e a sopportare chissà quali altre
tribolazioni? ".
Con grande
fervore e ispirazione profetica Francesco ribatté "Messere, credete voi
che Dio abbia suscitato i frati soltanto per queste regioni? Ma io vi dico in
verità, che Dio ha scelto e mandato i frati per il bene e la salvezza delle
anime di tutti gli uomini del mondo: non solo nei paesi dei cristiani, ma anche
in quelli dei non credenti essi saranno accolti e conquisteranno molte anime
".
Rimase stupito
il vescovo di Ostia da tali parole, affermando che ciò era vero. Tuttavia non
permise al Santo di recarsi in Francia. E il beato Francesco vi mandò Pacifico
insieme con altri frati. Lui se ne tornò invece alla valle Spoletana.
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66.
COME INSEGNO' AD ALCUNI FRATI A CONQUISTARE LE ANIME DI CERTI BRIGANTI
CON L' AMORE E L' UMILTA'
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1759
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In un eremitaggio di frati, posto sopra Borgo San Sepolcro
(66), venivano ogni tanto dei briganti a chiedere pane. Costoro stavano
nascosti nelle selve e depredavano i passanti. Alcuni frati sostenevano che non
era bene far loro l'elemosina, altri al contrario lo facevano per compassione,
sperando di indurli a penitenza.
Francesco venne a passare di là, e i frati lo interrogarono
se fosse bene far l'elemosina ai briganti. Rispose: " Se farete come vi
dirò, confido nel Signore che conquisterete le loro anime. Andate dunque,
acquistate del buon pane e buon vino, recatelo a quelli nei boschi dove stanno,
e chiamateli: --Fratelli briganti, venite a noi che siamo vostri fratelli e vi
portiamo buon pane e buon vino!--. Essi verranno subito. Voi allora stenderete
per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino, e li servirete
umilmente e lietamente, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, parlate loro le
parole del Signore, e infine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio:
che vi promettano di non percuotere né danneggiare alcuno nella persona.
Poiché, se domandate tutte le cose in una volta, non vi daranno ascolto,
invece, vinti dalla vostra umiltà e affetto, subito accondiscenderanno alla
vostra proposta.
Un altro giorno, grati di questa loro promessa, recate loro
con il pane e il vino, anche uova e cacio, e serviteli finché abbiano mangiato.
Dopo il pasto, direte:--Ma perché state in questi posti tutto il giorno a
morire di fame e sopportare tanti disagi, facendo il male col pensiero e con le
azioni, a causa delle quali perdete le vostre anime, se non vi convertite a
Dio? Meglio che serviate il Signore e lui vi darà in questa vita le cose
necessarie al corpo, e alla fine salverà le vostre anime. --Allora il Signore
li ispirerà a ravvedersi, grazie all'umiltà e gentilezza che voi gli avrete mostrato
".
I frati eseguirono ogni cosa secondo l'istruzione ricevuta
da Francesco. E i briganti, per bontà e misericordia di Dio ascoltarono ed
eseguirono alla lettera, punto per punto, quanto i frati avevano loro
richiesto. Anzi, toccati da tanta umiltà e benevolenza, cominciarono a loro volta
a servirli, portando sulle loro spalle la legna fino all'eremitaggio. Alcuni di
loro entrarono infine nell'Ordine, gli altri confessarono i loro peccati e
fecero penitenza delle colpe commesse, promettendo ai frati di voler vivere
d'allora in poi del proprio lavoro e mai più commettere quei misfatti.
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67.
COME, FUSTIGATO DAI DEMONI, CAPI' CHE ERA PIU' GRADITO A DIO
CH' EGLI ABITASSE IN LUOGHI POVERI E UMILI, ANZICHÉ CON I CARDINALI
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1760
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Una volta il beato Francesco si portò a Roma per incontrare
il cardinale di Ostia. Rimasto alcuni giorni con lui, andò a render visita a
messer Leone cardinale, molto devoto a Francesco.
Si era d'inverno, stagione non adatta a viaggiare a piedi,
per causa del freddo, del vento e delle piogge. Per cui il cardinale lo pregò
di sostare qualche giorno da lui, ricevendo il cibo come un mendicante insieme
agli altri poveri che quotidianamente mangiavano alla sua mensa.
Disse questo, perché sapeva che Francesco voleva sempre esser
ricevuto come un qualunque poverello, dove era ospitato, sebbene il Papa e i
cardinali lo accogliessero con viva devozione e rispetto, venerandolo come
santo. Aggiunse il cardinale: " Ti assegnerò una buona casa appartata,
dove potrai pregare e prendere i pasti quando vorrai ".
Allora frate Angelo Tancredi, uno dei primi dodici frati che
abitava con quel cardinale, disse a Francesco: " Fratello, qui vicino
sorge una torre assai spaziosa e fuori mano, dove potrai dimorare come in un
eremo ". Il Santo andò a vederla e gli piacque, e tornato dal cardinale
gli disse: " Messere, forse rimarrò presso di voi alcuni giorni ".
Il cardinale ne fu molto felice. Andò quindi frate Angelo e
preparò nella torre una celletta per Francesco e il suo compagno. E perché il
Santo non voleva discendere di là per recarsi dal cardinale, per tutto il tempo
che rimarrebbe là né voleva che alcuno entrasse da lui, Angelo promise e
dispose di portare ogni giorno il cibo a lui e al compagno.
Francesco si ritirò con il compagno nella torre. Calata la
notte, mentre si disponeva a dormire, vennero i demoni e gli diedero una forte
dose di fustigate. Francesco chiamò il compagno: " Fratello, gli disse, i
demoni mi hanno battuto molto duramente. Rimani vicino a me, ho paura di star
solo ". Il compagno quella notte rimase vicino a lui, che tremava tutto
come preso dalla febbre; tutte quelle ore le trascorsero svegli.
Francesco parlava con il compagno: " Perché i demoni mi
hanno pestato, e perché il Signore ha dato loro il potere di nuocermi? ".
E soggiunse: " I demoni sono i castaldi del Signore. Come il podestà manda
il suo castaldo a punire chi ha commesso un'infrazione, così il Signore, per
mezzo dei suoi agenti, cioè i demoni che in questo mondo sono al suo servizio, sferza
e castiga quelli che ama. Anche il perfetto religioso molte volte pecca per
ignoranza; così, quando non conosce la sua colpa, viene battuto dal diavolo, affinché
osservi diligentemente e consideri in quali cose ha mancato esteriormente e
interiormente Nulla lascia impunito il Signore, durante questa vita, in quelli
ch'egli ama di vero amore.
Io veramente, per grazia e misericordia di Dio, non ho
coscienza di aver commesso mancanze che non abbia riparato per mezzo della
confessione e dell'ammenda. E certo il Signore mi ha fatto questo dono per sua
misericordia: che di tutte le cose nelle quali io possa piacergli o
dispiacergli, nelle orazioni prendo chiara cognizione. Ma può essere che, per
mezzo dei suoi giustizieri, egli mi abbia ora castigato perché, sebbene messer
cardinale ben volentieri mi usi riguardi e al mio corpo sia necessario godere
questo ristoro, i miei frati però che vanno per il mondo sopportando fame e
molte tribolazioni, e gli altri frati che abitano negli eremitaggi e in piccole
case, udendo che io rimango presso messer cardinale, potranno aver occasione di
protestare, dicendo: --Noi sopportiamo tante avversità, e lui gode i suoi agi!
Io invece sono tenuto a dare sempre loro il buon esempio, e
proprio per questo sono stato dato loro. I frati sono più edificati quando
abito in mezzo a loro in luoghi poveri, che non quando sto altrove; e con
maggior pazienza sopportano le loro tribolazioni, quando odono che io pure
sopporto gli stessi travagli ".
E invero il grande e costante impegno del nostro padre fu di
offrire sempre a tutti il buon esempio, non dando occasione agli altri frati di
mormorare di lui. Per questo, sano o malato, soffrì tante e così grandi pene,
che tutti i fratelli che venissero a saperlo,--come noi che siamo vissuti con
lui fino al giorno della sua morte,--ogni volta che leggessero o richiamassero
alla memoria tali cose, non potrebbero trattenere le lacrime, e con maggior pazienza
e letizia sopporterebbero ogni tribolazione e angustia.
Di primissimo mattino Francesco discese dalla torre, andò
dal cardinale a raccontargli cosa gli era accaduto e di cui aveva conversato
con il compagno, e concluse: " Gli uomini pensano che io sia un santo, ed
ecco i demoni mi hanno cacciato dal mio ritiro! ".
Il cardinale fu pieno di gioia nel vederlo, tuttavia,
conoscendone la santità e venerandolo, non osò opporsi quando non volle restare
più da lui. Così, preso commiato, Francesco ritornò all'eremitaggio di Fonte
Colombo, presso Rieti.
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68.
COME RIMPROVERO' I FRATI CHE VOLEVANO SEGUIRE
LA VIA DELLA LORO SAPIENZA E SCIENZA, E PREDISSE LORO LA RIFORMA DELL' ORDINE
E IL RITORNO ALLO STATO PRIMITIVO
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1761
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Trovandosi Francesco al Capitolo generale presso Santa Maria
della Porziuncola, capitolo chiamato delle stuoie, perché non essendovi
abitazioni, gli unici rifugi erano fatti con stuoie, e vi furono presenti
cinquemila frati; in quell'occasione, dunque, molti frati colti e dotti si
recarono dal cardinale di Ostia, che stava colà, e gli dissero: " Messere,
vogliamo che voi persuadiate frate Francesco a seguire il consiglio dei frati
istruiti, e consenta talvolta di essere guidato da loro ". E citavano la
Regola di san Benedetto, quelle di Agostino e Bernardo, che insegnano a menar
vita religiosa in questa e quella maniera
Tutte queste cose riferì il cardinale a Francesco, in tono
di ammonizione. Il Santo, senza risponder nulla, lo prese per mano e lo
condusse tra i frati riuniti a Capitolo, e così parlò ad essi nel fervore e
nella virtù dello Spirito Santo: " Fratelli miei, fratelli miei! Il
Signore mi ha chiamato per la via della semplicità e dell'umiltà, e questa via
mi. mostrò veramente per me e per quelli che intendono credermi e imitarmi. Di
conseguenza, voglio che non mi si parli di nessuna Regola né di san Benedetto,
né di sant'Agostino, né di san Bernardo, né di alcun altro ideale e maniera di
vita diverso da quello che dal Signore mi è stato misericordiosamente rivelato
e concesso.
Il Signore mi ha detto che io dovevo essere come un novello
pazzo in questo mondo, e non ci ha voluto condurre per altra via che quella di
questa scienza. Dio vi confonderà proprio per mezzo della vostra scienza e
sapienza. Io confido nei castaldi del Signore, e per loro mezzo Dio vi punirà.
E allora tornerete al vostro stato, lo vogliate o no, con vostra vergogna
".
Molto rimase trasecolato il cardinale, e niente rispose; e i
fratelli furono pieni di grande timore.
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69.
COME PREVIDE E PREDISSE CHE LA SCIENZA SAREBBE STATA OCCASIONE DI ROVINA DELL' ORDINE, E COME PROIBI' A UNO DEI COMPAGNI Dl DARSI ALLO STUDIO DELLA PREDICAZIONE
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1762
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Molto penava Francesco quando, trascurando la virtù, si
andava in cerca della scienza che gonfia, soprattutto se un frate non
perdurava nella vocazione cui era stato chiamato da principio.
Diceva: " I miei frati che sono presi dalla curiosità
di sapere, si troveranno a mani vuote nel giorno della tribolazione. Perciò
vorrei che essi piuttosto si rinvigorissero nella virtù. E quando il tempo
della tribolazione verrà, avessero con sé nell'angoscia il Signore. La tribolazione
certamente verrà, e i libri, che non serviranno allora a niente, saranno
gettati dalla finestra ".
Non diceva questo perché gli dispiacesse la lettura della
sacra Bibbia, ma per distogliere tutti dalla superflua preoccupazione di
imparare. Voleva infatti che i frati fossero buoni e caritatevoli, anziché
assetati di sapere e arroganti.
Presentiva che sarebbero venuti fra non molto i tempi nei quali prevedeva
che un sapere orgoglioso sarebbe causa di rovina. Per cui, dopo la sua morte,
apparendo a un certo compagno troppo assillato dallo studio della predicazione,
gliene fece rimprovero e proibizione, e gli comandò che studiasse di avanzare
sulla via dell'umiltà e della semplicità.
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70.
COME QUELLI CHE ENTRERANNO NELL' ORDINE NEL TEMPO DELLA TRIBOLAZIONE FUTURA SARANNO BENEDETTI, E COLORO CHE SARANNO SOTTOPOSTI ALLA PROVA SARANNO MIGLIORI Dl CHI LI HA PRECEDUTI
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1763
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Diceva Francesco: " Verrà tempo in cui, per i malesempi
dei cattivi frati, quest'Ordine amato da Dio avrà così sinistra reputazione che
ci si vergognerà di uscire in pubblico. Ma quelli che allora entreranno
nell'Ordine, saranno guidati unicamente dalla virtù dello Spirito Santo, la
carne e il sangue non lasceranno macchia alcuna su di loro, e saranno veramente
benedetti dal Signore. Anche se nessuna opera meritoria verrà compiuta da essi,
tuttavia, poiché si raffredderà lo spirito di carità che anima i santi ad agire
con fervore, saranno assaliti da tentazioni immense; e quelli che usciranno
vincitori da queste prove, saranno migliori di coloro che li precedettero.
Guai però a coloro che, facendo applausi a se stessi, per il
solo aspetto ed apparenza di pratica religiosa, confidando nella propria
istruzione e sapere, saranno trovati oziosi, vale a dire inattivi
nell'esercizio delle opere virtuose, nella via della croce e della penitenza,
nella pura osservanza del Vangelo, che sono obbligati a seguire in purità e
semplicità, in forza della loro professione! Questi non resisteranno con vigore
alle tentazioni, che il Signore permetterà per purificare gli eletti. Ma quelli
che saranno messi alla prova e l'avranno superata, riceveranno la corona della
vita, a guadagnare la quale attualmente li incita la malizia dei reprobi
".
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71.
COME RISPOSE A UN COMPAGNO CHE GLI DOMANDAVA PERCHÉ NON REPRIMESSE
GLI ABUSI CHE AVVENIVANO NELL' ORDINE Al SUOI TEMPI
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1764
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Un compagno disse un giorno al beato Francesco: " Perdonami,
Padre. Quanto ti voglio dire è stato già notato da molti ". E seguitò:
" Tu sai come una volta, per grazia di Dio, tutto l'Ordine era fiorente di
pura perfezione. Tutti i fratelli con vibrante fervore e zelo osservavano in
ogni cosa la santa povertà, in angusti edifici e modesti utensili, poveri libri
e rozze vesti, e nell'adempiere a questo ideale erano accomunati da una sola
volontà e dallo stesso slancio; erano gelosi nell'osservanza di quanto si
riferisce alla purezza della fede, alla nostra vocazione, al buon esempio. Da
uomini veramente apostolici ed evangelici, erano unanimi nell'amore di Dio e
del prossimo.
Da poco tempo in qua, invece, questa purità e perfezione ha
cominciato ad alterarsi, sebbene molti adducano a scusa il gran numero dei frati,
dicendo che per questo non possono più essere praticate tali virtù. Molti
frati, anzi, sono giunti a tanta cecità che sono convinti che il popolo sia
meglio edificato e convertito a devozione da questo comportamento, anziché dal
fervore primitivo. E pensano addirittura che questo stile di vita sia più
conveniente, e hanno in disprezzo la via della santa semplicità e povertà, che
pure fu il principio e il fondamento del nostro Ordine. Constatando questo
sviamento, crediamo fermamente che esso ti dispiaccia tuttavia, siamo molto
stupiti, che, dispiacendoti simili abusi tu li sopporti e non li corregga
".
Gli rispose il beato Francesco: " Il Signore ti
perdoni, fratello. Perché vuoi essermi contrario e avverso, implicandomi in
cose che non si riferiscono al mio dovere? Fin tanto che ebbi la carica di
guidare i frati, essi restarono saldi nella loro vocazione e nell'impegno assunto.
Fin dal principio della mia nuova vita, sono stato sempre malato, eppure con il
mio debole zelo, con l'esempio e con le esortazioni riuscivo a sostenere i
fratelli. Dopo che vidi che il Signore moltiplicava il loro numero, ed essi per
tiepidezza e inerzia spirituale cominciavano a deviare dalla strada dritta e
sicura per la quale erano soliti camminare e, avanzando per la via larga che
mena alla morte, non erano appassionati alla loro vocazione, agli impegni
assunti e al buon esempio; né intendevano abbandonare il cammino pericoloso e
mortale che avevano preso, nonostante le mie ammonizioni e l'esempio che loro
continuamente davo, affidai la guida dell'Ordine a Dio e ai ministri.
Quando rinunciai all'incarico di governare i frati, io mi
scusai davanti a loro nel Capitolo generale, adducendo la ragione delle mie
infermità; però, se i frati volessero camminare secondo la mia volontà, non
vorrei, per consolazione e utilità di loro stessi, che avessero altro ministro
se non me fino al giorno della mia morte. Il suddito fedele e buono sa
intendere e seguire la volontà, senza che al prelato sia necessaria per ben
governare una cura assillante. Inoltre, io sarei così felice della bontà dei
frati per il loro e mio profitto, che, anche giacendo infermo, non esiterei a
soddisfarli. Il mio ufficio di guida è infatti soltanto spirituale, e consiste
nel reprimere i difetti, correggerli ed emendarli. Dal momento però che non
riesco a raddrizzarli e migliorarli con le ammonizioni, esortazioni ed esempio,
non voglio diventare giustiziere nel punirli e flagellarli, come fanno i
governanti di questo mondo.
Io confido nel Signore che i nemici invisibili, che sono i
suoi castaldi al servizio suo per punire in questo e nell'altro mondo, fin da
ora faranno vendetta di quelli che trasgrediscono i comandi di Dio e le
promesse della loro professione. Essi li faranno castigare dagli uomini di
questo mondo, con vergogna e rossore, di modo che tornino alla loro vocazione e
ai loro impegni.
E fino al giorno della mia morte, io non smetterò di ammaestrare
i frati con l'esempio e con le azioni a seguire il cammino mostratomi dal
Signore, quel cammino che ho additato con la parola e l'esempio. Così saranno
senza scusa davanti a Dio, e io non sarò obbligato, più tardi, a render conto
di loro alla presenza del Signore ".
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71.
FRATE LEONE, COMPAGNO E CONFESSORE DI SAN FRANCESCO SCRISSE A
FRATE CORRADO DA OFFIDA LE PAROLE CHE SEGUONO, DICENDO DI AVERLE RACCOLTE
DALLA BOCCA DI FRANCESCO. PAROLE CHE LO STESSO CORRADO RIFERI'
PRESSO SAN DAMIANO VICINO ALLA CITTA DI ASSISI
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1765
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San Francesco stava in orazione davanti all'abside della
chiesa di Santa Maria degli Angeli, con le mani tese in alto, invocando Cristo
affinché avesse misericordia del popolo nella gran tribolazione che stava per
abbattersi.
E il Signore rispose: " Francesco, se vuoi che io abbia
pietà del popolo cristiano, fa' che il tuo Ordine permanga nello stato in cui
fu stabilito, poiché non mi resta che esso in tutto il mondo. E ti prometto
che, per amore tuo e del tuo Ordine, non lascerò che al mondo sopravvenga
alcuna tribolazione. Ma dico a te che essi si ritrarranno dalla via in cui li
ho messi. E m'inciteranno a tale ira, che insorgerò contro di loro e chiamerò i
demoni e darò a questi il potere che vorranno. E i demoni provocheranno tanto
scandalo tra i frati e il mondo, che nessuno vi sarà che osi portare il tuo
saio se non nelle selve. E quando il mondo perderà la fiducia nei tuo Ordine,
non rimarrà più alcuna luce, poiché io ho posto i frati come luce del
mondo".
E san Francesco disse: " Di che vivranno i miei fratelli
che abiteranno le selve? ". Disse Cristo: " Io li nutrirò, come nutrii
i figli d'Israele nel deserto, facendo piovere la manna. Questi frati saranno
buoni, e allora l'Ordine tornerà alla sua condizione originaria, in cui fu
fondato e cominciato ".
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72.
COME DALLE PREGHIERE E LACRIME DEGLI UMILI
SEMPLICI FRATELLI SONO CONVERTITE QUELLE ANIME
CHE SEMBRANO CONVERTIRSI PER LA SCIENZA E PREDICAZIONE DEGLI ALTRI
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1766
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Il padre santo non voleva che i suoi frati fossero avidi del
sapere e dei libri, ma voleva e insisteva che si sforzassero di stabilirsi sul
fondamento della santa umiltà, e a seguire la pura semplicità, la santa
orazione e la nostra signora povertà: su queste fondamenta costruirono i primi
santi frati. Diceva che questa sola era la via sicura alla salvezza propria e
alla edificazione degli altri, poiché Cristo, che noi siamo chiamati a imitare,
ci mostrò e prescrisse questo ideale con la parola e l'esempio.
Ma il beato padre, prevedendo il futuro, conosceva per virtù
dello Spirito Santo, e sovente ripeteva ai fratelli " che molti, col
pretesto di migliorare il prossimo, dimenticheranno la loro vocazione di santa
umiltà, pura semplicità, orazione e devozione e povertà. Finiranno con l'illudersi
di esser maggiormente imbevuti e colmi di devozione, di essere ardenti e
illuminati dall'amore e conoscenza di Dio, mentre nel loro intimo saranno
freddi e vuoti. Così non potranno più tornare alla primitiva vocazione, avendo
perduto in studi falsi e vani il loro tempo. E temo che verrà loro tolto quanto
suppongono di possedere, poiché trascurarono completamente ciò che era loro
offerto: di conservare cioè e seguire la loro vocazione ".
Diceva ancora: " Vi sono molti frati, che pongono ogni
loro sforzo e impegno nell'acquistare la scienza, trascurando la loro
vocazione, uscendo con la mente e con la vita dalla via dell'umiltà e della
santa orazione. Quando hanno predicato al popolo, venendo a sapere che alcuni
sono rimasti edificati o convertiti a penitenza, si gonfiano e inorgogliscono
della fatica e guadagno altrui quasi fosse opera loro. Invece, essi hanno
predicato per loro condanna e perdita, e nulla hanno operato se non come
strumenti di quei buoni, per mezzo dei quali il Signore ha in verità acquistato
un tale frutto. Coloro che questi immaginano di aver edificato e convertito
grazie alla loro scienza e predicazione, in realtà il Signore ha edificato e
convertito con le orazioni e lacrime dei santi, poveri, umili, semplici frati,
per quanto costoro ignorino per lo più tale cosa, giacché Dio non vuole che lo
sappiano e ne siano incitati a insuperbire.
Questi sono i miei frati cavalieri della Tavola rotonda, che
si appartano in luoghi disabitati e remoti per abbandonarsi con più amore
all'orazione e alla meditazione, piangendo i peccati propri e altrui, vivendo
in semplicità e umiltà. La loro santità è nota a Dio, e talvolta ignota ai
fratelli e agli altri uomini. Quando le loro anime saranno presentate dagli
angeli al Signore, Dio mostrerà loro il frutto e la ricompensa delle loro
opere: le molte anime, cioè, salvate dai loro esempi, orazioni e lacrime. E
dirà loro: --Figli miei diletti, tante e tali anime sono state salvate a mezzo
delle vostre preghiere, pianto ed esempio; e poiché foste fedeli nel poco vi
farò padroni di molto! Altri predicarono e operarono con parole di cultura
e sapere, ma sono stato io a maturare il frutto della salvezza per i vostri
meriti. Ricevete dunque la ricompensa delle fatiche di quelli e il frutto dei
vostri meriti, il regno eterno, che avete conquistato con l'ardore dell'umiltà
e della semplicità, con la violenza delle vostre orazioni e lacrime--.
Così, portando i loro covoni, vale a dire i frutti e
le ricompense della loro santa umiltà e semplicità, entreranno lieti ed esultanti
nella felicità del Signore. Ma quelli che si preoccupano solo di sapere e di
mostrare agli altri la via della salvezza, senza nulla operare per salvarsi
loro, arriveranno nudi e a mani vuote dinanzi al tribunale di Cristo, non
recando che i covoni della vergogna, della delusione e della amarezza.
Allora la verità della santa umiltà e semplicità, della
santa orazione e povertà, in cui consiste il nostro ideale, sarà esaltata,
glorificata, magnificata. Una verità alla quale quelli che furono rigonfi di
sapere, recarono pregiudizio con la loro vita, i vuoti discorsi, le prediche
della loro vana sapienza, dicendo che quella verità era falsità, e
perseguitando crudelmente come ciechi quelli che camminavano nella verità.
Allora l'errore e la falsità delle opinioni da loro seguite
e predicate come verità, e attraverso le quali essi fecero precipitare molti
nella fossa della cecità, si riveleranno dolore, confusione e vergogna. Ed
essi, insieme con le loro opinioni tenebrose, saranno immersi nelle tenebre in compagnia
degli spiriti maligni ".
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1767
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Commentando quel detto: La sterile partorì molti figli,
mentre quella che aveva molti figli diventò sterile, Francesco era solito
dire: "Sterile è il buon religioso, semplice, umile povero e disprezzato,
tenuto a vile e buttato in un canto, ii quale però edifica incessantemente gli
altri con le sante orazioni e virtù e li partorisce con i suoi gemiti dolorosi
".
Queste parole amava spesso ripetere davanti ai ministri e
agli altri frati, specialmente durante i Capitoli generali.
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73.
COME VOLEVA E INSEGNAVA CHE PRELATI E PREDICATORI
DEVONO ESERCITARSI NELL' ORAZIONE E NELLE OPERE DI UMILTA'
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1768
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Fedele servo e imitatore perfetto di Cristo, Francesco,
sentendosi completamente trasformato in Cristo per virtù della santa umiltà,
desiderava nei suoi fratelli l'umiltà sopra tutte le altre virtù, e li
incoraggiava senza sosta e affettuosamente, con le parole e l'esempio, ad amare
questa grazia, desiderarla, acquistarla e conservarla. Ammoniva specialmente i
ministri e i predicatori, inducendoli a dedicarsi a opere di umiltà.
Soggiungeva che, a causa delle cariche di governo e gli
impegni di predicazione, non dovevano trascurare la santa devota orazione né
omettere di andare all'elemosina, né di dedicarsi al lavoro manuale e compiere
altri servizi, come tutti gli altri frati, per il buon esempio e il profitto
delle anime proprie e altrui.
Diceva: " Molto sono edificati i frati sudditi, quando
i loro ministri e predicatori si dedicano all'orazione e si danno di buona
voglia a servizi umili e bassi. Altrimenti non possono, senza vergogna e
pregiudizio e condanna, ammonire intorno a queste cose gli altri fratelli.
Bisogna, secondo l'esempio del Signore, prima fare e poi insegnare, o
meglio fare e insegnare nello stesso tempo ".
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74.
COME INDICO' AI FRATI, UMILIANDOSI,
IL MODO DI CONOSCERE QUANDO EGLI ERA SERVO DI DIO E QUANDO NO
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1769
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Il beato Francesco convocò una volta molti frati e disse
loro: "Ho pregato il Signore che si degnasse mostrarmi quando sono servo
di lui e quando no. Poiché niente altro vorrei, che essere suo servo. Il
Signore benignissimo mi rispose: --Potrai conoscere che sei veramente mio
servo, quando tu pensi, dici e fai cose sante!--.
Perciò ho chiamato voi, fratelli, e vi ho rivelato questo
per potere vergognarmi davanti a voi, allorché mi vedrete mancare in una o
tutte queste cose ".
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75.
COME VOLLE CHE TUTTI I FRATI SI DEDICASSERO TALORA A LAVORI MANUALI
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1770
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Diceva che quelli che attendono svogliati a un lavoro umile
in casa, saranno rigettati ben presto dalla bocca del Signore. Nessuno poteva
mostrarsi in o~io dinanzi a lui, senza che tosto lo sferzasse con parole mordenti.
E lui, modello di ogni perfezione, lavorava umilmente con le sue mani, non
permettendo che venisse sciupato un solo attimo del prezioso dono del tempo.
Diceva: " Voglio che tutti i miei frati lavorino e si
esercitino umilmente in lavori onesti, affinché noi siamo di minor peso alla
gente, e cuore e lingua non vagabondino nell'ozio. Chi non conosce un mestiere,
lo impari ".
Secondo lui, la ricompensa del lavoro non doveva essere a
disposizione del lavoratore, bensì del guardiano o della comunità.
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PARTE QUARTA
ZELO DEL SANTO PER L'OSSERVANZA DELLA REGOLA E PER LA PERFEZIONE
DELL'ORDINE TUTTO
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76.
COME LODAVA L' OSSERVANZA DELLA REGOLA,
E VOLEVA CHE I FRATI LA CONOSCESSERO
E NE PARLASSERO, E MORISSERO TENENDOLA IN MANO
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1771
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Perfetto zelatore e amante dell'osservanza del Vangelo, il
beato Francesco amava ardentemente che tutti mettessero in pratica la Regola,
che è vivere il Vangelo, e diede una speciale benedizione a coloro che sono e
saranno veri zelatori di essa.
Ai suoi discepoli diceva che la Regola è il libro della
vita, la speranza della salvezza, la caparra della gloria, il midollo del Vangelo,
la via della croce, lo stato di perfezione, la chiave del paradiso, il patto di
eterna alleanza.
Voleva che tutti ne avessero una copia e la sapessero a
mente, e che nelle loro conversazioni i frati ne parlassero di frequente, per
evitare lo scoramento, e ne meditassero dentro di sé per richiamare il
giuramento pronunciato.
Prescrisse che la Regola fosse sempre davanti al loro
sguardo, a rammentare il loro ideale di vita e a stimolo di osservanza. E, più
ancora, volle e insegnò ai frati di morire con essa.
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77.
DI UN SANTO FRATELLO LAICO, MARTIRIZZATO
MENTRE TENEVA LA REGOLA TRA LE MANI
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1772
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Non scordò questo santo esempio e questi dettami del
beatissimo padre, un fratello laico, che crediamo indubbiamente assunto nel
coro dei martiri, e andò tra gli infedeli per brama di martirio. Mentre i
Saraceni lo portavano alla pena capitale, egli, tenendo con grande fervore la
Regola tra le mani e piegando umilmente le ginocchia, disse al compagno: "
Mi confesso colpevole, fratello carissimo, di tutte le cose che ho commesso
contro questa Regola, davanti agli occhi della divina Maestà e dinanzi a te
".
Appena terminata questa breve confessione, gli fu vibrato un
colpo di scimitarra, ed egli finì questa vita ottenendo la corona del martirio.
Era entrato nell'Ordine da giovanetto cosicché appena riusciva a sopportare i
digiuni della Regola, e pur tanto fanciullo, portava sulle carni uno strumento di
mortificazione. Beato ragazzo, che cominciò felicemente e più felicemente finì!
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78.
COME VOLLE CHE L' ORDINE FOSSE SEMPRE
SOTTO LA PROTEZIONE E DISCIPLINA DELLA CHIESA ROMANA
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1773
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Diceva Francesco: " Andrò, e affiderò l'Ordine dei
fratelli minori alla Chiesa romana. I malevoli saranno intimoriti e tenuti a
freno dalla forza della sua autorità; e i figli di Dio godranno perfetta
libertà, a incremento della salvezza eterna. Da ciò i figli riconosceranno i
dolci benefici della loro madre, e ne seguiranno sempre le orme venerabili con
particolare devozione.
Sotto questa protezione l'Ordine non patirà mali incontri,
né il figlio di Belial scorrazzerà impunemente per la vigna del Signore. Questa
madre santa sarà incitata a emulare la gloria della nostra povertà, e mai
permetterà che il fulgore dell'umiltà e il giubilo della obbedienza siano
offuscati dal tenebrore dell'orgoglio.
Conserverà intatti fra noi i vincoli della carità e della
pace, e percuoterà severamente gli animatori di discordia. La santa osservanza
della purezza del Vangelo sarà fiorente davanti a lei, che non permetterà venga
inquinato il profumo della nostra buona fama e vita, nemmeno per un'ora ".
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79.
I QUATTRO PRIVILEGI CHE DIO DONO' ALL' ORDINE
E CHE ANNUNZIO' AL BEATO FRANCESCO
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1774
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Diceva il beato Francesco di aver ottenuto dal Signore
quattro privilegi, rivelatigli a mezzo di un angelo: che cioè l'Ordine e
l'ideale di vita dei frati minori sarebbe durato fino al giorno del giudizio;
che nessun persecutore dell'Ordine per proposito deliberato, sarebbe vissuto a
lungo, che nessun malvagio, intendendo vivere male nell'Ordine, vi avrebbe
durato a lungo; infine, che chiunque amasse di cuore l'Ordine, per peccatore
che egli fosse, avrebbe alla fine ottenuto misericordia.
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80.
DELLE QUALITA' CHE RITENEVA NECESSARIE AL MINISTRO GENERALE E AI SUOI COMPAGNI
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1775
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Tanto grande era lo zelo che aveva per conservare la perfezione
nell'Ordine e la perfetta osservanza della Regola gli pareva così importante,
che spesso rifletteva chi potesse esser capace, dopo la sua morte, di guidare
l'Ordine tutto e mantenerlo, con l'aiuto di Dio, nella perfezione. Ma non
riusciva a trovar nessuno che ne fosse idoneo.
Quando la sua vita stava per finire, un frate gli disse:
"Padre, tu stai per passare al Signore, e questa famiglia che ti ha
seguito resterà in questa valle di lacrime. Suggerisci dunque a noi, se
alcuno ne conosci nell'Ordine, chi goda della tua fiducia e cui si possa
degnamente affidare l'incarico di ministro generale ". Rispose Francesco,
accompagnando ogni parola con sospiri: " Figlio mio, non vedo alcuno che
abbia le capacità di essere capo di un esercito così grande e vario, di essere
pastore di un gregge tanto numeroso ed esteso. Ma vi dipingerò quale dovrebbe
essere il capo e pastore di questa famiglia.
Quest'uomo, proseguì, dovrebbe essere di vita austera, di
grande maturità, di fama irreprensibile, sarà libero da preferenze, affinché
non accada che, amando una parte più del giusto, non porti pregiudizio al
tutto. Dovrà essere un innamorato della preghiera, sapendo però dividere il
tempo fra la cura della propria anima e quella del suo gregge. Di prima mattina
metterà innanzi a tutto il santo sacrificio della Messa, e in lunga preghiera
raccomanderà ardentemente alla protezione divina sé e la sua famiglia. Dopo
l'orazione, si metta a disposizione dei fratelli, pronto a essere
"dilapidato" da tutti; risponderà a ciascuno e provvederà alle
necessità di tutti con bontà, pazienza e mitezza.
Non deve fare preferenze, in modo da non curarsi meno dei
semplici e degli incolti che degli istruiti e dei dotti. Se gli è concesso il
dono della scienza, ha un motivo di più di essere l'incarnazione della pietà,
semplicità, pazienza e umiltà. Coltiverà le virtù in se stesso e negli altri, praticandole
di continuo e incitando ad esse con l'esempio più che con le parole .
Deve odiare il denaro, che è il più gran corruttore del
nostro ideale di perfezione. Essendo il capo e l'esempio da imitarsi da tutti,
mai deve abusare dei soldi. Gli bastino per suo uso una veste e un piccolo
libro; a servizio della comunità tenga penna e calamaio, una tavoletta per scrivere
e il sigillo. Non sia collezionista di libri, né troppo appassionato alla
lettura, affinché non gli accada di sottrarre ai suoi doveri quello che dedica
alle sue inclinazioni.
Consoli con tenerezza
gli afflitti, sia ultimo rimedio per i tribolati, affinché, venendo a mancare
presso di lui le medicine della sanità, il morbo della disperazione non
prevalga nei malati. Per piegare a dolcezza i protervi, umilii se stesso e
rinunci a qualcosa del suo diritto, pur di salvare un'anima. Riversi una
immensa comprensione su quelli che abbandonano l'Ordine, simili a pecorelle
sperdute, e mai neghi loro misericordia, consapevole di come sono forti le
tentazioni che possono spingere a tale passo. Se il Signore permettesse che vi
fosse esposto lui, forse precipiterebbe in un abisso più profondo.
E vorrei che, come vicario di Cristo, sia da tutti onorato
con devozione e rispetto, e in ogni cosa gli si provveda con benevolenza,
secondo le sue necessità e le esigenze del nostro ideale. Occorre, però, che
non si lasci sedurre da onori e favori: deve far loro lo stesso viso che fa
alle ingiurie, così che gli onori trasformino in meglio la sua condotta. Se talora
abbisogni di cibo ricercato e migliore, non lo prenda di nascosto, ma davanti a
tutti, affinché malati e deboli non si vergognino di provvedersene.
Sappia penetrare i segreti delle coscienze e scoprire la
verità nascosta nelle radici profonde. Diffidi per metodo di qualsiasi accusa,
finché la verità non cominci ad emergere da una inchiesta coscienziosa. Non
presti orecchio alle chiacchiere, tenga per sospetti i pettegolezzi, sia
guardingo specie nelle accuse, non ci creda facilmente. Per brama di conservare
un vile onore, mai contamini o attenui la giustizia e l'equità. Abbia cura di
non mai rovinare un'anima per eccesso di rigore, né troppa mansuetudine
incentivi il torpore, e da rilassata indulgenza non derivi un afflosciarsi della
disciplina. Sia da tutti temuto, e da quelli stessi che lo temono, amato.
Giudichi e senta la sua carica più come un peso che come un onore.
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1776
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Vorrei inoltre che si circondasse di compagni di provata
onestà, inflessibili contro le passioni, forti nelle difficoltà, affettuosi e
comprensivi verso i colpevoli, che riversino su tutti la stessa affezione. Non
prendano, dai guadagni del loro lavoro, se non ciò che è strettamente
necessario al corpo. Nulla desiderino, fuorché la lode di Dio, l'avanzamento dell'Ordine,
il bene della loro anima, la salvezza di tutti i fratelli.
Siano affabili verso tutti, e accolgano con santa letizia
quelli che vengono da loro, porgendo a tutti con purezza e semplicità, in se
stessi esempio e norma dell'osservanza del Vangelo, secondo l'ideale presentato
nella Regola.
Ecco, secondo me, come deve essere il ministro generale di
quest'Ordine e i suoi compagni ".
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81.
COME GLI PARLO' IL SIGNORE, QUANDO ERA PROFONDAMENTE AFFLITTO
A CAUSA DEI FRATI CHE SI ALLONTANAVANO DALL' IDEALE DI PERFEZIONE
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1777
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Dato l'ardente zelo ch'egli aveva incessantemente per la
perfezione dell'Ordine, diventava di necessità assai triste quando veniva a
sapere o scorgeva delle imperfezioni. Cominciando ad accorgersi che alcuni
frati davano malesempio nella fraternità e cominciavano a scendere dalle
altezze dell'ideale, stretto nell'intimo del cuore da grande angoscia,
un giorno durante l'orazione disse al Signore: "Signore, affido a te la
famiglia che mi hai dato! ".
E subito il Signore rispose: " Dimmi, o piccolo uomo
semplice e ignorante: perché ti amareggi tanto se qualcuno esce dall'Ordine o
quando i frati non camminano per la via che ti ho mostrato? Dimmi ancora: chi
ha fondato questa fraternità? Chi provoca la conversione di un uomo? chi largisce
la forza di perseverare nella nuova vita? Non sono forse io? Non ti ho
prescelto a guidare la mia famiglia perché sei istruito ed eloquente, poiché
non voglio che tu, né i veri frati e autentici osservatori della Regola che ti
ho dato, procediate nella via della scienza e dell'eloquenza. Ho scelto te,
semplice e senza cultura, affinché sappiate, tu e gli altri, che sarò io a
vigilare sopra il gregge; e ti ho posto come un segno per loro, affinche le
opere che io compio in te, essi debbano realizzarle in se stessi. Quelli dunque
che camminano per la via loro mostrata a te, possiedono me e ancor più mi
possederanno; quelli invece che avranno voluto seguire altre strade, sarà
loro tolto anche quello che credono di avere.
E dunque, io ti dico che, d'ora in poi, non devi affannarti,
ma fai bene quello che fai, continua a compiere il tuo lavoro: io ho fondato
questa famiglia di frati in un amore eterno. Sappi che tanto li amo che
se qualche frate ritornasse al vomito e morisse fuori dell'Ordine, ne invierò
un altro che prenderà la corona al posto del transfuga; e se non fosse nato, io
lo farò nascere. E affinché tu sappia come ardentemente io amo l'ideale e
l'Ordine dei frati, quand'anche non rimanessero che tre frati, ebbene: sarà
sempre il mio Ordine, e non lo abbandonerò in eterno! ".
Sentite che ebbe queste parole, l'anima di Francesco fu
pervasa di meravigliosa consolazione.
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1778
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E sebbene per il grande zelo che sempre ebbe per la
perfezione dell'Ordine, non potesse tenersi dall'essere vivamente contristato
allorché udiva esserci tra i frati qualche stortura ch'era di malesempio e di
scandalo, dopo che il Signore lo ebbe così confortato, richiamava alla memoria
quel detto del salmo: " Ho giurato e deciso di osservare i comandi del
Signore, e di osservare la Regola che Egli stesso ha dato a me e a quelli
che vogliono imitarmi. Tutti i frati vi sono tenuti, esattamente come me.
E ora, dopo che ho lasciato di governare i frati, a causa
delle mie infermità e altri motivi ragionevoli, non sono tenuto che a pregare
per l'Ordine e a mostrare il buon esempio ai frati. Questa è la consegna
mandatami dal Signore. E so in verità che, data la mia malattia, l'aiuto più
grande che io possa recare all'Ordine è di pregare per esso ogni giorno il
Signore, affinché Lui lo governi, lo custodisca e protegga. A questo mi sono
impegnato davanti a Dio e ai fratelli: che se qualcuno si perdesse per il mio
malesempio voglio rendere conto al Signore per lui ".
Tali erano le parole che il Santo ripeteva tra sé per dare
tranquillità al suo cuore, e che spesso esponeva ai frati nei colloqui e nei
Capitoli.
Se qualche frate lo incitava a intromettersi nel governo dell'Ordine,
replicava: " I frati hanno la loro Regola, hanno giurato di osservarla; e
affinché non prendano pretesti dal mio comportamento per scusarsi, dopo che
piacque al Signore di mettermi alla loro guida, ho giurato davanti a loro di
osservare la Regola lealmente. E dal momento che i frati sanno cosa devono fare
e cosa evitare, non mi rimane che di ammaestrarli con le mie opere, poiché a
questo scopo sono stato dato loro nella mia vita e dopo la mia morte ".
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82.
DEL SINGOLARE ZELO CHE EBBE PER IL LUOGO DI SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA
E DELLE PRESCRIZIONI CHE VI DETTO' CONTRO LE PAROLE OZIOSE
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1779
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Finché visse, Francesco ebbe sempre uno zelo particolare e
una passione eccezionale per mantenere una piena perfezione di vita e comportamento
nel sacro luogo di Santa Maria degli Angeli, capo e madre di tutto l'Ordine, e
ciò a preferenza di tutti gli altri luoghi. Era suo intento e volere che questo
fosse modello ed esempio di umiltà, povertà e di ogni perfezione evangelica per
tutti gli altri luoghi; e che i frati ivi dimoranti fossero, in tutte le loro
azioni, i più attenti e solleciti a osservare perfettamente la Regola.
E una volta, ad evitare l'ozio, radice di tutti i mali,
soprattutto tra i religiosi, ordinò che tutti i giorni, subito dopo il pasto, i
frati si mettessero insieme con lui a fare qualche lavoro, affinché non
avessero a perdere del tutto o in parte il bene guadagnato durante l'orazione,
a causa delle parole inutili e oziose, cui l'uomo è disposto specialmente dopo
i pasti.
Inoltre, ordinò e comandò che fermamente fosse osservato se
qualche frate, nel passeggiare o nel lavorare con gli altri, pronunziasse
parole oziose, fosse tenuto a recitare una volta il Padre nostro,
lodando Dio in principio e in fine dell'orazione. Se poi, consapevole del suo
sbaglio, se ne fosse spontaneamente accusato, dicesse per il bene della sua
anima il Padre nostro insieme con le Laudi del Signore, come
detto sopra. Se invece a rimproverarlo fosse stato per primo un fratello,
doveva recitare il Padre nostro, nel modo suddetto, per l'anima di quel
fratello.
Se poi, rimproverato, avesse voluto scusarsi e non volesse
dire il Padre nostro, fosse tenuto a dirlo due volte per l'anima del
fratello che lo aveva ripreso. Se ancora, per testimonianza di questo o altro
frate, risultava certo che aveva pronunciato parole oziose, doveva dire ad alta
voce le Laudi del Signore a principio e in fine all'orazione, così da
essere udito chiaramente da tutti i frati presenti. E costoro, mentre egli
prega, tacciano e ascoltino. Se infine, un frate, udendo un altro a dire parole
oziose, avrà taciuto e non lo avrà rimproverato, sia tenuto lui stesso a
recitare un Padre nostro insieme con le Laudi del Signore per
l'anima di quel fratello.
E ogni frate che, entrando in una celletta o in casa o altro
luogo, vi incontri uno o più frati, subito debba lodare e benedire il Signore
devotamente.
Il padre santo era sollecito nel recitare sempre queste Laudi
del Signore, e insegnava agli altri frati ed eccitava con ardente slancio e
desiderio a dirle con intensa devozione.
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83.
COME ESORTO' I FRATI A NON ABBANDONARE MAI QUEL LUOGO
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1780
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Francesco sapeva che il regno dei cieli si estende ad ogni
località della terra ed era convinto che la grazia divina poteva esser largita
agli eletti di Dio dovunque, pure aveva sperimentato che il luogo di Santa
Maria della Porziuncola era colmo di una grazia più copiosa, ed era frequentato
dalla visita degli spiriti celesti.
Per questo era solito dire ai frati: " Guardate, figli,
di non abbandonare mai questo luogo! Se vi cacciano via da una parte, voi
tornateci dall'altra, poiché questo luogo è santo, è l'abitazione di Cristo e
della Vergine sua madre. Fu qui che, quando noi eravamo in pochi, l'Altissimo
ci ha moltiplicati, qui ha fatto risplendere l'anima dei suoi poveri con la
luce della sua sapienza; qui ha acceso le nostre volontà con il fuoco del suo
amore. Qui, colui che pregherà con cuore devoto, otterrà quanto domanderà; ma
le offese saranno punite più severamente. Per questo, figli, considerate con
riverenza e onore questo luogo cosi degno, come si addice all'abitazione di Dio
singolarmente prediletta da Lui e dalla Madre sua. E qui, con tutto il cuore e
con voce di esultanza e di ringraziamento, glorificate Dio Padre e il Figlio suo,
il Signore Gesù Cristo, nell'unità dello Spirito Santo ".
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84.
PREROGATIVE CONCESSE DAL SIGNORE AL LUOGO DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI
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1781
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Questo luogo è veramente il santo dei santi, meritatamente
stimato degno di grandi onori.
Felice è il suo attributo, più felice il suo nome, ed ora il
suo cognome è presagio di beneficio.
Qui le presenze angeliche irradiano la loro luce, qui
sogliono passare le notti facendo risuonare degli inni.
Era tutta in rovina e Francesco la restaurò: fu una delle
tre chiese che egli stesso rinnovò.
Questa scelse il Padre, quando indossò il saio, qui domò il
suo corpo, soggiogandolo allo spirito.
In questo tempio fu generato l'Ordine dei Minori, mentre una
folla di uomini seguiva l'esempio del Padre.
Chiara, sposa di Dio, qui si lasciò recidere le chiome, e
seguì Cristo abbandonando gli splendori del mondo.
Sacra madre, essa diede alla luce Fratelli e Sorelle, e per
loro mezzo partorì Cristo rinnovando il mondo.
Qui la via larga del vecchio mondo venne ristretta, e
dilatata fu la virtù di quelli che furono chiamati.
Qui fu composta la Regola, qui rinacque la povertà, la
vanagloria umiliata, innalzata di nuovo la Croce.
Se talvolta Francesco è sconvolto ed abbattuto qui ritrova
pace e il suo spirito si ritempra.
Qui viene dimostrato il vero di cui si dubita, e viene
concesso tutto quello che il Padre domanda.
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PARTE QUINTA
ZELO Dl SAN FRANCESCO PER LA PERFEZIONE DEI FRATI
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85.
COME DESCRISSE LORO IL FRATE PERFETTO
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1782
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Francesco, immedesimato in certo modo nei suoi fratelli per
l'ardente amore e il fervido zelo che aveva per la loro perfezione, spesso
pensava tra sé quelle qualità e virtù di cui doveva essere ornato un autentico
frate minore.
E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in
sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, che
la ebbe perfetta insieme con l'amore della povertà; la semplicità e la purità di
Leone, che rifulse veramente di santissima purità, la cortesia di Angelo, che
fu il primo cavaliere entrato nell'Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e
bontà, l'aspetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello
e devoto; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio fino alla più
alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che pregava anche
dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al
Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto
con la rinunzia alla propria volontà e con l'ardente desiderio d'imitare Cristo
seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni
delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità
di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore, la santa
inquietudine di Lucido, che, sempre all'erta, quasi non voleva dimorare in un
luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava,
dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo.
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86.
COME DESCRISSE GLI OCCHI IMPUDICHI, PER INCITARE I FRATI ALLA CASTITA'
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1783
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Fra le virtù che Francesco amava e desiderava fossero nei
frati dopo il fondamento della santa umiltà, prediligeva la bellezza e
l'immacolatezza della castità. Volendo insegnare ai fratelli a conservare
pudichi gli occhi, soleva rappresentare gli occhi impudichi con la seguente
parabola:
" Un re pio e potente inviò successivamente due messaggeri
alla regina. Il primo tornò e riferì il suo messaggio, senza nulla dire della
regina, poiché aveva saggiamente tenuto gli occhi al loro posto, senza fissarli
sulla regina. Tornò anche l'altro, e dopo brevi parole, tessé un lungo elogio
delle bellezze della regina. --Veramente, egli concluse, o sire, ho visto una
donna bellissima; beato chi può goderne!
Gli rispose il re: --Servitore indegno, tu hai gettato i
tuoi sguardi impudichi sulla mia sposa; è chiaro che ti stava a cuore di
possedere quella che avevi davanti.
Poi chiamò il primo e gli disse:--Che te ne pare della
regina?--Quello rispose: --Ne ho avuto un'ottima impressione, poiché mi ha
ascoltato volentieri e con pazienza-. E
il re:--Ti è parsa una bella donna?--Ribatté il messaggero: --Sire, spetta a te
osservare questo. Io dovevo esporre il messaggio ricevuto.
Il re allora concluse:--Tu hai occhi casti, sarai casto anche
nel mio appartamento e godrai delle mie delizie. Ma quell'impudico esca dalla
mia casa onde non contamini il mio talamo! -- ".
E il Santo aggiungeva: " Chi non dovrebbe temere di
guardare la sposa di Cristo? ".
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87.
DELLE TRE RACCOMANDAZIONI LASCIATE AI FRATI
PER CONSERVARE LA LORO PERFEZIONE
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1784
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Una volta, malato com'era di stomaco, fece tali sforzi di
vomito che ebbe una emorragia, che durò tutta la notte fino al mattino. I suoi
compagni, vedendolo così sfinito e affranto che pareva morire, gli dissero con
grande angoscia e lacrimando: " Padre, cosa faremo senza di te? A chi
lasci noi, tuoi orfani? Sei sempre stato per noi padre e madre, avendoci
generati e dati alla luce in Cristo; sei stato a noi guida e pastore, maestro e
correttore, ammaestrandoci e rimproverandoci più con l'esempio che con la
parola. Dove andremo noi, pecore senza pastore? orfani senza padre? uomini semplici
e ignoranti, senza guida?
Dove andremo a cercarti, o gloria della poverta, lode della
semplicità, onore della nostra umiltà? Chi mostrerà a noi, ancora ciechi, la
via della verità? Dove sarà la bocca che ci parlerà, la lingua che ci darà consiglio?
Dove sarà l'anima infuocata, che ci diriga nella via della croce e ci rafforzi
nella perfezione evangelica? Dove sarai, luce dei nostri occhi, che possiamo
ricorrere a te? consolatore delle nostre anime, che possiamo trovarti?
Ecco, Padre, che tu stai morendo, e ci lasci abbandonati,
nella tristezza più amara! Ecco quel giorno, giorno di pianto e di cordoglio,
giorno che si avvicina, di desolazione e di tristezza ! Ecco il giorno
angoscioso che sempre, mentre siamo stati con te, paventavamo; al quale anzi
non avevamo nemmeno il coraggio di pensare! La tua vita è per noi luce
ininterrotta, le tue parole fiaccole ardenti e incendianti a vivere la croce,
la perfezione evangelica, I'amore e l'imitazione del dolce Crocifisso.
E ora, Padre, benedici noi e gli altri fratelli, figli tuoi,
che hai generato in Cristo; e lasciaci qualche ricordo della tua volontà, che
resti nella memoria dei tuoi fratelli, così che possano dire: "Queste parole
il nostro Padre ha lasciato ai suoi fratelli e figli, morendo " ".
Allora Francesco, volgendo gli occhi paterni sui figli,
disse: "Chiamatemi Benedetto da Pirato ". Era sacerdote questo frate,
santo e molto discreto, che talvolta celebrava la Messa in presenza di
Francesco, quando questi giaceva infermo; il Santo, infatti, per quanto fosse
malato, voleva ascoltar Messa, se gli era possibile.
Giunto che fu, gli disse: " Scrivi: Io benedico tutti i
miei frati che sono e che saranno nell'Ordine sino alla fine dei tempi. E
poiché per lo sfinimento e le sofferenze del male non posso parlare, manifesto
brevemente in questi tre ricordi a tutti i frati, presenti e futuri, la mia
volontà e intenzione. Come prova che si ricordano di me, della mia benedizione e
testamento, si amino sempre l'un l'altro, come li ho amati e li amo io. Amino sempre
e osservino la povertà, nostra signora. Siano sempre lealmente soggetti ai
prelati e al clero della santa madre Chiesa ".
Così infatti il nostro Padre, nei Capitoli dei frati soleva
al momento della conclusione, benedire e assolvere tutti i frati presenti e
futuri; anche fuori di Capitolo faceva ciò ripetute volte, sospinto dall'ardore
del suo affetto. Ammoniva i frati a temere e fuggire il malesempio, e
malediceva tutti coloro che con cattivi esempi provocavano la gente a
oltraggiare l'Ordine e la vita dei frati, perché di questo i buoni e santi
frati si vergognano e profondamente si rammaricano .
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88.
DELL' AMORE CHE MOSTRO' AI FRATI, VICINO A MORTE,
DANDO A CIASCUNO UN PEZZO Dl PANE, COME FECE CRISTO
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1785
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Una notte Francesco fu così tormentato dai dolori provocatigli
dalle malattie, che non poté mai riposare né dormire. Fattasi mattina e
mitigatisi i dolori, fece chiamare tutti i frati, che dimoravano colà e, fattili
sedere intorno, li veniva guardando come se vedesse in loro tutti i suoi frati.
E ponendo la sua destra sul capo di ciascuno, benedisse tutti i presenti e gli
assenti e quelli che sarebbero entrati nell'Ordine sino al tramonto dei secoli.
E sembrò rammaricarsi di non poter vedere tutti i fratelli suoi e figli prima
di morire.
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1786
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Volendo imitare nella morte il suo Signore e maestro, che
aveva perfettamente imitato durante la vita, chiese gli fossero portati dei pani,
li benedisse, li fece spezzare in piccole parti, poiché per la gran
debolezza non riusciva a farlo lui. Poi li prese e ne porse un frammento a
ognuno dei frati, esortando che lo mangiassero interamente.
Così, come il Signore prima della sua morte volle, in segno
di amore, mangiare il giovedì santo con gli apostoli, anche il suo perfetto
imitatore Francesco volle offrire ai suoi fratelli lo stesso segno d'amore. E
poiché intese ripetere questo gesto a somiglianza di Cristo, è naturale che
chiedesse poi se fosse giovedì. Invece era un altro giorno, ma disse che lui
pensava fosse giovedì.
Uno di quei frati conservò un frustolo di quel pane e dopo
la morte di Francesco, molti malati che ne mangiarono, furono subito liberati
dalle loro infermità.
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89.
COME TEMEVA CHE I FRATI AVESSERO A PATIRE DISAGIO PER LE SUE MALATTIE
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1787
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Non potendo per le sue sofferenze prendere riposo e vedendo
per questo che i fratelli erano molto disturbati dalle loro occupazioni e
affaticati per causa sua, poiché amava più i fratelli che il proprio corpo,
cominciò a temere che, sopraffatti dalla fatica, non commettessero qualche sia pur
minima offesa a Dio, a motivo dell'impazienza.
E una volta, vinto da un senso di pietà e compassione, disse
ai compagni: "Fratelli e figli miei carissimi, non vi rincresca di
affaticarvi per la mia malattia. Dio, per amore di me suo servo, vi contraccambierà
in questa vita e nelI'altra, dandovi il frutto delle opere cui adesso non
potete attendere, perché occupati per la mia infermità. Ne avrete maggior
guadagno che se aveste lavorato per voi stessi, poiché chi aiuta me, aiuta
tutto l'Ordine e la vita dei frati. Potete dire:--- Noi abbiamo fatte delle
spese per te, e il Signore sarà nostro debitore al posto tuo ".
Questo diceva il padre santo, nello zelo ardente che sentiva
per la loro perfezione, volendo aiutare e rinfrancare i loro spiriti impauriti.
Temeva infatti che talvolta, tediati da quel lavoro, dicessero: " Non
possiamo pregare, né ce la facciamo a sopportare questa fatica! "; e in
tal modo, infastiditi e spazientiti, perdessero il grande frutto di un piccolo
lavoro.
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90.
COME ESORTO' LE SORELLE DI SANTA CHIARA
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1788
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Dopo che Francesco ebbe composto le Lodi del Signore per le
sue creature, compose anche alcune sante parole, con la loro melodia, per la
consolazione e l'edificazione delle Povere Dame, sapendo quanto soffrivano per
la sua infermità. E non potendo visitarle di persona, mandò loro quelle parole
a mezzo dei compagni. In quel cantico egli volle manifestare loro la sua
volontà, che cioè sempre vivessero e si comportassero umilmente e fossero
concordi nell'amore fraterno.
Vedeva infatti che la santa vita di quelle era non solo un
motivo di fervore per l'Ordine dei frati ma riusciva di edificazione per tutta
la Chiesa. Sapendo che, fin dal principio della loro conversione avevano
condotto un'esistenza dura e povera, era sempre mosso da pietà e compassione
verso di esse.
In quel cantico dunque le pregò che, come il Signore le
aveva adunate insieme da molte parti per vivere nella santa carità, povertà e
obbedienza, così dovessero sempre vivere e morire in queste virtù. Le esortò specialmente
che, con le elemosine che il Signore loro donava, provvedessero alle loro
necessità materiali parcamente, con letizia e gratitudine, e soprattutto si
mantenessero in buona salute nel lavoro che affrontavano per le loro sorelle
inferme, e queste sopportassero con pazienza le loro infermità.
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PARTE SESTA
DELL'INCESSANTE FERVORE DI AMORE E COMPASSIONE
PER LE SOFFERENZE DI CRISTO
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91.
COME NON SI PREOCCUPAVA DELLE PROPRIE MALATTIE
PER AMORE ALLA PASSIONE DI CRISTO
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1789
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Francesco aveva un così grande fervore di amore e
compassione verso i dolori e la passione di Cristo, e tanto ogni giorno se ne
affliggeva intimamente ed esteriormente, che non faceva caso alle proprie
malattie. Per lunghi anni e fino alla morte ebbe a patire mali di stomaco, di
fegato e di milza; inoltre, da quando era tornato d'oltremare, soffriva
continuamente forti dolori agli occhi; mai volle pero darsi premura di farsi
curare.
Il cardinale di Ostia, vedendo che Francesco era ed era
stato sempre così duro verso il suo corpo e che ormai cominciava a perdere la
vista e non voleva sottoporsi a cure lo esortò con viva pietà e compassione, dicendo:
" Fratello non fai bene a non curarti, poiché la tua vita e la tua salute
sono molto utili ai frati, alla gente e a tutta la Chiesa. Se tu hai compassione
dei tuoi fratelli ammalati, e sempre sei stato con loro affettuoso e
compassionevole, non devi in questa tua grave infermità essere spietato con te
stesso. E quindi ti comando di farti curare e soccorrere ".
Infatti il padre santo ciò che era amaro al suo corpo,
sempre l'accoglieva come fosse dolce, traendo dall'umiltà e dagli esempi del
Figlio di Dio immensa incessante soavità.
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92.
COME FU TROVATO CHE ANDAVA PIANGENDO AD ALTA VOCE
LA PASSIONE DI CRISTO
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1790
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Una volta, poco tempo dopo la conversione, Francesco
camminava solo per la via, nelle vicinanze della chiesa di Santa Maria della
Porziuncola, e piangeva e gemeva ad alta voce. Un uomo di viva spiritualità gli
mosse incontro e, temendo soffrisse di qualche malattia, gli chiese: " Che
hai, fratello? ". Egli rispose: " Io dovrei percorrere così, senza
vergogna, tutto il mondo, piangendo la passione del mio Signore ".
Allora quello cominciò a gemere e a lacrimare forte insieme
con Francesco. Noi abbiamo conosciuto quest'uomo, e abbiamo saputo l'episodio
da lui stesso. Egli fu di grande consolazione e usò bontà al beato Francesco e
a noi suoi compagni.
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93.
COME LA GIOIA CHE TALORA DIMOSTRAVA ESTERNAMENTE,
SI CAMBIAVA IN LACRIME E COMPASSIONE PER CRISTO
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1791
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Inebriato d'amore per Cristo, la cui passione condivideva,
Francesco faceva talvolta così: la dolcissima melodia che gli zampillava dal
cuore, si esprimeva in lingua francese, e il ruscello della voce divina che gli
sussurrava nell'intimo erompeva in cantici francesi.
A volte raccattava da terra un pezzo di legno, lo posava sul
braccio sinistro, prendeva nella destra un altro bastoncino e lo passava su
quello, a modo dell'archetto d'una viola o d'altro strumento, facendo gesti
appropriati, e così accompagnava, cantandole in francese, le lodi del Signore
Gesù
Ma questo tripudio finiva in lacrime, e il giubilo si
scioglieva in compianto per la passione di Cristo. Tra le lacrime emetteva
continui sospiri e, raddoppiando i gemiti, dimentico di quello che teneva tra
le mani, era come rapito nel cielo.
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PARTE SETTIMA
DEL SUO ZELO NELL'ORAZIONE NELL'UFFICIO DIVINO, E NEL CONSERVARE
LA LETIZIA SPIRITUALE IN SE STESSO E NEGLI ALTRI
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94.
DELL' ORAZIONE E DELL' UFFICIO DIVINO
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1792
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Sebbene da molti anni fosse afflitto dalle infermità che
abbiamo detto sopra, era Francesco così devoto e rispettoso nella preghiera e
nell'ufficio divino, che mai si appoggiava al muro o alla parete mentre pregava
o recitava le ore canoniche. Stava sempre dritto, a capo scoperto, e talvolta in
ginocchio. La maggior parte del giorno e della notte si abbandonava alla
preghiera. Quando andava per il mondo, a piedi, sempre sospendeva il cammino al
momento di recitare le ore. Se poi, a causa della malattia, andava a cavallo, scendeva
regolarmente a terra per recitare l'ufficio.
Una volta, che pioveva a dirotto, Francesco, obbligato dalla
malattia, andava a cavallo. Era tutto bagnato, e scese dal giumento, quando
volle dire le ore canoniche e le recitò con fervente devozione e concentrazione,
stando immobile sulla strada mentre la pioggia veniva giù senza sosta, come
fosse in chiesa o in una celletta.
Disse poi al compagno: " Se il corpo esige di prendere
in tutta pace e comodità il suo cibo, che insieme con lui diventerà pasto dei
vermi: con quanta pietà e devozione non deve prendere l'anima il suo cibo, che
è Dio stesso! ".
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1793
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Francesco s'impegnò sempre con ardente passione ad avere,
fuori della preghiera e dell'ufficio divino, una continua letizia spirituale
intima ed anche esterna. La stessa cosa egli amava e apprezzava nei fratelli,
ché anzi era pronto a rimproverarli quando li vedeva tristi e di malumore.
Diceva: " Se il servo di Dio si applica ad acquistare e
mantenere, sia nel cuore che nell'espressione, la letizia che proviene da
un'anima pura e si ottiene con la devozione della preghiera, i demoni non gli
possono far danno, e direbbero:--Dal momento che questo servo di Dio è felice
nella tribolazione come nella prosperità, noi non troviamo adito per entrare in
lui e nuocergli--. Ma i demoni esultano allorché possono estinguere o impedire
in un modo o nell'altro la devozione e la gioia che provengono da un'orazione pura
e da altre azioni virtuose.
Poiché, se il diavolo possiede qualcosa di suo nel servo di
Dio, quando non sia attento e svelto nel distruggerla e sradicarla al più
presto, con il potere attinto dalla preghiera, dal pentimento, dalla
confessione e dalla riparazione, il demonio in breve tempo saprà trasformare un
capello in una trave, a forza di ispessirlo.
E per questo, miei fratelli, siccome dalla innocenza del
cuore e dalla purezza di una incessante orazione, sgorga la letizia spirituale,
sono queste due virtù che bisogna soprattutto acquistare e conservare, affinché
la gioia, che con ardente desiderio amo vedere e sentire in me e in voi, possiate
averla nell'intimo e nell'espressione, per edificare il prossimo e sconfiggere
l'avversario. A questi, infatti, e ai suoi seguaci si conviene la tristezza; a
noi di godere ed essere felici sempre nel Signore ".
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96.
COME RIMPROVERO' UN FRATE DALL' ARIA TRISTE
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1794
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Diceva Francesco: " So che i demoni mi odiano per i
benefici concessimi da Dio, so ancora e constato che, non potendo danneggiarmi
direttamente, mi insidiano e si accaniscono a nuocermi per mezzo dei miei
compagni. Se poi non riescono a farmi del male né per mezzo mio, né per mezzo
dei miei fratelli, allora si ritirano scornati. Infatti, se a volte mi
avvenisse di trovarmi tentato o accasciato vedendo la gioia del mio compagno,
subito riesco a riavermi dalla tentazione e dalla depressione, a causa della
letizia che ammiro in lui, e così anche in me rifiorisce la letizia intima ed
esteriore ".
Rimproverava con vigore quanti mostravano di fuori la loro
tristezza. Una volta che uno dei compagni aveva un'espressione tetra, lo
redarguì: " Perché mostri fuori il dolore e la tristezza delle tue colpe?
Tieni questa mestizia fra te e Dio, e pregalo che, nella sua misericordia, ti perdoni
e renda alla tua anima la gioia della sua grazia, che hai perduto per causa del
peccato. Ma davanti a me e agli altri, mostrati sempre lieto; poiché al servo
di Dio non si addice di mostrare malinconia o un aspetto afflitto dinanzi al
suo fratello o ad altri ".
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1795
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Non si deve però supporre o immaginare che il nostro Padre,
amante di ogni perfezione ed equilibrio, intendesse che la letizia si palesi
con risa o parole oziose, poiché in tal modo non si esterna la letizia spirituale,
ma piuttosto la vanità e la fatuità. Nel servo di Dio egli detestava le risa e
le ciarle: non solo non voleva che ridesse, ma neppure che offrisse agli altri
la minima occasione a frivolezze. In una delle sue Ammonizioni, Francesco
definì chiaramente quale doveva essere la gioia del servo di Dio, con queste
parole: " Beato quel religioso che non trova felicità e piacere se non
nelle parole sante e nelle opere del Signore, e se ne serve per eccitare gli
uomini all'amore di Dio, in gaudio e letizia. Ma guai a quel religioso che si
diletta in conversazioni oziose e vuote, e con queste muove la gente a sciocche
risa ".
E attraverso la gioia del viso si manifestano il fervore, l'impegno,
la disposizione della mente e del corpo a fare volentieri ogni cosa buona; da
simile fervore e disposizione, gli altri talvolta sono incitati al bene più che
dalla stessa azione buona. E se l'azione per quanto buona non appare fatta
volentieri e con slancio, provava piuttosto fastidio che incitamento al bene.
Non voleva quindi leggere sui volti quella tristezza che
sovente riflette indifferenza, cattiva disposizione dello spirito, pigrizia del
corpo a ogni buona opera. Amava invece caldamente in se stesso e negli altri la
gravità e compostezza nell'aspetto e in tutte le membra del corpo e nei sensi,
e induceva gli altri a ciò con la parola e con l'esempio, per quanto poteva.
Conosceva per esperienza come tale equilibrio e maturità
sono simili a un muro, a uno scudo fortissimo, contro le frecce del diavolo; e
che l'anima, non protetta da questo muro e da questo scudo, è come un soldato
disarmato in mezzo a nemici forti e ben armati, accanitamente vogliosi di ucciderlo.
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97.
COME INSEGNAVA Al FRATI A SODDISFARE LE NECESSITA'
DEL CORPO IN FUNZIONE DELLA PREGHIERA
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1796
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Francesco era convinto che il corpo è creato per l'ani- ma,
e gli atti corporali vanno considerati in funzione di quelli spirituali. Per cui
diceva: " Il servo di Dio nel mangiare, nel bere, nel dormire e nel
soddisfare le altre necessità corporali, deve provvedere con discrezione al suo
fisico, in maniera che fratello corpo non abbia a protesta re: " Non posso
stare in piedi, né perseverare nell'orazione, né essere lieto nelle tribolazioni
dello spirito, né fare al cun'altra opera buona, perché non soddisfi le mie
necessità! ".
Ma se il servo di Dio soddisfa convenientemente il suo
corpo, e fratello corpo volesse poi fare il negligente e il pigro e il
dormiglione nella preghiera, nelle veglie e nel bene operare, allora deve
castigarlo come un giumento cattivo e fiaccone, che vuol mangiare ma non
lavorare né portare il carico. Se però, a causa della miseria e povertà,
fratello corpo sano o malato non potesse avere l'indispensabile, pur
chiedendolo con umiltà e dignità al fratello o al superiore per amor di Dio e
non gli fosse concesso: sopporti pazientemente la privazione per amor di Dio,
il quale pure sopportò, e cercò e non trovò chi lo confortasse.
Tali tristezze sopportate con pazienza, il Signore gliele
terrà in conto di martirio. E poiché seppe fare quello che era suo dovere, cioè
chiedere umilmente il necessario~ il Signore non gli imputerà ciò a peccato,
anche se per l'indigenza il corpo cadesse in grave malattia ".
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PARTE OTTAVA
DI ALCUNE TENTAZIONI CHE IL SIGNORE PERMISE EGLI SUBISSE
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98.
COME IL DEMONIO ENTRO' NEL GUANCIALE
CHE IL SANTO TENEVA SOTTO LA TESTA
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1797
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Trovandosi Francesco a pregare nell'eremitorio di Greccio,
nell'ultima celletta dopo la cella maggiore, una notte, nel primo sonno, chiamò
il suo compagno che riposava là presso. Il compagno si levò e si accostò
all'entrata della cella dov'era Francesco. Il Santo gli disse: " Fratello,
questa notte non ho potuto dormire, né stare in piedi a pregare, poiché mi
tremano molto la testa e le ginocchia; mi sembra di aver mangiato pane di
loglio ".
Al compagno che gli rivolgeva parole di conforto, Francesco
rispose: " Sono sicuro che il diavolo stia in questo guanciale che ho
sotto il capo ". Egli non aveva mai voluto giacere su materassi di piume
né avere un cuscino di piume, dopo che ebbe lasciato il mondo; però, contro il
suo volere, i frati lo avevano allora costretto a tenere quel guanciale molle,
a motivo del suo male di occhi.
Il Santo gettò il cuscino al compagno, che lo prese con la
mano destra e se lo pose sull'omero sinistro; ma appena oltrepassata la soglia
della celletta, immediatamente perdette la parola, né poteva sbarazzarsi del
cuscino e nemmeno muovere le braccia, e se ne stava immobile, non riuscendo ad
allontanarsi da quel luogo, come fosse privo di sentimento. Per qualche tempo
rimase in quello stato finché, per grazia di Dio, Francesco lo chiamò; e tosto
il compagno tornò in sé, lasciando cadere il cuscino dietro le spalle.
Rientrando da Francesco, gli raccontò quello che gli era
accaduto. Il Santo gli disse: " Di sera, mentre recitavo la Compieta,
sentii venire il diavolo nella cella. Vedo che questo diavolo è molto astuto,
poiché, non potendo nuocere alla mia anima, ha voluto impedire ciò che era
necessario al corpo, così che io non possa dormire né stare in piedi a pregare:
tutto allo scopo di turbare la devozione e la letizia del mio cuore, affinché
io mormori contro la mia malattia ".
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99.
DELLA GRAVISSIMA TENTAZIONE CHE SOFFRI' PER OLTRE DUE ANNI
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1798
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Mentre dimorava nel luogo di Santa Maria, gli fu mandata una
gravissima tentazione dello spirito, a profitto della sua anima. E di ciò era
tanto afflitto nella mente e nel corpo, che molte volte si sottraeva alla
compagnia dei fratelli, poiché non era in grado di mostrarsi loro lieto come
soleva .
Si mortificava, astenendosi dal cibo, dalla bevanda e dal
parlare; pregava ardentemente e versava lacrime abbondanti, affinché il Signore
si degnasse di mandargli un rimedio efficace in così grave tribolazione.
Essendo vissuto in tale angoscia per oltre due anni, un giorno, mentre pregava
nella chiesa di Santa Maria, accadde che gli venne detta in spirito quella
parola del Vangelo: Se tu avessi fede quanto un granello di senapa e ordinassi
a quel monte di trasportarsi in un altro luogo, avverrebbe così.
Subito Francesco rispose: " Signore, qual è questo
monte? ". Gli fu detto: " Quel monte è la tua tentazione ". E
Francesco: " Allora, Signore, sia fatto a me come hai detto! ".
E immediatamente ne fu liberato, così che parve non aver mai patito tentazione
alcuna.
Similmente sul sacro monte della Verna, allorché ricevette
nel suo corpo le stimmate del Signore, ebbe a soffrire tentazioni e tribolazioni
dai demoni, in modo che non poteva mostrare la sua abituale letizia. E
confidava al suo compagno: " Se sapessero i frati quante e che gravi
tribolazioni e afflizioni mi danno i demoni, non ci sarebbe alcuno di loro che
non si muoverebbe a compassione e pietà di me ".
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100.
DELLA TENTAZIONE INFLITTAGLI PER MEZZO DEI TOPI
E DELLA QUALE IL SIGNORE LO CONSOLO',
DANDOGLI LA CERTEZZA DEL SUO REGNO
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1799
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Due anni prima della sua morte, mentre si trovava presso San
Damiano in una celletta fatta di stuoie, era talmente tormentato dal male d'occhi,
che per oltre cinquanta giorni non poté vedere la luce del giorno e neppure
quella del fuoco. E avvenne, per consenso divino, che, ad accrescere la sua
sofferenza e il suo merito, venissero dei topi cosi numerosi in quella cella,
notte e giorno scorrazzandogli sopra e d'intorno, da non lasciarlo pregare né
riposare. Quando mangiava, salivano addirittura sulla sua mensa e lo
molestavano sozzamente. Tanto lui che i suoi compagni capirono che si trattava
di una evidente tentazione diabolica.
Vedendosi Francesco tormentato da tante afflizioni, una
notte, mosso a pietà di se stesso, diceva: " Signore, vieni in mio aiuto,
guarda alle mie infermità, affinché io sappia sopportare pazientemente! ".
E subito gli fu detto in spirito: " Dimmi, fratello: se
qualcuno, per queste tue tribolazioni e infermità, ti desse un tesoro così grande
e prezioso, che tutta la terra fosse un nulla al suo confronto, non ne saresti
felice? ". Francesco rispose: " Signore, un simile tesoro sarebbe
davvero grande e prezioso, meraviglioso e desiderabile ". E sentì
nuovamente quella voce: " Dunque, fratello, sii lieto e felice nelle tue
malattie e tribolazioni, e d'ora in poi vivi nella sicurezza, come tu fossi già
in possesso del mio regno ".
La mattina, levatosi, interrogò i compagni: " Se
l'imperatore donasse a un suo servo un regno intero, non dovrebbe quel servo
esserne molto felice? Se gli cedesse addirittura tutto l'impero, non dovrebbe
sentirsi ancor più felice? ". Soggiunse: "Ebbene, io devo godere
molto per le mie infermità e tribolazioni, trarne conforto nel Signore e
rendere sempre grazie a Dio Padre e al suo unico Figlio, il Signore nostro Gesù
Cristo, e allo Spirito Santo, per la grazia così grande a me concessa: che cioè
si sia degnato di dare la certezza del suo regno a me, indegno servo suo,
ancora vivente e rivestito di carne. Voglio perciò, a lode di Lui, a nostra consolazione
e edificazione del prossimo, comporre un nuovo Cantico delle creature del
Signore, di cui ci serviamo ogni giorno e senza delle quali non possiamo
vivere, e nelle quali il genere umano molto offende il suo Creatore. Noi siamo
continuamente ingrati di così grandi favori e benefici, non lodando come
dovremmo il Signore, creatore e datore di tutti i beni ".
Sedette e si mise a riflettere per qualche tempo, e poi
disse:
" Altissimo, onnipotente, bono Signore "
ecc. e compose anche la melodia di questo cantico, e insegnò poi ai compagni a
recitarlo e a cantarlo.
Era il suo spirito allora così ridondante di consolazione e
di dolcezza, che voleva mandare a chiamare frate Pacifico, il quale al secolo
era detto " re dei versi" e fu maestro di canto assai attraente.
Voleva affiancargli alcuni frati che assieme a lui andassero per il mondo
predicando e cantando le Lodi del Signore. Diceva essere questa la sua volontà:
che il frate del gruppo che meglio sapeva predicare, facesse prima un discorso
al popolo, e dopo la predica tutti cantassero insieme le lodi del Signore, come
giullari di Dio.
Finito il cantico delle lodi, voleva che il predicatore
dicesse al popolo: " Noi siamo giullari di Dio, e perciò desideriamo
essere remunerati da voi in questa maniera: che viviate nella vera penitenza
". Francesco soggiunse: " Che cosa sono infatti i servi di Dio, se non
i suoi giullari, che devono sollevare il cuore degli uomini e condurlo alla
gioia spirituale? ". Diceva questo con particolare riguardo ai frati minori,
i quali sono dati al popolo di Dio per la sua salvezza.
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PARTE NONA
DELLO SPIRITO DI PROFEZIA
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101.
COME PREDISSE CHE SI FAREBBE LA PACE TRA IL VESCOVO E IL PODESTA' DI ASSISI,
IN VIRTÙ' DELLE LODI DELLE CREATURE CHE AVEVA COMPOSTO E FECE CANTARE
DAI SUOI COMPAGNI DAVANTI A LORO
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1800
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Dopo che il beato Francesco ebbe composto le Lodi delle
creature, che chiamò Cantico di frate sole, avvenne che tra il
vescovo e il podestà di Assisi scoppiasse una grande discordia, al punto che il
vescovo scomunicò il podestà e questi fece proclamare dai banditori che nessuno
vendesse nulla al vescovo e nulla da lui comprasse o facesse con lui contratto
alcuno.
Francesco era gravemente malato. Venuto a sapere di questa
rottura, fu mosso a pietà per loro, massime perché nessuno si interponeva per
fare la pace. Disse quindi ai suoi compagni: " E gran vergogna per noi. servi
di Dio, che il vescovo e il podestà nutrano tanto odio l'uno per l'altro, e
nessuno si prenda cura di ristabilire la pace tra loro ".
Così, aggiunse una nuova strofa alle Lodi in quella
circostanza, cioè:
Laudato
si, mi Signore
per quelli
ke perdonano per lo tuo amore
et
sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati
quelli kel sosterranno in pace,
ka da te,
Altissimo, sirano incoronati.
Poi chiamò uno dei compagni e gli disse: " Vai dal
podestà, e digli da parte mia, che lui con i notabili della città e quanti gli
riesce di radunare, venga all'episcopio". E mentre quel frate si
avviava, disse agli altri due compagni: " Andate alla presenza del vescovo
e del podestà e alle persone che sono con loro, e cantate il Cantico di
frate sole. Confido nel Signore che il canto toccherà loro il cuore, ed
essi torneranno all'affetto e all'amicizia di una volta ".
Infatti, quando tutti si furono riuniti nella corte del
chiostro in vescovado, quei due frati si levarono, e uno di loro disse: "
Il beato Francesco ha composto, durante la sua malattia, le Lodi al Signore
per le sue creature, per lodare il Signore stesso e per edificazione del
prossimo. Vi prega di ascoltarlo con gran devozione ". Così cominciarono a
cantare. Il podestà subito si alzò, e a mani giunte, con ardente devozione e
molte lacrime stette ad ascoltare quelle parole come Vangelo del Signore:
poiché nutriva gran fede e devozione per Francesco.
Finite che furono le Lodi del Signore, il podestà disse alla
presenza di tutti: " Vi dico in tutta sincerità, che non solo perdono a
messer vescovo, che io voglio e debbo tenere per mio signore; ma perdonerei
anche chi mi avesse ucciso il fratello o il figlio! ". Così dicendo, si
gettò ai piedi del vescovo e gli disse: " Ecco, sono pronto a soddisfarvi
in ogni cosa, come a voi piacerà, per amore del Signore nostro Gesù Cristo e
del suo servo frate Francesco ".
A sua volta il vescovo, gli prese le mani, lo rialzò e gli
disse: "Per il mio incarico, dovrei essere umile; poiché invece sono per natura
portato all'ira, cerca di perdonarmi ". E così con molto affetto e
trasporto si abbracciarono e baciarono.
I frati furono meravigliati e felici, vedendo compiersi alla
lettera quello che Francesco aveva predetto sulla riconciliazione dei due.
Tutti i presenti tennero quella pacificazione per grandissimo miracolo,
attribuendo interamente ai meriti di Francesco, se così prontamente il Signore
aveva visitati i due, facendoli tornare, da tanta discordia e scandalo, in tanta
amicizia, scordando ogni ingiuria.
E noi, che siamo vissuti con il beato Francesco, possiamo
testimoniare che, quando diceva di qualcosa che è o sarà così, avveniva sempre
alla lettera in quella maniera. Noi abbiamo visto così numerosi e grandi fatti,
che sarebbe lungo scriverli e raccontarli.
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102.
COME PREVIDE LA SORTE DI UN FRATE, CHE NON VOLEVA CONFESSARSI, COL PRETESTO
Dl OSSERVARE IL SILENZIO
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1801
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Ci fu un frate, esteriormente di vita onesta e santa, che
giorno e notte si faceva vedere sollecito nell'orazione, e osservava un silenzio
così ininterrotto che, quando andava a confessarsi dal sacerdote, lo faceva
solo con segni, non con parole. Si mostrava inoltre così devoto e fervente
nelI'amore di Dio, che sedendo con gli altri fratelli, pur tacendo, si
allietava mirabilmente nell'aspetto e nel cuore ascoltando parole buone, e così
induceva spesso a devozione gli altri frati.
Senonché, quando ormai da più anni perseverava in questo suo
modo di vivere, accadde che il beato Francesco si recasse nel luogo dove quello
dimorava. Quando intese dai frati la sua condotta, disse loro: " Sappiate
in verità che questa è una tentazione diabolica, perché non vuole confessarsi
".
Frattanto il ministro generale venne colà a visitare
Francesco, e cominciò a lodare quel frate alla presenza del Santo. Ma Francesco
gli disse: " Credimi, fratello, che costui è guidato e ingannato dallo
spirito maligno ". Il ministro generale replicò: " Mi pare strano e
quasi incredibile che sia questa la situazione di un uomo che mostra tanti
segni e opere di santità ".
Francesco ribatté: " Mettilo alla prova, dicendogli che
si confessi due volte o almeno una per settimana. Se non ti darà ascolto, sappi
che è vero quello che ti ho detto ".
Disse dunque il ministro generale a quel frate: "
Frate, voglio assolutamente che tu ti confessi due volte o almeno una per
settimana ".
Ma colui si pose il dito sulla bocca, crollando il capo e
mostrando con gesti che mai avrebbe fatto ciò, per amore del silenzio. Il
ministro, non volendo esacerbarlo, lo lasciò andare. Ma dopo non molti giorni
quel frate uscì dall'Ordine di propria volontà, ritornò nel mondo e riprese
l'abito secolare.
Mentre un giorno due compagni di Francesco passavano per una
strada, lo incontrarono che camminava da solo, come un poverissimo viandante. E
presi da compassione gli dissero: " O misero, dov'è la tua onesta e santa
vita? Tu che non volevi parlare e mostrarti ai tuoi fratelli, vai ora ramingo
per il mondo come un uomo che non conosce Dio ". Quello allora cominciò a
parlare, giurando spesso sulla sua fede, come sogliono i secolari. Gli dissero i
frati: " O misero perché giuri sulla tua fede come i secolari, tu che ti
astenevi non solo dalle parole oziose, ma da tutte? ".
Così lo lasciarono. E quello poco dopo venne a morte. E noi
ci meravigliammo molto, vedendo avverarsi così alla lettera quanto Francesco
aveva predetto di lui, in un tempo in cui quel misero era stimato santo dai
fratelli.
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103.
DI UNO CHE PIANGEVA DAVANTI A FRANCESCO PER ESSERE ACCOLTO NELL' ORDINE
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1802
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Ai tempi in cui nessuno veniva accolto nell'Ordine senza il
permesso di Francesco, il figlio d'un nobiluomo di Lucca venne con molti altri,
intenzionati a entrare nell'Ordine, da Francesco, che era allora malato nel
palazzo del vescovo di Assisi.
Presentatisi quelli a Francesco, il giovane si inchinò
davanti a lui e cominciò a piangere forte, supplicandolo di accoglierlo.
Francesco fissandolo, disse: " O misero uomo carnale, perché mentisci allo
Spirito Santo e a me? Tu piangi, ma carnalmente, non spiritualmente! ".
Ebbe appena dette queste parole, che subito vennero i
parenti di lui a cavallo, per prenderlo e condurlo fuori del palazzo. E lui udendo
i fremiti dei cavalli, si affacciò a una finestra, scorse i suoi parenti e
subito discese da loro e, come Francesco aveva previsto, ritornò con essi nel
mondo.
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104.
DELLA VIGNA DI UN SACERDOTE, CHE ERA STATA
SPOGLIATA DELLE UVE A CAUSA DI FRANCESCO
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1803
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Presso la chiesa di San Fabiano, nei pressi di Rieti,
Francesco abitava con un povero sacerdote, a motivo del suo male di occhi. In
quella città si trovava allora papa Onorio con tutta la sua corte. Molti
cardinali e altri grandi prelati venivano quasi ogni giorno a visitare
Francesco, per la devozione che li stringeva a lui.
Possedeva quella chiesa una modesta vigna, vicino alla casa
in cui Francesco abitava. La casa aveva una porta da cui entravano nella vigna
quasi tutti i visitatori, sia perché il luogo era molto ameno, sia perché l'uva
era matura. E così tutta la vigna era stata come devastata e spogliata delI'uva.
Il prete ne rimase indignato e si lagnò: " Sebbene sia una vigna piccola,
tuttavia ci facevo tanto vino, quanto bastava al mio bisogno. Ed ecco che quest'anno
ho perduto la vendemmia ".
Francesco lo venne a sapere e, chiamato il sacerdote, gli
disse: "Non voglio, messere, che ti avvilisca per il danno. Non possiamo
ora farci nulla. Ma abbi fiducia nel Signore il quale, per riguardo a me, può
rifarti interamente del danno. Dimmi: quante some di vino avesti, I'anno più
favorevole? ". Rispose il sacerdote: " Dieci some, padre ".
Concluse Francesco: " Non ti contristare, adesso, né dire ad alcuno parole
ingiuriose per questo, ma abbi fiducia in Dio e nelle mie parole, e se avrai
meno di venti some di vino, te le farò riempire io ".
Il sacerdote allora si chetò e stette zitto. Al tempo della
vendemmia, per favore divino, ottenne da quella vigna venti some di vino, e non
meno. Molto ne stupì il sacerdote e tutti quelli che vennero a sapere la cosa,
dicendo che se la vigna fosse stata gremita di uve, sarebbe stato impossibile
che rendesse venti some di vino.
Noi, che siamo vissuti con lui, offriamo testimonianza che
in questo fatto e in tutte le altre cose predette da lui, sempre si compì alla
lettera la sua parola.
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105.
DEI CAVALIERI DI PERUGIA CHE IMPEDIVANO LA SUA PREDICAZIONE
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1804
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Un giorno che san Francesco predicava nella piazza di
Perugia a una grande folla ivi convenuta, ecco dei cavalieri perugini irrompere
e correre a cavallo per la piazza giocando con le armi, sì da impedire la
predica. E non la smettevano, nonostante le proteste della gente.
Allora Francesco si rivolse a loro e disse con accento
ispirato: "Statemi a sentire e cercate di comprendere quello che il
Signore vi annunzia per mezzo di me, suo povero servo! E non state a dire:--Quello
è un assisano! ". (Disse così perché tra perugini e assisani c'era e c'è
un antico rancore). E continuò: " Il Signore vi ha reso più potenti di tutti
i vostri vicini, e per questo dovete a più forte ragione riconoscere il vostro
Creatore, umiliandovi davanti a Lui, non solo, ma facendovi affabili con i
vicini. Ma il vostro cuore è salito in superbia, e voi vi divertite a devastare
le terre dei vicini e molti ne uccidete. E perciò vi dico che, se non
ritornerete subito a Dio, rendendo soddisfazione a quelli che avete offesi, il
Signore, che non lascia nulla di impunito, a vostra più cocente vendetta e
punizione e vergogna, vi farà sorgere gli uni contro gli altri. Scoppierà una
sommossa e una guerra civile, in modo che sopporterete tante tribolazioni, quante
i vostri vicini non potrebbero infliggervi ".
Il beato Francesco non taceva mai i vizi del popolo, quando
predicava, ma tutti rimproverava pubblicamente e coraggiosamente. Il Signore
gli aveva concesso però tanta grazia, che tutti quelli che lo vedevano e udivano,
di qualunque stato e condizione fossero, lo temevano e veneravano molto
rimanendo sempre edificati dalle sue parole, e si convertivano al Signore,
pentendosi nella loro coscienza.
Di lì a pochi giorni Dio permise che scoppiasse in Perugia
una contesa fra i nobili e il popolo, e il popolo finì col cacciare i nobili
dalla città. I cavalieri, appoggiati dalla Chiesa che li aiutava, devastarono i
campi, le vigne, gli alberi, facendo al popolo tutto il male che potevano. A
sua volta, il popolo devastò tutti i beni dei nobili. Così, secondo la parola
di san Francesco, popolo e cavalieri furono puniti.
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106.
COME PREVIDE LA TENTAZIONE INTIMA DI UN FRATE
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1805
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Un frate di grande spiritualità e amico del beato Francesco
ebbe a soffrire per molti giorni gravissime suggestioni diaboliche, così da esser
tratto quasi al profondo della disperazione. Ed era tormentato ogni giorno in
tal modo, da vergognarsi di confessarsi così spesso, e si affliggeva per questo
con molte astinenze, veglie, lacrime e flagellazioni.
E avvenne che, per divina disposizione, il Santo si recò in
quel luogo. Un giorno che quel frate camminava con Francesco, questi conobbe per
opera dello Spirito Santo la tribolazione e tentazione dell'amico; e
scostandosi un momento dall'altro frate che lo accompagnava, si unì a quel
tribolato e gli disse: " Fratello carissimo, voglio che d'ora in poi tu
tralasci di confessare quelle tentazioni diaboliche, e non temere che abbiano a
nuocere all'anima tua, ma con mia licenza recita sette Pater noster ogni volta
che sarai assalito ".
Quel frate fu molto rasserenato dalle parole che il Santo
gli aveva detto, e cioè che non era tenuto a confessare le tentazioni, poiché
era di questo che più si affliggeva. E molto si meravigliò, vedendo che Francesco
conosceva quello che era noto ai soli sacerdoti cui si era confessato.
Egli fu immediatamente libero da quella tribolazione. D'allora
in poi, per la grazia di Dio e i meriti di Francesco, egli visse in grandissima
pace e tranquillità. Il Santo sperava proprio questo, e lo dispensò di
conseguenza dalla confessione con tutta sicurezza.
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107.
DELLE PREDIZIONI CHE FECE INTORNO A FRATE BERNARDO,
E COME TUTTE SI REALIZZARONO COME AVEVA DETTO
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1806
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Essendogli stata preparata, mentre era vicino a morte, una
vivanda delicata, il Santo si ricordò di Bernardo, che era stato il suo primo
fratello, e disse ai compagni: " Questo cibo è buono per frate Bernardo
". E subito lo mandò a chiamare.
Quando fu arrivato, si mise a sedere presso il letto ove il
Santo giaceva, e gli disse: " Padre, ti prego che tu mi benedica e mi
mostri il tuo amore, poiché se mi mostrerai il tuo affetto paterno, credo che
Dio stesso e tutti i fratelli mi ameranno di più ".
Francesco non riusciva a vederlo, perché da parecchi giorni aveva
perduto la vista, ma stese la mano destra e la pose sul capo di Egidio, che fu
il terzo frate, credendo di metterla sul capo di Bernardo che gli sedeva
accanto. Ma se ne accorse subito, ad opera dello Spirito Santo, e disse: "
Questo non è il capo del mio fratello Bernardo! ".
Allora questi gli si fece più dappresso, e Francesco
ponendogli la mano sul capo, lo benedisse rivolgendosi a uno dei compagni:
" Scrivi quello che ti dirò. Il primo fratello che il Signore mi ha dato è
Bernardo. Fu lui che cominciò a osservare perfettamente il Vangelo, distribuendo
ai poveri tutti i suoi averi. Per questo e per gli altri suoi molti meriti,
sono obbligato a prediligerlo tra gli altri frati di tutto l'Ordine. Voglio
quindi e ordino, in quanto posso, che chiunque sarà ministro generale lo ami e
lo onori come me stesso. Anche i ministri e tutti i fratelli dell'Ordine lo
trattino nel modo che tratterebbero me ".
Da queste parole Bernardo e gli altri furono grandemente
consolati. E in altra occasione, considerando Francesco la perfezione di
Bernardo, alla presenza di alcuni frati, fece su di lui questa profezia: "
Vi dico che a Bernardo sono stati inviati alcuni fra i grandi e astutissimi
demoni, che lo sottopongano a molte tribolazioni e tentazioni, per esercitarlo
nella virtù. Ma il Signore misericordioso, quando egli si appresserà alla fine,
allontanerà da lui ogni tribolazione e tentazione, e infonderà nel suo spirito
e nel suo corpo tanta pace e consolazione, che tutti i frati che vedranno ciò,
ne stupiranno e lo terranno in conto di grande miracolo. E in quella pace e
consolazione di corpo e d'anima, egli migrerà al Signore ".
Queste predizioni, non senza meraviglia dei frati che le
avevano udite da Francesco, si avverarono alla lettera in Bernardo. Poiché
nella malattia che lo portò a morte, Bernardo era immerso in tanta pace e
conforto di spirito, che non voleva restare steso a letto, e se vi si adagiava,
restava quasi seduto, affinché la fumosità, anche levissima salendogli alla
testa, non potesse, con il sonno o altre immagini, turbare la meditazione di
Dio.
Se talvolta gli succedeva questo, Bernardo si levava
immediatamente e si scoteva dicendo: " Cosa è stato? a cosa sto pensando?
". E neppure voleva prendere i medicinali, e a chi glieli offriva, diceva:
" Non mi disturbare! ". E per morire più liberamente e serenamente,
affidò la cura del suo corpo nelle mani di un fratello medico, dicendogli:
" Non voglio avere pensieri di mangiare o bere, ma li affido a te. Se tu
me ne darai, li prenderò; se no, non chiederò ".
Da quando cominciò quella malattia, volle sempre avere
vicino a sé, fino alla morte, un sacerdote; e quando gli veniva in mente
qualcosa che gli pesasse sulla coscienza, subito la confessava.
Dopo morto, diventò bianco, la sua carne si fece morbida, e
sembrava quasi che egli ridesse. Per cui era più bello che da vivo; e tutti
provavano più gioia a contemplarlo morto che non vivo, poiché sembrava veramente
un santo sorridente.
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108.
COME, VICINO ALLA MORTE, MANDO' A DIRE A CHIARA
CHE LO AVREBBE VEDUTO; E CIO' SI COMPI' DOPO LA SUA MORTE
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1807
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Nella settimana in cui il beato Francesco morì, Chiara,
prima pianticella delle Sorelle Povere di San Damiano in Assisi, discepola
meravigliosa di Francesco nell'osservare la perfezione evangelica, temeva di
morire prima di lui, poiché erano allora ambedue malati gravemente. Piangeva
amaramente, e non poteva consolarsi, pensando che non avrebbe potuto vedere,
prima della sua morte, Francesco, unico padre suo dopo Dio, suo consolatore e
maestro, che per primo l'aveva stabilita nella grazia di Dio.
Chiara, per mezzo di un frate, espresse la sua ansia a
Francesco; e il Santo, all'udire ciò, poiché la amava di particolare paterno
affetto, sentì compassione di lei. Ma considerando che non poteva essere
esaudito il desiderio di lei, cioè di vederlo, Francesco, per consolarla
insieme con le sorelle tutte, inviò a Chiara in scritto la sua benedizione,
assolvendola da qualunque mancanza, se ne avesse commesso, contro le sue ammonizioni
e contro i comandi e i consigli del Figlio di Dio. E affinché ella lasciasse
ogni dolore e accoramento, disse al frate inviatogli da lei: " Va', e di'
a sorella Chiara che deponga il dispiacere e la tristezza di non potermi vedere
ora; sappia però in verità che, prima della sua morte, tanto lei che le sue
sorelle mi rivedranno e ne avranno grande consolazione ".
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1808
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Quando, non molto tempo dopo, nella notte Francesco morì; al
mattino venne tutto il clero e popolo della città di Assisi, e portarono con sé
dal luogo dove era morto, il corpo santo di lui, cantando inni e laudi, e
recando ognuno rami di alberi. Per volontà del Signore, la salma fu fatta
sostare a San Damiano, e così ebbe compimento la parola che il Signore aveva
detto per bocca di Francesco, a conforto delle sue figlie e ancelle.
E tolta la grata di ferro attraverso la quale le sorelle
solevano comunicarsi e udire la parola di Dio, i frati levarono dalla lettiga
funebre il corpo del Santo e lo tennero tra le braccia lungamente presso quella
finestra, finché Chiara e le sue sorelle si furono consolate, sebbene fossero
tutte piene e disfatte di dolore e lacrime, vedendosi private dei conforti e
delle esortazioni di un tale Padre.
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109.
COME PREDISSE CHE IL SUO CORPO SAREBBE ONORATO DOPO LA MORTE
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1809
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Un giorno, mentre giaceva malato nell'episcopio di Assisi,
un frate di viva spiritualità gli disse, sorridendo e a modo di scherzo: "
A quanto venderesti al Signore tutti i tuoi sacchi? Molte stoffe preziose e
drappi di seta saranno posti sopra questo tuo piccolo corpo che ora è avvolto
nel sacco ". E infatti, il Santo in quel momento aveva un copricapo
coperto di sacco, e di sacco era vestito.
San Francesco, o meglio lo Spirito Santo in lui, rispose e
furono parole di gran fervore e gioia: " Tu dici il vero, poiché sarà proprio
così, per lode e grazia del mio Dio! ".
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PARTE DECIMA
COME LA DIVINA PROVVIDENZA LO AIUTO' NELLE NECESSITA' ESTERIORI
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110.
COME IL SIGNORE PROVVIDE AI FRATI CHE SEDEVANO A POVERA MENSA CON IL MEDICO
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1810
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Francesco dimorava nell'eremo di Fonte Colombo, presso
Rieti, ed essendo malato di occhi, un medico venne un giorno a visitarlo .
L'oculista si trattenne un certo tempo e, al momento che
stava per andarsene, Francesco si rivolse a uno dei compagni: " Andate e
date da mangiare bene al medico ". Gli rispose: " Padre, ci dispiace
dirtelo: ma siamo adesso tanto poveri, che ci vergogniamo di invitarlo a
mangiare ". Rispose il Santo ai compagni: " O uomini di poca fede,
non me lo fate ripetere! ". Intervenne il medico: " Fratello, per il
fatto che sono poveri frati, più volentieri ci tengo a mangiare con loro
". Quel medico era molto ricco, e, sebbene fosse stato varie volte
invitato da Francesco e dai compagni, non aveva mai voluto mangiare con loro.
I frati andarono a preparare la mensa e, vergognandosi, vi
posero un po' di pane e vino e dei legumi che avevano preparato per sé.
Sedutisi alla mensa poverella, avevano appena cominciato a mangiare, che
sentirono bussare alla porta del luogo. Uno dei frati si alzò e andò ad aprire:
c'era una donna con un canestro pieno di bel pane e pesce, un pasticcio di
gamberi, miele e uva, che la signora di un castello distante da quel luogo
quasi sette miglia, mandava in dono a Francesco.
Vedendo questo, i frati e il medico rimasero attoniti, e si
rallegrarono considerando la santità di Francesco, tutto attribuendo ai meriti
di lui. Disse il medico: " Cari fratelli né voi, come pur dovreste, né noi
conosciamo la santità di quest'uomo".
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111.
DEL PESCE CHE DESIDERAVA DURANTE LA SUA MALATTIA
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1811
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In altra occasione, quando era gravemente infermo nel palazzo
vescovile di Assisi, i frati lo pregavano di mangiare. Francesco rispose:
" Non ho voglia di mangiare; se però avessi di quel pesce che si chiama
squalo, forse lo mangerei ".
Ebbe appena espresso questo desiderio, che si fece avanti un
tale con un canestro dove erano, ben cucinati, tre grandi squali, e pasticci di
gamberi, che il Santo mangiava volentieri. Glieli inviava frate Gerardo,
ministro a Rieti.
I frati ammirarono la divina Provvidenza, lodando il Signore che aveva
provveduto al suo servo un alimento che, essendo inverno, non era possibile
trovare in Assisi
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112.
DEL CIBO E DEL PANNO CHE, PRESSO A MORIRE, EGLI DESIDERAVA
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1812
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Stava il Santo, infermo dell'ultima malattia che lo portò a
morte, nel luogo di Santa Maria degli Angeli. Un giorno chiamò i suoi compagni
e disse loro: " Voi sapete come Donna Jacopa de Settesoli è vivamente
devota a me e al nostro Ordine. Credo perciò ch'ella considererà grande favore
e consolazione se la informiamo del mio stato. Domandatele specialmente che mi
faccia avere del panno monacale color cenere e, insieme, mi mandi anche di quel
dolce che a Roma preparò per me più volte". I romani chiamano quel dolce: mostaccioli,
ed è fatto di mandorle, zucchero e altri ingredienti.
Quella nobildonna era molto religiosa, una delle vedove più
nobili e ricche di Roma. Per i meriti e la predicazione di Francesco, aveva
ricevuto dal Signore la grazia di emulare, nelle lacrime e nel fervore,
nell'amore e nell'appassionata dedizione a Cristo, Maria Maddalena.
Scrissero dunque una lettera come aveva detto il Santo; e un
frate andava cercando un compagno che recapitasse alla nobildonna la lettera,
quando fu picchiato alla porta del luogo. Un frate aprì, ed ecco, lì in persona,
Donna Jacopa, venuta con gran fretta a visitare Francesco.
Un frate la riconobbe e si recò immediatamente da Francesco,
annunziandogli con grande gioia che Donna Jacopa era venuta da Roma con suo
figlio e molto seguito a fargli visita. Soggiunse: " Cosa facciamo, padre?
Possiamo lasciarla entrare da te? ". Disse questo, perché per volontà di
Francesco era stato deciso che in quel luogo, per preservarne il decoro e il
raccoglimento, non vi entrasse alcuna donna. Ma il Santo disse: " Tale
regola non va osservata per questa nobildonna, che una grande fede e devozione
ha fatto accorrere qui da tanto lontano ".
Così Donna Jacopa entrò dal beato Francesco, scoppiando in
lacrime davanti a lui. E, cosa mirabile, portava con sé il panno mortuario,
color cenere, per fare una tonaca, e le altre cose contenute nella lettera,
come se l'avesse ricevuta in antecedenza.
La signora disse ai frati: " Fratelli miei, mentre
pregavo ebbi questa ispirazione:--Va' a visitare il tuo padre Francesco;
affrettati, non indugiare; ché, tardando, non lo troveresti più vivo. E portagli
il tale panno per la tonaca e tali altre cose, per fargli quel dolce. Inoltre,
porta con te gran quantità di cera per farne delle candele, e anche
dell'incenso ---". Questo, tranne che l'incenso, era annotato nella
lettera che si stava per recapitarle.
E così avvenne che Colui, il quale ispirò ai re Magi di
andare con doni a onorare il Figlio suo nel giorno della sua nascita, ispirò
anche a quella nobile e santa signora di recarsi con doni a onorare il suo dilettissimo
servo nei giorni della sua morte, o meglio della sua vera nascita.
Preparò quella signora il cibo che il Santo desiderava
mangiare, ma egli ne mangiò ben poco, perché sempre più gli mancavano le forze
e si avvicinava alla morte.
Fece fare anche molte candele che, dopo la morte del Santo,
ardessero intorno alla sua salma; e con il panno, i frati confezionarono la
tonaca con la quale venne sepolto. Francesco stesso ordinò ai frati di cucirgli
del sacco sulla veste che portava, in segno ed esempio di umiltà e di sovrana
povertà. E in quella settimana in cui era venuta Donna Jacopa, il nostro
santissimo padre migrò al Signore.
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PARTE UNDICESIMA
DEL SUO AMORE ALLE CREATURE E DELLE CREATURE PER LUI
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113.
DELL' AMORE STRAORDINARIO CHE EBBE PER GLI UCCELLI CHIAMATI
ALLODOLE CAPPELLACCE, PERCHÉ RAFFIGURANO IL BUON RELIGIOSO
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1813
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Tutto assorbito nell'amore di Dio, Francesco scorgeva
perfettamente la bontà di Dio non solo nell'anima già splendente di ogni
perfezione di virtù, ma anche in ogni creatura. E per questo si volgeva con singolare
caldo affetto alle creature, particolarmente a quelle in cui vedeva la traccia
di una qualità di Dio o di qualcosa che aveva attinenza con la vita religiosa.
Fra tutti gli uccelli prediligeva il piccolo volatile
chiamato allodola, comunemente detta " allodola cappellaccia ".
Diceva di lei: " La sorella allodola ha il cappuccio come i religiosi, ed
è umile uccello, che va volentieri in cerca di qualche granellino, e se ne
trova anche tra i rifiuti, lo tira fuori e lo mangia. Volando, loda il Signore
soavemente, simile ai buoni religiosi che, staccati dalle cose del mondo, vivono
sempre rivolti al cielo, e la cui volontà non brama che la lode di Dio. Il
vestito dell'allodola, il suo piumaggio cioè, ha il colore della terra: così
offre ai religiosi l'esempio di non avere vesti eleganti e di belle tinte, ma
di modesto prezzo e colore somigliante alla terra, che è l'elemento più umile
".
E siccome ammirava nelle allodole queste caratteristiche,
era felice di vederle. Piacque perciò al Signore che questi uccelletti
mostrassero al Santo un segno di affetto nell'ora della sua morte. La sera del
sabato, dopo il tramonto che precedette la notte in cui Francesco migrò al Signore,
una moltitudine di allodole venne sopra il tetto della casa in cui giaceva, e
volando adagio a ruota, facevano come un cerchio intorno al tetto e, cantando dolcemente,
parevano lodare il Signore.
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114.
COME VOLEVA PERSUADERE L' IMPERATORE
A EMANARE UN EDITTO DECRETANTE CHE, NEL NATALE DEL SIGNORE,
GLI UOMINI PROVVEDESSERO GENEROSAMENTE
AGLI UCCELLI, AL BUE E ALL' ASINO, E AI POVERI
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1814
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Noi che siamo vissuti con Francesco e abbiamo scritto questi
ricordi, siamo testimoni di averlo sentito dire molte volte: " Se potessi
parlare con l'imperatore, lo supplicherei e convincerei a fare, per amore di
Dio e di me, una legge speciale: che nessun uomo catturi o uccida le sorelle
allodole o faccia loro alcun male. E inoltre che tutti i podestà delle città e
i signori dei castelli e villaggi siano obbligati ogni anno, nel giorno di Natale,
a comandare alla gente di gettare frumento e altri cereali per le strade, fuori
delle città e dei castelli, affinché le sorelle allodole e gli altri uccelli
abbiano da mangiare in un giorno tanto solenne. E per reverenza verso il Figlio
di Dio, che quella notte la vergine Maria depose in una greppia tra il bue e
l'asino, chiunque abbia bue e asino sia obbligato a fornire loro generosamente
delle buone biade. Così pure, che quel giorno tutti i poveri abbiano in dono
dai ricchi copiose ottime vivande".
Francesco aveva maggior reverenza per il Natale che per le
altre festività. Diceva: " Dopo che il Signore nacque per noi, cominciò la
nostra salvezza ". Voleva perciò che quel giorno ogni cristiano esultasse
nel Signore e per amore di lui, che ci donò se stesso, tutti provvedessero
largamente non solo ai poveri, ma anche agli animali e agli uccelli.
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115.
DEL SUO AMORE AL FUOCO, E COME IL FUOCO GLI OBBEDI'
QUANDO EBBE A SUBIRE UN CAUTERIO
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1815
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Costretto per obbedienza dal cardinale di Ostia e da frate
Elia, ministro generale, a recarsi all'eremitaggio di Fonte Colombo, presso
Rieti, per curarsi dal male di occhi, un giorno il medico venne a vederlo. E
notando lo stato del male, disse a Francesco che voleva fargli un cauterio da
sopra la mascella fino al sopracciglio dell'occhio più malato. Ma Francesco non
voleva si cominciasse il trattamento prima dell'arrivo di Elia, il quale aveva
detto di voler essere presente all'intervento; il Santo provava disagio e gli
pesava di avere tanta preoccupazione per la salute, perciò voleva che il
ministro generale ne avesse iniziativa e responsabilità.
Lo aspettarono, dunque, ma Elia non veniva, a causa dei
molti impegni che lo trattenevano; così Francesco permise alla fine al medico
di fare quello che voleva. Il ferro fu messo ad arroventare nel fuoco, e il
Santo, per rafforzare l'animo contro la paura, parlò al fuoco: " Fratello
mio fuoco, nobile e utile fra le altre creature, sii gentile con me in questa
ora, poiché sempre ti ho amato e ti amerò, per amore di Colui che ti ha creato.
Prego il Creatore che ci ha fatto, affinché temperi il tuo ardore, in modo che
lo possa sopportare ". E finita la orazione, tracciò sul fuoco il segno
della croce.
Noi che in quel momento eravamo con Francesco, fuggimmo
tutti per pietà e compassione verso di lui, e solo rimase il medico. Terminata
la cauterizzazione, tornammo dal Santo, che ci disse: " Uomini paurosi e
di poca fede, perché scappaste? Vi dico in verità che non ho sentito nessun dolore
per la bruciatura. Anzi, se la cauterizzazione non è ben riuscita, la si
rifaccia più forte ".
Il medico, trasecolato, disse: " Fratelli miei vi
confesso che temevo non potesse soffrire un intervento simile, debole e malato
com'è, quando non ce la farebbe forse nemmeno l'uomo più vigoroso. Non ha fatto
il minimo movimento né mostrato il più piccolo segno di dolore ".
Fu necessario cauterizzare tutte le vene, dall'orecchio al
sopracciglio, ma non giovò a nulla. Un altro medico gli perforò entrambe le
orecchie con un ferro incandescente. ancora senza risultato.
Non meravigliamoci se il fuoco e le altre creature talvolta
gli obbedivano e lo veneravano. Noi, che siamo vissuti con lui, abbiamo visto
spessissimo quanto amava le creature, quanto godeva di esse; il suo spirito era
preso da tanta tenerezza e compassione, che non voleva fossero trattate
duramente. Parlava loro con una gioia che lo pervadeva nel cuore e negli atti,
come si trattasse di esseri dotati di ragione; e sovente, in questi casi, era rapito
in Dio.
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116.
COME NON VOLLE SPEGNERE NÉ PERMETTERE FOSSE
SPENTO IL FUOCO CHE GLI BRUCIAVA LE BRACHE
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1816
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Fra tutte le creature inferiori all'uomo e non dotate di
sentimento, Francesco aveva una simpatia particolare per il fuoco, di cui ammirava
la bellezza e l'utilità. E per questo non volle mai impedire la sua azione.
Una volta che sedeva presso al fuoco, questo, senza che egli
se ne accorgesse, si appiccò ai suoi panni di lino, le brache, all'altezza del
ginocchio. Pur sentendo il bruciore del fuoco, non voleva però spegnerlo. Il
compagno, vedendo che i panni del Santo bruciavano, corse verso di lui con
l'intenzione di estinguere il fuoco, ma Francesco glielo proibì: " No,
fratello carissimo, non fare male al fuoco! ". E non ci fu modo di indurlo
a spegnerlo.
Allora quel compagno si precipitò dal frate guardiano del
Santo, lo condusse da Francesco e immediatamente estinse il fuoco, contro il
volere di lui. Da allora, per urgente che fosse la necessità, il Santo non
volle mai spegnere il fuoco, nemmeno una lampada o una candela, tanto era
l'affetto che nutriva per questa creatura.
Non voleva neppure che un fratello gettasse del fuoco o un
tizzone fumante da un luogo a un altro, come suol farsi, ma voleva lo si
ponesse delicatamente per terra, per reverenza a Colui di cui il fuoco è
creatura.
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117.
COME NON VOLLE PIU' PORTARE UNA PELLE, CHE NON AVEVA LASCIATA BRUCIARE
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1817
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Un giorno, mentre il Santo faceva una quaresima su] monte
della Verna, il suo compagno accese il fuoco nella celletta dove il Santo
prendeva i pasti. Poi andò nell'altra celletta, dove Francesco pregava,
portando con sé il messale per leggergli il Vangelo del giorno. Era infatti
abitudine del Santo di ascoltare, prima della refezione, il Vangelo del giorno,
quelle volte che non aveva partecipato alla Messa.
Quando giunse per prendere il cibo nella celletta in cui
stava acceso il fuoco, ecco già la fiamma salire fino al tetto e incendiarlo.
Il compagno cominciò a spegnere il fuoco, come poteva, ma da solo non ci riusciva.
Francesco, che non voleva aiutarlo, prese una pelle che alla notte teneva su di
sé e andò nella selva.
I frati del luogo, che dimoravano lontani da quella
celletta, come si avvidero che bruciava, accorsero tosto ed estinsero le
fiamme. Più tardi tornò Francesco per mangiare. Finito il pasto, si rivolse al
compagno: " Non voglio più coprirmi d'ora innanzi con questa pelle, poiché
per la mia avarizia non ho lasciato che fratello fuoco la divorasse ".
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118.
DEL SUO SINGOLARE AMORE PER L' ACQUA, LE PIETRE, GLI ALBERI E I FIORI
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1818
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Dopo il fuoco, il suo amore andava specialmente all'acqua,
simbolo della santa penitenza e tribolazione, che purificano le sporcizie
dell'anima; e perché il primo bagno dell'anima si fa per mezzo dell'acqua
battesimale.
Quando si lavava le mani, sceglieva un posto dove l'acqua
scorrente non venisse pesticciata dai piedi E quando camminava sulle pietre, avanzava
con gran delicatezza e rispetto, per amore di Colui che è chiamato Pietra.
E nel recitare quel versetto del salmo: Tu mi elevi sulla pietra, diceva
con gran reverenza e devozione queste parole: Mi hai collocato più giù che i
piedi della pietra.
Al frate che tagliava la legna e la preparava per il fuoco,
raccomandava di non abbattere mai tutto l'albero, ma tagliasse gli alberi in
modo che ne rimanesse sempre una parte intatta, e ciò per amore di Colui che
volle operare la nostra salvezza sul legno della croce.
Anche al frate che lavorava l'orto diceva di non coltivare
tutto il terreno per le erbe commestibili, ma ne lasciasse qualche parte libera
di produrre erbe verdeggianti che alla loro stagione producessero i fratelli fiori;
e ciò per amore di Colui che è chiamato fiore del campo e giglio delle
valli.
Diceva ancora che il frate ortolano dovrebbe sempre fare un
bel giardinetto in una parte dell'orto, dove seminare e mettere ogni tipo di
erbe odorose e le piante che producono bei fiori, affinché invitino, nella
stagione loro, gli uomini che le vedono alla lode di Dio. Infatti ogni creatura
dice: " Dio mi ha creata per te, o uomo! ".
Noi che siamo vissuti con lui, lo vedevamo rallegrarsi
interiormente ed esteriormente di quasi tutte le creature, così che, toccandole
o mirandole, il suo spirito sembrava essere in cielo, non in terra. E per le
grandi gioie che aveva ricevuto e riceveva dalle creature, egli compose, poco
prima della sua morte, alcune Lodi del Signore per le sue creature, per
incitare alla lode di Dio i cuori di coloro che le udissero, e cosi il Signore
fosse lodato dagli uomini nelle sue creature.
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119.
COME LODAVA IL SOLE E IL FUOCO SU TUTTE LE ALTRE CREATURE
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1819
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Al di sopra di tutte le creature non dotate di ragione,
Francesco amava particolarmente il sole e il fuoco. Diceva: " Al mattino, quando
sorge il sole, ogni uomo dovrebbe lodare Dio che ha creato il sole per nostra
utilità, poiché è per suo mezzo che i nostri occhi sono illuminati durante il
giorno; la sera, quando scende la notte, ogni uomo dovrebbe lodare Dio per
fratello fuoco, a mezzo del quale i nostri occhi sono illuminati nella notte.
Tutti siamo come dei ciechi, ed è mediante questi due nostri fratelli che il
Signore dà luce ai nostri occhi. Dobbiamo lodare il Signore specialmente per
queste creature e per le altre, di cui usiamo ogni giorno". Francesco
fece sempre così, fino al giorno della sua morte.
Quando la malattia si faceva più grave, egli cominciava a
cantare le Lodi di Dio per le sue creature, cantico composto da lui .
Faceva cantare anche i suoi compagni, affinché, assorti nella lode del Signore,
dimenticassero l'acerbità dei dolori e della malattia di lui.
Giudicava e diceva che il sole è il più bello di tutte le
creature e più rassomiglia al Signore, tanto che nella Scrittura il Signore
stesso è chiamato Sole di giustizia. Perciò, nel dare un titolo alle
Lodi da lui composte sulle creature di Dio, quando il Signore gli ebbe dato la
certezza di possedere il suo regno, le chiamò Cantico di frate sole.
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120.
QUESTA E' LA LODE CHE COMPOSE QUANDO IL SIGNORE
LO FECE CERTO DEL SUO REGNO
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1820
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Altissimo, onnipotente, bon Signore,
tue so le laude, la gloria e l'onore e onne benedizione.
A te solo, Altissimo, se confano
e nullo omo è digno te mentovare.
Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature,
spezialmente messer lo frate Sole,
lo quale è iorno, e allumini noi per lui.
Ed ello è bello e radiante cun grande splendore:
de te, Altissimo, porta significazione.
Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le Stelle
in cielo l'hai formate clarite e preziose e belle.
Laudato si, mi Signore, per frate Vento,
e per Aere e Nubilo e Sereno e onne tempo
per lo quale a le tue creature dai sostentamento.
Laudato si, mi Signore, per sor Aqua,
la quale è molto utile e umile e preziosa e casta.
Laudato si, mi Signore, per frate Foco,
per lo quale enn'allumini la nocte:
ed ello è bello e iocundo e robustoso e forte.
Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sostenta e governa,
e produce diversi fructi con coloriti
flori ed erba.
Laudato si, mi Signore, per quelli che
perdonano per lo tuo amore
e sostengo infirmitate e tribulazione.
Beati quelli che 'I sosterranno in pace,
ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
[Laudato si, mi Signore, per sora nostra
Morte corporale,
da la quale nullo omo vivente po' scampare.
Guai a quelli che morrano ne le peccata
mortali !
Beati quelli che trovarà ne le tue sanctissime
voluntati,
ca la morte seconda no li farrà male].
Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate
e serviteli cun grande umilitate.
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PARTE DODICESIMA
DELLA SUA FINE E DELLA GIOIA CHE MOSTRO'
QUANDO FU CERTO DI ESSERE VICINO ALLA MORTE
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121.
COME RISPOSE A FRATE ELIA CHE GLI RIMPROVERAVA TANTA GIOIA
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1821
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Mentre giaceva malato nel palazzo vescovile di Assisi e la mano
del Signore appariva più che mai pesante su di lui, il popolo di Assisi,
temendo che, se moriva di notte, i frati sottraessero la sua salma per portarla
in qualche altra città, decise che ogni notte fosse piantonato tutto intorno ai
muri del palazzo.
Il padre santo, allo scopo di confortare il suo spirito, per
non abbattersi a causa della veemenza dei dolori che lo tormentavano senza
posa, spesso, lungo la giornata, pregava i compagni di cantare le Lodi del
Signore; e anche la notte faceva questo, per edificare e confortare quegli
uomini che, fuori del palazzo, vegliavano per lui.
Ma frate Elia, vedendo come Francesco si consolava nel
Signore ed era felice nonostante le sofferenze, gli disse: " Carissimo
padre, sono molto confortato e edificato della gioia che tu provi e mostri ai
tuoi compagni. Certamente gli uomini di questa città ti venerano come un santo
ma, convinti che tu sei vicino a morte per la tua malattia incurabile, nel
sentire che qui si cantano giorno e notte le Lodi, potrebbero osservare: --Come
può essere tanto felice, dal momento che sta morendo? Dovrebbe piuttosto
pensare alla morte--".
Rispose Francesco: " Ricordi la visione che avesti a
Foligno? Mi dicevi che ti era stato rivelato che non sarei sopravvissuto più di
due anni. Prima di questa visione, per grazia di Dio che ispira ogni cosa buona
al cuore e la pone sulle labbra dei suoi credenti, io pensavo di frequente,
giorno e notte, alla mia fine. Ma da quando tu avesti quella visione, mi sono
ancor più preoccupato di riflettere ogni giorno sul giorno della morte ".
Poi seguitò con gran fervore di spirito: " Fratello, lasciami
godere nel Signore e cantare le sue lodi in mezzo alle mie sofferenze, poiché,
per dono dello Spirito Santo, io sono così unito al mio Signore che, per sua
misericordia, ho ben motivo di allietarmi nell'Altissimo! ".
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122.
COME INDUSSE IL MEDICO A DIRGLI QUANTO GLI RESTAVA DA VIVERE
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1822
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In quei giorni un medico di Arezzo, a nome Bongiovanni,
molto amico di Francesco, venne a visitarlo nel palazzo vescovile di Assisi. Il
Santo lo interrogò: " Che ti sembra, Benvegnate, della mia idropisia?
".
Non voleva chiamarlo col suo nome, perché non dava a nessuno
l'appellativo di " buono " per rispetto verso il Signore, che disse: Nessuno
è buono, eccetto Dio solo. Allo stesso modo, non dava a nessuno il titolo di
" padre " o di " maestro ", nemmeno nelle lettere, per
riguardo verso il Signore, che disse: Nessuno chiamate vostro padre su
questa terra, e non fatevi chiamare maestri.
Il medico rispose: " Fratello, con l'aiuto del Signore
starai meglio ". Francesco insistette: " Dimmi la verità. Qual è il
tuo parere? Non aver paura di dirmelo, poiché con la grazia di Dio non sono un
pusillanime che teme la morte, per dono dello Spirito Santo, sono così unito al
mio Signore, da essere ugualmente felice sia di vivere che di morire ".
Allora Bongiovanni parlò senza reticenze: " Padre,
secondo la nostra scienza la tua malattia è evidentemente incurabile. Penso che
per la fine di settembre o ai primi di ottobre tu morrai ".
Allora Francesco, steso sul letto, levò le mani verso il
Signore con grande fervore e riverenza, e, pieno di gioia d'anima e di corpo,
esclamò: " Sii la benvenuta, sorella mia Morte! ".
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123.
COME, APPENA EBBE SENTITO CHE LA MORTE
ERA IMMINENTE, SI FECE CANTARE LE LODI DA LUI COMPOSTE
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1823
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In quella circostanza, un fratello gli disse: " Padre,
la tua vita e il tuo comportamento sono stati, e sono, luce e modello non
soltanto per i tuoi fratelli, ma per la Chiesa tutta; lo stesso sarà della tua
morte, che, motivo di tristezza e dolore per i tuoi fratelli e per gli altri,
per te invece sarà consolazione e gioia infinita: passerai infatti da grande
fatica a grandissimo riposo, da molte pene e tentazioni alla pace eterna, dalla
povertà che hai sempre amato e perfettamente vissuto alle vere infinite
ricchezze, e da questa morte temporale alla vita eterna, dove vedrai il Signore
tuo Dio faccia a faccia, dopo averlo amato quaggiù con ardente desiderio
".
E aggiunse in tutta sincerità: " Padre, sappi in verità
che se il Signore non ti invia un rimedio dal cielo, la tua malattia è incurabile;
come hanno detto i medici, ti resta poco da vivere. Dico questo per confortare
il tuo spirito, affinché tu sia felice intimamente e visibilmente nel Signore;
in maniera che i tuoi fratelli e l'altra gente che ti vengono a visitare, ti
trovino sempre lieto nel Signore, e questa impressione rimanga incancellabile,
dopo la tua morte, sia per quelli che sono presenti che per quanti ne
sentiranno parlare, proprio come furono e saranno edificati dalla tua vita e
condotta".
Allora Francesco, sebbene soffrisse più del solito per i
suoi mali, sembrò trasfigurato a quelle parole da una nuova gioia, udendo ripetere
che la morte sua sorella era vicina. Con gran fervore di spirito, lodò il
Signore e disse: " Se dunque piace al Signore che io debba presto morire
chiamatemi frate Angelo e frate Leone perché mi cantino di sorella morte!
".
Quando i due gli furono dinanzi, affranti dalla pena e dal
cordoglio, cantarono lacrimando il Cantico di frate sole e delle altre
creature del Signore, che il Santo stesso aveva composto. Egli aggiunse allora
alcuni versi sopra la morte sua sorella, prima dell'ultima strofa, dicendo:
Laudato
si, mi Signore, per sora nostra
Morte
corporale,
da la quale nullo omo vivente po' scampare.
Guai a quelliche morranno ne le peccata mortali!
Beati
quelli che trovarà ne le tue sanctissime
voluntati,
ca la morte seconda no li farrà male.
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124.
COME BENEDISSE LA CITTA' Dl ASSISI
MENTRE LO TRASPORTAVANO A SANTA MARIA A MORIRE
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1824
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Mentre ancora dimorava nel palazzo vescovile, il Padre santo
era stato avvertito, sia dallo Spirito Santo sia dai medici, che la sua morte
era imminente. Sentendosi sempre più aggravare e venir meno le forze del corpo,
ii fece portare in lettiga a Santa Maria della Porziuncola per finire la vita
del corpo nel luogo dove aveva cominciato a sperimentare la luce e la vita
dell'anima.
Quando arrivarono all'ospedale che sorge a mezza strada tra
Assisi e Santa Maria, disse ai portatori di mettere a terra la lettiga. Ormai
avendo perso quasi del tutto la vista a causa della lunga e grave malattia
d'occhi, si fece voltare con la faccia verso Assisi. E, sollevandosi un poco,
benedisse la città, dicendo: " Signore, credo che anticamente questa città
fu soggiorno di uomini iniqui. Adesso vedo che, nella tua immensa misericordia,
nel momento scelto da te, tu le hai mostrato la tua speciale sovrabbondante
pietà, e unicamente per tua bontà l'hai scelta ad essere luogo e soggiorno di
quelli che ti conoscono nella verità, rendono gloria al tuo santo nome e
mandano a tutto il popolo cristiano un profumo di buona fama, di vita santa, di
verissima dottrina, di perfezione evangelica. Ti prego dunque, o Signore Gesù
Cristo, padre delle misericordie, di non voler guardare alla nostra ingratitudine,
ma di ricordarti sempre della immensa compassione che le hai dimostrato,
affinché sia sempre il luogo e il soggiorno di quelli che ti conoscono
veramente e che glorificano il tuo nome benedetto e glorioso nei secoli dei
secoli. Amen ".
Dette queste parole, fu portato a Santa Maria. Ed ivi,
compiendosi i quarant'anni della sua vita, e i vent'anni della sua perfetta penitenza,
I'anno del Signore 1226, ai 4 di ottobre, migrò verso il Signore Gesù Cristo, che
aveva amato con ardente desiderio e vivissimo affetto, con tutto il cuore,
tutto lo spirito, tutta l'anima e tutte le sue forze, seguendolo in ogni
perfezione, correndo con fervore sui passi di Lui e giungendo finalmente e
gloriosamente a Lui, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli
dei secoli. Amen.
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1825
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Qui finisce lo Specchio di perfezione
dello stato di frate minore, (cioè del beato Francesco),
nel quale sono perfettamente riflesse le perfezioni
della sua vocazione e professione.
Ogni lode e gloria a Dio Padre e al Figlio e
allo Spirito Santo. Alleluia! Alleluia! Alleluia!
Onore e grazie siano rese alla gloriosa vergin
Maria. Alleluia! Alleluia!
Magnificenza ed esaltazione al suo beatissimo
servo Francesco. Alleluia!
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